Stampa Articolo

Le attività economiche della Comunità Ebraica di Roma nel Secondo dopoguerra

Roma, Ghetto, antica veduta

Roma, Ghetto, antica veduta

di Stefano Bellu 

Caratteristiche demografiche dell’ebraismo romano

Prima di procedere con l’analisi qualitativa e quantitativa degli aspetti economici caratterizzanti l’ebraismo romano nell’immediato dopoguerra, è opportuno delineare alcune premesse fondamentali. Questo arco temporale, che precede il boom economico ed è spesso definito nella storiografia come fase di “ricostruzione” o “ritorno alla vita”, richiede una riflessione preliminare sulle fonti disponibili. I dati qui utilizzati per la descrizione dei profili economici si riferiscono esclusivamente agli iscritti alla Comunità Ebraica di Roma e non rappresentano, pertanto, l’intera popolazione ebraica romana. Ne risulta un quadro parziale, limitato a quella parte della comunità formalmente registrata.

Paradossalmente, uno dei periodi storici in cui le informazioni statistiche sugli ebrei sono particolarmente abbondanti, benché spesso poco conosciute, è proprio quello della persecuzione nazi-fascista. Durante questo periodo, le autorità in molte zone d’Europa dimostrarono un singolare interesse statistico nei confronti della popolazione ebraica, raccogliendo dati sistematici utili a supportare la discriminazione e la persecuzione.

Non tutti i Paesi agirono allo stesso modo. Emerge, infatti, una differenza metodologica significativa tra l’Italia e altri Paesi europei, come Germania, Austria, Ungheria, Cecoslovacchia, Polonia e Romania, dove la rilevazione dell’appartenenza religiosa era una prassi regolare durante i censimenti ordinari. In Italia, invece, il governo fascista si distinse per essere il primo a organizzare, tra il 1938 e il 1944, indagini espressamente mirate a determinare le dimensioni e le caratteristiche delle comunità ebraiche in preparazione all’adozione delle Leggi razziali e delle successive misure discriminatorie.

Roma, Il Ghetto (Museo Nazionale Resistenza)

Roma, Il Ghetto (Museo Nazionale Resistenza)

Dal punto di vista degli studi demografici si può definire la popolazione ebraica utilizzando criteri scientifici, quali la professione religiosa, l’appartenenza nazionale, la lingua madre o fattori sociopsicologici legati alla auto-identificazione dell’individuo con la collettività ebraica e l’ebraismo. Partendo da questo presupposto, si può affermare pertanto, che la concezione di «razza» adottata dal regime fascista era del tutto priva di fondamento oggettivo perché, come ebbe a dire il demografo Sergio Della Pergola, «ebbe l’effetto di identificare e di enumerare un gruppo di persone non accomunate da una chiara particolarità comune».

Il censimento speciale del 1938 rappresenta un caso unico nella storia italiana, sia per il suo significato politico sia per le difficoltà metodologiche poste dall’assenza di criteri coerenti e scientifici nella definizione della popolazione ebraica. Questo censimento, che anticipò l’attuazione delle politiche razziste, offre una testimonianza della strumentalizzazione dei dati demografici a fini ideologici e persecutori. Il «censimento della razza» del 1938 mostrava un apparente incremento della popolazione ebraica in Italia, da 47.825 unità rilevate nel 1931 (l’ultimo censimento che accertò l’ordinaria appartenenza religiosa della popolazione italiana) a 55.103 nel 1938. Questo aumento, tuttavia, è spiegabile con distorsioni legate a conversioni religiose, prevalentemente verso il cattolicesimo, e ai matrimoni misti, che complicavano la classificazione della popolazione. Tali discrepanze mettono in luce le difficoltà metodologiche del censimento e l’uso strumentale dei dati demografici per giustificare le politiche del regime fascista.

Roma, 1923, venditrice di cappelli per donne, calzature e pellami (archivio Luce)

Roma, 1923, venditrice di cappelli per donne, calzature e pellami (archivio Luce)

Nel censimento del 1931 si contavano circa 11.600 ebrei presenti nel Lazio, quasi tutti residenti a Roma, mentre il censimento del 1938 rilevava la presenza di 11.647 ebrei presenti a Roma e provincia. Nel periodo compreso tra le due guerre mondiali, l’ebraismo italiano era già avviato verso un lento declino demografico, caratterizzato da bassi livelli di natalità e nuzialità, un progressivo invecchiamento della popolazione e un saldo naturale negativo. Questi fenomeni erano solo parzialmente mitigati da una crescente immigrazione dall’Europa centrale e orientale, dove le prime avvisaglie della persecuzione nazista stavano già spingendo gli ebrei a lasciare i propri Paesi di origine. In questo quadro generale, la comunità ebraica di Roma rappresentava un’eccezione, mostrando una maggiore vitalità demografica rispetto al resto dell’ebraismo italiano.

Gli anni della persecuzione nazi-fascista, tra il 1938 e il 1945, aggravarono profondamente questa situazione. Le deportazioni nei campi di sterminio causarono una perdita immediata e irreversibile: su 8.369 deportati, solo 979 sopravvissero, determinando la morte di 7.390 persone, pari al 16% della popolazione ebraica censita. Questo impatto fu particolarmente pesante per le comunità di dimensioni minori, dove anche piccole perdite rappresentavano danni proporzionalmente devastanti. Le difficoltà demografiche furono amplificate dal crollo della natalità e della nuzialità, dovuto alle difficoltà materiali, alla separazione delle famiglie e alla paura generata dalla persecuzione. Allo stesso tempo, l’espulsione degli stranieri e le restrizioni migratorie interruppero l’unica fonte di crescita per l’ebraismo italiano, con un saldo migratorio negativo stimato in circa 9.000 persone, pari al 19% della popolazione presente nel 1938. A questo si aggiunse un significativo fenomeno di conversione religiosa: tra il 1938 e il 1943, si dissociarono ufficialmente dall’ebraismo 5.705 persone, cui si aggiungono altri casi non documentati negli anni successivi.

