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L’approdo è l’altro: Giosuè Calaciura e l’Ammiraglio

cover-8di Nicola Grato 

Dove il sogno dell’oro ha creato mendicanti di un senso

Che galleggiano vacui nel vuoto affamati d’immenso

Là babeliche torri in cristallo già più alte del cielo

Fan subire al tuo cuore uno stallo come a un Icaro in volo

Dove da una prigione a una luna d’amianto “l’uomo morto cammina”

Dove il Giorno del Ringraziamento, il tacchino in cucina

E mentre sciami assordanti d’aerei circondano di ragnatele

Quell’inutile America amara leva l’ancora e alza le vele.                                  

                                       (Francesco Guccini, Cristoforo Colombo)

Solo che sogno o favola poco è diverso. Non è sogno tutto quanto si racconta, s’inventa o si riporta, per voce, per scrittura o in un altro modo, d’una vicenda d’ieri, di oggi o di domani, d’una vicenda possibile o fantastica? È sempre sogno l’impresa del narrare, uno staccarsi dalla vera vita e vivere in un’altra. (Vincenzo Consolo, Le pietre di Pantalica)

Rileggiamo un passo di Wright Mills, nella traduzione che ne dà Maria Gregorio, sul ruolo di artisti e intellettuali, un piccolo “promemoria” carico di suggestioni, a nostro avviso: «L’artista e l’intellettuale indipendenti sono tra le poche personalità rimaste in grado di opporsi e di combattere la normalizzazione, e quindi la morte delle cose che vivono di vita autentica. Una percezione vigile oggi implica la capacità di smascherare continuamente e infrangere gli stereotipi del giudizio e dell’intelligenza, di cui le odierne comunicazioni [ossia gli odierni sistemi di rappresentazione] ci sommergono»  [1]. Questo passo rimonta al 1944 ed è interessante perché l’intellettuale, chi scrive, dipinge, insegna nelle scuole, canta, suona, è persona che si sporca le mani, che vive la vita di persone e cose, figura ben lontana dal chierico teorizzato da Benda [2].

 Archivi di sperdute parrocchie, racconti popolari, lettere e diari scritti dai cosiddetti “semicolti” hanno fatto breccia nella cultura accademica, la “public history” entra ad opera di volenterosi intellettuali di paese nelle aule scolastiche, nei musei: «In passato si potevano accusare gli storici di voler conoscere soltanto le “gesta dei re”. Oggi, certo, non è più così. Sempre più essi si volgono verso ciò che i loro predecessori avevano taciuto, scartato o semplicemente ignorato. “Chi costruì Tebe dalle sette porte?” chiedeva già il “lettore operaio” di Brecht. Le fonti non ci dicono niente di quegli anonimi muratori: ma la domanda conserva tutto il suo peso» [3].

Nel 2005 le storiche Isabel Aguirre e Consuelo Varela ritrovarono nell’archivio di Simancas le 23 testimonianze giurate sul governo di Cristoforo Colombo e dei suoi fratelli a Santo Domingo, il cosiddetto “dossier Bobadilla”[4], dal nome dell’inquisitore reale che nel 1500 venne incaricato di indagare sull’ammiraglio. Anche da queste testimonianze, e poi dalle caverne o grotte marine profonde della poesia di Melville, Cervantes, D’Arrigo, oltre che da un metodo di ricerca che è essenzialmente amore per la verità e per l’umanità, muove la scrittura rigorosa di un intellettuale indipendente, refrattario alle mode letterarie e alle pose da maestro, ovvero Giosuè Calaciura, che nel suo ultimo libro, L’Ammiraglio [5], ci presenta quel noto navigatore genovese che convinse la corona spagnola a finanziare le sue spedizioni/conquiste: «Ci presentarono un marinaio. Conoscevamo quell’uomo di mare, straniero, avvolto senza grazia nel mantello di velluto regalo della regina. Mai ne aveva posseduto uno. Adesso lo esibiva insieme alle carte della sua nuova dignità» [6].

