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L’accoglienza dei rifugiati nell’Africa dei Grandi Laghi. Appunti sul modello ugandese

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Campo profughi in Uganda (@rivista Africa)

di Luca Jourdan

In questo articolo voglio proporre una riflessione sul modello di accoglienza ugandese dei rifugiati. Si tratta di un caso interessante poiché, perlomeno sinora, l’elevata presenza di rifugiati non ha suscitato particolare ostilità da parte della popolazione locale. Al contempo la questione rifugiati non viene cavalcata o manipolata dai vari attori politici ugandesi e in sostanza nel paese sembra prevalere un’apertura nei confronti dei flussi migratori. La mia riflessione è rivolta al presente e non è affatto escluso che in futuro la situazione possa cambiare anche repentinamente. Tuttavia al momento l’Uganda sembra essere un good example nel campo dell’accoglienza e cercherò qui di indagare, per quanto parzialmente, le ragioni di questo successo.

1Qualche dato

Situata nella regione dei Grandi Laghi, nel cuore del continente africano, l’Uganda è attorniata da paesi in guerra, in particolare il Sud Sudan e la Repubblica Democratica del Congo, da cui giungono centinaia di migliaia di profughi [1]. Ma il flusso non proviene soltanto dai Paesi limitrofi: numerosissimi, infatti, sono i rifugiati provenienti da Etiopia, Eritrea, Somalia, Burundi e da altri Paesi africani.

Le statistiche degli organismi internazionali danno conto dell’ingenza del fenomeno. Secondo i dati dell’UNHCR [2], nel 2018 la popolazione di rifugiati in Uganda ammonta all’incirca a 1.300.000 individui su una popolazione complessiva che supera i 42.000.000[3]. In Africa l’Uganda è quindi il Paese con la più alta densità di rifugiati in rapporto alla popolazione ed è il quarto a livello mondiale, dopo Libano, Giordania e Turchia. La maggior parte dei rifugiati proviene dal Sud Sudan (oltre un milione), a seguire la Repubblica Democratica del Congo (oltre 300 mila), Burundi (40 mila ca.), Somalia (37 mila ca.), Ruanda (15 mila ca.) ed Eritrea (14.500 ca.) [4]. Il modello di accoglienza è misto: molti rifugiati risiedono in città, in particolare nella capitale Kampala, mentre una buona parte vive nei campi profughi, molti dei quali sono situati nelle regioni settentrionali del Paese. In ogni caso, i profughi non hanno l’obbligo di residenza nei campi e possono pertanto circolare liberamente nel Paese.

OIM a Kampala (ph. Jourdan)

OIM a Kampala (ph. Jourdan)

Rifugiati urbani: il caso degli eritrei

Per quanto riguarda i rifugiati urbani, un caso significativo è quello degli eritrei. Come ho riportato sopra, i rifugiati eritrei sono numerosi, oltre 14 mila registrati ufficialmente, e la maggior parte di loro risiede in città, perlopiù a Kampala. Ovviamente, tale cifra non è comprensiva di tutti gli eritrei residenti in Uganda, molti dei quali non hanno fatto richiesta dello status di rifugiati e si trovano nel Paese per lavoro o altre ragioni.

