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La valutazione interna dei demo-etno-antropologi tra corporativismi e forze centrifughe

Posted By Comitato di Redazione On 1 settembre 2022 @ 01:51 In Cultura,Società | No Comments

copia-di-loandina-intersezioni-unisa-copiadi Lia Giancristofaro

Il presente documento propone un pensiero critico e costruttivo sulla valutazione ASN dei (e tra i) demo-etno-antropologi, ed è tratto dalla relazione che ho presentato nell’incontro Intersezioni. Primo forum dell’antropologia italiana (13-15 luglio 2022, Fisciano, Salerno). L’elaborazione delle relazioni è stata condotta sulla base di analisi qualitative e quantitative e in modo concertato (su delega del Direttivo di SIMBDEA, ho lavorato col tavolo interassociativo “Ricerca, etica e valutazione”).  

La ASN sta per Abilitazione Scientifica Nazionale: si tratta di un’idoneità che da poco più di dieci anni colonizza le menti degli studiosi. Tale abilitazione è ottenuta attraverso una procedura nazionale di valutazione per titoli bandita annualmente, i cui criteri sono stati stabiliti dal DPR 222 del 2011 e successivamente rivisti. In linea di massima i candidati devono preventivamente superare tre valori-soglia calcolati nell’ambito del proprio Settore Scientifico Disciplinare (numero di monografie, di articoli, di articoli in riviste di fascia A in un determinato lasso temporale), per poi essere soggetti a valutazione da parte di una commissione di cinque docenti ordinari composta in ogni settore concorsuale, a meno che il settore non vada incontro a difficoltà numeriche; in tal caso, della commissione possono far parte docenti di settori concorsuali affini. I cinque commissari sono nominati per sorteggio da una lista compilata tra coloro che hanno fatto domanda per farne parte.

Di per sé, l’idoneità non serve a molto, perché bisogna in seguito “essere chiamati” dai singoli atenei a seguito di un bando, che può reclutare con concorso “aperto” (chiamata ex art. 18 comma 1 della legge 240/2010), concorso “per esterni” (chiamata ex art. 18 comma 4 della legge 240/2010) o concorso “per interni” (chiamate ex art. 24 comma 5 e 6 della legge 240/2010).

Posto ciò, cerchiamo di guardare le condizioni del SSD MDEA/01 nel presente e nel futuro, andando oltre la ASN e fornendo forse un contributo ulteriore rispetto alle varie letture che negli ultimi anni si sono avute su questo argomento.

Il SSD MDEA/01 è di difficile abitabilità, un po’ come i piccoli borghi isolati delle montagne. Non ha sottoclassi e questo (è un dato acquisito) finora ha limitato il numero degli strutturati nei singoli Dipartimenti e nei singoli Atenei, malgrado gli insegnamenti della demo-etno-antropologia siano molto richiesti, anche per via del DL 59 del 2017, che individua i settori antropo-psico-pedagogici e le metodologie e tecnologie didattiche come funzionali per l’acquisizione dei 24 crediti formativi universitari o accademici che costituiscono requisito di accesso ai concorsi e alle graduatorie per l’insegnamento nelle scuole. Insomma, i ricercatori e i docenti del SSD MDEA/01 si sono trovati, dal 2017 ai nostri giorni, sovraccarichi di insegnamenti e di studenti, laddove presenti negli Atenei [1].

senza-titolo-1-40Il sovraccarico non ha risolto i problemi, che sono rimasti quelli del passato, legati alla mancanza di sottosettori. Per esempio, in caso di inciampi nella carriera del singolo MDEA, non si può passare nella sottoclasse vicina. Finora, se un MDEA è andato in rotta di collisione con un altro MDEA nello stesso Ateneo, che in quel caso avrebbe la fortuna di vantare due strutturati del nostro settore, la mancanza di sottoclassi non ha presentato alternative alla rinunzia dell’upgrade da parte di uno. Insomma, mentre negli SSD che hanno le sottoclassi l’attribuzione degli insegnamenti e i concorsi di reclutamento si svolgono con una maggiore fluidità, gli antropologi culturali si sono trovati, talvolta, “chiusi” dal loro stesso Settore Scientifico Disciplinare e costantemente schiacciati da altri settori, in un circolo vizioso nel quale chi è più forte lo diventa ancora di più.

Finora, la mancanza di sottosettori ha limitato numericamente la nostra crescita come singoli e come collettività, ma in futuro la mancanza di sottoclassi potrebbe rappresentare un punto di forza: il DL 36 del 2022 relativo al PNRR è stato trasformato in legge e fra le molte cose prevede (nonostante il parere contrario del Consiglio Universitario Nazionale) la revisione dei SSD nel senso dell’accorpamento. Il fatto che le discipline DEA siano già “raggruppate” in un unico settore potrebbe essere positivo ma, data l’esiguità numerica degli strutturati, non esime del tutto dal rischio di un possibile accorpamento con altre discipline “deciso dall’alto” e in barba ai pareri del CUN.

