CIP
di Rossano Pazzagli
L’aria della città rende liberi. Così si pensava nell’antica Grecia e così recitava un proverbio tedesco del medioevo, ripreso ancora ai primi del ‘900 da Max Weber che alludeva alla conquista della libertà tramite la cittadinanza [1]; così si è creduto fino al grande esodo rurale dell’età contemporanea. In una società prevalentemente rurale, i contadini che si trasferivano in città potevano liberarsi dai vincoli di subordinazione del mondo feudale. Si andava in città per evadere da un mondo duro e ingiusto, per cercare fortuna, per sperare in un destino migliore, spesso trovando in realtà altro disagio e solitudine. Così in parte avviene ancora nell’epoca attuale, se pensiamo alle moltitudini di individui soli che nelle città cercano di sbarcare il lunario, magari raccattando le briciole di una società urbana consumistica e distratta. Così è stato soprattutto nell’esodo rurale novecentesco, che ha interessato l’Italia dal sud al nord, soprattutto dopo la metà del ‘900, un fenomeno di vasta portata che sta sullo sfondo dell’opera di Nuto Revelli.
Alla metà del ‘900 l’Italia era ancora in gran parte un Paese contadino, con quasi la metà della popolazione attiva ancora assorbita dal settore primario. Poi, nell’arco di un quindicennio, l’Italia mutò il suo volto e da Paese prevalentemente agricolo divenne un Paese industriale, mentre si venivano affermando stili di vita sempre più centrati sulle città e l’urbanizzazione. Per le campagne italiane ciò ha significato una progressiva perdita di lavoratori, imprese, peso economico, superficie coltivata, dignità sociale e valori culturali. In questo senso la storia delle campagne italiane nel secondo ‘900 può essere sintetizzata in un lungo addio al mondo rurale. L’abbandono delle campagne – noto come esodo rurale – e il mutamento del paesaggio agrario sono le espressioni più eloquenti di questa grande trasformazione, contrassegnata da una consistente riduzione del numero degli addetti e da una senilizzazione del settore, con una crescente marginalizzazione delle aree rurali, a partire da quelle montane e collinari.
Contemporaneamente, la letteratura, l’arte e il cinema cominciavano a celebrare, anche quando ne parlavano in positivo, il bel mondo perduto e la malinconia per qualcosa che se ne stava andando. Il ‘900 è un secolo cominciato con l’agricoltura come settore prevalente dell’economia e della società e si è chiuso con le campagne abbandonate, ripiegate su loro stesse, trascurate o aggredite, molto spesso ferite e talvolta derise. «Una storia in discesa – come la definì Italo Calvino, anticipando altri artisti e studiosi – in cui a poco a poco i paesi di montagna e di collina si spopolano, le campagne più alte vanno in sfacelo, gli abitanti scendono man mano a valle» [2]. Potremmo aggiungere molte testimonianze, da Piovene a Soldati, da Pasolini allo stesso Revelli, da Emilio Sereni a Lucio Gambi: scrittori, registi, giornalisti, storici, geografi e antropologi che guardavano a quel silenzioso e imponente esodo agricolo che tra il 1950 e il 1970 segnò il tramonto dell’Italia contadina, alimentando i connessi processi di urbanizzazione e litoralizzazione della popolazione. Si trattava di un fenomeno di vasta portata, che si svolse innanzitutto sul versante sociale, ma che era legato anche a motivi di ordine economico. Attratti dalle possibilità di lavoro del settore industriale e dall’aria libera delle città, spinti da diffuse condizioni di arretratezza e dalla grave carenza di servizi e infrastrutture nelle campagne, fuggendo quell’odor di stalla vissuto come inferiorità sociale, furono soprattutto i giovani a lasciare l’agricoltura, con la conseguenza di un invecchiamento degli addetti e di crisi della struttura familiare dell’azienda agraria.
In tanti casi si prendeva la via dell’emigrazione. Quando andava bene – nelle aree dove sorgevano nuclei industriali – ci si spostava a corto raggio e le campagne diventavano «dormitorio di pendolari e rifugio dei vecchi e degli scarti» come scriveva impietosamente Revelli [3].