Ho avuto modo in passato di condurre una ricerca etnografica fra la comunità eritrea che vive a Kampala (Jourdan 2012) e voglio qui riportare alcune considerazioni pertinenti al nostro discorso. Innanzitutto, le ragioni che inducono numerosi giovani a fuggire dal Paese del Corno d’Africa sono molteplici, ma fra queste spicca il fatto che il regime eritreo impone un periodo di leva obbligatoria (national service) che spesso può prolungarsi per un tempo indefinito (cfr. Hepner, O’Kane 2009). Questo impedisce la realizzazione di ogni progetto di vita, lavorativo o affettivo: i giovani sono condannati a vivere in un limbo adolescenziale senza fine e la fuga diviene l’unica alternativa (Treiber 2009). Le principali vie di fuga dall’Eritrea sono tre: molti cercano di raggiungere la Libia per poi affrontare una traversata rischiosa, a noi ben nota, per raggiungere le coste italiane; alcuni si dirigono verso Israele e devono pertanto attraversare il deserto del Sinai dove rischiano di essere rapiti da bande di predoni [5], altri ancora si dirigono verso l’Africa equatoriale per raggiungere Nairobi o Kampala dove solitamente fanno richiesta dello status di rifugiato per poi, tramite l’IOM (International Organization for Migration), cercare di rientrare in un progetto di resettlement per andare in Canada, Stati Uniti, Australia o nei Paesi scandinavi (sono queste, nell’ordine, le mete principali).

Fra i rifugiati che tentano quest’ultima rotta, Kampala sembra essere il luogo di transizione preferito. Questo perché la capitale ugandese è considerata un luogo sicuro e tollerante. La maggior parte dei miei interlocutori, infatti, mi ha riferito di aver lasciato Nairobi per via dei continui abusi da parte della polizia keniana che è solita importunare e minacciare i rifugiati per spillare loro del denaro. Dietro questo atteggiamento vi è l’idea diffusa localmente che i rifugiati abbiano soldi: in effetti la maggior parte di loro vive grazie al denaro ricevuto dai parenti che risiedono all’estero e che li sostengono con trasferimenti tramite Western Union o altre agenzie (spesso si fa ricorso alle reti della diaspora somala che essendo diffusa globalmente è in grado di organizzare sistemi di money transfer). In ogni caso si tratta di somme che perlopiù sono appena sufficienti a garantire la sopravvivenza, ma che in un contesto di povertà diffusa fanno gola a molti e a maggior ragione ai poliziotti che possono profittare impunemente del loro ruolo. Questi continui soprusi rendono la vita a Nairobi estremamente difficile al punto che, per sottrarvisi, molti rifugiati evitano di uscire di casa. Da qui la decisione di trasferirsi a Kampala dove le forze dell’ordine sono meno corrotte ed è possibile vivere in un contesto più sereno e sicuro.

 Rifugiate controllano le liste dell'OIM per il resettlment (ph. Jourdan)

Rifugiate controllano le liste dell’OIM per il resettlment (ph. Jourdan)

La comunità eritrea a Kampala è piuttosto chiusa ed autoreferenziale. Il periodo da trascorrere in Uganda viene percepito come un momento di transizione verso una nuova vita, spesso idealizzata, che potrà finalmente realizzarsi una volta giunti in Canada o negli Stati Uniti. A Kampala i giovani eritrei frequentano perlopiù i loro connazionali, mangiano il loro cibo tradizionale (injera) e molti di loro passano lunghe giornate a giocare a carte e a masticare foglie di khat, una pianta con proprietà anfetaminiche. Si tratta di un periodo di sospensione, una lunga attesa che solitamente dura dai due ai quattro anni, il tempo necessario affinché la richiesta sia vagliata dall’ambasciata canadese o statunitense. Ovviamente non sempre la risposta è positiva e in caso di rifiuto il soggiorno in Uganda può divenire definitivo. Chiusura e autoreferenzialità possono talvolta tradursi in forme, seppur velate, di razzismo nei confronti degli ugandesi che per certi versi rappresentano un mondo (l’Africa) che rifugiati hanno squalificato e a cui di fatto, perlomeno mentalmente, hanno già rinunciato. In ogni caso vi sono in tutto ciò alcune ambivalenze di fondo: innanzitutto, pur essendo chiusa, il livello di fiducia interno alla comunità eritrea è basso poiché in essa troviamo sia gli oppositori sia i sostenitori del regime di Isaias Afewerki e, fra quest’ultimi, non poche spie; in secondo luogo l’Uganda è considerata un Paese decisamente più libero rispetto alla madrepatria e quindi suscita al contempo rifiuto, per le ragioni che ho illustrato sopra, ma anche una sorta di ammirazione.

