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L’architettura del ricordo. Memorie ricostruite, memorie esperite, memorie tradite

copertinadi Davide Miccione

Che il tempo presente sia un tempo di crisi e di inquietudine è evidente a chiunque non sia in qualche modo pagato per negarlo. Meno evidente è quale sia il nucleo di questa crisi, come la si possa, ancor prima che combatterla, nominarla e coglierla concettualmente. Questa mancanza di chiarezza si palesa, a contrario, nel successo di quegli autori che provano a schematizzare e battezzare (società liquida, ipermoderno ecc.) l’epoca in cui viviamo. Negli ultimi anni però, sempre più numerose sono le voci che indicano questa crisi tale da avere al proprio centro il collasso cognitivo e culturale contemporaneo, il trionfo dell’ignoranza e dell’incultura. Tra queste voci, ormai espresse in una bibliografia che si fa sempre più folta, le più avvertite mettono in evidenza, tra i molteplici elementi, la fine del senso storico, l’incubo di vivere in un eterno presente che anestetizza le nostre menti, che le rende incapaci di cogliere le distinzioni e le differenze e dunque, a farla breve, di pensare. La storicità, la memoria, il senso del divenire storico, culturale, sociale sono gli aspetti da cui partire per analizzare la crisi, per difendere il difendibile e progettare un possibile miglioramento.

Il compito di salvare la memoria, condivisa e personale, o perlomeno di dare l’allarme per la sua scomparsa, è però compito troppo ampio per poterlo caricare sulle sole spalle degli storici o dei filosofi giacché questa perdita di memoria tocca ogni campo e ogni disciplina. Ogni aspetto della vita quotidiana e della vita pubblica appare rinsecchita, schiacciata, oppressa dalla fine della profondità temporale. Se il collasso della storicità del nostro vedere e della nostra memoria riguarda ogni campo, in ogni campo sarà necessario ritrovare una sensibilità minima almeno in grado di cogliere le profonde radici del problema.

A ricordarci la complessità della memoria, i vari modi in cui essa può dirsi e le possibilità di operare per scorgerla e tutelarla cade dunque perfettamente a taglio il nuovo libro di Sebastiano D’Urso, Le forme della memoria. Artifici mnemotecnici nel progetto dello spazio pubblico (Malcor D’ edizioni 2018), dove il tema della memoria individuale e collettiva viene messo in relazione con il progetto architettonico e più in generale con quello spazio pubblico e urbano che ovunque, ma soprattutto in Europa, non può che rimandare a questa infinita stratificazione di culture e stili entro cui ci muoviamo.

Sebastiano D’Urso docente di progettazione architettonica e studioso che ha sempre cercato il confronto con altri saperi, altri metodi, altri sguardi, mette in campo tutta la sua sensibilità e la sua curiosità per delineare i tratti di un tema che per alcuni versi fa corpo con la vita stessa nella sua interezza. Un tema che trova dunque nell’architettura, in questo caso, il bandolo della matassa ma che all’architettura non può essere confinato.

Ma, sebbene l’interdisciplinarità sia diventata una di quelle parole passe-partout che ben risuonano nei progetti e nelle presentazioni, di rado si son dati periodi meno propensi di questo al confronto tra i saperi, fosse solo per gli occhiuti guardiani universitari ormai preposti alle valutazioni che vigilano se la produzione di uno studioso non sfori in alcun modo i rigidi confini disciplinari. D’Urso, rimanendo studioso d’architettura e anzi meno di altri simulando vocazioni da tuttologo, ha però messo a frutto in questi anni la propria notevole sensibilità culturale per gettare ponti tra percorsi di studi diversi fin dalla partecipazione alla fondazione e redazione tra il 2000-2005 della rivista interdisciplinare Perelandra e ai vari volumi collettanei da lui curati o che comunque vedono la sua collaborazione (I confini del progettare, Sullo stile, Processo alla complessità tra i titoli) dove, lungi dal rinserrarsi in compagnia dei colleghi, D’Urso ha richiesto il confronto su precisi temi con filosofi, storici dell’arte, fisici teorici eccetera. Un buon ruolino di marcia per affrontare l’oggetto del volume.

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Menmosine, mosaico d’ertà romana

Le forme della memoria, dopo aver segnalato la portata del tema: «sull’importanza della memoria per l’essere umano si sono spese le migliori intelligenze di ogni epoca da Platone a Socrate, da Sant’Agostino a Locke, da Bruno a Heidegger. La memoria è associata all’uomo dalla notte dei tempi», ne analizza brevemente ma accuratamente i collegamenti e le connessioni, le contraddizioni e i paradossi. D’Urso mostra il nesso tra memoria e oblìo, ricordando come quella che chiamiamo memoria sia il risultato di una “decimazione” per dir così, di tutto ciò che ci siamo trovati ad esperire. La memoria è ciò che resta di una grande dimenticanza, solo così può essere utile per la vita. Non meno rilevante si mostra il nesso tra memoria e identità (perfino biologicamente, vedendo il dna come memoria), una identità di cui non si tacciono i pericoli del concetto qualora la si pensi in modo rigido e essenzialista, diventando “ossessione identitaria” (come ci mette in guardia Remotti), mentre D’Urso ricorda che «l’identità è assai difficile da definire perché è mutevole ma deve restare sempre la stessa nella medesimezza. È questo il paradosso dell’identità. Non è fissa, statica, ma è dinamica, cangiante. Cambia con il tempo e tuttavia è quella cosa in assenza della quale l’uomo si sente spaesato, disorientato». Proprio la memoria che muta e seleziona, nel suo eterno lavorìo, nel suo diuturno trascegliere, assicura del resto la plasticità dell’identità.

