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La violenza delle frontiere

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Foto di Max Bohme

di Nicolas Lambert [*]

Solo il 10 % dei bambini crescono in un Paese ricco. Un’ineguaglianza alla nascita che dovrebbe condurci collettivamente a difendere la libertà di circolazione come proclama l’articolo 13 della Dichiarazione universale dei diritti umani. Invece, gli Stati non smettono di erigere barriere tra gli umani: muri, campi, filo spinato, ecc. Un regime globale mortifero di frontiere.

Il 22 novembre 2019, ho partecipato a Parigi al Before del convegno “Le nomadisme est-il l’utopie de l’Homme de demain?”, organizzato dalla Casa dei metalmeccanici. In programma, la proiezione del film Middle of the moment di Nicolas Humbert e Werner Penzel e un dibattito sulla mobilità, il nomadismo e le geografie migratorie.

 37,7 miliardi di umani

Prima di parlare di migranti, vorrei ricordare una cosa evidente che può sembrare banale ma dalla quale vorrei cominciare: siamo tutti esseri umani. Oggi siamo 7,7 miliardi di umani. Fra noi 49% sono donne, 51 % uomini, 53% sono dei bambini (cioè 3,9 miliardi). Un bambino su due vive in Asia; uno su quattro in Africa. Solo 10% dei bambini del mondo crescono in un Paese ricco.

Una caratteristica del Mondo in cui viviamo è quindi di essere diseguale. È discontinuo e sezionato da frontiere. Lo ridico, Non tutti hanno la chance di nascere in un paese ricco. Oggi nel mondo, 800 milioni di persone sono sotto-alimentate, cioè una persona su dieci soffre la fame. Noi abbiamo quindi sotto gli occhi un mondo diviso come un puzzle. Dei Paesi ricchi e dei Paesi poveri. E tra i due blocchi, delle frontiere più o meno violente sulle quali si cristallizzano delle tensioni migratorie. Ma non è così semplice. Smontiamo qualche luogo comune.

1Primo luogo comune: ci sono sempre più migrazioni

In totale, l’ONU stima il numero di migranti internazionali nel 2019 a 272 milioni, cioè 50 milioni di più che nel 2010. Questo riguarda il 3,5% della popolazione mondiale. Tale cifra è in leggero aumento ma resta relativamente stabile nel tempo. Nel 1990, il numero di migranti internazionali ammontava a 152 milioni, cioè il 2,9 % della popolazione mondiale. Ma nel 1913, alla vigilia della prima guerra mondiale, rappresentava il 5% della popolazione del globo. In realtà, le migrazioni internazionali non sono nuove e fanno parte integrante di ciò che è l’umanità in quanto tale. L’uomo preistorico è uscito dall’Africa migrando. Ricordiamo che nel 19° secolo, 50 milioni di europei sono emigrati nelle Americhe. Questo rappresentava allora circa il 12% della popolazione europea. Un vero esodo. Si tratta di un fatto politico totale che riguarda da sempre l’umanità e la formazione di qualsiasi società sin dalla preistoria. Oggi quel 12 % degli europei ammonta a 55 milioni, un quantità pari quasi a tutta la popolazione dell’Italia che peraltro ha avuto tanti immigrati che i loro discendenti su cinque generazioni si aggirano attualmente intorno ai 70 milioni [1].

muri-nel-mondo-2-1080x675Secondo luogo comune: i poveri migrano verso i Paesi ricchi

Altra rappresentazione diffusa: i migranti sarebbero uomini poveri venuti dal sud che si dirigerebbero ineluttabilmente verso i ricchi Paesi del Nord. In realtà, solo il 37% delle migrazioni nel mondo vanno da Paesi “meno sviluppati” verso Paesi “sviluppati”. La maggioranza delle migrazioni sono tra i Paesi del Sud. Solo il 20 % dei migranti africani si dirigono verso l’Europa. Con la nostra visione euro-centrica ci si dimentica che l’Asia è il continente da dove proviene il più gran numero di migranti (106 milioni) e che solo dall’India ne sono partiti 17 milioni. Gli Stati-Uniti sono il Paese dove sono arrivati più immigrati, quasi 50 milioni di persone, mentre in ognuno di questi Paesi: Arabia Saudita, Germania e Russia, ne sono arrivati circa 12 milioni. La verità è che le migrazioni non sono delle frecce rettilinee unidirezionali ma delle circolazioni. Ci sono va-e-vieni. Troppo spesso si parla solo di quelli che arrivano ma mai di quelli che ripartono. Non si parla mai, per esempio, dei 3 milioni di francesi che vivono all’estero (per l’Italia si tratta di oltre 5 milioni!). Ma quelli non li si chiama migranti, ma espatriati. O esiliati fiscali quando hanno la chance d’avere un conto in banca ben guarnito.