Passiamo dunque alle procedure dell’ASN. Valutare il lavoro svolto finora dalla ASN sulle MDEA è difficile e meriterebbe un tavolo inter-associativo a sé per il suo giocarsi a molteplici livelli (la ASN si intreccia con VRA, VQR, coi concorsi dei singoli Atenei e con la vita accademica in generale). Avrei forse dovuto interfacciarmi di più con chi – nel SSD MDEA/01 – di valutazione si occupa più da vicino (GEV, commissari ASN, commissari dei concorsi di reclutamento nei singoli Atenei) ma, visto il carattere generale di questo articolo, mi concentro su alcuni aspetti specifici della valutazione legata alla ricerca.

Ovviamente, le commissioni della abilitazione nazionale non possono limitarsi a prender atto del superamento delle mediane: non è certo questo lo spirito dell’ASN, anche se possono sempre osservarsi posture “tecno-bibliometriche” (una sorta di ratifica delle mediane e dei requisiti abilitanti). Tra i nodi cruciali della ASN, c’è la mancanza di riconoscimento, da parte delle commissioni MDEA, di alcune tradizioni specifiche di studio, in particolare quelle legate alla demologia e più in generale ai filoni specifici di un’antropologia “italiana”, le cui forme di ricerca e di pubblicazione e di collaborazione interdisciplinare non sono le stesse degli ambiti internazionali “mainstream” [2]

La scomparsa o il pensionamento di esponenti importanti come Cirese, Lombardi Satriani, Buttitta, Lanternari, Seppilli, Colajanni o Clemente non dovrebbe segnare l’interruzione dei percorsi di ricerca che hanno messo in cantiere coinvolgendo tanti antropologi (strutturati e non) tuttora attivi e militanti, in modo collaborativo, in un settore-chiave come quello dell’heritage. La ASN, segnando una discontinuità, rischia di far calare il sipario sui nomi, sui temi di ricerca e sugli stili di ricerca degli studiosi che hanno ricostruito la disciplina in chiave demologica, e che ne hanno definito uno statuto che certamente è sempre suscettibile di letture critiche, ma non merita di essere esautorato in pochi anni. Peraltro, un approccio meno “esclusivo” della ASN rivaluterebbe questo tipo di produzione scientifica e porterebbe un beneficio alla disciplina nel suo complesso, anche perché consentirebbe agli Atenei di proporre una didattica delle MDEA che sia applicativa, aggiornata e utile per formare futuri funzionari di musei e istituzioni.

anpia-3anni-1Ufficialmente, la DEA è ottimista e persegue il rilancio della disciplina e il miglioramento della sua visibilità pubblica. In realtà, le ultime tornate della ASN descrivono le palesi difficoltà che il nostro SSD incontra non solo nell’affermarsi nei singoli Atenei, schiacciato com’è dai settori forti, ma anche nella competizione interna tra gli stessi demo-etno-antropologi, per cui non sembra esserci una chiarezza su quello che, oggi, è la demo-etno-antropologia [3]. Quando alcune “anime” della DEA rimangono schiacciate dalle altre, questo si traduce in uno spazio in meno occupato dall’antropologia tutta: insomma, la competizione interna tra i tre sottosettori “informali” della DEA, esercitata attraverso la selezione della ASN, crea un ulteriore elemento di debolezza per il nostro SSD.

L’analisi microscopica delle condizioni delle MDEA nei nostri Atenei e nel nostro contesto disciplinare sarebbe lunga e complessa, e non è questo l’intento della presente relazione. Professori e ricercatori del SSD MDEA/01 lavorano in Facoltà e Dipartimenti dove gli ordinari degli altri SSD (quelli con le sottoclassi) sono sicuramente più numerosi e mediamente anche più giovani, appartenendo a filiere impostate sullo scorrimento: un ordinario, un associato e due-re ricercatori. In questi casi, il singolo docente, prima del pensionamento, può portare avanti la ricerca del suo SSD usufruendo degli anni di sabbatico (fino a tre) previsti dai regolamenti, in quanto sostituibile negli insegnamenti: una fortuna che è il frutto di un preciso coordinamento di SSD e che oggi pare una chimera per tanti DEA, soli negli Atenei o comunque affaticati dal sovraccarico didattico. Certamente, bisognerebbe avere criteri meni arbitrari in merito ai concorsi di reclutamento dei singoli Atenei, che dovrebbero essere legati non ai rapporti di forza che già ci sono negli Atenei e nei dipartimenti (dove le MDEA sono costantemente poco rappresentate), ma a un riequilibrio delle risorse sulla base di criteri oggettivi, fondati anche sul numero di studenti e di tesi discusse.

Nonostante le difficoltà, la resa degli strutturati del SSD MDEA è alta, con una posizione di rilievo nella classifica internazionale, al netto del contributo degli antropologi fisici [4]. In più, i DEA si impegnano in percorsi innovativi che non devono essere disconosciuti: progetti interdisciplinari e lavori di antropologia applicata (tra questi, i progetti di salvaguardia del patrimonio immateriale), riportano gli antropologi culturali all’estrema sintesi dei settori ERC (European Research Council), che sono stati corretti e ulteriormente accorpati nel 2020.

