di Amelio Pezzetta
Introduzione
Il presente saggio descrive l’evoluzione demografica e i cambiamenti culturali che si sono registrati nei Comuni della valle dell’Aventino dal XX secolo ai primi decenni del XXI; e dà conto delle iniziative per rendere i luoghi più vivibili, messe in atto da coloro che invece di emigrare hanno deciso di restare nei paesi nativi. La ricerca si è svolta utilizzando i dati bibliografici, informazioni varie pubblicate in rete, le conoscenze dirette ed altre pubblicazioni dello stesso scrivente.
La valle dell’Aventino: geografia, demografia ed economia
La valle del fiume Aventino è un ambito geografico interamente compreso in provincia di Chieti a cui appartengono 11 Comuni caratterizzati da un’omogeneità culturale, economica, geografica e storica: Palena, Lettopalena, Colledimacine, Taranta Peligna, Lama dei Peligni, Torricella Peligna, Montenerodomo, Gessopalena, Fara San Martino, Civitella Messer Raimondo e Casoli. Lunga circa 40 km; è delimitata sul versante orografico sinistro dal massiccio della Majella e sul versante opposto dalle colline e monti che fanno da spartiacque con la valle del Sangro di cui l’Aventino stesso è il principale affluente; è compresa tra la quota minima di 250 metri d’altitudine e quella massima di 2795 metri di Monte Amaro.
La presenza dell’uomo nell’area è documentata fin dal Neolitico e, senza subire alcuna interruzione, è proseguita nelle ere successive seguendo un andamento crescente sino al 1861 quando la zona fu annessa all’Italia unita. Dopo questa data in alcuni luoghi iniziò il decremento demografico, mentre in altri questo fenomeno ebbe avvio nei decenni successivi o durante il XX secolo.
Al fine di avere un’idea abbastanza chiara sull’andamento demografico dei Comuni in oggetto dal XX secolo ai primi decenni del XXI, è stata compilata la seguente tabella 1.
Tabella 1: La popolazione dei Comuni della valle dell’Aventino dal 1901 al 1921.
| Anno | Comune e numero di abitanti | |||||
| Palena | Lettopalena | TarantaPeligna | Lama deiPeligni | Civitella
MesserRaimondo |
Fara SanMartino | |
| 1901 | 4140 | 1151 | 1512 | 3580 | 1987 | 2482 |
| 1911 | 4361 | 1050 | 1492 | 3786 | 2016 | 2616 |
| 1921 | 4446 | 1103 | 1439 | 3958 | 1954 | 2213 |
| 1931 | 3721 | 1070 | 1230 | 3008 | 1963 | 2173 |
| 1936 | 3228 | 956 | 1227 | 3015 | 1940 | 2263 |
| 1951 | 3274 | 904 | 1188 | 2855 | 1901 | 2229 |
| 1961 | 2744 | 584 | 1107 | 2458 | 1850 | 2108 |
| 1971 | 2024 | 460 | 906 | 1839 | 1297 | 1817 |
| 1981 | 1742 | 449 | 732 | 1562 | 1223 | 1784 |
| 1991 | 1567 | 449 | 632 | 1515 | 1111 | 1758 |
| 2001 | 1478 | 409 | 521 | 1486 | 972 | 1626 |
| 2011 | 1412 | 365 | 399 | 1364 | 861 | 1524 |
| 2021 | 1251 | 320 | 329 | 1087 | 790 | 1294 |
Tabella 1: La popolazione dei Comuni della valle dell’Aventino dal 1901 al 1921
| Anno | Comune e numero di abitanti | ||||
| Colledimacine | Montenerodomo | Torricella Peligna | Gessopalena | Casoli | |
| 1901 | 1657 | 2211 | 4734 | 3376 | 7301 |
| 1911 | 1458 | 2183 | 4611 | 3420 | 7892 |
| 1921 | 1550 | 2011 | 3954 | 3450 | 7659 |
| 1931 | 1327 | 1974 | 3800 | 3481 | 8103 |
| 1936 | 1363 | 1950 | 3989 | 3589 | 8319 |
| 1951 | 1203 | 2062 | 3964 | 3566 | 8134 |
| 1961 | 831 | 1800 | 3322 | 3210 | 7377 |
| 1971 | 547 | 1276 | 2334 | 2345 | 6324 |
| 1981 | 456 | 1135 | 2031 | 2248 | 6174 |
| 1991 | 370 | 1020 | 1833 | 1915 | 6116 |
| 2001 | 286 | 936 | 1587 | 1694 | 5971 |
| 2011 | 237 | 736 | 1391 | 1550 | 5847 |
| 2021 | 161 | 604 | 1152 | 1234 | 5234 |
Fonte: Dati ISTAT
Dalla tabella emerge che la popolazione complessiva di tutti i Comuni dell’intera vallata, a causa del forte movimento migratorio, si è ridotta dal valore massimo di 34.885 individui registrati nel 1911 a quello minimo di 13.456 abitanti totali del 2021. Alcuni Comuni hanno registrato un decremento demografico da 4 a 10 volte il valore massimo e, nel 2021, tre di essi non hanno superato la soglia di 400 abitanti. I minori valori percentuali di decrementi sono stati osservati a Casoli (- 35%) e a Fara San Martino (-48%).
Questo grave spopolamento che attualmente sembra inarrestabile produce le seguenti ripercussioni negative sul paesaggio, lo stile di vita e il tessuto economico-culturale: l’abbandono territoriale, l’aumento del degrado ambientale e dei rischi di dissesto idrogeologico, la riduzione dei servizi essenziali (trasporti pubblici, presidi sanitari, esercizi commerciali, centri artigianali, scuole), l’invecchiamento della popolazione presente, la carenza di relazioni sociali, la perdita del dialetto, la rarefazione dei luoghi d’aggregazione, delle tradizioni e dei prodotti tipici.
Ora in tutti i Comuni si osservano frazioni, strade e rioni semiabbandonati con molte abitazioni vuote a testimonianza della vita reale che un tempo si svolgeva nei loro ambiti; vi abitano poche persone e soprattutto anziane a causa dell’aumento dell’età media e il crollo delle nascite; luoghi di ritrovo, esercizi commerciali e piccoli centri artigianali, in passato molto frequentati, ora hanno chiusa l’attività.