9788875633950_0_0_0_0_0Prima pirata, adesso Ammiraglio del mare Oceano, Cristoforo Colombo è assetato d’oro e di potere, figura complessa e sfaccettata, mistico e avido d’oro, colonizzatore e ladro di spezie (rapinerà una caravella genovese a Londra), bugiardo e infido coi suoi stessi marinai ben prima di diventare ammiraglio, folle hidalgo impazzito per troppo mare e troppo sale come già il Chisciotte per troppo sole e troppa letteratura, ha un’idea fissa e maniacale: arrivare al favoloso Oriente di Marco Polo attraverso la rotta occidentale. È il Mediterraneo del XV secolo un grande porto brulicante di persone, merci, pesci; marinai poverissimi imbarcati a forza per scontare pene, debiti col fisco, danze di coltello negli angiporti. Colombo è ossessionato dal mare e dall’oro, la sua mente mette a fuoco attraverso la lente del mito e delle carte del Toscanelli l’obiettivo del guadagno e del latrocinio, come Achab è pronto a sacrificare barche, lance, uomini per arrivare al suo scopo, è pronto al “folle volo”. È spesso colto da visioni mistiche l’ammiraglio: «quel delirio lo prendeva anche durante la navigazione impedendogli l’onore e l’onere del comando. Era costretto a ricorrere a subalterni esperti e di fiducia, impermeabili alle minacce e alle lusinghe dell’equipaggio, capaci di non derogare di un grado dalla rotta originaria da lui stesso stabilita. Restava disteso, rapito, a guardare l’ordito dei legni che sosteneva il cassero del suo comando interdetto»[7].

La figura di Colombo “esce” così dalla penna di Calaciura, si fa presente a noi dentro un contesto così preciso che noi possiamo vedere e, per dirla con Stefano D’Arrigo, «vedere con gli occhi della mente», cioè la potenza visionaria della vera poesia, la sua prima scaturigine dal mito. È un personaggio carico di sfumature il Colombo di Calaciura, avvolto nel mantello di velluto lo immaginiamo carico di tutte le concrezioni marine delle sue navigazioni, maledetto come il Pequod calafatato d’ossi di pesci, oscuro come barca che nella notte furtivamente navighi sotto costa, pronta a derubare, conquistare, sbarcare uomini pronti allo stupro e alla guerra. Sono gli stessi suoi marinai che nel romanzo poema di Calaciura raccontano “dal basso” il loro ammiraglio; sono marinai fondamentalmente fedeli al loro Ammiraglio, che possiede la pietra filosofale delle carte del Toscanelli. Fedeli a Colombo come Sancho al Cavaliere dalla triste figura: «Sancho, fai la prova che ti ho detto e non curarti d’altro, poiché tu non sai cosa siano i coluri, le linee, i paralleli, lo zodiaco, le ellittiche, i poli, i solstizi, gli equinozi, i pianeti, i segni, i punti, le misure di cui si compone la sfera celeste e terrestre…» [8].

Il narratore usa la tecnica della regressione per farci entrare nella sua storia senza boria, accompagnandoci in un percorso di conoscenza “ritmica” e poetica di un mondo così lontano e così vicino al nostro. Un mondo piccolo di piccolo cabotaggio, ma un mondo feroce in cerca di espansione attraverso la colonizzazione mascherata da scoperta, lo stupro delle culture altre vestito da “conversione”. Un piccolo mondo votato allora come ora al profitto. Uno dei suoi sacerdoti è proprio Cristoforo Colombo, il bugiardo impostore che sapeva leggere: «leggeva durante le navigazioni, leggeva mentre ordinava di cambiare bordo, leggeva nella burrasca e nella calma dei porti in attesa dell’imbarco. Leggeva misurando l’angolo delle stelle. Nessuno di noi aveva quel dono. Ci facevamo bastare la matematica pratica delle dita delle mani per comprendere le quarte di bussola, per valutare i profitti al netto delle spese, per sommare le botti d’acqua da imbarcare dividendole per la sete di ciascuno, pane biscotto e galline per la nostra fame» [9].

Il potere sa come insinuarsi tra il popolo, tra gli ultimi e i diseredati della Terra. È un refolo di vento che appena si ascolta nelle stanze fresche e riparate dei palazzi reali, è l’ombra appena di un progetto di conquista che viene sussurrato alle orecchie di dignitari di corte, manovalanza di giardinieri reali, fabbri e muratori e fino alle povere case di contadini e pescatori. È diventato troppo piccolo il lago Mediterraneo per i progetti di espansione della Spagna e del Portogallo, occorre andare più in là, puntare un’antenna a mare sdrucciolevole sempre, fare di un gioco e di un’avventura da fiaba il nuovo orizzonte “più in là”.

