L’autobiografia è sempre stata considerata un genere letterario dedicato all’indagine del sé, un viaggio introspettivo nella memoria individuale. Tuttavia, quando la storia personale di un individuo si intreccia indissolubilmente con la storia di una collettività oppressa o in lotta, l’autobiografia trascende il suo scopo originale e si trasforma in un potente strumento di militanza. Non è più un semplice racconto del passato, ma un atto politico consapevole, una testimonianza che dà voce agli invisibili e che sfida le narrazioni storiche dominanti.
In questa prospettiva, Nadia Gallico Spano impiega l’autobiografia come mezzo per una causa collettiva. La sua memoria non è solo un ricordo, ma un dovere etico. Per Paul Ricoeur, la memoria del singolo non è mai isolata, ma è intrisa delle memorie degli altri [1]. L’autobiografia militante incarna perfettamente questa idea, perché trasforma il ricordo di un’esperienza soggettiva – la clandestinità, la persecuzione – in un’azione di memoria per una comunità più ampia, spesso priva di una voce propria.
In questo genere letterario, la scelta di cosa ricordare e come raccontarlo è un atto politico. Scrivere non è solo “rivivere”, ma anche “combattere”. L’autobiografia diventa un’arma contro l’oblio e un manifesto per la libertà. La scrittura di Gallico non è soltanto un’indagine, ma un’affermazione di esistenza e un’eredità di lotta.
Nadia Gallico Spano (Tunisi 1917 – Roma 2005) non è stata solo una partigiana e una delle prime donne a entrare nel Parlamento italiano, ma anche una testimone cruciale della lotta antifascista. Sposata con l’importante politico Velio Spano, ha vissuto in prima persona la Resistenza, trasformando la sua esperienza in un’eredità storica. La sua autobiografia, Mabrùk. Ricordi di un’inguaribile ottimista, è un’opera di grande valore storico e letterario. Attraverso le sue pagine, Gallico Spano non si limita a narrare la propria vita, ma utilizza i suoi ricordi per dare voce all’eroismo di un’intera comunità e per trasmettere il valore incrollabile dell’impegno politico e della solidarietà.
La voce dell’antifascismo in Tunisia
L’antifascismo italiano in Tunisia, tra gli anni ‘30 e ‘40, non fu un blocco monolitico, ma un mosaico di esperienze, ideali e sacrifici. Attraverso una “cartografia di genere” che esplora l’autobiografia e le testimonianze di Nadia Gallico Spano nel suo libro Mabrúk. Ricordi di un’inguaribile ottimista (2005) è possibile decifrare una voce distintiva che, pur convergendo nella lotta comune, manifesta percorsi, tattiche e approcci profondamente plasmati dalla sua identità di genere. La sua autobiografia non è semplice resoconto storico, ma un vero e proprio atto di scrittura militante, in cui la narrazione stessa diventa parte della lotta politica e rivela le sfumature di un impegno vissuto in modo profondamente personale.
Una “cartografia di genere”
Attraverso la sua autobiografia, proveremo a creare una cartografia di genere della militanza, per mostrare come Nadia Gallico Spano, pur condividendo l’ideale antifascista, abbia seguito rotte e affrontato sfide in modo singolare.
Il concetto di “cartografia di genere” serve a spiegare come le esperienze e le memorie storiche siano state profondamente modellate dai ruoli di genere. In altre parole, non è solo una metafora. Si tratta di “mappare” i percorsi che donne e uomini hanno intrapreso all’interno dello stesso contesto storico, per scoprire che le loro strade erano molto diverse. Nonostante l’obiettivo comune, le donne si muovevano in territori, attraverso reti e con modalità di azione differenti.
La voce femminile e la narrazione della clandestinità
L’autobiografia di Nadia Gallico Spano, figura centrale del movimento e della lotta antifascista, si configura come uno spazio in cui la sfera privata viene rivendicata come luogo di lotta. La sua narrazione esplora la dualità di una militanza che si è dovuta radicare nella quotidianità e nel contesto familiare, trasformando la casa e le relazioni personali in un’arma di resistenza. Nata in una famiglia borghese di avanguardia, crebbe in un ambiente profondamente laico e politico, nel quale prevaleva una cultura italo-francese e un forte impegno antifascista. Nadia fu costretta a scontrarsi persino con i pregiudizi all’interno del suo stesso movimento, dovendo dimostrare ai fratelli di essere idonea all’adesione al Partito e di possedere le capacità politiche necessarie. Ella testimonia: «[…] i nostri fratelli non ci consideravano alla pari. Qualche volta avevo aiutato Loris a correggere le bozze e a fare lavoretti simili, ma a lui non era neppure venuto in mente che Diana e io fossimo in grado di aderire al Partito» [2].