Lungo le strade e gli spiazzi non si osservano più i contadini che tornano dai campi insieme ai loro armenti, i bambini che giocano, gli uomini che si rilassano nelle fresche serate estive e le donne che chiacchierano facendo la calza, tessendo, sgranocchiando pannocchie di granturco, ricamando o preparando qualche alimento. In un passato non molto lontano ogni rione aveva “le sue sentinelle o doganiere”, costituite di solito da donne anziane che trascorrevano le ore del giorno all’aperto, osservavano i passanti e se sconosciuti chiedevano chi fossero e dove andavano. Ora esse sorvegliano i sentieri del cielo, mentre diversi luoghi in cui abitavano sono popolati solo da qualche gatto, cane randagio e uccelli che svolazzano in cerca di cibo. Ad accrescere il senso di vuoto e d’abbandono contribuiscono le abitazioni con porte e finestre sbarrate, le mura che si screpolano, gli edifici scolastici chiusi da decenni e le piante infestanti che crescono e si moltiplicano nei terreni incolti, lungo le strade e ai bordi delle case. In questi ambiti si respira un’atmosfera rarefatta, mentre le costruzioni con le loro sagome e pietre mentre riaccendono la memoria sul passato non disegnano alcuna prospettiva di futuro.
Per quanto riguarda l’economia, nell’area sino agli inizi degli anni 50 del secolo scorso, in tutti i Comuni l’attività economica dominante era quella agricola, generalmente di sussistenza e basata sull’autoproduzione, l’autoconsumo, lo scambio e la cooperazione interfamiliare. Al fine di avere importanti ed utili ragguagli sulle variazioni della popolazione agricola nei vari Comuni, sono state compilate le tabelle che seguono.
Tabella 2: Addetti all’agricoltura nel 1929
| Comune | Popolazione presente | Popolazioneagricola | % |
| Palena | 4349 | 3239 | 74,4 |
| Taranta Peligna | 1180 | 722 | 61,1 |
| Lama dei Peligni | 2819 | 2005 | 71,1 |
| Civitella Messer Raimondo | 1963 | 1659 | 84,5 |
| Fara San Martino | 2077 | 1144 | 55,1 |
| Colledimacine | 1273 | 1087 | 85,4 |
| Montenerodomo | 1867 | 1489 | 79,7 |
| Torricella Peligna | 3678 | 2990 | 81,3 |
| Gessopalena | 3481 | 2674 | 76,8 |
| Casoli | 7751 | 6019 | 77,6 |
Fonte: Istat Catasto Agrario 1929. Nel Comune di Palena sono inglobati i dati riguardanti Lettopalena
Come si può osservare dalla tabella 2 in tutti i Comuni della valle nel 1929, l’agricoltura era l’attività economica principale e la percentuale di popolazione che vi era addetta oscillava dal valore minimo del 55,1% a quello massimo dell’85,4 %. L’influenza dell’agricoltura nella vita locale era molto più vasta poiché quasi tutte le famiglie possedevano qualche terreno, orto o animali da cortile ed esistevano artigiani che con la loro attività erano di sostegno o complementari a quella agricola: riparatori di carri, fabbri addetti alla ferratura degli equini, falegnami, bottai, commercianti di vino e cereali, etc.
Tabella 3: Posizione professionale dei capifamiglia addetti all’agricoltura nel 1929
| Comune | Posizione professionale dei capifamiglia | ||||
| Proprietari | Fittavoli | Coloni | Braccianti
giornalieri |
Altro | |
| Palena | 392 | 114 | 9 | 113 | 8 |
| Taranta Peligna | 42 | 1 | 102 | ||
| Lama dei Peligni | 393 | — | 4 | 25 | |
| Civitella Messer Raimondo | 363 | 12 | 48 | 1 | |
| Fara San Martino | 200 | 5 | 38 | 11 | |
| Colledimacine | 225 | ||||
| Montenerodomo | 212 | 15 | 72 | 7 | |
| Torricella Peligna | 425 | 28 | 72 | 46 | 2 |
| Gessopalena | 406 | 6 | 59 | 108 | 3 |
| Casoli | 712 | 13 | 150 | 270 | 5 |
| Totale | 2945 | 176 | 312 | 822 | 37 |
Fonte: Istat Catasto Agrario 1929. Nel Comune di Palena sono inglobati i dati riguardanti Lettopalena
Dalla tabella 3 emerge che nel 1929 2945 capifamiglia (68,6% degli addetti all’agricoltura) erano proprietari dei terreni che coltivavano, mentre 1347 (31,4%) con varie forme coltivavano terreni non propri e quindi erano costretti a pagare gli usi con varie forme di prestazioni contrattuali. Il numero di proprietari diretti iniziò a crescere nei primi decenni post-unitari quando generalmente gli emigranti tornavano in paese e con i loro risparmi acquistavano i terreni agricoli concessi in uso dai possidenti e istituzioni laico-ecclesiastiche.
Il passaggio alla condizione di proprietari liberava da antiche prestazioni ma non migliorava le condizioni generali di vita. Infatti, il modello di agricoltura praticato nella zona era inadeguato ad assicurare un decente tenore e non consentiva di uscire da una condizione di subordinazione sociale e di mera sussistenza per i seguenti motivi: 1) le tecniche di coltura adottate non assicuravano un’ottima resa dei terreni; 2) le cattive annate con la siccità o le precipitazioni prolungate, la neve fuori stagione, etc, riducevano i raccolti costringendo gli strati più poveri alla fame; 3) i terreni coltivati erano generalmente aridi, poco redditizi, frammentati e molto distanti tra loro.
Questi fatti sono state le principali cause che hanno dato l’input al fenomeno migratorio e al conseguente decremento demografico. Un’importante caratteristica dei primi emigranti era la loro presenza temporanea nel paese di accoglienza per poi far ritorno al luogo natio e con i risparmi accumulati acquistare nuovi terreni, riscattare antichi canoni enfiteutici e costruirsi un’abitazione più confortevole. Essi quando arrivavano nei luoghi d’emigrazione cercavano di conservare i tratti della loro cultura d’origine. Infatti, tendevano a vivere insieme ad altri paesani, parenti e corregionali; utilizzavano il dialetto durante le conversazioni; cercavano di osservare le tradizioni religiose e celebrare nei paesi d’accoglienza le più importanti ricorrenze festive dei luoghi d’origine.
Quelli che facevano ritorno, di solito emigravano da soli e lasciavano alle mogli il compito di curare le faccende domestiche e i terreni agricoli. A causa di ciò, come ha sottolineato Giuseppina Enrica Cinque, a Lama dei Peligni s’era consolidato un matriarcato reso più forte, «dall’enorme mole di lavoro svolto dalle donne che faceva risaltare la loro maggior forza, la loro maggior resistenza rispetto agli uomini» [1].