Per quanto ci riguarda, ciò che mi preme sottolineare è che l’Uganda, e in particolare Kampala, rappresenta agli occhi di molti giovani eritrei un luogo piuttosto accogliente e sicuro, dove le forze dell’ordine hanno in genere un atteggiamento corretto e la popolazione si mostra tollerante. È un luogo di passaggio, dove si investe il meno possibile e si vive in una sorta di bolla, ma che offre un buon accesso al circuito burocratico per ottenere i documenti necessari all’espatrio.

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Campo profughi Bidi Bidi (@La Stampa)

Come ho detto sopra, molti rifugiati risiedono nei campi sebbene non abbiano l’obbligo di dimora (a questo proposito, spesso si preferisce usare la parola settlement al posto di camp, poiché quest’ultima rinvia a un luogo concentrazionario). Nel mese di settembre di quest’anno ho avuto modo di visitare alcuni di questi campi nel nord-ovest del Paese dove i rifugiati provengono soprattutto dal Sud Sudan. Ciò che sorprende è l’estensione di questi luoghi oltre che l’elevato numero di persone che vi risiedono. In particolare ho visitato il Rhino camp, con circa 70 mila profughi, e successivamente l’insediamento di Bidi Bidi, che con oltre 270 mila profughi è uno dei campi più grandi dell’Africa. Mi soffermerò brevemente su quest’ultimo caso per mettere in luce alcune caratteristiche del modello di accoglienza ugandese.

Bidi Bidi è un insediamento vastissimo composto da diversi clusters, una sorta di villaggi che contano dalle 5 mila alle 10 mila persone disposti su un’area semi-collinare. I rifugiati sono quasi esclusivamente sudsudanesi e sono giunti in Uganda fra il 2016 e il 2017 a seguito del conflitto civile scoppiato nel loro Paese. Tuttavia, fra un cluster di rifugiati e l’altro vi sono anche alcuni insediamenti abitati dalla popolazione locale che sono difficilmente distinguibili dai primi. Il campo è gestito dall’Ufficio del primo ministro ugandese, con il sostegno dell’UNHCR, e inoltre sono presenti numerose ONG internazionali che si occupano di settori diversi quali sanità, scuole, orfani, ecc. Le famiglie di profughi hanno a disposizione un campo da coltivare, in verità molto piccolo e spesso sprovvisto di acqua, e ricevono una quantità di cibo appena sufficiente alla sopravvivenza. Le condizioni di vita, dunque, sono piuttosto dure e tuttavia anche in questo caso non si registrano al momento particolari conflitti con la popolazione locale.

Fumate di shisha nella lunga attesa a Kampala (ph. Jourdan)

Fumate di shisha nella lunga attesa a Kampala (ph. Jourdan)

Conclusioni

Voglio ora concentrarmi sulle ragioni che a mio avviso stanno dietro al basso livello di conflittualità fra rifugiati e popolazione autoctona in Uganda. Cercherò di essere schematico. Innanzitutto, per quanto riguarda il nord del Paese, l’individuazione dei luoghi dove aprire i campi è avvenuta a seguito di un processo di negoziazione fra governo ugandese e gli elders delle comunità locali: non si è trattato quindi di una decisione piovuta dall’alto, ma è stata il frutto di un processo partecipativo. In secondo luogo, perlomeno un terzo dei fondi che giungono per l’emergenza profughi deve essere investito a favore della popolazione locale: in concreto questo significa che le comunità locali, che in accordo con il governo accettano di ospitare i campi rifugiati, beneficiano in cambio di progetti che prevedono, per esempio, la costruzione di scuole, strade e dispensari. Va da sé che questo approccio mitiga il senso di ingiustizia che spesso emerge fra le popolazioni ospitanti che si vedono escluse dal flusso di aiuti umanitari.