Infine, la distribuzione geografica degli ebrei italiani fu alterata da fughe verso aree percepite come più sicure e, successivamente, dai trasferimenti forzati nei campi di concentramento come Fossoli e San Sabba. Questi processi non solo sconvolsero la struttura demografica e socioeconomica dell’ebraismo italiano, ma lasciarono effetti duraturi che continuarono a influenzare le comunità ebraiche ben oltre la fine della guerra.

I documenti ritrovati presso l’ASCER relativi all’ammontare della popolazione ebraica distinta per genere al 1946 stimano la popolazione ebraica di Roma intorno alle 11.282 persone di cui il 49% di sesso maschile. Secondo l’American Jewish Yearbook, nel 1948 gli ebrei romani erano circa 11.000. L’elaborazione dei dati effettuata da uno studio dell’ASCER nel 2007 ritiene che la popolazione fosse di poco superiore (11.722 persone). Nel periodo che va dal 1945 al 1965 si assiste ad un incremento della popolazione che va dalle 11.281 persone del 1945, alle 14.037 del 1965. 

Roma, Robivecchi al ghetto

Roma, Robivecchi al ghetto

Conseguenze delle leggi razziali e dell’occupazione nazista sull’economia e sulla coesione sociale dell’ebraismo romano 

Al termine della Seconda guerra mondiale, gli ebrei romani si trovarono ad affrontare una situazione drammatica, ancor più grave rispetto a quella vissuta dal resto della popolazione della Capitale. Oltre alle conseguenze devastanti di una guerra che aveva colpito tutti i cittadini italiani, la comunità ebraica romana dovette fare i conti con l’impatto delle leggi razziali e delle deportazioni imposte dai nazifascisti.

Nei primi anni 2000 non era ancora disponibile una ricostruzione dettagliata della situazione socioprofessionale della popolazione ebraica di Roma nel periodo compreso tra gli anni precedenti lo scoppio del Secondo conflitto mondiale e gli anni Sessanta. Gli autori che nel 2007 condussero ricerche sugli aspetti socioeconomici della Comunità Ebraica tra gli anni Trenta e Sessanta trovarono sorprendente questa lacuna. Ancora oggi non è chiaro se tale lavoro sia mai stato completato. Una parziale giustificazione di tale contesto va ricercata nella carente e frammentaria condizione della documentazione storico-archivistica disponibile. Ciò che è indubbio è che la struttura sociale ed economica degli ebrei romani fosse stata fortemente alterata dopo i catastrofici eventi appena trascorsi.

Per comprendere la condizione degli ebrei romani all’indomani del conflitto, conclusosi a Roma nel giugno del 1944 con la fine dell’occupazione nazista grazie all’arrivo delle truppe alleate, è necessario analizzare tutti gli eventi che influirono negativamente sulla loro economia. L’emanazione delle Leggi razziali del 1938 colpì in modo drastico e drammatico le normali attività lavorative della comunità. I dati ricavati dai censimenti della popolazione ebraica romana offrono un quadro piuttosto attendibile della struttura sociale. Gli ebrei censiti con una registrazione della loro condizione sociale e professionale ammontano a 4.055 (2.548 uomini e 1.507 donne) su un totale di circa 12.500 presenti a Roma all’epoca.

La prima parte di questa analisi si focalizza sulla condizione della popolazione femminile censita. La maggior parte delle donne risultava registrata come “atte a casa” o “casalinghe,” rappresentando il 70% del totale femminile e il 26% della popolazione complessivamente censita. Tuttavia, è opportuno considerare che non era raro un contesto in cui le donne, in particolare nel piccolo e medio commercio, collaborassero con i mariti, o i genitori, nelle attività familiari. Questa dinamica non sembra essere una peculiarità della comunità ebraica, bensì si inserisce coerentemente in una società antifemminista e segregazionista.

A sostegno di questa tesi si pongono i dati e le testimonianze dell’epoca, che delineano una società in cui, soprattutto dopo la soppressione delle associazioni sindacali, le donne impiegate presso aziende o enti pubblici rappresentavano meno del 7% delle lavoratrici censite. Si può dunque dedurre che il settore dell’artigianato, in particolare quello in cui non vi era un rapporto di subordinazione, concentrasse la maggior parte della manodopera femminile. Tra questi, il comparto dell’abbigliamento emergeva come uno dei principali ambiti di occupazione, con figure professionali quali sarte, cucitrici, camiciaie, ricamatrici e pantalonaie.

L’artigianato rappresenta il settore in cui si concentra la maggior parte delle attività lavorative degli ebrei romani. Fin da un primo sguardo sui dati disponibili si sfata, dunque, il mito dell’ebreo ricco, una figura stereotipata spesso utilizzata dalla retorica del regime e non solo, restituendo invece l’immagine di una comunità impegnata in lavori manuali, distante dalla caricatura dell’individuo avaro e dedito esclusivamente all’accumulo di ricchezze nella grande finanza. Su questo aspetto sarà utile tornare più avanti.