Eppure, proprio lei divenne la figura chiave della clandestinità dopo l’arresto del marito, Velio Spano. La sua autobiografia testimonia le sue azioni di messaggera e intermediaria, compiute con un’astuzia tutta femminile:
« […] arrivata nei pressi della casa, infilai a zig zag tre stradine secondarie per assicurarmi che nessuno seguisse lo stesso strano itinerario, poi bussai nel modo convenzionale […] presi l’abitudine di guardarmi intorno, di scrutare la gente, di fare percorsi strani per evitare di essere seguita, di portare con me solo quello che entrava nella borsa, di stare sempre all’erta» [3].
Il suo racconto, ricco di dettagli personali, rivela una militanza che si è svolta tra incarichi difficili, la gravidanza, e la maternità. La sua “prepotenza”, come la definiscono le figlie (in un’intervista rilasciatami nel 2015), divenne uno strumento politico, dimostrato dall’aneddoto in cui «scosse come un albero di prugne» l’alto funzionario Lafont per salvare i compagni dalla deportazione: «Lafont aveva ricordato il colloquio avuto con me con le seguenti parole: “elle m’a secoué comme un prunier”, […] e l’espressione mi aveva divertita [4]». La sua è la storia di una militanza che si confronta con il corpo, la maternità, la famiglia e la cura, ma che usa queste stesse identità per scopi rivoluzionari. Il suo sacrificio fu immenso: dopo la liberazione, rimase separata dalle sue figlie per quasi due anni, per continuare la lotta e la ricostruzione del partito in Italia. La sua autobiografia, di conseguenza, non è un semplice resoconto di fatti, ma un’analisi profonda del costo umano e personale di un impegno politico che non lascia spazio alla vita privata.
La resistenza dell’ottimista
Nel suo libro autobiografico Mabrúk. Ricordi di un’inguaribile ottimista, Nadia Gallico Spano restituisce un ritratto vivido e commovente della Tunisia multietnica e antifascista della prima metà del Novecento. La sua non è solo la storia di una militante, ma la testimonianza di una comunità variegata – italiani, francesi, ebrei e musulmani – unita dalla comune avversione all’avanzata del nazifascismo.
La sua famiglia, di origini ebraiche e profondamente antifascista, divenne un vero e proprio porto sicuro per i perseguitati politici. La solidarietà era un imperativo umano, un atto quotidiano che trascendeva la semplice azione politica: accogliere e sostenere chi era braccato significava trasformare le case in rifugi sicuri e in luoghi di incontri clandestini, creando una rete di mutuo soccorso tanto invisibile quanto efficace.
Gallico Spano sottolinea con forza il ruolo cruciale delle donne in questa rete di resistenza. Nelle sue memorie, emerge una solidarietà femminile straordinaria: grazie alle donne fu possibile organizzare le fughe e poi garantire una rete di assistenza molto efficace (nessuno dei fuggitivi fu mai catturato). Attraverso gesti semplici e coraggiosi – dallo scrivere indirizzi sulle buste dei volantini al nascondere notizie – le donne diventarono le vere tessitrici di una comunità in azione. L’attivismo quotidiano si manifestava in ogni gesto, anche nell’atto materno di allattare i figli degli altri clandestini, un gesto che unisce l’umanità alla politica in un’espressione di totale dedizione.
La voce femminile: strategia, sacrificio e solidarietà
Eppure, proprio le donne furono la “spina dorsale” della militanza clandestina. Donne come Vera Disegni Boccara seppero mimetizzarsi perfettamente nel ruolo di “mogli borghesi”, trasformando la casa in un rifugio per compagni condannati a morte e usando la propria posizione sociale per organizzare una rete di solidarietà indispensabile [5]. La casa di Vera, a Montfleury, non era solo una dimora, ma una base operativa per nascondere latitanti come Michelino Rossi e Clé Attal.
La solidarietà femminile raggiunse una dimensione che era al contempo politica e profondamente corporea. Il fenomeno della mutua assistenza per l’allattamento, come testimoniato dalle figlie di Simone Vais, Anita e Alice, creò un legame indissolubile tra le militanti. L’allattamento dei figli delle compagne detenute da parte di altre madri fu una pratica che superò la semplice amicizia, creando una specie di fratellanza che teneva unite le donne del gruppo.