Nei decenni successivi i valori assoluti e percentuali degli addetti all’agricoltura si sono progressivamente ridotti. Per avere adeguati ragguagli a tal proposito è stata compilata la tabella 4 che riporta il numero di addetti all’attività agricola nel 1961 e nel 2001 e non la sua intera popolazione costituita da tutti i componenti famigliari che vivevano di agricoltura.
Tabella 4: Addetti all’agricoltura nel 1961 e nel 2001
| Comune | 1961 | 2001 | ||||
| Popolazione residente | Addetti all’agricoltura | % addetti | Popolazione residente | Addetti all’agricoltura | %addetti | |
| Palena | 2744 | 265 | 9,6 | 1478 | 35 | 2,3 |
| Lettopalena | 584 | 63 | 10,8 | 584 | 5 | 0,8 |
| Taranta Peligna | 1107 | 46 | 4,1 | 521 | 6 | 1,1 |
| Lama dei Peligni | 2458 | 108 | 4,4 | 1486 | 4 | 0,3 |
| Civitella Messer Raimondo | 1850 | 340 | 18,4 | 972 | 14 | 1,4 |
| Fara San Martino | 2108 | 159 | 7,5 | 1626 | 5 | 0,3 |
| Colledimacine | 831 | 182 | 21,9 | 286 | 27 | 9,4 |
| Montenerodomo | 1800 | 608 | 33,8 | 936 | 63 | 6,7 |
| Torricella Peligna | 3322 | 704 | 21,2 | 1587 | 60 | 3,8 |
| Gessopalena | 3210 | 710 | 22,1 | 1694 | 27 | 1,6 |
| Casoli | 7377 | 1922 | 26 | 5 971 | 319 | 5,3 |
Come si può osservare dalla tabella, nel 1961, in due casi il numero degli addetti era sceso sotto 100 unità, in un solo caso si conteggiavano oltre 1000 addetti e nel complesso il loro valore percentuale rispetto alla popolazione residente oscillava da quello minimo di 4,1% a quello massimo di 33,8%. Nel 2001, rispetto a 40 anni prima gli addetti all’agricoltura si sono notevolmente ridotti, solo in un caso hanno superato 100 unità, mentre il loro valore percentuale rispetto alla popolazione residente è stato compreso tra quello minimo di 0,3% e massimo del 9,4%.
Ora la maggioranza della forza lavoro trova l’impiego nelle aziende industriali, la pubblica amministrazione, il commercio, i servizi, le attività turistiche, l’artigianato, etc. Diversi residenti per raggiungere i posti di lavoro percorrono quotidianamente anche cento Km di strada tra andata e ritorno.
La cultura e la religiosità contadina nella valle dell’Aventino
L’agricoltura è stata l’attività produttiva che ha caratterizzato l’economia e la cultura di tutti i comuni della valle dell’Aventino. Infatti, con le sue fasi di lavoro e le sue risorse produttive ha condizionato la mentalità collettiva, il modo di vivere quotidiano, la tipologia delle abitazioni, la religiosità, la scansione del calendario festivo, il tipo di alimentazione, la composizione famigliare, il modo di rapportarsi tra i suoi membri e di trasmettere i beni dai genitori ai figli e parenti prossimi.
La giornata del contadino del passato iniziava, all’alba, ed era dominata dal lavoro, fondamento della vita familiare e dei rapporti di classe. Al tramonto lasciava i campi per rientrare nella propria abitazione e dopo un frugale pasto rimaneva presso il focolare a scambiare quattro chiacchiere con moglie e figli, oppure usciva per ritrovarsi con amici e semplici conoscenti in qualche bar, cantina o in piazza. Altri luoghi di incontro maschili erano la bottega del maniscalco, il mulino, il salone del barbiere e le fiere.
Le donne accudivano alla casa, ai figli, all’orto, alla stalla e si incontravano con altre donne dal fornaio, nei lavatoi e presso le pubbliche fontane. Erano considerate persone deboli destinate a ruoli sociali secondari di sottomissione al marito o al padre e se non si sposavano, trovando chi le assicurava la sussistenza, generalmente erano destinate a un’esistenza infelice.
La vita quotidiana era influenzata anche dalla chiesa che con le feste, le funzioni religiose, il suono delle campane e i rintocchi degli orologi dei campanili scandiva lo scorrere della giornata, i periodi di lavoro e di riposo, i tempi feriali e festivi, i momenti della giornata per la preparazione e cottura dei pasti, l’ora del rientro in casa, ecc. Le campane e i campanili rappresentavano anche degli importanti punti di riferimento esistenziali. Infatti, alle campane si associavano anche le voci di festa, di dolore e di pericolo collettivo.
I contadini locali vivevano con una certa ansia l’impotenza con le forze della natura, si confrontavano con potenze misteriose che favorivano la crescita dei semi e dovevano adeguarsi al ritmo delle stagioni non sempre favorevoli. In genere dovevano sopportare il duro lavoro. la grande fatica, la fame, la precarietà esistenziale e la subordinazione sociale. Essi erano immersi nella grande variabilità stagionale e climatica della zona e in una natura apparentemente capricciosa da cui non sempre riuscivano a ricavare tutti i mezzi necessari per la sopravvivenza. La vita delle piante coltivate, l’alternarsi del giorno, del ciclo lunare e delle stagioni suggeriva loro che tutto muore e rinasce: rinasce il sole dopo il tramonto, rifioriscono i vegetali dopo la parentesi invernale e si rinnova la luna nel cielo alla fine del suo ciclo.
Queste particolari condizioni di vita e lavoro hanno favorito lo sviluppo di una religiosità che ha portato a una rappresentazione mitica della natura e a una ritualità con cui esorcizzare l’influenza del negativo e favorire lo sviluppo del raccolto. In particolare per ovviare a tutti i rischi ed incertezze esistenziali, i contadini avevano elaborato e messo in pratica particolari riti calendariali che si svolgevano al fine di favorire l’espulsione del male e propiziare le forze soprannaturali benigne sulla vita individuale, l’agricoltura e l’allevamento. Di conseguenza ogni festa dell’anno liturgico era caratterizzata da varie aspettative comunitarie tra cui le richieste di: protezione della propria salute fisica e di quella dei famigliari dalle malattie; propiziazione di un buon raccolto. Nell’immaginario popolare contadino, i disastri ambientali, i problemi esistenziali e le malattie erano aspetti del castigo divino conseguenti ai peccati, una credenza in cui era insito il concetto che il sacro ingloba l’uomo nella sua totalità. Oltre al castigo esisteva anche una giustizia divina che faceva sperare, premiava le persone buone e puniva i peccatori e le persone malvagie.