Nel capitolo “Mnemotecniche del progetto” D’Urso ricorda come le nove muse che sovrintendono alle varie espressioni dell’intelligenza ed espressione umana siano tutte figlie di Mnemosine, la memoria, e che ad essa quindi tutte chiedano aiuto; ciò simboleggerebbe la consapevolezza della fragilità e insufficienza della memoria umana e ben si legherebbe alla presenza, nella cultura occidentale, dello sviluppo di teorie e “terapie” della memoria, appunto le mnemotecniche, presenti dai Sofisti a Bruno, che oggi vedono le proprie aspirazioni schiacciate nel paradosso di una memoria individuale che neurologicamente declina con l’invecchiare della popolazione e una memoria tecnologica che si fa sempre più opprimente e ingestibile per la mente umana.

Le forme della memoria connette la memoria individuale a quella collettiva, dei popoli, delle città, degli stili, ne vede niccianamente il pericolo di diventare culto della memoria storica e schiacciare la possibilità del nuovo (pericolo improbabile al giorno d’oggi) e quello, a noi più vicino, di eliminare l’identità eliminando la memoria; cita la memoria strumentale, quella che ci “raccontiamo” perché ci fa comodo, e quella critica che vogliamo coltivare proprio perché è scomoda e ci tiene vigili, quella del corpo e quella che costituisce lo spazio facendone qualcosa di più di una mera estensione geometrica.

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Gibellina, il Cretto di Burri

In queste connessioni D’Urso va progressivamente avvicinandosi al nucleo del libro, al rapporto tra costruzione e memoria tentando di tassonomizzare i diversi incontri che un’architettura del ricordo cerca di realizzare con la memoria collettiva. Sebbene l’autore correttamente faccia notare come vi sia una sorta di dimensione olistica del progetto tale da comprendere insieme i vari tipi di memoria, in ogni caso alcuni progetti enfatizzano, simboleggiano, esprimono meglio alcune intenzioni mnemotecniche più di altre. Così il volume ci mette di fronte alle “memorie riemerse”, alle “memorie ricostruite”, alle “memorie rievocate”, alle “memorie tradite” eccetera, e di ognuna di queste memorie ci mostra la diversa accentazione e il loro esemplarsi nei diversi progetti architettonici che analizza e, si potrebbe dire, a cui dà la parola. I progetti raccontati nel volume appartengono alle diverse parti del mondo anche se vi è un particolare riguardo alla cultura mediterranea, soprattutto alla Sicilia (dove Sebastiano D’Urso vive) e alla Spagna, cultura entro cui si è parzialmente formato e di cui si è fatto in più casi prezioso traduttore.

Ogni progetto raccontato nel volume ci mette di fronte a una concezione della memoria collettiva, del ruolo dell’architettura e dei modi per interpretarlo; ogni tipologia ci tocca come una possibilità diversa che D’Urso ci mette davanti di recuperare la memoria collettiva. Dalla Chiesa madre di Salemi, nelle “memorie ricostruite”, che mostra nel suo rifiuto di farsi apocrifa, falso storico, la non reversibilità del tempo ma anche la tenacia con cui il tempo lascia le sue tracce, ai Cretti di Gibellina (“memorie esperite”) e alle varie interpretazioni (non tutte positive) che il gesto artistico-architettonico di Burri ha portato con sé. Infine le “memorie tradite”, i cui progetti, analizzati con attenzione da D’Urso, fanno perlopiù corpo con un postmodernismo visto come ciò che

 «cambia il significato della storia, decretando definitivamente la fine di ogni senso di continuità e di ogni memoria storica mentre però, allo stesso tempo, affina la capacità di saccheggiare dalla storia singoli brani, eventi estetici puntuali che vengono assorbiti nel presente costruendo un’estetica formalmente eclettica che assume dal passato, in modo assolutamente arbitrario, una varietà di elementi che mescola a piacimento».

Chiudendo il libro non si può fare a meno di pensare, di fronte alla stenosi concettuale contemporanea che ci costringe, nel migliore dei casi, a scelte rozze e binarie tra conservazione antiquaria e innovazione viste entrambe come valori in sé, che proprio questa grande varietà di tipologie e di progetti, questa attenzione alle sfumature della memoria collettiva e ai modi di richiamarla che D’Urso mette in campo, sia la vera ricchezza di questo libro. Ricordare allora, potrebbe essere non solo un dovere o un bisogno ma un piacere e un incontro con se stessi ad un più alto livello di elaborazione e di espressione.

Dialoghi Mediterranei, n. 42, marzo 2020

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Davide Miccione, saggista, filosofo, ha insegnato in corsi universitari. Si occupa di pratica e consulenza filosofica, ha diretto per conto di Phronesis la formazione e per più di un decennio l’omonimo semestrale. Codirige la collana “Scrittori e pensatori siciliani del Novecento” per le edizioni di Lettere da Qalat di Caltagirone (CT). Tra i suoi ultimi volumi Lumpen Italia. Il trionfo del sottoproletariato cognitivo, 2015; Manlio Sgalambro. Breve invito all’opera, 2017; Lezioni private di consulenza filosofica, 2018; Ascetica da tavolo. La svolta pratica della filosofia e il bene comune, 2019.

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