In questo scenario siamo immersi, più o meno consapevolmente, ormai da anni: i settori ERC hanno modificato il modo di percepire e inquadrare le ricerche, funzionando un po’ come una centrifuga, perché talvolta tendono a disperdere gli antropologi culturali, spingendoli verso aree disciplinari diverse. In questo risiede un ulteriore, grave limite dell’attuale selezione della ASN: i criteri di valutazione non rispecchiano il mondo vero della ricerca nei settori ERC, e tendono a penalizzare sia la ricerca applicata, sia l’interdisciplinarietà. Che la ASN non tenga conto di molte attività sistematicamente svolte dai DEA (didattica da parte dei non strutturati, ricerca applicata da parte degli strutturati, pubblicazioni eccezionali “fuori settore”) ha danneggiato l’intero SSD.  Questo dramma si sarebbe consumato anche in presenza di sottosettori nell’ambito delle MDEA ma oggi, intrecciandosi alla mancanza di sottosettori, aumenta lo svantaggio delle MDEA in uno scenario accademico estremamente competitivo.

Il Forum di Fisciano è stato un inizio di discussione, un’occasione per discutere propositivamente e collettivamente alcune questioni che riguardano tutte le associazioni: cosa caratterizza oggi l’antropologia culturale? Quali cambiamenti deve affrontare in Italia per rimanere competitiva rispetto a discipline affini che potrebbero “inglobarla”? Quanto, e fino a che punto, essa può ibridarsi e aprirsi ad altri approcci teorico-metodologici?

La modifica del sistema ASN, varata nel 2022, nasce dalla necessità di ridurre le spese e ottimizzare le risorse: una riforma nella quale le decisioni in materia di upgrade saranno, presumibilmente, l’esito di una negoziazione tra vertici intermedi e organi collegiali. L’aumento dei punti organico, promesso dalla Ministra Messa, si accompagnerà alla modifica dell’attuale meccanismo di reclutamento, col probabile inserimento della nuova settorializzazione ERC. Insomma, la prossima ASN dovrà necessariamente fare i conti con una maggiore interdisciplinarità, e le commissioni di altri SSD stanno preventivamente agendo in tal senso, “inglobando” le antropologie culturali di loro interesse. Nonostante le criticità della riforma, i SSD più forti prevedono un effettivo miglioramento delle proprie condizioni, in riferimento soprattutto alla stabilizzazione del precariato. Cosa sarà del SSD MDEA701? 

Dialoghi Mediterranei, n. 57, settembre 2022
Note
[1] Non c’è bisogno di fornire dati: le MDEA sono tra i SSD meno numerosi in Italia e capita di frequente che un Ateneo abbia un solo MDEA per sopperire alle necessità ingenerate dal DL 59 del 2017 (talvolta non si tratta nemmeno di uno strutturato, ma di un contrattista).
[2] Questo è tanto più rilevante in quanto io che scrivo, in questa sede, rappresento SIMBDEA, che è forse la più rilevante erede di questa tradizione riferita all’applicazione della DEA nelle istituzioni pubbliche e private della museografia e dell’heritage in generale.
[3] Ho problematizzato questa rilevazione, frutto di osservazioni etnografiche nei convegni di SSD MDEA, nell’articolo Convegni e altre kermesse intellettuali: “arte del potatore” e rinascita post-pandemica, in “Dialoghi Mediterranei”, 48, 2/2021, alla cui bibliografia rimando.
[4] Dalla classifica https://www.scimagojr.com/, 2021, l’Italia risulta al sesto posto per la media della sua produzione scientifica (normalizzata in base alle citazioni ricevute). La disciplina generale “Anthropology” pare leggermente inferiore a questa media, essendo la produzione italiana posizionata al decimo posto, ma è comunque ragguardevole.

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Lia Giancristofaro, Ph.D., DEA, è professore associato di Antropologia Culturale all’Università degli Studi di Chieti-Pescara. Si occupa di diritti umani e culturali, di culture folkloriche e popolari e delle nuove responsabilità politiche delle ONG. In rappresentanza di SIMBDEA, ha osservato diverse sessioni dell’Assemblea Generale degli Stati-Parte della Convenzione Unesco per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale. Tra le sue pubblicazioni: Il segno dei vinti, antropologia e letteratura nell’opera di Giovanni Verga, 2005, pref. di Antonino Buttitta; Riti propiziatori abruzzesi, 2007, pref. di Alberto M. Cirese; Tomato Day, il rituale della salsa di pomodoro, 2012; Il ritorno della tradizione. Feste, propaganda e diritti culturali in un contesto dell’Italia centrale, 2017; Cocullo. Un percorso italiano di salvaguardia urgente, 2018; Politiche dell’immateriale e professionalità demoetnoantropologica in Italia, 2018; L’avenir du patrimoine, Parigi 2020 (con Laurent Sébastien Fournier); Patrimonio culturale immateriale e società civile, 2020 (con Pietro Clemente e Valentina Lapiccirella Zingari); Le Nazioni Unite e l’antropologia, 2020 (con Antonino Colajanni e Viviana Sacco).

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