I contadini locali e larga parte degli altri strati sociali generalmente credevano nella giustizia divina e nella “Provvidenza”, come dimostrano i seguenti motti augurali di largo uso popolare: “Abbi fede”, “Spera nella Provvidenza”, “Dio vede e provvede”. Un altro aspetto della vita quotidiana dei contadini e del suo intreccio con la religione era rappresentato dall’alimentazione che entrava in vari rituali così che esisteva una ritualità alimentare. Infatti il mettersi a tavola di solito poteva essere accompagnato da qualcuno dei seguenti gesti d’ispirazione religiosa: togliersi il cappello, farsi il segno di croce, ringraziare la Provvidenza e baciare il pane. Nei casi in cui i cattivi raccolti rendevano l’esistenza precaria, i pasti erano semplici; in cucina si utilizzavano le erbe spontanee ed altre risorse del luogo; si facevano pochi acquisti; per mangiare si consumava ciò che si produceva e per sopperire alle carenze dettate dall’andamento stagionale, si conservavano scrupolosamente gli alimenti. Questi aspetti rinforzavano il concetto di sacralità del cibo che siccome non era sempre disponibile nelle quantità necessarie non si doveva sprecare.
La vita era caratterizzata anche da un’elevata precarietà. In genere di fronte alle malattie, al dolore e a tutti i fattori negativi inspiegabili e incontrollabili, i contadini insieme a tutti gli altri componenti della comunità manifestavano un’impotenza generalizzata e il bisogno di ricorrere: all’aiuto dei santi per controllare le forze della natura, assicurarsi la riproduzione della specie, la sopravvivenza e la fertilità della terra e degli animali, nonché ad una medicina popolare costituita da infusi di erbe cui si accompagnavano spesso operazioni magiche. Varie disfunzioni organiche causate da un’alimentazione insufficiente e pessime condizioni igieniche si attribuivano all’influenza degli spiriti maligni che, secondo l’immaginario popolare, trasmettevano i loro influssi negativi con diverse forme. Pertanto tali disturbi si curavano spesso ricorrendo ad erbe officinali o ritenute tali accompagnate da pratiche magico-religiose capaci di annullare gli influssi malefici. Tra le pratiche più utilizzate c’erano gli scongiuri, ovvero particolari formule di carattere magico-religioso con cui si chiedeva l’intervento di Dio, della Madonna o di qualche santo per far cessare qualche male.
In particolare il culto locale dei santi era caratterizzato dall’intreccio di due caratteristiche tipiche della religiosità popolare: un filone, da un alto, di tipo pagano secondo il quale i santi e la Divina Provvidenza sono legati agli uomini da rapporti contrattuali e di conseguenza si osservavano i precetti e si facevano le offerte per richiedere interventi soprannaturali e grazie o poiché si supponeva che sarebbero state debitamente compensati e considerati nell’al di là; e un altro filone più cristiano secondo il quale i santi sono rappresentanti esemplari di virtù cristiane da imitare e a cui affidarsi per sperare nel raggiungimento della salvezza eterna e nella concessione di qualche grazia terrena.
Ai santi l’immaginario popolare del passato attribuiva grandi poteri magici e cioè la capacità di controllare ed indirizzare le forze della natura attraverso i miracoli. In virtù di queste loro prerogative, essi rappresentavano l’unico ed estremo rimedio per superare le incertezze quotidiane, la precarietà esistenziale e il senso d’impotenza verso le forze della natura stesse.
In generale i santi più che modelli di vita cristiana da imitare erano considerati soggetti di mediazione da utilizzare nella lotta per la sopravvivenza; potevano dispensare grazie ma siccome erano considerati vendicativi, potevano punire chi non li riveriva nel modo dovuto. La devozione magica ai santi rappresentava anche il desiderio inconscio dei contadini di sovvertire l’ordine delle cose, la loro speranza utopica di un miglioramento delle condizioni esistenziali, un modo tipico di esprimere l’aspirazione al riscatto e all’affrancamento sociali. Il rapporto con Dio e i santi era un rapporto gerarchico che enfatizzava e ripeteva comportamenti mutuati tra uomini. In questo senso i contadini proiettavano nel rapporto con Dio e i santi la coscienza della propria condizione subalterna ed il proprio sistema di interazione con un ambito gerarchico superiore e più potente. Dio e i santi avevano anche altre valenze comunitarie: accomunavano, contribuivano a creare la solidarietà e l’identità comunitaria e fornivano gli strumenti concettuali di opposizione alla natura e allo scoraggiamento causato dalle difficoltà esistenziali.
Per quanto riguarda le feste, si può dire che nel loro complesso erano caratterizzate da momenti di preghiera, penitenza ed evasione trasgressiva che forniva l’occasione per uscire momentaneamente dalle difficoltà quotidiane, dalla miseria e crisi psicologiche. Esse si organizzavano per celebrare un santo e erano momenti in cui la fede popolare si mescolava alle volontà di esprimere la gioia di vivere, superare le angustie materiali e sognare un’esistenza più felice in un mondo diverso. Le feste del ciclo dell’anno considerate più importanti, nel periodo in esame erano caratterizzate da qualcuno o l’insieme dei seguenti caratteri: riti magici, proverbi, leggende, interruzione del lavoro quotidiano, cortei e processioni, esibizioni musicali, fuochi d’artificio, giochi popolari e la preparazione di piatti tipici. Alcune feste religiose erano abbinate anche a fiere in cui prevalevano la vendita e il commercio di beni e prodotti legati all’agricoltura e alla zootecnia.
Ogni località aveva e conserva tuttora, i propri calendari festivi che rinforzavano i caratteri identitari e anch’essi erano legati ai bisogni esistenziali, ai problemi della vita quotidiana, all’agricoltura ed ai raccolti. Spesso molte feste religiose si organizzavano all’inizio o alla fine del ciclo agrario ed erano caratterizzate da rituali propiziatori o di ringraziamento che collegavano o riattualizzavano antichi rituali pagani mai dimenticati.