La comunità ebraica si configura, infatti, come una realtà prevalentemente composta da falegnami, sarti, tappezzieri, tipografi e stagnai. Tuttavia, vi è un settore che emerge in maniera significativa: il commercio al dettaglio. Piccoli negozianti, venditori ambulanti e agenti di commercio costituiscono oltre il 30% del totale degli occupati. Questo dato deve essere inserito nel contesto più ampio dell’economia romana, caratterizzata storicamente dal predominio del settore terziario, principale campo occupazionale della città. Roma, d’altronde, si configura come un vasto mercato di consumo, in cui la burocrazia e gli uffici amministrativi alimentano una domanda costante.

Un aspetto di grande rilievo riguarda la natura stessa delle attività economiche degli ebrei romani, in cui emerge una forte specializzazione in settori specifici, quali il tessile, la rottamazione, il commercio di stracci e l’antiquariato. Poco meno della metà dei commercianti ebrei non gestiva un negozio tradizionale, ma operava attraverso banchi vendita fissi o, in caso di possesso di licenza, come ambulanti. Questa configurazione economica si ricollega a un retaggio storico legato alle restrizioni e limitazioni imposte nel periodo del ghetto, che avevano canalizzato la comunità verso ambiti economici ben definiti, tramandati di generazione in generazione. L’importanza del settore tessile, in particolare, non si limita alla dimensione economica, ma si riflette anche nell’immaginario collettivo ebraico, come evidenziato nella letteratura.

9788845927713_0_0_536_0_75Un esempio significativo si trova nel romanzo La famiglia Karnowski di Israel Joshua Singer, in cui il protagonista Georg Karnowski, un celebre medico fuggito in America durante la persecuzione nazista, intrattiene un dialogo drammatico con Solomon Burak, un commerciante tessile, prima emigrato dalla Polonia alla Germania e poi negli Stati Uniti, caduto in disgrazia, costretto a ricominciare vendendo merceria porta a porta: «Dottore, non fa per voi,» disse Burak cercando di scoraggiarlo, «è un mestiere avvilente. Non potreste.» Ma Georg, con amarezza, rispose: «Bisognerà che mi adatti, signor Burak […] È la nostra professione nazionale da generazioni, il nostro destino. Nessuno può sfuggire al proprio destino». Questo scambio emblematico sottolinea il profondo legame storico e simbolico tra gli ebrei e il commercio tessile, percepito non solo come un’attività economica, ma come parte integrante della loro identità.

Nel 1938, al momento dell’introduzione delle leggi razziali, le attività commerciali al dettaglio di proprietà ebraica rappresentavano solo il 6% del totale delle unità locali dedite al commercio nella città di Roma, mentre le piccole industrie e i laboratori costituivano il 3,7%. Complessivamente, le imprese ebraiche rappresentavano il 4,4% del totale delle attività economiche cittadine.

Nei paragrafi precedenti sono emerse due linee di tendenza significative: la condizione femminile, in linea con quella del resto del Paese, e una marcata propensione verso le attività del commercio al dettaglio e dell’artigianato. Tuttavia, i dati disponibili evidenziano anche il ruolo di primo piano ricoperto dai lavoratori dipendenti, che rappresentavano il segmento più numeroso della popolazione lavorativa ebraica. Questi occupati, distribuiti tra il settore pubblico e quello privato, costituivano un quinto del totale. La categoria comprendeva impiegati di concetto, dirigenti, ragionieri e fattorini. Analizzando nello specifico la componente maschile, l’impiego subordinato costituiva il 28% del totale, superando persino il gruppo dei commercianti, benché quest’ultimo fosse caratterizzato da una composizione eterogenea.

Sebbene rappresentino numeri contenuti, tra l’1 e il 5% per ognuno dei gruppi censiti, alcune categorie professionali delineano un elemento distintivo all’interno dell’ebraismo romano: imprenditori, percettori di rendite, liberi professionisti, docenti scolastici e universitari, laureati e ufficiali militari di carriera. Questi dati, pur minoritari rispetto al quadro prevalente, testimoniano il lungo e complesso percorso che Francesco Colzi e Claudio Procaccia descrivono, con ragione, come “lento e tortuoso”. Essi raccontano di un difficile cammino verso una crescita economica e sociale le cui radici risalgono all’epoca dell’emancipazione e all’espansione delle attività intraprese durante l’era del ghetto. La progressiva emancipazione degli ebrei, avviata nelle regioni sotto il dominio asburgico e successivamente estesa al Regno di Sardegna, raggiunse anche Roma, sebbene con tempi e modalità differenti. Questo processo portò a un graduale miglioramento delle condizioni sanitarie e socioeconomiche della comunità. L’integrazione degli ebrei nei principali settori professionali, accademici e amministrativi fu rapida e significativa. Tuttavia, tale progresso fu bruscamente interrotto dall’eversione fascista, culminata nelle leggi antiebraiche del 1938, che segnò una drammatica regressione nei diritti e nelle libertà della comunità.

Una parte della popolazione romana beneficiò dell’eliminazione delle discriminazioni religiose, accompagnata da uno straordinario sviluppo demografico e da una crescente domanda di beni e servizi, che favorì in modo esponenziale il commercio. L’aumento dei redditi, sia per gli ebrei sia per i non ebrei, ebbe un impatto positivo sulle generazioni successive, le quali migliorarono i livelli di istruzione e diversificarono i propri ambiti professionali.