4Terzo luogo comune: c’è una crisi migratoria

Bisogna rigettare questa idea secondo la quale nel 2015 ci sarebbe stata una crisi migratoria in Europa. In realtà, visti i movimenti di popolazione avutesi allora, constatiamo che ciò che ha vissuto l’Europa è piuttosto una crisi della cosiddetta “accoglienza”. Prendiamo l’esempio dei rifugiati siriani che fuggono dalla guerra e dall’ISIS. Certo, l’Europa ne ha accolti una parte. Ma alcuni Paesi ne hanno ricevuto più di altri (la Germania, la Svezia, Malta, Cipro). Se però si decentra un po’ lo sguardo, ci si rende subito conto che è nei Paesi limitrofi della Siria che sono andati molti più profughi siriani. Turchia, Libano, Giordania e in Arabia Saudita. E se si aggiungono gli spostamenti interni alla Siria ci si rende subito conto che l’Europa non è stata per nulla all’altezza della posta in gioco. E questa è una regola generale: nell’urgenza, i rifugiati si mettono al sicuro prima di tutto laddove è possibile e non verso un ricco Paese lontano.

avv_muriQuarto luogo comune: i migranti sono giovani maschi

Chi sono i migranti? Anche a tal proposito tante idee distorte. Può trattarsi di giovani maschi, diplomati, sedotti dalla modernità occidentale. Ma anche di uomini poco qualificati che non hanno altra scelta che di migrare per migliorare le loro condizioni di vita. Più spesso però si tratta anche di donne, sole, istruite, o che aspirano all’indipendenza e alla libertà. Non si dice mai abbastanza che quasi la metà dei migranti sono delle migranti. Ci sono anche tanti minorenni. Inoltre, in totale, quelli che migrano non sono in genere i più poveri; sono quelli che dispongono di un capitale spaziale, finanziario e culturale che permette loro di attraversare le frontiere.

A guardar bene, le cause delle migrazioni sono diverse. E sono difficili da sbrogliarle. Si tratta spesso di fattori combinati: il neoliberalismo; il riscaldamento climatico; la fame; la necessità di scappare da un marito violento; il bisogno di ricongiungersi alla famiglia; la speranza di un avvenire migliore; il desiderio di democrazia; la spinta a cercare lavoro per far fronte a un sistema sociale destabilizzato; il desiderio di studiare; l’estrema volontà di sopravvivere, ecc. Accade che nel corso del loro periplo, persone con storie diverse camminano insieme per più anni. Bisogna veramente selezionarli all’arrivo? Bisogna cacciar via i “cattivi migranti”? D’altronde, non si è a casa propria quando si è abbandonato tutto e da anni si è in cammino?

3L’incremento delle frontiere

Difronte a tale esigenza imperiosa di passare le frontiere, la risposta degli Stati è sicuritaria. E anche se esistono diversi spazi di libera circolazione, si costruiscono enclave per rigettarvi quelli che non ne fanno parte. Lo spazio Schengen illustra bene questo teorema, essendo allo stesso tempo un’area costruita innanzitutto sull’idea del libero scambio economico ma che per ciò stesso indurisce in maniera drastica le sue frontiere esterne, con la messa in opera di dispositivi militari e un rafforzamento progressivo e regressivo delle legislazioni (durata di internamento, espulsioni, schedatura biometrica, ecc.). Allo stesso tempo, dunque, apertura e chiusura. La medaglia e il suo rovescio [2].

2-2Dei muri

Un esempio visibile di tale indurimento delle frontiere nel mondo è l’erezione di muri. S’è tanto parlato in occasione delle celebrazioni dell’anniversario della caduta del muro di Berlino trent’anni anni fa. Tutti d’accordo nell’affermare che è stata una buona cosa che si caduto. Ma pochi sanno, che oggi si contano 40 mila chilometri di muri e barriere nel mondo alle frontiere degli Stati, cioè l’equivalente della circonferenza terrestre. Sarebbe bene che considerassimo che mentre vantiamo un mondo interconnesso e globalizzato, non ci sono mai stati tanti muri per separare gli umani. È un fatto: la mondializzazione stende una rete orizzontale e al contempo alza barriere verticali.