Nel corso del XX secolo la religiosità popolare iniziò a registrare alcune modifiche ed una delle prime cause fu l’influsso dei lavoratori emigrati. Essi durante la permanenza nei luoghi di lavoro venivano a contatto con altre realtà culturali e religiose. Per questi motivi, spesso il loro ritorno nei luoghi d’origine era visto con diffidenza e molti parroci erano convinti che a causa loro aumentava l’irreligiosità in quanto diffondevano i modelli religiosi acquisiti nei luoghi di lavoro. In realtà la maggioranza degli emigranti locali, anziché accogliere i modelli religiosi dei luoghi di lavoro tendevano a conservare quelli delle località d’origine Nel loro complesso erano portatori di una religiosità con i seguenti tratti caratteristici: la strumentalità finalizzata a chiedere a Dio e i santi assistenza e grazie per la salute o il benessere materiale; il sentimentalismo basato sul rispetto della famiglia, delle tradizioni e delle feste patronali dei luoghi nativi, che si manifestava nei modi seguenti: continuando a festeggiare anche nei paesi d’accoglienza, alcune tipiche e importanti feste religiose dei Comuni nativi; inviando contributi in denaro utili per organizzare alcune feste o apportare migliorie alle chiese dei loro paesi nonché somme ai famigliari in occasione di particolari ricorrenze.
Spesso capitava che con la forte influenza esercitata dai contributi in denaro e altri motivi, gli emigranti imponevano i loro culti e riuscivano a ottenere modifiche ai calendari festivi in modo da far coincidere alcune importanti celebrazioni con i momenti di ferie. Alcune giornate di celebrazione delle feste dei santi iniziarono ad essere spostate in date diverse da quelle fissate dal calendario liturgico e di solito si privilegiò il periodo estivo quando i lavoratori emigrati facevano ritorno nei luoghi d’origine [2].
Al particolare intreccio tra agricoltura, i bisogni esistenziali del mondo contadino e la religione è legata la nascita della concezione che ha posto la famiglia al centro delle esperienze individuali e sociali. Quelle unite e più numerose disponevano di maggiori braccia per il lavoro nei campi, prendere in affitto o acquistare più terreni, assicurare maggior benessere a tutti i membri e la possibilità di un riscatto sociale. Nell’economia agricola del passato erano utili anche i bambini poiché quando raggiungevano 8-9 anni d’età, si occupavano in piccoli lavori o ricevevano in affido qualche animale domestico da controllare durante il pascolo.
Considerata la grande importanza attribuita alla famiglia, ogni comunità aveva elaborato opportune norme di condotta alle quali i celibi, le nubili e le coppie sposate dovevano attenersi per non incorrere nella condanna e disapprovazione sociale e di cui in questa sede si descriveranno i caratteri più generali. Sia all’uomo che alla donna si chiedeva di costruire una famiglia con molti figli. In particolare, in base alla concezione del matrimonio in vigore si diceva che bisognava sposarsi “per sistemarsi”, il che significava per l’uomo trovare una donna che lo accudisse e per la donna l’uomo che la mantenesse per tutta la vita. Tuttavia, nonostante l’ampio valore attribuito alla famiglia, esistevano molti ostacoli ai liberi rapporti tra uomo e donna.
In base alla cultura locale, la cosiddetta “donna seria e da marito” doveva essere riservata, aspettare di essere prescelta e non poteva manifestare pubblicamente i propri interessi amorosi. Essa doveva essere “onorata”, il che significava rispettare le prescrizioni ecclesiastiche, non frequentare uomini, non avere rapporti sessuali prematrimoniali e conservare la verginità sino alla data del matrimonio. Una donna disinibita, libera, spontanea e aperta nei propri sentimenti era definita “sfacciata” o con attributi ancora più pesanti e andava incontro al pettegolezzo e alla condanna sociale. L’uomo, invece era considerato un cacciatore che poteva mostrarsi ardimentoso, esuberante e fare le sue avances. Quando arrivava all’età del matrimonio, i parenti e gli amici gli suggerivano che era il momento di “accasarsi” e gli proponevano qualche ragazza da marito.
Spesso, i genitori combinavano le nozze per i loro figli e si arrivava a matrimoni endogamici e di convenienza in cui si proponeva lo sposalizio a due giovani appartenenti a famiglie che avevano abitazioni e terreni confinanti o più o meno vicini in modo da rinforzare le amicizie con i legami di parentela e accrescere le proprietà reciproche. Nonostante questo erano abbastanza frequenti anche le scelte libere basate sull’amore reciproco.
Due giovani di sesso opposto, secondo la morale vigente sino a circa 70 anni fa, non dovevano fermarsi a parlare tra loro. Di conseguenza se un uomo voleva far capire a qualche fanciulla che le piaceva, cercava di incontrarla in luoghi insoliti, al riparo da occhi indiscreti e/o con lo sguardo quando usciva dalla messa la domenica, andava nei campi o al mercato, durante alcuni lavori agricoli (la mietitura, trebbiatura, vendemmia, raccolta dell’ulivo), si recava alla fontana pubblica per prendere l’acqua e partecipava a qualche processione per le vie del paese. Anche durante le funzioni religiose in chiesa in qualche modo si cercava di far capire alla donna desiderata il proprio interesse amoroso con ripetuti sguardi.
Quando in vari modi si accettavano e condividevano le scelte di coppia si arrivava al rito di fidanzamento con cui le relazioni tra gli aspiranti sposi e le loro famiglie s’istituzionalizzavano ufficialmente e si regolavano da un insieme di consuetudini comunitarie che in generale prevedevano: la promessa del matrimonio, la concessione al giovane dell’autorizzazione a frequentare l’abitazione della ragazza, lo scambio degli anelli e un pranzo tra i due innamorati, i loro genitori e parenti più prossimi (soprattutto fratelli e sorelle).
Agli inizi del XX secolo, a causa dell’emigrazione iniziò a essere utilizzato il “matrimonio per procura”, un atto in cui uno o entrambi gli individui che si sposavano non erano fisicamente presenti durante la cerimonia e si facevano rappresentare da altre persone. Talvolta i due coniugi si conoscevano solo attraverso le foto e accettavano di sposarsi senza essersi mai visti.
Oltre ai matrimoni che rispettavano le prescrizioni ecclesiastiche e le regole comunitarie esistevano anche quelli post-fugam che di solito si celebravano di buon mattino dietro l’altare maggiore delle chiese parrocchiali, senza pompa magna e l’abito bianco della sposa. Si organizzavano quando due giovani avevano avuto rapporti sessuali, nelle loro scelte d’amore erano ostacolati dalle famiglie d’origine o non avevano le possibilità economiche per organizzare una sontuosa cerimonia. In questi casi i due innamorati annunciavano l’avvenuta (o presunta) consumazione del rapporto sessuale e quindi obbligavano le rispettive famiglie ad autorizzare il matrimonio.