Il panorama del lavoro e delle imprese agricole fu sconvolto: i lavoratori agricoli diminuirono di quasi 5 milioni nel periodo 1951-1971, mentre nel solo decennio 1961-1970 il numero delle aziende diminuì di circa 700.000 unità e altre 300.000 circa scomparvero negli anni ’70. Gli occupati in agricoltura scesero dal 43 per cento del 1951 al 25 per cento del 1965, e tale percentuale era destinata a diminuire ancora. Non si trattava soltanto di un cambiamento economico, ma soprattutto di una trasformazione sociale e culturale. Si modificava nettamente anche il modello insediativo ed abitativo: “dal podere all’appartamento”, ha sintetizzato efficacemente Corrado Barberis, che ha parlato anche di un modello italiano dell’esodo, in virtù del quale sarebbero stati i “forti” ad uscire dall’agricoltura (giovani, settentrionali, uomini alfabetizzati, ecc.), mentre i soggetti più deboli tendevano a restare (anziani, donne, meridionali, analfabeti…) [4]. Finiva un’epoca, si fratturava anche la memoria, perfino quella della Resistenza a cui i contadini avevano dato un contributo di rilievo, come ricorda nell’opera revelliana Beppe Macario del Malandré, cioè che la nostra guerra partigiana è passata sopra al nostro mondo contadino, senza lasciare dei segni profondi, senza incidere [5].
Quando uscì Il mondo dei vinti erano i tempi in cui, in varie regioni italiane, a partire dal Centro-Nord, cominciarono a nascere i musei della civiltà contadina come riprova materiale della fine di un mondo di cui andavano salvati la memoria e i valori di fondo [6]. Nella seconda parte degli anni ‘70 si affacciava però anche un fenomeno nuovo: giovani disoccupati, braccianti agricoli e contadini riuniti in cooperative divennero assegnatari di terre incolte o insufficientemente coltivate. Si trattava dei primordi di un fenomeno di riscoperta della terra da parte di ristretti gruppi urbani, che si esplicherà più diffusamente verso la fine del secolo, con l’agriturismo, il vino, qualche attività di nicchia. Dopo tante partenze, faceva capolino qualche impulso al ritorno.
Quello che sembrava un addio, un tramonto definitivo del mondo agricolo e della ruralità italiana si è rivelato anche qualcos’altro. Negli ultimi decenni la fine del mito del progresso e della crescita illimitata, il peggioramento della qualità della vita nelle città più grandi, l’emergere della questione ambientale e, infine, la pandemia da coronavirus hanno spinto verso una rivalutazione del mondo rurale, prima di carattere culturale e poi anche a livello pratico con l’instaurarsi di processi di ritorno, legati alla multifunzionalità dell’agricoltura, alle produzioni tipiche, all’agriturismo, alla ricerca di nuovi stili di vita, di terre sane e alla ricostruzione del rapporto città-campagna. Questo movimento si è sviluppato in parallelo con una sempre più marcata preoccupazione per la qualità e la salubrità delle produzioni agricole, di cui la diffusione dell’agricoltura biologica e biodinamica, dell’agriturismo e delle produzioni tipiche rappresentano i segni più eloquenti. Nella scia di una conversione sostenibile dell’agricoltura sta emergendo un insieme articolato di esperienze, macro e micro territoriali, che passano dalla resistenza al modello industriale e alla mercificazione dei valori d’uso ad una proposta di “ruralizzazione ecologica”, allargando gli spazi di quello che è stato chiamato “il diritto alla campagna” [7].
Si tratta di fenomeni quantitativamente ancora limitati, ma qualitativamente significativi. Riacquistano così una nuova centralità le aree interne o depresse, le economie contadine, il paesaggio agrario, le aziende di piccole e medie dimensioni ingiustamente marginalizzate dal modello di sviluppo contemporaneo. Di fronte alla crisi strutturale di quel modello si è fatta strada, storiograficamente e in parte anche politicamente, una nuova attenzione per le aree interne, che costituiscono la maggior parte del territorio italiano [8].
Anche la pandemia del Covid, potente acceleratore delle contraddizioni del modello di sviluppo dominante a livello mondiale, e l’incombere del cambiamento climatico hanno contribuito a riaprire la via verso la campagna, verso i paesi, le colline e le montagne che costituiscono gran parte dell’Italia. Un movimento verso quelle che possiamo chiamare le terre alte o “le terre sane” [9]. Siamo su un tema centrale della storia italiana: quello del rapporto città-campagna e centro-periferia, in cui la città veniva vista come punto di arrivo e la campagna come punto di partenza. Possiamo quindi chiederci, in conclusione: è ancora vero che l’aria della città rende liberi come si pensava nel mondo greco, in quello medievale e fino alle soglie dell’età industriale? Oggi che la città, in particolare la sua forma metropolitana, ha assunto la forma di un contenitore di vincoli e di un sistema di vita per molti aspetti caotico, oppressivo e poco salutare, il mondo rurale può aspirare a rappresentare la libertà e la salute.