Palos è città di laguna, di palude, coi suoi moli e le sue barche, “l’Atlantico immenso di fronte”; è un tempo di mutamenti: siccità e grandini improvvise, bonacce e pesche miracolose, tempeste inusitate che costringevano i marinai a cercare riparo nel primo porto disponibile, i porti stessi squassati dai venti, barche e gomene avviluppate in un mortale abbraccio, carene schiodate, legni in putrefazione, pure il Crocifisso di legno della chiesa di san Giorgio è tarlato fino al midollo: cadrà rovinosamente in terra durante la festa del Corpus Domini del 1492 riducendosi in polvere. Segni e sintomi di un disastro, della fine del vecchio mondo? E Palos? Un porto da cercare, parafrasando Melville che si riferiva a Nantucket, sulle carte geografiche; è un cantuccio, un angolo remoto della potenza spagnola affacciato sulla prateria del mare oceano. Come Nantucket, anche Palos è abitata da eremiti del mare, pescatori e marinai che a notte immaginiamo come gabbiani con le ali ripiegate nel sonno delle maree. E quali sogni sognano i palensi? Sono sogni disturbati dal vento e questo vento sferraglia come un esercito in marcia: i soldati della Corona esigono per conto delle loro maestà imperiali che i palensi, in cambio del condono dei loro crimini pirateschi e dei tributi mai saldati, mettano a disposizione i loro navigli per l’Impresa guidata dall’Ammiraglio.

A nulla vale fuggire quando il Destino chiama. Bisogna partire, fare vela. È coprifuoco a Palos, lo sperone di ferro reale è sulla cittadina, ogni fuga o ribellione è repressa con violenza. I marinai sono costretti a calafatare e rimettere in piedi vecchie caravelle, usano un trucco: lasciano fessure, piccoli scandagli, e pertugi dai quali il mare potrà entrare per un naufragio indotto appena dopo la partenza. Se ne accorge l’Ammiraglio Colombo: è il vecchio mondo che non ne vuole sapere di scoprire nuovi mondi. È questo il momento in cui cambia per sempre la storia del Mondo, è una frattura e non un ponte, è il viaggio delle tre caravelle dai nomi così noti e così sconosciuti ai marinai di Palos, che le conoscevano coi nomi ben più noti e familiari delle prostitute che ne allietavano la vita raminga per i mari. È prostituzione il potere, è nascondimento fascinoso della verità, è sprezzo del bene. È il potere che nella chiesa di san Giorgio benedice questo viaggio di conquista nei lazzi dell’equipaggio che a Niña, Pinta e Santa Maria sostituisce rispettivamente i nomi di Santa Clara, della prostituta Pinta di Palos e della gallega Marigalante, donna invocata nello sconforto e nella solitudine del mare.

11«Dio non partì con noi. Nonostante avessimo riempito il ventre della Marigalante – chiedo scusa a coloro che la conoscono col nome di Santa María – dei legni e dei chiodi per farne croci provvisorie da piantare sulle spiagge degli sbarchi. E con noi non vennero neanche preti e sacerdoti. Sarebbero partiti più tardi» [10]. Dio non accompagna il folle volo dell’uomo, egli è solo davanti alla propria sete di scoperta e di conquista ma ammannisce fedi, riti, usanze che possano giustificare la razzìa; nessun dio parte sugli aerei che bombardano o sui carri armati che asfaltano Gaza per ridurla a riviera per miliardari. Abbandonato il porto, ogni nave è in pericolo, e il pericolo è la bonaccia, il mare piatto e folle, il dio della mania e della “mortale immobilità” di conradiana memoria: «Con l’ancora a pelo d’acqua, e invelata fino alle cime degli alberi, la mia nave sembrava immobile come un modellino d’imbarcazione sopra un levigato marmo pieno d’ombre e riflessi. Nell’enigmatica stasi delle immense forze del mondo, non v’era modo di distinguere la terra dall’acqua. Fui colto da un’improvvisa impazienza» [11]. Lungo è il viaggio, incerta la meta, costellato di pericoli il vasto deserto d’acque dell’oceano: un’eruzione vulcanica è tristo presagio, fastidiante il tentativo d’abbordaggio di caravelle portoghesi in quella che fu la guerriglia marina del XV secolo tra lusitani e spagnoli. Infine, Guanahanì/San Salvador, la croce del Signore e la bandiera reale piantate sul suolo della terra conquistata.

