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Le bare senza sepoltura e il culto dei morti a Palermo

Cimitero dei Rotoli a Palermo, emergenza sepoltura

Cimitero dei Rotoli a Palermo, emergenza sepoltura

di Giulia Panfili 

«La morte è come l’amore, ne riusciamo a parlare solo se ne siamo avvolti». Con queste parole Caterina Pasqualino, antropologa e regista, ci introduce al suo ultimo documentario Morire a Palermo (2024), prodotto da Bibi Films e il Museo Internazionale delle Marionette, con la fotografia di Danny Biancardi e Alessandro Drudi, il montaggio di Silvia Miola e Massimiliano Lanza.

Palermitana partita da Palermo negli anni ‘90, ricercatrice da anni tra Spagna, Cuba e Parigi, e documentarista, Caterina Pasqualino racconta essere tornata a Palermo nel marzo 2018, per la morte di suo zio. Questo evento l’ha portata a riflettere su quello che era stato il dolore alla morte di suo padre, Antonio Pasqualino, e come a distanza di anni fossero diverse le modalità del rito funebre. Si è ritrovata nel mezzo dell’emergenza del cimitero di Santa Maria dei Rotoli, il più grande cimitero di Palermo incassato tra il monte Pellegrino e il mare, che non trova sepoltura a centinaia di bare, accatastate l’una sull’altra, in attesa. Su tutti i giornali è poi effettivamente scoppiato lo scandalo dell’ex direttore indagato dalla magistratura per vendersi sottobanco le sepolture a chi poteva pagare. Tra il 2021 e il 2023, periodo in cui è stato girato il documentario, la situazione è peggiorata, tanto che le bare “in giacenza” sono aumentate fino a raggiungere le 1500 unità.

Partendo da un avvenimento personale e da questa notizia di cronaca, la realtà della morte a Palermo avvolge e spinge la regista a fare delle indagini al cimitero, dove si imbatte con palermitani amareggiati che dicono non volere sottostare al sistema mafioso, e in città, dove incontra alcuni palermitani che tessono relazioni complesse con i loro cari defunti. Entra in punta di piedi nelle storie, di dolore e resistenza, nelle loro vite e tra i loro morti, per esplorare quel sottile confine che esiste tra vita, morte e il poetico desiderio di rinascita. Una storia surreale si delinea nel percorso, capace di intrecciare la dimensione privata e quella collettiva. 

screenshot_2024-03-10_alle_19Il documentario si apre a volo di uccello su un magnifico mare, la sua costa e l’immenso cimitero dei Rotoli. Lo si vede come in una mappa onnisciente, nella sua vastità ordinata. Da contrappunto con il piano visivo, si inserisce la voce in off dell’autrice e regista. La sua narrazione è avvolgente e accompagna nell’intimità di un racconto. Subito dopo siamo dentro il cimitero, in una delle tante vie che lo attraversano, a fianco di un impiegato che raggiunge Leonardo Cristofaro, semplice funzionario ai cimiteri che ha accettato l’incarico di direttore del cimitero dei Rotoli, in attesa delle elezioni comunali del 2022. Per 18 mesi Leonardo Cristofaro si è dovuto barcamenare senza mezzi, cercando di aiutare e consolare i suoi concittadini e i loro morti senza tetto che non si sa dove mettere. Si sta consumando una triste farsa, con bare ammassate a centinaia, in attesa di trovare la loro ultima dimora.

Dal cimitero il documentario si sposta in città, attraverso quartieri, vicoli, piazze, dove la regista chiede ad alcune persone di parlare dei loro cari scomparsi, dei loro sogni, se credono al Paradiso, all’Inferno, al Purgatorio. Nel documentario l’autrice dà spazio ad alcuni personaggi palermitani che hanno relazioni complesse tra i vivi e i morti, incontrati e scelti in corso d’opera, e allo stesso tempo prende la parola e diventa lei stessa un personaggio. La parola nell’esposizione orale della sua carnalità e nelle sue infinite sfumature si fa viva e, proprio in forza della sua duttilità materiale e dell’ineffabilità tipica dello spazio del fuori campo da cui interviene, capace di toccare corde emotive, senza risultare didascalica, distaccata, asettica, anche in rapporto al piano delle immagini.

da "Morire a Palermo" di Caterina Pasqualino

da “Morire a Palermo” di Caterina Pasqualino

Morire a Palermo scava con uno sguardo antropologico nei meandri più oscuri e dolorosi di una drammatica crisi, tra la vita e la morte, di una Palermo che non si guarda né ascolta, che si ignora. Attraverso un linguaggio asciutto e poetico, immagini evocative e testimonianze intime, esplora la tensione tra dolore per i defunti, parossismo istituzionale e agire collettivo, restituendo una narrazione di testimonianza, resistenza e denuncia, rispettosa e attenta alla complessità di in una realtà urbana ferita, nella quale i palermitani hanno la forza di affrontare le avversità e risollevarsi. “Piegati giunco finché non è passata la piena” recita il proverbio che lo zio della regista le ripeteva: un invito alla pazienza e alla forza in attesa di momenti migliori.

Dopo le elezioni comunali e durante il montaggio del film, l’emergenza del cimitero ai Rotoli è stata risolta in tempi brevi dal neosindaco, dando conclusione a quel tempo di attesa che sembrava senza fine. L’opera a sua volta ha ottenuto riconoscimenti internazionali, con selezioni e premi in numerosi festival, tra cui il Sole Luna doc film festival al palazzo Branciforte di Palermo e al Museo internazionale delle Marionette Antonio Pasqualino nel programma della conferenza NIMO – Network in Italiano su Morte e Oblio, dedicata ai temi della memoria, del lutto e della trasformazione dei paesaggi funerari contemporanei. 

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025 

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Giulia Panfili vive attualmente a Roma. Ha studiato antropologia visiva a Lisbona e ha concluso il dottorato in antropologia, politiche e immagini della cultura, museologia con una tesi di ricerca etnografica in Indonesia sul wayang come patrimonio immateriale dell’umanità. Ha partecipato a convegni di antropologia e arte in Portogallo, Brasile, Inghilterra, Indonesia, e a mostre collettive di fotografia, illustrazione e stampa grafica presso gallerie e festival in Italia, Spagna, Portogallo, Indonesia. Tornando in Italia ha frequentato la Scuola Romana del Fumetto, dedicandosi quindi a disegno e illustrazione, con cui ha elaborato parte della tesi di dottorato. Ha approfondito in seguito tecniche e linguaggi della fotografia e del documentario audiovisivo con corsi formativi e progetti vincitori di bandi di concorso. 

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