Il rapporto con la natura, il paesaggio come specchio della qualità della vita, la prossimità delle relazioni sociali, la salute e la dignità del lavoro agricolo rimandano al valore della libertà così come si è venuto formando nel corso del tempo. Libertà è un termine polisemico e storicamente mutevole: libertà positiva e libertà negativa, libertà degli antichi e libertà dei moderni, libertà dalle regole e libertà nelle regole. La visione di una libertà rurale, frutto di una combinazione di valori naturali e antropici, ancorata a regole morali non scritte, può essere oggi il terreno su cui ricostruire un legame corretto tra individui e società. «L’uomo è nato libero, ma ovunque è in catene», sosteneva Jean-Jacques Rousseau, il più democratico degli illuministi. Quello del ‘700 era un mondo ancora prevalentemente agricolo e le campagne apparivano il teatro principale di questa sottrazione di libertà, il regno della subordinazione. Il mondo industriale le ha sfruttate e marginalizzate, senza restituirgli la libertà. Nel ‘900 il forte incremento demografico, la tecnologia e il dilagare dei modelli di vita urbani e consumistici hanno portato ad un sempre maggiore dominio della città sulla campagna, un dominio che è sfociato anche nella loro separazione.
Nel mondo postindustriale, nella crisi strutturale del modello capitalistico-globale urbanocentrico, impauriti da una pandemia e dal cambiamento climatico, un ripensamento si è reso necessario. Le campagne possono tornare ad essere l’ambito per la sperimentazione di nuovi modelli di vita, di nuove forme economiche, sociali e politiche. La vita in campagna e nei piccoli centri può rappresentare il laboratorio di una nuova libertà, lo spazio comunitario dove si può tornare a respirare. È una nuova tendenza, in qualche misura già in atto. Affinché ciò non resti un fenomeno transitorio, una fuga mossa dalla paura o dalle ossessioni, una parentesi, è importare capire una cosa: che bisogna cambiare paradigma, che i problemi delle campagne o delle aree interne non possono essere affrontati e risolti applicandovi lo stesso modello che le ha marginalizzate; occorre un lavoro educativo, formativo e capillare di promozione culturale e politica di nuovi stili di vita, che coniughino salute, dignità e libertà. Un nuovo approccio, che a ben guardare già ci suggeriva Nuto Revelli quando scriveva, a margine delle sue interviste contadine, che non dobbiamo essere né nostalgici della società contadina tradizionale, né turisti che amano trascorrere il weekend in campagna: «mi interessa il passato – diceva – in quanto mi aiuta a capire la società di oggi» [10].
Non siamo ancora in presenza di un coerente modello alternativo, ma si possono intravedere in certe pratiche locali, e timidamente anche in qualche politica, le condizioni per una rinascita del mondo rurale, ispirato da un ribaltamento dell’antico motto che ora potrebbe suonare così: l’aria della campagna rende liberi.
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
Note
[1] M. Weber, La città, Bompiani, Milano1985, ed. or. 1922.
[2] I. Calvino, Riviera di Ponente, “Il Politecnico”, n. 21, 16 febbraio 1946.
[3] N. Revelli, Il mondo dei vinti. Testimonianze di vita contadina, Torino, Einaudi, 1977: XXVIII.
[4] C. Barberis, Le campagne italiane dall’Ottocento a oggi, Roma-Bari, Laterza, 1999: 498.
[5] N, Revelli, Il mondo dei vinti, cit.: LIX.
[6] L. Gambi, I musei della cultura materiale, in Campagna e industria. I segni del lavoro, Touring Club Italiano, Milano, 1981: 194-195.
[7] I. Agostini, Il diritto alla campagna. Rinascita rurale e rifondazione urbana, Ediesse, Firenze, 2015.
[8] Aree interne. Per una rinascita dei territori rurali e montani, a cura di M. Marchetti, S. Panunzi, R. Pazzagli, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2017; E. Borghi, Piccole Italie. Le aree interne e la questione territoriale, Donzelli, Roma, 2017.
[9] R. Pazzagli, Un Paese di paesi. Luoghi e voci dell’Italia interna, Pisa, ETS, 2021: 178-182.
[10] N, Revelli, Il mondo dei vinti, cit.: XXVI.
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Rossano Pazzagli, insegna Storia moderna e Storia del territorio e dell’ambiente all’Università del Molise, è direttore della Scuola di Paesaggio “Emilio Sereni” all’Istituto Alcide Cervi e dirige anche la Scuola dei Piccoli Comuni di Castiglione Messere Marino (Ch). Esponente della Società dei territorialisti, direttore della rivista di storia e scienze sociali “Glocale”, è autore di numerosi articoli e libri sulla storia del mondo rurale, del paesaggio e delle aree interne, tra i quali i recenti volumi La nobile arte. Agricoltura, produzione di cibo e di paesaggio nell’Italia moderna (Pacini) e Un Paese di paesi. Voci e luoghi dell’Italia interna (ETS).
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