È opportuno sottolineare che al boom iniziale seguì una fase di stabilizzazione delle posizioni acquisite, come emerge dal confronto tra i dati della struttura socioprofessionale del 1938, alla vigilia delle leggi razziali, e quelli del censimento generale della popolazione del 1911. Da tale analisi si rileva che oltre la metà degli ebrei in età lavorativa era impiegata nel commercio e nello scambio di merci, un quinto operava nel settore industriale, includendo il piccolo e medio artigianato, mentre un ulteriore 22% lavorava nella pubblica amministrazione o nel settore privato, oppure esercitava una libera professione. 

car_pers_residuo_f15_2_corsera_leggi_raziali_1938-tDalle leggi razziali del 1938 all’occupazione nazista 

La promulgazione delle Leggi razziali del 1938 ebbe esiti catastrofici sulla comunità ebraica del Paese. Tra le conseguenze immediate si registrarono l’espulsione degli ebrei stranieri e una significativa diminuzione degli iscritti alla comunità, dovuta alle dissociazioni e ai battesimi indotti, fenomeno che si stima abbia coinvolto circa il 10% della popolazione ebraica.

Il settore commerciale fu particolarmente colpito: oltre al ritiro delle licenze, gli ebrei si trovarono a dover affrontare una serie di innumerevoli ostacoli che rendevano quasi impossibile la prosecuzione delle attività imprenditoriali. Vennero loro vietate professioni fondamentali per la sopravvivenza economica della comunità, tra cui il commercio ambulante e quello di preziosi, la titolarità di agenzie di affari, l’attività di mediazione, la vendita di oggetti sacri e la raccolta di rifiuti e rottami metallici. Tali restrizioni colpivano duramente settori in cui la comunità ebraica vantava una consolidata tradizione e competenza.

A queste misure, finalizzate a impoverire un’intera parte della società italiana, si aggiunse la confisca dei beni degli ebrei, gestita dall’Ente di Gestione e Liquidazione Immobiliare (EGELI). Quest’ultimo divenne, nel dopoguerra, uno degli attori principali delle estenuanti trattative tra lo Stato italiano e le vittime delle discriminazioni razziali per la restituzione dei beni sottratti.

registro-egeliCirca un quinto delle attività commerciali e industriali di proprietà ebraica censite a Roma e in Provincia nel biennio 1938-1939 cessò definitivamente l’attività. Gli ebrei furono espulsi dai luoghi di lavoro pubblici: persero l’impiego militari, insegnanti e dipendenti dei ministeri o della pubblica amministrazione legata all’amministrazione capitolina. I liberi professionisti furono radiati dagli albi professionali, costretti a sospendere le proprie attività o, in alcuni casi, a esercitare la professione clandestinamente.

Un elemento interessante legato alla lingua italiana introduce, inoltre, il fenomeno della “discriminazione”: il termine, in questo contesto, si riferiva a quegli ebrei che, per meriti civili, politici o militari, furono parzialmente esentati (per l’appunto discriminati) dall’applicazione immediata delle leggi razziali. Questo gruppo rappresentava il 38% degli ebrei romani.

Le autorità fasciste erano consapevoli delle gravi ripercussioni economiche derivanti dalla rimozione improvvisa di imprenditori e operatori ebrei, spesso competenti e cruciali per alcuni settori commerciali. In questo contesto assunsero particolare rilievo le società anonime, che permisero agli ebrei di proseguire, seppur in condizioni estremamente difficili, le loro attività economiche. Va precisato come questa possibilità non erano immune da ulteriori soprusi come la necessità di doversi piegare al ricatto costante di gerarchi fascisti corrotti o a individui che operavano in qualità di prestanome.

In questo contesto appare evidente come le prime vittime delle leggi razziali e delle successive misure discriminatorie siano stati gli appartenenti ai ceti meno abbienti. Questi individui, già in condizioni economiche precarie, furono ulteriormente penalizzati con l’inizio del conflitto, trovandosi mobilitati nelle attività di lavoro coatto necessarie al rafforzamento degli argini del Tevere. In totale, furono 536 gli ebrei precettati, in maggioranza venditori ambulanti, impiegati, operai e manovali.

Dopo l’8 settembre 1943, con l’occupazione nazista, lo scenario subì un drammatico peggioramento. Le attività commerciali furono sistematicamente saccheggiate, causando danni ingenti; almeno 36 ditte subirono devastazioni nei cinque mesi tra settembre 1943 e gennaio 1944. Questa volta, nemmeno le grandi aziende, che fino a quel momento avevano trovato un temporaneo rifugio nelle società anonime per sfuggire alle normative razziste del regime fascista, riuscirono a sottrarsi all’azione predatoria dei nazifascisti.

rubrica-ebrei-per-vie-sequestri-confische-egeli-1aAnche i bombardamenti alleati su Roma, in particolare quello del 19 luglio 1943 che devastò il quartiere di San Lorenzo, imposero un pesante tributo. Come evidenzia il Rapporto Generale della Commissione Anselmi, furono accertati danni per 22 imprese, testimoniando l’impatto devastante delle incursioni, che colpirono duramente un’economia già provata e vulnerabile.

Nessun danno materiale, tuttavia, poteva eguagliare la tragedia che segnò indelebilmente la storia della comunità ebraica romana nell’autunno del 1943. Il 16 ottobre di quell’anno, infatti, ebbero inizio le deportazioni degli ebrei, che si interruppero solo con l’arrivo delle truppe alleate nella capitale. Al termine dell’occupazione, il bilancio fu drammatico: circa 2.000 ebrei, appartenenti a tutte le categorie economiche e sociali, persero la vita in seguito a quelle deportazioni.

