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La “virgula divina” e i sortilegi della memoria dell’acqua

 civerdi Orietta Sorgi 

La scoperta dell’acqua dalle viscere della terra è un mistero che ha affascinato l’uomo sin dall’antichità. Già nella preistoria infatti erano presenti particolari figure di indovini in grado di fare previsioni e di individuare le sorgenti nel sottosuolo con l’uso di una bacchetta divinatoria.

I rabdomanti appunto, così erano chiamati questi specialisti ante litteram, con un termine che deriva dal greco, composto da rabdos, bacchetta e manteia, predizione. Malgrado essi entrino ufficialmente nella storia a partire dal Cinquecento, il loro sapere intriso di pratica empirica e magia era già noto nell’antico Oriente dove maghi e astrologi ricorrevano al bastone per l’esercizio di pratiche divinatorie. Sembrerebbe inoltre che nella Grecia antica la rabdomanzia fosse collegata al culto di Dioniso, dio dell’acqua e che più tardi Cicerone accennasse a una “virgula divina” attribuendole in generale un significato apotropaico.

Per tutto il Medioevo i testi sacri riferivano ancora di eroi leggendari capaci di scoprire le fonti d’acqua sotterranee e diversi scritti agiografici narravano di miracolose scoperte di sorgenti, secondo un simbolismo sacrale associato a verghe e bastoni dotati di poteri taumaturgici, verso i quali la Chiesa ufficiale avrebbe sempre mantenuto una posizione di scetticismo e diffidenza. 

Questo lungo viaggio alla ricerca delle origini della rabdomanzia fino all’età moderna, ci viene ora restituito scrupolosamente da Luca Bertinotti in un bel libro dal titolo Il senso dei cercatori d’acqua. Storia, scienza e attualità della rabdomanzia. Con una indagine sui rabdomanti toscani, pubblicato dall’Associazione Cento Edizioni, con un’introduzione di Patrizio Tressoldi e una postfazione di Pietro Clemente. L’intento del volume non è tanto quello di offrire soluzioni a un problema che, alla luce dei fatti, resta irrisolto; quanto quello di mostrarne la permanenza in un tempo di lunga durata e in un percorso molto complesso e accidentato.

101Nel corso dei secoli si assisterà, come vedremo, ad un alternarsi continuo di controversie scientifiche e posizioni quasi fideistiche nei confronti di una tecnica diffusa, che, incurante delle polemiche, continuerà peraltro a mantenere fino ai giorni nostri una certa efficacia simbolica e una sua validità pratica convalidata e legittimata dai vari contesti di riferimento e dalle diverse comunità di committenti.

A completamento del suo resoconto storico Bertinotti presenta anche i risultati di un’indagine sul campo condotta in Toscana nelle province di Pistoia e Lucca, sulla base di un questionario rivolto a 17 rabdomanti al fine di approfondire in via diretta molti aspetti poco noti, fra i quali la familiarità nella trasmissione di determinate “doti” e competenze, gli strumenti usati per riconoscere l’acqua e di conseguenza le sensazioni e gli eventuali squilibri psichici provocati da questa percezione.

Dopo una breve escursione nel mondo antico e nel Medioevo, l’autore esplora il fenomeno della rabdomanzia a partire dal Rinascimento e per tutto il Seicento, sotto l’influenza della magia naturale e del magnetismo, in un processo inclusivo che assimilava gradualmente le nuove scoperte scientifiche ai saperi e alle tradizioni precedenti. La rabdomanzia veniva così collocata fra quei fenomeni occulti di empatia fra elementi del cosmo come l’attrazione magnetica fra corpi a distanza, secondo alcune idee che avrebbero continuato ad avere un certo peso per tutto il secolo dei Lumi.