Un racconto a più voci ci ridona una prospettiva nuova del viaggio iniziato il 3 agosto 1492: la voce di Alonso Morales, carpentiere che osserva la precarietà del fasciame della Marigalante, ci racconta di una improvvisa e provvida isola che però si rivela essere un bianco capodoglio, un vecchio bianco capodoglio che secoli dopo avrebbe incontrato Achab nel suo folle volo. Poi la voce dell’assassino Bartolomé de Torres che racconta la storia del gambero nella caraffa che noi sentiamo così vicino alla figura ungarettiana di Mohammed Sceab; Juan de la Cosa, timoniere della Marigalante la cui voce che narra delle favole raccontate dall’Ammiraglio alla ciurma per dare coraggio e fare passare il tempo, ci rammenta i nostalgici versi di Franco Scaldati “incontro alla sera” nello spettacolo “Totò e Vicè”: scurò, chi pena, avissimu pututu fari tanti cosi… “Ahi, Velasquez non ti avessi mai seguito…”.

Altro Oceano, limitato da altre sponde
Ed altro cielo vi si vede, d’altra natura
Altro bestiame, altri frutti e verzura
E la terra abitata da altra gente. 

Così lo storico e naturalista spagnolo e primo cronachista delle Indie Gonzalo Fernandez de Oviedo y Valdés. Giunto in questo lembo di terra, l’Ammiraglio Colombo ha in testa, come ha scritto Mondher Kilani, «la ripartizione biblica del mondo in tre continenti, l’Europa, l’Africa e l’Asia, abitati rispettivamente dai discendenti di Jafet, Cam e Sem, i tre figli di Noè», e, ancora, il suo precipuo interesse era «raggiungere il regno di Gengis Khan veleggiando verso ovest, fare incetta d’oro e rilevare le coordinate del paradiso terrestre» [12]. Come poi de las Casas, Acosta e Michele da Cuneo, anche per l’Ammiraglio il confronto con gli abitanti dell’isola è essenzialmente modellato sulle proprie granitiche certezze: sulla Bibbia, l’antico Egitto, il mondo arabo musulmano. Così verranno paragonati gli imponenti edifici dei nativi alle piramidi, alle moschee, i lama alle pecore e ai cammelli.

Giovanni da Verrazzano

Giovanni da Verrazzano

Nella sua Lettera a Pier Francesco de’ Medici, Giovanni da Verrazzano descriverà i brasiliani “in absentia” rispetto ai modelli occidentali, dei quali nulla essi hanno, né fedi, né leggi, né costumi. Il viaggiatore/conquistatore detiene il potere di nominare e rinominare i luoghi di approdo secondo le proprie ben salde credenze; ha il potere di vedere e di scriverne poi, “traslando” fatti, accadimenti, storie, persone da un punto all’altro del mondo. La poesia non giudica, ha parole per mostrare orrore e splendore, come fa il viandante di Rilke coi fiori della genziana. Ci mostra la poesia la parola prima, quella che crea dalla terra e trae all’esistenza. In questo senso il romanzo di Calaciura non è “antropologico” ma profondamente poetico, parla alle viscere attraverso un montaggio di storie, esperienze, visioni. È un poema del mare, questo Ammiraglio, apparentabile in linea diretta a Melville e agli estensori anonimi dei libri biblici.

Leggendo L’Ammiraglio si ha netta la sensazione che luoghi e personaggi ci riguardino, ma non solo dal punto di vista culturale, ma anche da un punto di vista geografico. Sono spazi della nostra quotidianità, sono sguardi, suoni, orrori del nostro oggi. L’essere umano che mette a morte un altro essere umano, chi si mette al petto la medaglia del civilizzatore e fa per questo strame di leggi, culture, carni umane. Il viaggio di Colombo possiamo compierlo affacciandoci al balcone e sentendo gli emigrati di ritorno dall’America parlare in una lingua mista di dialetto e americano, nella stessa strada ascoltare Zinah parlare in arabo con le figlie. Non siamo in una grande città, ma in un piccolo paese. Come possiamo fare esperienza di questi continui attraversamenti di frontiere, così facciamo esperienza dell’orrore, della sopraffazione dell’uomo sull’uomo: il colonialismo israeliano e americano, la sete dell’oro che acceca e rende folli, come rese folli i trentanove spagnoli lasciati da Colombo a presidio della cristianità nel “villaggio del Natale” mentre lui ritornava dai reali spagnoli per recar loro la notizia del (povero invero) rinvenimento dell’oro. Quando dalla Spagna l’Ammiraglio ritornerà al villaggio del Natale, troverà l’orrore, quell’”orrore” misto di spasmodica ricerca di arricchimento e sete di potere di cui fu attore e testimone il Kurtz di Conrad e di cui scrive Neruda in una poesia di Canto generale. 