Saranno soprattutto gli scampati alle deportazioni il nucleo su cui si innestò la comunità ebraica di Roma nel dopoguerra. Chi riuscì a sfuggire inizialmente alla barbarie della caccia all’uomo si trovava ora in una Capitale più inospitale che mai. Il rischio era troppo elevato per poter proseguire qualsiasi attività lavorativa in qualsiasi forma essa potesse svolgersi. Le esigenze primarie erano ormai diventate la sopravvivenza e la ricerca di beni di prima necessità. Chi ne aveva la possibilità si trovò costretto a vendere ciò che era rimasto delle risorse familiari; oro e gioielli venivano scambiati in cambio di cibo e rifugio sicuro. Una condizione che, in modo fisiologico, avvantaggiò soprattutto i percettori di rendite, capaci di fronteggiare le difficoltà materiali in misura maggiore rispetto alla moltitudine di diseredati braccati durante i mesi dell’occupazione nazista.

Nel giugno 1944 ebbe inizio la liberazione e il conseguente recupero di una popolazione lacerata dagli eventi, in un contesto economico profondamente segnato dagli anni di guerra. Per comprendere lo stato della comunità ebraica, è utile rivedere le cifre fornite dalla Comunità Israelitica di Roma (il nome “Comunità Ebraica” diverrà ufficiale solo nel 1985), in una statistica elaborata dalla sua amministrazione. Tra i dati emergono la presenza di 300 capi familiari indigenti, 95 sopravvissuti ai campi di sterminio, 457 minori orfani e 6.300 individui, questi ultimi in maggioranza stranieri. 

Roma 1961, Anziani davanti a un fruttivendolo al ghetto (Archivio Luce)

Roma 1961, Anziani davanti a un fruttivendolo al ghetto (Archivio Luce)

La ricostruzione

L’immediato dopoguerra nell’Italia liberata non fu semplice. Occorreva ripartire da zero, ricostruire in un contesto in cui le macerie non erano solo materiali, ma anche psicologiche. I legami sociali prebellici risultavano sfibrati, e la cicatrice del 16 ottobre 1943 appariva probabilmente insanabile. Ogni conflitto porta con sé la distruzione di relazioni sociali e commerciali, ma nel caso della Comunità Ebraica di Roma si sommavano gli anni e gli effetti della normativa fascista. La nuova amministrazione statale, dal canto suo, non rispose con immediatezza nel promuovere la reintegrazione degli ebrei nei posti di lavoro dai quali erano stati espulsi, né nell’avviare un processo di risarcimento per i beni confiscati e gestiti dall’EGELI.

Il quadro generale romano raccontava di una città che fino ai bombardamenti del luglio 1943 non aveva assunto gli aspetti drammatici di altre aree della penisola. Con la caduta del fascismo e l’occupazione nazista la città si fermò, come di colpo. Scrive Italo Insolera in Roma moderna: 

«Gli autobus, i filobus, i tram cessarono di funzionare uno dopo l’altro e comparvero le camionette; le file si spostarono dai negozi ai marciapiedi dove la borsa nera, sempre più tollerata, si preparava a quella specie di monopolio del commercio che assunse dopo il 4 giugno 1944. Nei grandi alberghi di via Veneto ai comandi tedeschi succedevano quelli alleati: l’ufficiale americano Charles Poletti assumeva l’amministrazione militare e speciale della città e a Roma iniziava, lentamente, il dopoguerra, anche se il fronte era ancora a poche decine di chilometri».

In quello stesso autunno si completò il passaggio dall’amministrazione alleata a quella italiana, non senza difficoltà. Tra i principali problemi vi era il ruolo del Governatorato, la struttura giuridica e amministrativa istituita dal regime, che ora il nuovo corso democratico, in virtù dei propri valori, doveva sopprimere per la sua palese incompatibilità. Come gli altri cittadini, anche gli ebrei romani, quindi, si trovavano a dover dialogare con un nuovo Stato e con una nuova amministrazione locale.

Roma, 1961, insegna del negozio Veroli in via del Tempio (Archivio Luce)

Roma, 1961, insegna del negozio Veroli in via del Tempio (Archivio Luce)

Uno dei primi cambiamenti che interessarono l’economia romana riguardò il settore industriale: la fine della guerra comportò lo smantellamento dell’industria bellica senza che fosse avviato un processo di riconversione. Molte aziende preferirono chiudere, licenziando gli operai, oppure trasferirsi altrove. Nonostante il ruolo trainante dell’edilizia, al pari del commercio, la Roma del primo dopoguerra si presentava come una città in cui la presenza di una moltitudine di disoccupati in cerca di lavoro non era affatto un’eccezione. Un contesto dal quale gli 11.300 ebrei censiti a Roma in quegli anni non rimanevano immuni.