image1-2Dei campi

Altro dispositivo destinato a impedire la mobilità degli umani è l’internamento. Questa idea – si sa – non è nuova. In Europa, i primi luoghi d’internamento per stranieri sono apparsi negli anni ‘60. Poi, negli anni ‘90 il loro numero è cominciato a crescere considerabilmente. Ma è dal 2003 che i centri di detenzione sono identificati come uno strumento centrale della politica migratoria in Europa. Dal 2011 al 2016, la capacità totale conosciuta dei campi censita da Migreurop è passata da 32 mila a 47 mila posti. Si stima anche che 600-700 mila stranieri sarebbero tenuti in detenzione ogni anno. In Francia, dopo la legge sull’Asilo e le immigrazioni, la durata massima dell’internamento può andare sino a 90 giorni. Altrove in Europa, persino fino a 18 mesi! E tutto ciò per delle persone che non hanno commesso alcun delitto. D’altronde, anche i bambini sono rinchiusi. In Francia nel 2017, si contavano 304 bambini internati mentre il loro numero era di 40 nel 2013, e con una durata media che è passata dal 2011 al 2016 da 8,7 a 12, 2 giorni.

L’internamento dei migranti oggi avviene ben al di là dello spazio europeo. La logica è che più si arriva a fermare i migranti “a monte”, meglio è per l’Europa. Ciò complica drasticamente la vita dei migranti. La frontiera in realtà non è più una semplice linea su una carta, ma una rete tessuta su Paesi vicini e sulle vie migratorie.

morti_rotte_terrestriDei morti

Una delle conseguenze dirette di tutte questi ostacoli sistematici alla mobilità, è che per avere una qualche chance di passare la frontiera, occorre prendere vie sempre più pericolose e mettere la propria vita nelle mani delle mafie. Al di là di tutte le violenze che subiscono i migranti (fisiche, morali, culturali), alcune sono letali. Si stima che oltre 50 mila persone siano morte o disperse dall’inizio degli anni ‘90 alle frontiere europee, una conseguenza diretta delle politiche migratorie assassine che praticano scientificamente i Paesi europei, nell’indifferenza generale e nell’anonimato, come avviene a Calais, nelle isole greche, nei valichi alpini e nel grande Mediterraneo centrale.

carte_morts_classiqueDue mondi faccia a faccia

Ciò che ci mostrano le carte, è l’immagine di un «régime globale delle frontiere destinato a captare le risorse e impedire la libertà di circolazione» (Reece Jones, 2016). Da un lato abitano e vivono i ricchi che possono circolare liberamente e in sicurezza. E dall’altro, i poveri che per poter vivere sono costretti a prendere strade sempre più pericolose e più violente, più lunghe e più costose, sospesi ai confini ed esposti al rischio permanente di perdere la vita.

Dialoghi Mediterranei, n. 42, marzo 2020

[*] Traduzione dal francese a cura di Salvatore Palidda

Note
[1] Sulle migrazioni e questioni demografiche vedi: Non paradossi delle mobilità umane del XXI secolo. Declino demografico e migrazioni. Un’analisi contro luoghi comuni e letture falsanti attraverso lo spoglio delle nuove iscrizioni, cancellazioni, nascite e morti nelle anagrafi. Il caso italiano, in stampa in “Asei”, febbraio 2020, e online: http://www.kabulmagazine.com/non-paradossi-mobilita-umane/ 26 novembre 2019.
[2] vedi anche “Dai dati biometrici alle motovedette: ecco il business della frontiera”: https://www.redattoresociale.it/article/notiziario/dai_dati_biometrici_alle_motovedette_ecco_il_business_della_frontiera
Riferimenti bibliografici
Nicolas Lambert et Christine Zanin, Mad Map. L’atlas qui va changer votre vision du Monde, Armand Colin, Paris, 2019.
Reece Jones, Violent borders: Refugees and the right to move, Verso Books, 2016.
Réseau Migreurop et Olivier Clochard (coord), Atlas des migranti en Europe: approches critiques des politiques migratorie, Armand Colin, Paris, 2017.

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Nicolas Lambert, amministratore delegato di Fairtrade Belgium, docente di marketing presso la Louvain School of Management, membro del Migreurop,  coautore con Cristine Zanin del volume, Manuel de cartographie, Armand Colin, 2016 e anche di Mad Map. L’atlas qui va changer votre vision du Monde, Armand Colin, Paris, 2019.

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