È rimasto un odore tra i canneti:
un misto di sangue e carne, un penetrante
petalo nauseabondo.
Tra le palme di cocco le tombe sono piene
Di ossa demolite, di ammutoliti rantoli.
Il delicato satrapo conversa
Tra coppe, colletti e cordoni d’oro.
Il piccolo palazzo luccica come un orologio
E le felpate e rapide risate
Attraversano a volte i corridoi
E si riuniscono alle voci morte
E alle bocche azzurre sotterrate di fresco.
Il dolore è celato, simile a una pianta
Il cui seme cade senza tregue sul suolo
E fa crescere al buio le grandi foglie cieche.
L’odio si è formato squama su squama,
colpo su colpo. Nell’acqua terribile della palude,
con un muso pieno di melma e di silenzio [13]. 

Colombo troverà morti straziati i trentanove del presidio, scoprirà che si sono uccisi tra loro “per ingordigia e assurda sete di potere”. Di qui in poi ci sarà solo fame, sete, violenza e sfinimento morale e materiale.

15La cornice, che è anche sfondo del romanzo di Calaciura, è il mare. Lo specchio d’acqua deserto, luogo di agnizioni, teatro della comparsa di luci come già i fuochi di sant’Elmo nel capitolo 119 di Moby Dick. Poi la terra, la terra della colonizzazione da cui provenivano tutti gli uomini di mare e quel Rodrigo de Triana prima musulmano, poi cristiano e infine di nuovo musulmano. È una Macondo di febbre questo Nuovo Mondo, febbre e malattia, di fame, nella quale spagnoli e nativi convivono: «Avevamo svuotato tutte le capanne dove conservavano le scorte di salvamento dal raccolto andato a male per la violenza degli uragani che strappavano le piante dalla terra, per la grandine improvvisa che gelava e uccideva i germogli, per gli incendi innescati dai fulmini che avevano bruciato le coltivazioni. Eravamo noi i cannibali. Noi eravamo gli uragani, la grandine e le fiamme. Peggio probabilmente: eravamo una meteorologia umana estrema e definitiva (…) Per nostro conto erano disposti a coltivare ogni terreno a disposizione affinché per noi e per loro non ci fosse penuria perché quel mondo che avevamo scoperto poteva bastare a entrambi, senza minacce e senza guerra» [14].

Infine, la palude, il pantano. Dal Log-book di Robinson Crusoe riscritto da Michel Tournier: «Ogni uomo ha una sua china funesta. La mia discende verso il pantano. È là che mi spinge Speranza quando diventa cattiva e mi mostra il suo viso da bruto. Il pantano è la mia disfatta, il mio vizio. (…) Sopravvivere equivale a morire. Occorre costruire, organizzare, ordinare, pazientemente e senza tregua» [15]. Ma nelle nuove terre il tentativo di ordinare diventa ben presto, come abbiamo visto, razzìa: il nuovo mondo somiglia così sempre di più al vecchio: il naufragio è il destino ultimo? Forse, e non possiamo dire se esista salvezza, approdo e ormeggio di porto. Possiamo però credere ancora nella possibilità che l’umanità tenti imprese di pace, spes contra spem, che la rotta possa essere invertita.

Giosuè Calaciura ha scritto con una lingua esatta e al contempo onirica e ironica un poema sull’umanità, lo ha fatto convocando scrittori, paesaggi, venti e mari, nomi di pesci e di marineria: la prosodia del suo libro è alternarsi ondoso di sillabe. Come se un vento ci chiamasse alla partenza, come se per vederci chiaramente dentro dovessimo sempre guardare gli altri da noi.

ultimaQuesto libro è una scommessa fatta da Giosuè Calaciura in tempi di chiusure, di blocchi, di viaggiatori controllati e schedati, di esseri umani usati come palle di cannone dai potenti del mondo per i propri esperimenti liberticidi; una scommessa fatta quando l’uomo è ancora di più homini lupus, al tempo della pioggia refrigerante artificialmente fatta cadere sui turisti di Dubai lungo i due kilometri della strada dello shopping compulsivo. Certo, fa male scoprire, conoscere: siamo sempre messi di fronte alle nostre debolezze, al disinganno. Ma è il nostro destino di provvisori tentare di scorgere una luce seppure piccolissima nel mare notturno, qualcosa che somigli almeno un poco a un porto, a un ormeggio nella tempesta, perché fuori è sempre tempesta, è sempre mare, e noi due, noi umanità: 