Le fonti archivistiche disponibili non forniscono un quadro completo e accurato delle professioni esercitate dagli ebrei negli anni immediatamente successivi alla guerra. Gli studi condotti fino ad oggi hanno prodotto una sintesi basata sull’incrocio di due diverse fonti archivistiche: il registro dei matrimoni conservato presso l’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma e lo Schedario Anagrafe del Novecento, custodito nel medesimo archivio. Le ricerche pubblicate hanno evidenziato come «sia rimasta una sostanziale stabilità nella struttura socioprofessionale della comunità ebraica nell’arco di quasi trent’anni, con la preponderanza delle attività commerciali e dei servizi che permane anche dopo la fine del conflitto». È vero, d’altro canto, che l’economia italiana si stava orientando verso un rafforzamento del settore dei servizi e del commercio. Proprio quest’ultimo rappresentava il principale ambito di impiego per i nuovi nuclei familiari con capofamiglia maschio di origine ebraica, spesso impegnati come negozianti, venditori ambulanti o rappresentanti. Una percentuale che si attestava intorno al 70%, con un incremento di trenta punti rispetto al periodo prebellico. Sebbene tale dato risenta dell’età media al momento del matrimonio, è plausibile ritenere che il commercio rappresentasse sia un rifugio sicuro sia un compromesso necessario, in un contesto caratterizzato da minori opportunità lavorative in altri settori.

Roma 1961, Negozio di materasso al Ghetto (Archivio Luce)

Roma 1961, Negozio di materasso al Ghetto (Archivio Luce)

Negli anni ‘60, tuttavia, il dato si assestò intorno al 55% confermando uno scarto positivo rispetto alla prima metà del secolo. L’analisi dei dati disponibili evidenzia un ulteriore elemento di interesse: il peso relativo dei negozianti sul totale degli uomini iscritti subisce un calo, mentre si registra un lieve incremento nella percentuale dei lavoratori dipendenti, con cifre non troppo distanti da quelle del periodo prebellico. Questa dinamica può essere attribuita a una caratteristica peculiare del contesto romano, sede della pubblica amministrazione in tutte le sue molteplici declinazioni, dall’amministrazione locale a quella statale, con le loro rispettive ramificazioni.

Se per gli uomini il ritorno ad una parvenza di normalità non fu semplice, per le donne la situazione non era migliore. Le donne, in una dinamica tipica dei periodi postbellici destinata a ridimensionarsi gradualmente, persero il lavoro in misura superiore rispetto agli uomini. Nel 1965, la percentuale di casalinghe tra le donne che contrassero matrimonio risultava analoga a quella delle “donne di casa” censite nel 1938, mentre nel 1945 era sensibilmente più alta (93%). A distanza di quasi trent’anni (1938-1965), dunque, l’occupazione femminile registrò cambiamenti minimi. Ciò si spiega, in parte, con l’introduzione di nuove tecnologie che semplificavano le attività domestiche e con l’aumento progressivo dei salari, che consentivano a molte donne di dedicarsi interamente alla gestione familiare e alla valorizzazione del ruolo materno.

Roma, Urtisti (venditori di souvenir) a piazza san Pietro (@Moked)

Roma, Urtisti (venditori di souvenir) a piazza san Pietro (@Moked)

Nell’Italia che cambia volto dopo il ventennio del regime, il Paese che va incontro al miracolo economico rimane comunque un posto dove la Comunità Ebraica è meno coinvolta. La fine della guerra rappresentò la ripresa di un lento cammino di crescita che era iniziato con la soppressione del ghetto e che venne interrotto con il fascismo e con il conflitto mondiale. Gli anni del boom economico ebbero comunque effetti positivi su una comunità che, nonostante le tragedie del conflitto e delle persecuzioni, mantenne sostanzialmente intatta la propria struttura socioeconomica. In particolare, il settore del commercio, tradizionalmente significativo per gli ebrei romani, ne trasse notevoli benefici. Un riscontro efficace di questa tesi emerge dall’analisi dei redditi dichiarati dagli iscritti al momento dell’adesione alla comunità. Tuttavia, dagli stessi dati emerge come il livello reddituale medio della comunità ebraica romana fosse significativamente inferiore alla media nazionale, un indicatore delle difficoltà nel ripristinare la struttura economica e sociale nel periodo immediatamente successivo alla guerra.

Roma, 1961, Negozi e passanti al ghetto (Archivio Luce)

Roma, 1961, Negozi e passanti al ghetto (Archivio Luce)

La configurazione socioeconomica della collettività ebraica capitolina, nel periodo compreso tra il dopoguerra e gli anni del boom economico, si distingue per la predominanza di piccoli e medi commercianti e impiegati nei settori pubblico e privato. Parallelamente all’aumento dei redditi, si registrava un miglioramento generale dell’istruzione. È significativo notare come, sino al 1965, il fenomeno dell’analfabetismo fosse quasi inesistente tra gli ebrei italiani, i quali presentavano un grado d’istruzione generalmente superiore rispetto alla popolazione non ebraica, pur mantenendosi su livelli inferiori rispetto agli ebrei di altre città come Milano e Torino, soprattutto per quanto riguarda l’istruzione universitaria. Il numero dei liberi professionisti all’interno della comunità romana rimase nondimeno più basso rispetto a quello dei commercianti, e significativamente inferiore rispetto ad altre comunità ebraiche italiane. Questa caratteristica si rifletteva anche in un minor numero di imprenditori, influenzato dal contesto economico meno dinamico della Capitale rispetto alle città del Nord Italia.

Le trasformazioni economiche ebbero ripercussioni positive anche sul piano abitativo. Nel dopoguerra, si consolidò un fenomeno iniziato dopo l’emancipazione, che vide un progressivo allontanamento degli ebrei dal centro storico, in particolare dall’area dell’ex ghetto, verso nuove zone residenziali. Molti si trasferirono nei quartieri a nord della città, oltre che nelle aree Gianicolense e Portuense, seguendo le trasformazioni urbanistiche di Roma. Questo spostamento abitativo fu accompagnato da una redistribuzione delle attività commerciali.