Nella situazione attuale, l’agricoltura non è la principale risorsa economica della popolazione e si è passati dal modello di comunità all’economia basata sulle attività industriali. Ora i tempi di lavoro e di riposo delle persone occupate sono completamente diversi da quelli della comunità agro-pastorale esistente sino a circa 70 anni fa. Il lavoro in ufficio o nell’industria ha i suoi orari fissi e non s’interrompe o è compromesso da eventi atmosferici. È cambiata la visione generale della natura che da luogo di produzione di risorse vitali è diventata anche luogo di svago, di contemplazione e di equilibri dinamici tra uomini, animali, mondo vegetale e inanimato. La popolazione locale nel suo stile di vita contemporaneo avverte una minore dipendenza dalle cosiddette forze naturali e dagli agenti soprannaturali che dovrebbero controllarle. I disagi esistenziali causati dagli scarsi raccolti e dalle ristrettezze economiche hanno lasciato il posto a nuovi problemi tra cui la disoccupazione, l’incertezza nel futuro, la solitudine degli anziani, la mancanza dei servizi, la lontananza dei centri occupazionali e la monotonia della vita quotidiana.
Il sogno mitico del passato di vivere nel paese di cuccagna ove regnava l’abbondanza e la spensierata allegria, si è trasformato nel desiderio di vivere in una grande località vivace, con il posto di lavoro sicuro, tutti i servizi essenziali e gli spazi ricreativi. Il livello generale d’istruzione è notevolmente cresciuto. è cambiato anche il modo di relazionarsi tra genitori e figli, dei giovani tra loro e tra i membri di sesso opposto. In molte coppie lavorano moglie e marito, diminuiscono le nascite, mentre aumentano le separazioni, i divorzi e le convivenze. Le persone anziane hanno perso l’ascendenza di un tempo e spesso, quando perdono anche l’autonomia, non sono accudite dai figli ma da badanti o ospitate nelle case di riposo. È scomparsa la cooperazione inter-famigliare che un tempo era alla base dei lavori agricoli.
Nei vecchi edifici ristrutturati, i locali utilizzati in passato come stalle, fienili e pagliai sono diventati luoghi di ritrovo, garage di autoveicoli, laboratori e/o depositi di materiali vari. Ora ogni famiglia utilizza elettrodomestici vari e ha almeno un televisore; il telefono e le apparecchiature elettroniche d’ultima generazione sono sempre più diffusi.
Il piccolo centro chiuso e isolato in cui si trasmettevano modelli culturali con radici secolari non esiste più. Al suo posto è nato un contesto d’incontro tra i modelli culturali contemporanei, un universo caratterizzato da continui cambiamenti e da tanti agenti culturali che diffondono nuove idee e suggeriscono atteggiamenti e comportamenti da seguire o imitare.
I residenti della valle dell’Aventino dell’epoca attuale sono “più liberi”, più sensibili all’influenza degli agenti culturali esterni e molto meno al controllo sociale interno. Nei vari paesi hanno allentato le corde coloro che attraverso il pettegolezzo condannano i comportamenti devianti. Sono più liberi gli uomini ma lo sono ancora di più le donne che lavorano, si vestono alla moda, esprimono con maggior naturalezza i loro desideri e avvertono il minor peso del controllo sociale. Il maggior livello d’istruzione e l’influenza dei mass media stanno portando all’adozione con maggior costanza dell’italiano nella parlata quotidiana. Il dialetto è meno usato e c’è una notevole differenza fonetica e lessicale tra la parlata dei giovani e quella degli anziani. Molti termini legati al mondo agro-pastorale e ai lavori artigianali del passato ora sono desueti e sconosciuti dalle nuove generazioni. Talvolta nei paesi si ascoltano conversazioni in italiano accompagnate da brevi intercalazioni dialettali finalizzate a enfatizzare e fornire un po’ di colore al senso delle frasi.
Il benessere economico ha stimolato maggiori consumi e si è scontrato con il parsimonioso modello culturale della tradizionale comunità agro-pastorale che li regolava in base al raccolto e al suo andamento stagionale. L’antica condotta dei contadini del passato di non superare certi limiti di consumi non è seguita. Alcuni anni fa, i vecchi contadini che l’avevano accettata e condivisa condannavano il modello di vita giovanile che a loro avviso portava all’eccesso di consumi. Altri commenti negativi molto vari e talvolta caratterizzati anche da epiteti e frasi offensive riguardavano l’abbigliamento e gli atteggiamenti pubblici specie delle donne.
Le trasformazioni culturali hanno investito anche il modo di vivere e manifestare la fede religiosa. In generale l’importanza della religione si è notevolmente ridotta. Ora solo poche persone frequentano con continuità le funzioni in chiesa. Ad esse si aggiungono coloro che le frequentano saltuariamente e quelli che in chiesa non ci vanno mai poiché si dichiarano atei, agnostici o appartenenti ad altre confessioni. Ora si può dire che l’aderenza alla religione cristiano-cattolica è il frutto di una scelta personale e non dell’accettazione di regole comunitarie. Diversi santi sono dimenticati e non si festeggiano. Sono state abbandonate molte antiche credenze e tradizioni o sono persistite svuotate dai significati originari e rivestite di nuove funzioni. Rientrano in questa categoria anche le feste religiose che ora hanno una funzione commemorativa; sono caratterizzate da fatti e valori i che riaffermano l’identità territoriale; si celebrano durante la stagione estiva o nei fine settimana, a dimostrazione che si sono adeguate ai nuovi ritmi di lavoro assecondando bisogni e aspettative dell’uomo della contemporaneità, pur conservando la finalità di evadere dalla quotidianità e di propiziare benessere e prosperità per tutto l’anno. Broccolini (2014) ha sottolineato che la trasformazione che ha interessato il mondo agricolo, oltre alla reinvenzione di molte feste calendariali e dei cosiddetti riti agrari ha prodotto anche: «un processo di patrimonializzazione del lavoro agricolo e delle sue forme di vita sociale” che ha risposto ad “esigenze identitarie locali ed ad una domanda turistica» [3].