11Più tardi il progresso dei primi esperimenti riconosceva l’esistenza di cariche elettriche capaci di stimolare i nervi e i muscoli di alcuni individui, che riuscivano così a collegarsi con sostanze sotterranee provviste anch’esse di atmosfere elettriche. Il mesmerismo, ad esempio, (da Mesmer, il suo inventore), ipotizzava nell’universo un fluido invisibile denominato “magnetismo animale”. Elettricità minerale ed elettricità organica altro non erano, secondo queste ipotesi, che differenti manifestazioni di un unico fluido universale di origine cosmica.

Tuttavia l’avvento del positivismo e la fiducia incontrastata nelle scienze ritenute oggettive, lo sviluppo successivo delle scoperte e del pensiero scientifico con metodi di indagine sempre più rigorosi relegherà per sempre la rabdomanzia nel campo delle superstizioni, proclamandola priva di fondamento. Di contro, la certezza di alcuni di percepire l’acqua nella profondità della terra, ha continuato a rinnovarsi malgrado le bocciature accademiche, trovando sempre nuovi sostenitori anche da parte degli scienziati, che si ostinavano nel tentativo di spiegarne i meccanismi: dall’attrazione a distanza fra sostanze affini, alla teoria cinetica dei gas, dall’elettricità al geomagnetismo e alla radioattività per arrivare alla fisica quantistica.   

Attualmente, trascorsi cinque secoli, il dibattito sulla rabdomanzia persiste, continuamente sospeso fra l’ambito folklorico e la razionalità scientifica. Resta comunque il fatto che tale pratica risulta ancora efficace e funzionale nei contesti rurali dove essa ha avuto origine e, a dispetto di molte altre tradizioni, sembra godere di ottima salute, soprattutto nelle zone desertiche del Sahara e dell’Africa dove costituisce uno strumento indispensabile per sopperire alla siccità.

Ma al di là dei risultati in loco e degli eventuali successi – sostiene in conclusione il nostro autore – lo studio teorico della rabdomanzia sembra ancora affidarsi a temi elusivi e lacunosi dal punto di vista scientifico e la sua accettazione rimane quasi un atto di fede.

12Il tema però è un altro – secondo Bertinotti – ed è quello che l’uomo non vive di sola scienza. Bisognerebbe allora spostare il punto di vista, mostrando, sotto il profilo antropologico e psicologico, i limiti di una scienza ritenuta “oggettiva”. Restano infatti delle zone d’ombra verso le quali l’uomo, ora come allora, ha sopperito con i poteri dell’immaginazione che svolge ancora un ruolo fondamentale nella mediazione fra le persone e le reti invisibili che pensiamo ci circondano. Bertinotti si riferisce a tutti quei mezzi che nel passato mettevano in connessione l’uomo con l’ambiente circostante ed erano costituiti da manufatti come l’astrolabio, la bussola magnetica e la bacchetta divinatoria, oggi sostituiti dai nuovi strumenti digitali come lo smartphone e le applicazioni della realtà aumentata. Entrambi evidenziano il desiderio innato in ogni essere umano di creare un ponte fra la realtà visibile e quella invisibile, di andare oltre l’esperienza empirica. 

«La continuativa fiducia riposta dalle comunità rurali e marginali nell’efficacia della rabdomanzia invita a una riflessione profonda sulla relazione fra l’uomo, il territorio e il mistero dell’invisibile: lo strumento divinatorio conserva un fascino intramontabile che va oltre la sua mancanza di validità secondo i rigidi canoni scientifici» (ivi: 193). 