Le attività economiche si adattarono alle mutate condizioni urbane e demografiche. L’aumento della popolazione, dovuto anche a una significativa immigrazione, generò una maggiore domanda di beni di largo consumo, incentivando l’apertura di nuovi esercizi. Gli ebrei romani, da sempre attivi nella distribuzione commerciale, seppero sfruttare le opportunità offerte dal rapido sviluppo economico e urbano della Capitale, contribuendo al dinamismo di una città che partecipava pienamente alla crescita industriale e dei servizi su scala nazionale. 

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
Riferimenti bibliografici
Aa.Vv. (1997). Storia d’Italia. Annali. Vol. 11/2 – Gli ebrei in Italia: dall’emancipazione a oggi (C. Vivanti, a cura di) Torino: Einaudi.
Abulafia, D. (1997). Gli ebrei in Sardegna in Storia d’Italia (Vol. Gli ebrei in Italia: dall’emancipazione a oggi (C. Vivanti, A cura di) Torino: Einaudi.
Barozzi, F. (Il ritorno alla vita: vicende e diritti degli ebrei in Italia dopo la Seconda guerra mondiale). L’uscita degli ebrei di Roma dalla clandestinità  (M. Sarfatti, a cura di) Firenze: Giuntina.
Bensoussan, G. (2007). Il sionismo: una storia politica e intellettuale, 1860-1940 (Vol. II). Torino: Einaudi.
Carpi, D. (1997). Il movimento sionistico in Storia d’Italia. (Vol. Annali – Gli ebrei in Italia: dall’emancipazione a oggi). (C. Vivanti, a cura di) Torino: Einaudi.
Colzi, F., & Procaccia, C. (2004). 2. L’economia di Roma e la Comunità ebraica dall’emancipazione alle leggi razziali (Vol. Gli effetti delle leggi razziali sulle attività economiche degli ebrei nella città di Roma (1938-1943)),  (C. R. Roma, A cura di) Roma: Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Roma.
Colzi, F., & Procaccia, C. (2007). 3. Aspetti socioeconomici della comunità ebraica romana dalle leggi razziali al miracolo economico (1938-1965) in La comunità ebraica di Roma nel secondo dopoguerra – Economia e società (1945-1965) . (A. s. Roma, A cura di) Roma: Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Roma.
D’Amico, G. (2006). Quando l’eccezione diventa norma: la reintegrazione degli ebrei nell’Italia postfascista. Torino: Bollati Boringhieri.
D’Amico, G. (2023). Riparare i danni: I perseguitati dai fascismi in Austria, Francia, Germania, Italia – Sottrazioni, Restituzioni, Indennizzi. Milano: Le Monnier.
Debenedetti, G. (2015). 16 ottobre 1943 , Torino: Einaudi.
Del Regno, F. (2001). Tendenze politiche, religiose e culturali nella comunità ebraica di Roma tra il 1936 e il 1941 (Vol. Ebrei: identità e confronti.). Firenze: Giuntina.
Della Pergola, S. (1981). Appunti sulla demografia della persecuzione antiebraica in Italia. La rassegna mensile di Israel, 120-137.
Della Pergola, S. (2023). Essere ebrei oggi: continuità e trasformazioni di un’identità. Bologna: Il Mulino.
Foa, A. (2009). Diaspora: storia degli ebrei nel Novecento, Roma; Bari: GLF Editori Laterza.
Foa, A. (2018). La famiglia F., Roma; Bari: Laterza.
Foa, A. (2021). Portico d’Ottavia 13: Una casa del ghetto nel lungo inverno del ‘43. Roma; Bari: Laterza.
Foa, A. (2022). Gli ebrei in Italia: i primi 2000 anni, Roma; Bari: Laterza.
Fubini, G. (1978). La condizione giuridica dell’ebraismo italiano: dal periodo napoleonico alla Repubblica. Firenze: La nuova Italia.
G., F. (2022). Storia della Brigata ebraica: gli ebrei della Palestina che combatterono in Italia nella Seconda guerra mondiale, Torino: Einaudi.
Gagliani, D. (2004). Il difficile rientro. Il ritorno dei docenti ebrei nell’università del dopoguerra, Bologna: CLUEB.
Guerrieri, V. (2016). La comunità ebraica di Roma dopo la seconda guerra mondiale (1944-1950): Problematiche economiche, giuridiche e sociali. «La Rassegna mensile di Israel», 82: 101-124.
Insolera, I. (2011). Roma moderna: da Napoleone 1. al 21. secolo, Torino: Einaudi.
Levi, P. (2016). Opere Complete (M. Belpoliti, a cura di), Torino: Einaudi.
Loparco, G. (2004). Gli ebrei negli istituti religiosi a Roma (1943-1944). Dall’arrivo alla partenza, “Rivista di storia della Chiesa in Italia”, 58: 107-210.
Luzzato, A. (1997). Autocoscienza e identità ebraica (Vol. Storia d’Italia. Annali), (C. Vivanti, a cura di), Torino: Einaudi.
Pavan, I. (2015). Le Holocaust Litigation in Italia: storia, burocrazia e giustizia (1955-2015) (Vol. Nei tribunali: pratiche e protagonisti della giustizia di transizione nell’Italia repubblicana ), (G. Focardi, & C. Nubola, a cura di), Bologna: Il Mulino.
Pavan, I. (2022). Le conseguenze economiche delle leggi razziali, Bologna: Il Mulino.