Bisogna aggiungere che il governo ugandese promuove un clima di tolleranza, un atteggiamento a mio avviso in parte riconducibile agli ideali panafricanisti che ancora innervano la sua azione. Più prosaicamente, il governo riceve fondi ingenti da parte della Comunità internazionale (UNHCR e altri finanziatori) per la presa in carico dei rifugiati: insomma, non si può certo negare che si tratti anche di un business con tutti i vantaggi del caso. Infine, vi è a mio avviso un aspetto d’ordine culturale a cui farò soltanto cenno e che meriterebbe un’analisi approfondita: il senso di solidarietà e di empatia che molti ugandesi mostrano nei confronti dei rifugiati è probabilmente legato al fatto che in Uganda non sono certo mancati conflitti e crisi in tempi recenti. È sufficiente pensare che sino a un decennio fa una parte cospicua della popolazione del nord era costretta a vivere nei campi IDP (Internal Displaced People) per via della guerra fra l’esercito ugandese e la Lord’s Resistance Army di Joseph Kony. Si tratta di una memoria ancora viva e che sembra ancora orientare le disposizioni nel presente.

In definitiva il modello ugandese di gestione dei profughi presenta sicuramente molti punti positivi e gli stessi governi occidentali avrebbero qualcosa da imparare da questa esperienza: speranza, ahimè, senza dubbio vana di questi tempi.

Dialoghi Mediterranei, n. 34, novembre 2018
Note
[1] Vi è qui un paradosso da evidenziare: l’Uganda è intervenuta militarmente sia in Sud Sudan sia in Congo e pertanto è in parte responsabile del flusso di profughi che giunge al suo interno. D’altra parte un ragionamento analogo si può fare anche per i Paesi europei che alacremente continuano ad alimentare conflitti in diverse aree dell’Africa e del Medio Oriente da cui provengono numerosi profughi. Se non altro i leader politici ugandesi, a differenza di quelli europei, hanno la decenza di evitare di criminalizzare e di aizzare l’odio popolare nei confronti dei profughi.
[2] http://reporting.unhcr.org/node/5129?y=2018#year (consultato il 15/10/2018). Secondo le fonti del governo ugandese, alla fine del mese di luglio 2018 la popolazione dei rifugiati ha superato i 1.500.00 individui, cfr. https://ugandarefugees.org/en/country/uga (consultato il 15/10/2018).
[3] Per un rapido confronto, è sufficiente pensare che i rifugiati residenti in Italia nel 2016 erano meno di 150.000 su una popolazione che supera i 60 milioni.
[4] https://ugandarefugees.org/en/country/uga (consultato il 15/10/2018).
[5] Una volta rapiti i rifugiati sono spesso torturati e per liberarli viene richiesto un riscatto ai famigliari. Vd. rapporto di Human Rights Watch https://www.hrw.org/report/2014/02/11/i-wanted-lie-down-and-die/trafficking-and-torture-eritreans-sudan-and-egypt (consultato il 20/10/2018).
Riferimenti bibliografici
Hepner T. R., O’Kane, D. (a cura di), 2009, Biopolitics, Militarism and Development, Eritrea in the Twenty-First Century, Berghahn Books, New York.
Jourdan L., 2012, Sono l’uomo giusto nel posto e nel momento sbagliato. Storia di un rifugiato eritreo a Kampala (Uganda), «ANTROPOLOGIA», 14: 257 – 273.
Treiber M., 2009, Trapped in Adolescence: The Postwar Urban Generation, in Hepner, O’Kane, 2009: 92-114.
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Luca Jourdan, docente di Antropologia Sociale e Antropologia Politica all’Università di Bologna, ha condotto una ricerca sul terreno nel Nord Kivu (Repubblica Democratica del Congo) sul rapporto giovani/guerra, la crisi dell’infanzia, l’economia informale. Si è occupato di migrazioni interne all’Africa e attualmente conduce una ricerca in Uganda sui rifugiati eritrei nella capitale Kampala.
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