Il fenomeno della “patrimonializzazione” ha portato all’assegnazione di nuovi valori agli oggetti culturali poiché sono riconosciuti e valorizzati per il fatto di conservare la memoria storica, essere facilmente fruibili e di aver acquisito un’importanza comunitaria diventando degli emblemi locali. Il patrimonio culturale alla luce dei valori acquisiti può essere manipolato e piazzato sul mercato al fine di favorire la promozione turistica [4].
La cultura, l’etica e l’economia della restanza nella valle dell’Aventino: esempi di applicazione concreta.
Il termine “restanza” fu utilizzato per la prima volta dall’antropologo calabrese Vito Teti nel suo libro intitolato Pietre di pane [5]. In un saggio successivo lo studioso ha scritto che il termine «indica la scelta di restare vissuta non più come immobilismo e rinuncia, ma come modo di opporsi allo svuotamento dei paesi, alle difficoltà delle aree interne, al vuoto delle montagne, contrabbandando la forza inerziale del fatalismo con la capacità di guardare e riconsiderare il passato secondo inedite prospettive di riscrittura del presente» [6].
Ad avviso dell’antropologa Michela Zucca: «La “restanza” è il restare in montagna o campagna. Un restare che presuppone un reinsediamento attivo, capace di prendersi cura del territorio nel suo complesso: non significa semplicemente ristrutturare una casetta in montagna e mettersi a fare l’orto, significa ricominciare ad agire come collettività. Significa anche accettare il fatto che l’individuo senza comunità non esiste, e che i bisogni dell’individuo vengono dopo quello della comunità e del territorio» [7].
Alle due definizioni si può aggiungere che la restanza è il fenomeno sociale della contemporaneità che riguarda chi consapevolmente sceglie di continuare a vivere nei luoghi natii costituititi dai piccoli borghi quasi abbandonati, non è convinto di trovare il paradiso lasciandoli, s’impegna di persona per migliorare la qualità della vita in tali centri e costruisce il proprio futuro impegnandosi a utilizzare le risorse locali.
Con la restanza si fonda una nuova dimensione etica che porta a valorizzare le risorse storico-paesaggistiche e culturali delle aree interne montane e collinari che sono lontane dai centri commerciali e produttivi della pianura e dei capoluoghi provinciali. Coloro che l’accettano sono animati da forti sentimenti di appartenenza, impegno civico e un innovativo senso di abitare i luoghi delle radici, nonostante lo spopolamento e la marginalità.
Nei comuni della valle dell’Aventino la restanza è una forma di lotta contro lo spopolamento che mira a invertire questa tendenza ed è stata messa in atto da coloro che hanno preferito continuare a vivere nei luoghi nativi semiabbandonati, impegnandosi personalmente in attività finalizzate alla valorizzazione delle tradizioni e le risorse agricole, enogastronomiche, storiche, ambientali e paesaggistiche che l’area offre.
Le Pro Loco, le cooperative turistiche, gli agriturismo, i musei, i giardini botanici e i parchi archeologici
Un primo importante contributo alla restanza nell’area in esame lo hanno fornito le Pro Loco, associazioni senza scopo di lucro formate da volontari che operano in campo turistico, culturale, ambientale, sociale ed enogastronomico. Sono creatrici di flussi economici produttori di reddito, s’impegnano nella promozione territoriale, la tutela e valorizzazione delle tradizioni, delle risorse naturalistiche e produttive attraverso l’organizzazione di eventi che rinforzano la cooperazione comunitaria, migliorano la qualità della vita ed alimentano l’attrazione turistica dei luoghi in cui operano. Le loro principali attività sono consistite nell’organizzazione di escursioni guidate, feste, sagre, eventi sportivi, convegni, promozione di ricettività turistica, recupero di tradizioni e prodotti tipici.
Nel 1975 in Abruzzo, dopo la promulgazione di una legge regionale, in moltissimi Comuni si costituirono queste associazioni che, dovendo avere obbligatoriamente il Sindaco nel Consiglio Direttivo, si potevano considerare delle dirette “dependence” delle Amministrazione comunali. Nel 2004, in seguito della promulgazione di una nuova legge regionale, le Pro Loco abruzzesi si affrancarono dai vincoli con le amministrazioni comunali ed iniziarono ad agire con maggiore autonomia. Alcune Pro Loco della valle dell’Aventino, qualche anno dopo la fondazione si iscrissero all’UNPLI (Unione Nazionale delle Pro Loco d’Italia), l’ente che raccoglie queste associazioni in tutto il territorio italiano. L’ingresso in questa realtà portò a enormi giovamenti dal punto di vista della consapevolezza del loro ruolo e dell’impegno e formazione dei soci. Infatti, i rappresentanti di alcune di esse, a seguito della partecipazione a varie fiere del turismo e alle assemblee dell’UNPLI, si confrontarono con gli iscritti di altre regioni italiane e vennero a conoscenza di nuovi modi di operare nel territorio.
Negli anni 90 a Fara San Martino, Civitella Messer Raimondo e Lama dei Peligni si costituì un Consorzio di Pro Loco che produsse un opuscolo turistico con le varie emergenze della zona, informazioni e itinerari che collegavano i tre paesi. Inoltre si programmarono insieme le manifestazioni annuali dei periodi di festività nei tre comuni al fine di evitare i doppioni. Spesso le Pro Loco, nell’attività organizzativa dei vari eventi sono state affiancate da altre associazioni, comitati spontanei di cittadini e cooperative turistiche e di servizi che sono sorte quasi in ogni Comune, negli ultimi trent’anni. In particolare le cooperative turistiche fondate nella zona hanno offerto nuove opportunità di lavoro ai giovani e promosso la fruizione dei Comuni in cui hanno agito attraverso la gestione di giardini botanici, musei, complessi turistici, l’assistenza didattica e ambientale, l’organizzazione di visite ed escursioni guidate.
L’etica della restanza è stata alimentata anche dagli agriturismo che sono sorti recentemente e attualmente si contano oltre una decina di centri di questo tipo dispersi in vari Comuni. Nella valle dell’Aventino l’agriturismo è un’attività economica messa in pratica da chi non ha abbandonato la propria terra, ha voluto investire nel proprio territorio creando posti di lavoro e attraendo turisti. Essi nel loro complesso hanno assegnato un nuovo volto e nuove funzioni all’attività agricola coniugandola con il profitto, l’ospitalità turistica, il rispetto per l’ambiente, la valorizzazione di tradizioni locali e la riscoperta di antiche pietanze, varietà di semi, piante e frutti. Ai turisti generalmente propongono: visite alle aziende, picnic all’aperto, attività sportive, ricreative, didattiche, escursionistiche e degustazione di prodotti enogastronomici di loro produzione, talvolta caratterizzati dai marchi DOP, IGP, IGT, DOC e DOCG o compresi negli elenchi dei prodotti agroalimentari tradizionali regionali. Spesso i loro gestori organizzano anche sagre e feste incentrate sugli oggetti di loro produzione.