Al pari di Vera Disegni, Simone Bessis Vais incarna la figura della militante che, pur provenendo da un ambiente altoborghese, sceglie la lotta con una devozione fideistica. La sua ascesa a ruoli di dirigenza, la sua leadership nell’Union des Femmes de Tunisie (UFT) e il suo coraggio dimostrano che la militanza femminile non si limitò al supporto logistico. L’episodio in cui Simone, durante un interrogatorio, usa la sua bambina di pochi mesi per destare scompiglio e disarmare i poliziotti è l’emblema di come le donne seppero usare il proprio ruolo e la propria identità di genere come un’arma inaspettata [6].
La vita in clandestinità, che lei e il suo compagno Velio Spano affrontarono per evitare arresti e condanne, è descritta con un senso di palpabile urgenza. L’intera esistenza era una fuga costante, un’esistenza segreta resa possibile solo grazie all’eroismo silenzioso della rete antifascista.
Il titolo stesso del libro, Mabrúk – che in tunisino significa “benedetto” – è un inno alla speranza. È un augurio di benedizione che si eleva in tempi bui, un omaggio a una terra che, nonostante le tensioni e i pericoli, seppe essere luogo di convivenza, lotta e solidarietà. Attraverso le sue pagine, Nadia Gallico Spano dimostra come la narrazione personale possa diventare un potente strumento per restituire la storia di una comunità che ha messo la vita al servizio della libertà.
La narrazione di Nadia Gallico Spano, pur appartenendo alla lotta antifascista, rivela una voce distintiva e necessaria. La sua scelta di scrivere un’autobiografia si configura come un atto militante finale: un modo non solo per documentare la storia, ma anche per rivendicare il proprio ruolo al suo interno. La sua autobiografia è un testo che reclama lo spazio privato come arena di lotta, mettendo in primo piano la solidarietà, il sacrificio personale e l’uso strategico del ruolo di donna e madre.
Questa narrazione dimostra che la storia della militanza non può essere compresa pienamente senza considerare il ruolo che il genere ha giocato nel plasmare le esperienze individuali. La sua autobiografia è una vera e propria “cartografia di genere” che svela non solo la strada percorsa, ma anche il modo in cui questa memoria è stata costruita e tramandata, offrendo a noi, oggi, la possibilità di ricostruire un quadro più completo e fedele della complessità e della ricchezza dell’antifascismo italiano in Tunisia.
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
[*] Testo presentato al Convegno della IV edizione di Matabbia: Da una riva all’altra, da una lingua all’altra, da un immaginario all’altro: Scritture migranti italiane nel Mediterraneo, Marsiglia, 11-13 settembre 2025.
Note
[1] Cfr. P. Ricoeur. La memoria, la storia, l’oblio, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2003.
[2] N. Gallico Spano, Mabrùk. Ricordi di un’inguaribile ottimista, Cagliari, AM&D Edizioni, 2005: 130.
[3] Ivi: 158.
[4] Ivi: 203.
[5] Si veda in merito la nostra pubblicazione: Italiane di Tunisi, dette “le Tunisine”: destini incrociati, storie di vita e di militanza tra Tunisia, Francia e Italia, in L. Faranda (a cura di) Non più a sud di Lampedusa. Italiani in Tunisia tra passato e presente, Roma, Armando ed., 2016: 69-83.
[6] Ho indagato questa tematica in un altro articolo, Simone Bessis: una militante comunista tra Tunisia e Italia, in C. Russo (a cura di) Cartografie liquide. Il Mediterraneo e le relazioni tra Italia e Tunisia, Roma, Carocci ed., 2024: 106-116.
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Rym Lajmi, PhD Storia, cultura e religioni. Maître assistante, Sezione d’italianistica dell’Università La Manouba, membro del laboratorio di ricerca Régions et Ressources patrimoniales (LR99ES23) e dell’Archivio della Memoria degli Italiani in Tunisia. Pubblicazioni: Le vie del sacro e la gelosia mistica: un modello di santità al femminile; Simone Bessis: una militante comunista tra Tunisia e Italia (2024); The Italian Women of Tunisia: Affinities and Cultural Divides Within a Framework of Militant Activity in Tunisia (2025); Storia e silenzio sui racconti di vita e di militanza femminile, in corso di pubblicazione: Naġra ou la jalousie mystique dans le soufisme féminin en Tunisie, La cooperazione Unione Europea-Tunisia per l’affermazione dei diritti delle donne, Portraits et engagements de femmes en Tunisie dans les luttes féministes, antifascistes et pour l’indépendance.
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