«Noi due, quanto a lungo fummo ingannati,
ora metamorfosati fuggiamo veloci come fa la Natura,
noi siamo Natura, a lungo siamo mancati,
ma ora torniamo,
diventiamo piante, tronchi, fogliame, radici, corteccia,
siamo incassati nel terreno, siamo rocce,
siamo querce, cresciamo fianco a fianco nelle radure,
bruchiamo, due tra la mandria selvaggia, spontanei
come chiunque,
siamo due pesci che nuotano insieme nel mare,
siamo ciò che i fiori di robinia sono, spandiamo profumi
nei sentieri intorno i mattini e le sere,
siamo anche sterco di bestie, vegetali, minerali,
siamo due falchi, due predatori, ci libriamo in alto
nell’aria e guardiamo sotto,
siamo due soli splendenti, siamo noi che ci bilanciamo
sferici, stellari, siamo come due comete,
vaghiamo con due zanne e quattro zampe nei boschi,
ci lanciamo sulla preda,
siamo due nuvole che mattina e pomeriggio avanzano
in alto,
siamo mari che si mescolano, siamo due di quelle felici
onde che rotolano una sull’altra e si spruzzano
l’un l’altra,
siamo ciò che l’atmosfera è, trasparente, ricettiva,
pervia, impervia,
siamo neve, pioggia, freddo, buio, siamo ogni prodotto,
ogni influenza del globo,
abbiamo ruotato e ruotato finché siamo arrivati di nuovo
a casa, noi due,
abbiamo abrogato tutto fuorché la libertà, tutto fuorché
la gioia» [16]. 

 

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
Note
[1] Charles Wright-Mills, Power, Politics and People: The Collected Essays of C, Wright-Mills, per la cura di Irwing Louis Horowitz, Ballantine, New York 1963:299.
[2] Cfr. Julien Benda, Il tradimento dei chierici, Einaudi, Torino 1976.
[3] Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi, Adelphi, Milano 2019: XIII
[4] Consuelo Varela, Isabel Aguirre, Inchiesta su Cristoforo Colombo. Il dossier Bobadilla, Fratelli Frilli Editori, Genova 2008.
[5] Giosuè Calaciura, L’Ammiraglio, Sellerio, Palermo 2026.
[6] Cfr. Giosuè Calaciura, L’Ammiraglio, op. cit.: 9
[7] Ibidem: 12
[8] Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancha, Newton Compton, Milano 1994:559.
[9] Ibidem: 13
[10] Ibidem: 29
[11] Joseph Conrad, La linea d’ombra, Mondadori, Milano 2009:151.
[12] Mondher Kilani, L’invenzione dell’altro. Saggi sul discorso antropologico, edizioni Dedalo, Bari 1997: 77-78
[13] Pablo Neruda, Poesie 1924-1964, Rizzoli, Milano 1997: 82.
[14] Cfr. Giosuè Calaciura, L’Ammiraglio, op. cit.: 127.
[15] Michel Tournier, Venerdì o il limbo del Pacifico, Einaudi, Torino 1992: 52
[16] Walt Whitman, “Noi due, quanto a lungo fummo ingannati”, in Foglie d’erba, Mondadori, Milano 2000: 105-106.

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Nicola Grato, laureato in Lettere moderne con una tesi su Lucio Piccolo, insegna presso le scuole medie, ha pubblicato tre libri di versi, Deserto giorno (La Zisa 2009), Inventario per il macellaio (Interno Poesia 2018) e Le cassette di Aznavour (Macabor 2020) oltre ad alcuni saggi sulle biografie popolari (Lasciare una traccia e Raccontare la vita, raccontare la migrazione, in collaborazione con Santo Lombino); sue poesie sono state pubblicate su riviste a stampa e on line e su vari blog quali: “Atelier Poesia”, “Poesia del nostro tempo”, “Poetarum Silva”, “Margutte”, “Compitu re vivi”, “lo specchio”, “Interno Poesia”, “Digressioni”,“larosainpiù”,“Poesia Ultracontemporanea”. Ha svolto il ruolo di drammaturgo per il Teatro del Baglio di Villafrati (PA), scrivendo testi da Bordonaro, D’Arrigo, Giono, Vilardo. Nel 2021 la casa editrice Dammah di Algeri ha tradotto in arabo per la sua collana di poesia la silloge Le cassette di Aznavour. Con Giuseppe Oddo ha recentemente pubblicato Nostra patria è il mondo intero (Ispe edizioni).

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