Pavan, I., & Schwarz, G. (2001). Gli ebrei in Italia tra persecuzione fascista e reintegrazione post-bellica, Firenze: Giuntina.
Picciotto Fargion, L. (1979). L’occupazione tedesca e gli ebrei di Roma, Roma: Carocci Editore.
Piperno, G. J. (1970). Fermenti di vita giovanile ebraica a Roma. Durante il periodo delle leggi razziali e dopo la liberazione della città. (Vol. Scritti in memoria di Enzo Sereni: saggi sull’ebraismo romano).,(D. Carpi, A. Milano, & U. Nahon, A cura di) Gerusalemme: Fondazione Sally Mayer.
Polacco, V. (2016, 02 05). 4 giugno 1944: La foto inedita. Una nuova testimonianza. Tratto il giorno 12 07, 2024 da Moked: https://moked.it/blog/2016/02/05/4-giugno-1944-%C2%AD-la-foto-inedita-una-nuova-testimonianza
Roma, A. S. (A cura di). (2007). Aspetti socioeconomici della comunità ebraica romana dalle leggi razziali al miracolo economico (1938-1965) (Vol. La comunità ebraica di Roma nel secondo dopoguerra : economia e società (1945-1965)). Roma: CCIAA Roma.
Sabatello, E. F. (1970). Aspetti economici ed ecologici dell’ebraismo romano: prima, durante e dopo le leggi razziali 1928-65 (Vol. Scritti in memoria di Enzo Sereni: saggi sull’ebraismo romano), (D. Carpi, A. Milano, & U. Nahon, a cura di) Gerusalemme: Fondazione Sally Mayer.
Sarfatti, M. (1998). (1998). Il ritorno alla vita: vicende e diritti degli ebrei in Italia dopo la Seconda guerra mondiale, Firenze: Giuntina.
Schwarz, G. (2004). Ritrovare sé stessi: gli ebrei nell’Italia postfascista, Roma; Bari: Laterza.
Segre, V. (1985). Storia di un ebreo fortunato, Milano: Garzanti.
Sereni, C. (1993). Il gioco dei regni, Firenze: Giunti.
Sestrieri, G. (2023). Breve storia dell’Organizzazione Sanitaria Ebraica (OSE) (Vol. Fra trauma e memoria : le ricerche di Mordko Tenenbaum nella comunità ebraica di Roma.). (E. Campelli, A cura di) Roma: Cangemi.
Shazar, Z. (1970). Enzo Sereni (Vol. Scritti in memoria di Enzo Sereni: saggi sull’ebraismo romano), (D. Carpi, A. Milano, & U. Nahon, A cura di) Gerusalemme: Fondazione Sally Mayer.
Singer, I. J. (2013). La famiglia Karnowski, Milano: Adelphi.
Sonnino, A. C. (2023). La comunità ebraica di Roma nel secondo dopoguerra. Una difficile elaborazione dei traumi. (Vol. Fra trauma e memoria : le ricerche di Mordko Tenenbaum nella comunità ebraica di Roma.), (E. Campelli, A cura di) Roma: Cangemi.
Sonnino, A. C. (2023). La comunità ebraica di Roma nel secondo dopoguerra. Una difficile elaborazione dei traumi. (Vol. Fra trauma e memoria : le ricerche di Mordko Tenenbaum nella comunità ebraica di Roma) (E. Campelli, A cura di) Roma: Cangemi.
Spizzichino, D. (2007). Le trasformazioni demografiche della comunità ebraica di Roma (1945-1965) (Vol. La comunità ebraica di Roma nel secondo dopoguerra : economia e società (1945-1965)), (A. S. Roma, A cura di) Roma: CCIAA Roma.
Tagliacozzo, M. (2003). Attività dei soldati di Eretz Israel in Italia (1943-1946). Il corpo ausiliario dei soldati palestinesi nell’armata di liberazione inglese. «La Rassegna mensile di Israel», 69.
Toaff, E., & Elkann, A. (2001). Essere ebreo, Milano:  Bompiani.
Toscano, M. (2004). Ebraismo e antisemitismo in Italia: dal 1848 alla guerra dei sei giorni, Milano: Franco Angeli.
Toscano, M. (2018). L’abroazione delle leggi razziali in Italia, 1943-1987: reintegrazione dei diritti dei cittadini e ritorno ai valori del Risorgimento,41 L’abrogazione delle leggi razziali in Italia. Roma: Senato della Repubblica.

 _____________________________________________________________

Stefano Bellu, laureato in Scienze della Comunicazione presso l’Università Roma Tre con una tesi in Storia Contemporanea sullo strappo del Partito Comunista Italiano da Mosca, ha conseguito successivamente una laurea in Storia presso l’Università di Bologna, con una tesi in Storia dell’ebraismo dedicata alla ricostruzione del tessuto socioeconomico della Comunità ebraica di Roma dopo la Seconda Guerra Mondiale. Da oltre quindici anni è attivamente impegnato nella promozione del diritto allo sport per migranti forzati attraverso l’associazione Liberi Nantes. In precedenza, ha collaborato con l’UISP di Roma nell’ambito dello sport e delle politiche sociali. Dal 2016 lavora all’interno del sistema camerale, dove si è occupato di progetti per la digitalizzazione delle piccole e medie imprese e di assistenza tecnica alla pubblica amministrazione in materia di proprietà industriale.

______________________________________________________________

 

Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly and PDF
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Società. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>