Più in là l’autore prosegue: 

«non si può ignorare il valore simbolico e antropologico della pratica: per secoli la rabdomanzia ha rappresentato un ponte tra l’uomo e l’invisibile, un tentativo di leggere la natura attraverso strumenti non convenzionali. Se oggi possiamo archiviarla come una credenza priva di fondamento scientifico, resta pur sempre un’espressione della necessità dell’uomo di cercare risposte al di là dell’immediato e verificabile. Il fascino della rabdomanzia, in fondo, non risiede nella sua efficacia, ma nel suo essere una manifestazione della nostra insaziabile sete di conoscenza e controllo sul mondo. Se la rabdomanzia ha attraversato i secoli senza mai scomparire del tutto è perché i rabdomanti incarnano una figura ricorrente nella storia dell’umanità: quella del mediatore tra il visibile e l’occulto, tra il caos della natura e l’ordine che l’uomo cerca d’imporle. La loro sicurezza, la gestualità ritualizzata, la capacità di attribuire un significato certo a tracce invisibili ai più, rispondono a un bisogno profondo: il desiderio di controllo in un mondo imprevedibile» (ivi: 194). 

Ed è proprio su questo punto, fra gli altri, che fa leva Pietro Clemente nella sua postfazione al volume di Bertinotti: sulla valenza antropologica del problema. In diverse occasioni si accenna ai rabdomanti come esseri dotati di particolari vocazioni, in possesso di un dono, di poteri magici. Il richiamo a Ernesto de Martino e alla bassa magia cerimoniale è, a questo punto evidente. Ma anche a tutto il filone di studi anglosassoni ed europei, in qualche modo fondativi della disciplina, e che fanno capo a Tylor, Frazer, Durkheim, Hubert e Mauss.

32106223671La magia esiste – sosteneva Lèvi-Strauss – per la sua efficacia simbolica, non soltanto su chi la esercita ma anche per chi la condivide. Essa costituisce pertanto un sistema di segni ritualizzati in grado di controllare tutto ciò che sfugge alla ragione. Quando nell’orizzonte esistenziale di un individuo irrompe la crisi della presenza, la magia opera, come sappiamo, una sorta di destorificazione mitica del negativo, ferma il divenire del tempo, la contingenza di fenomeni a volte troppo dolorosi.

E allora, cosa c’è di più drammatico della mancanza d’acqua? Essa è un bene primordiale, come l’aria che respiriamo, necessaria, indispensabile alla sopravvivenza stessa di ogni specie vivente. Non è un caso che in numerosi miti di fondazione, nei luoghi delle ierofanie compaiono le sorgenti d’acqua. La sua presenza nelle profondità della terra è avvolta ancora nel mistero e appartiene all’ordine del sacro.

Ed è forse proprio in virtù di questo mistero cosmico e universale, che i nostri rabdomanti riescono ancora ad offrire una stabilità, porgendo soluzioni pratiche e certezze rassicuranti che altrimenti rischierebbero di restare irresolute. 

                                                            Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026                                        
Riferimenti bibliografici 
De Martino E., 2024   Sud e magia, (ed.or. 1959) Torino, Einaudi 
Durheim E., Hubert H., Mauss M., 1951 Le origini dei poteri magici, Torino, Einaudi 
Frazer J.G., 1965    Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, 2 voll., Torino, Bollati Boringhieri 
Lèvi-Strauss C. 1972    Introduzione a Marcel Mauss, Teoria generale della magia e altri saggi, Torino, Einaudi 
Tylor E.B. 2012 (ed.or.1871) Primitive Culture, Cambridge Library Collection.

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 Orietta Sorgi, etnoantropologa, ha lavorato presso il Centro Regionale per il catalogo e la documentazione dei beni culturali, quale responsabile degli archivi sonori, audiovisivi, cartografici e fotogrammetrici. Dal 2003 al 2011 ha insegnato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Palermo nel corso di laurea in Beni Demoetnoantropologici. Tra le sue recenti pubblicazioni la cura dei volumi: Mercati storici siciliani (2006); Sul filo del racconto. Gaspare Canino e Natale Meli nelle collezioni del Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino (2011); Gibellina e il Museo delle trame mediterranee (2015); La canzone siciliana a Palermo. Un’identità perduta (2015); Sicilia rurale. Memoria di una terra antica, con Salvatore Silvano Nigro (2017).

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