In alcune iniziative di recupero delle varietà agricole, i gestori degli agriturismo hanno goduto dell’appoggio e supporto offerto da istituzioni private e dal Parco Nazionale della Majella che è stato istituito nel 1991 e tra le sue finalità ha posto anche la riscoperta e valorizzazione di antichi cultivar.
L’etica della restanza è alimentata e sostenuta dai musei, orti botanici, parchi naturali ed archeologici che recentemente sono stati istituiti nell’area. Anch’essi hanno creato nuovi posti di lavoro, incrementato il turismo e, con le loro sale espositive, mostre, conferenze, visite guidate, etc, favoriscono la conoscenza, tutela, promozione territoriale e la diffusione di una cultura caratterizzata da nuovi valori, simboli, significati e funzioni da attribuire alla natura, alle piante, al paesaggio e ai reperti archeologici. Tali enti presenti quasi in ogni Comune sono i seguenti:
- il Museo Virtuale Cavallone Easy, delle Grotte del Cavallone che si trova a Taranta Peligna ed è articolato in 4 sale espositive che riproducono gli ambienti della grotta a cui è intitolato;
- Il Museo Naturalistico e Centro Visite di Fara san martino che è realizzato su due piani, funge da centro di educazione ambientale e dispone di stanze per laboratori didattici, ricerche scientifiche ed espositive;
- Il Museo Naturalistico “M. Locati”, e Giardino Botanico “Michele Tenore” di Lama dei Peligni che è stato istituito nel 1995, è strutturato in varie sezioni didattiche che riproducono gli ambienti vegetazionali del massiccio della Maiella e sono dedicate al recupero delle varietà agricole locali. Inoltre presenta settori dedicati alle piante tintorie e a quelle officinali. Il giardino botanico conserva i semi delle varietà agronomiche locali con il loro patrimonio genetico in una Banca del Germoplasma e fornisce tali semi a chi intende utilizzarli a fini produttivi. L’annesso Museo è costituito da una sezione archeologica, con vetrine espositive contenenti reperti preistorici e vari oggetti di età romano-imperiale;
- Il Museo dell’Orso Marsicano situato a Palena, in un’ala di un ex monastero francescano ed è composto da sale espositive che illustrano e le abitudini di vita del plantigrado. Nelle sue vicinanze è posta l’Area Faunistica del Parco in cui attualmente sono ospitati alcuni esemplari di orso bruno e che funge anche da centro recupero per gli animali in difficoltà;
- Il Museo Geopaleontologico Alto Aventino aperto al pubblico nel 2021, è situato nel castello ducale di Palena ed è articolato in tre sezioni in cui si illustrano la storia geologica, la evoluzione della vita, gli aspetti paleontologici del territorio attraverso le rocce, i reperti fossili, i resti di vari organismi viventi;
- Il Museo e Parco Archeologico di Juvanum, entrambi nel Comune di Montenerodomo, presentano reperti archeologici del IV-III sec. a.C. e i resti architettonici dell’antico municipio romano del I sec. a.C. Nel museo sono conservati vari oggetti e materiali provenienti dalle ricerche sul luogo;
- Il Museo a cielo aperto del borgo medioevale di Gessopalena che fu minato nella notte tra il 4 e 5 dicembre 1943 dai tedeschi in ritirata e poi completamente abbandonato dalla popolazione locale. Esso è situato sulla sommità di una rupe gessosa e mostra ciò che resta di abitazioni, botteghe artigiane, frantoi e cantine scavate nella roccia. I suoi ruderi sono la testimonianza del modello urbano e delle forme di vita esistenti a Gessopalena oltre 80 anni fa;
- Il “Giardino delle Rose Dimenticate” nel Comune di Torricella Peligna, è stato inaugurato nel 2023. Conserva tutte le specie di rose spontanee selvatiche presenti nella zona e le varietà di quelle che un tempo erano coltivate e ora rischiano l’estinzione.
Le tradizioni festive e religiose
La cultura della restanza nella valle dell’Aventino è alimentata da coloro che organizzano le varie feste civili e religiose che fanno comunità, valorizzano i territori, incentivano il turismo creando momenti ricreativi e di svago. Varie feste religiose tradizionali tra cui la Settimana Santa e il periodo natalizio sono accompagnate da rievocazioni storiche sulla Passione di Cristo, presepi viventi e rappresentazioni pubbliche di Babbo Natale e della Befana e altro.
Le giornate festive di maggior importanza comunitaria, nel loro complesso sono caratterizzate dai seguenti eventi: accensione di luminarie per tutto il periodo della loro durata, apertura e chiusura con fuochi artificiali, celebrazione di messe, giri mattinieri di una banda per le vie del paese, processioni religiose con le statue dei santi nel tardo pomeriggio, esibizioni musicali serali con grandi complessi bandistici, talvolta famosi cantanti, cori folkloristici, orchestre o complessi di musica leggera. Rispetto al passato, gli eventi hanno accentuato la spettacolarità, sono rievocative, caratterizzate dall’associazionismo e dal volontariato, sacralizzano gli spazi urbani, riaffermano piccole leadership, creano nuovi spazi di relazioni interpersonali e alimentano l’aggregazione comunitaria. Questi fatti dimostrano l’esistenza di una vitalità che alimenta la voglia di restare, autorappresentarsi e riaffermare la propria presenza nel mondo e quindi sono in linea con l’etica della restanza.
I programmi festivi attuali, nel loro complesso dimostrano che si è ridotta la centralità della religione nella vita pubblica e una “sacralità referenziale” è stata trasferita dai santi ai personaggi dello spettacolo, dello sport e della politica che assicurano interesse, attenzione, richiamo turistico e partecipazione popolare.
In quasi tutti i Comuni della valle si osserva che le date di celebrazione di varie feste religiose, generalmente le cosiddette feste patronali o “feste delle feste” a cui si associano grandi effetti spettacolari, valori di scambio, caratteri aggregativi e identitari, anziché nelle date previste dal calendario liturgico si organizzano durante la stagione estiva. In questa nuova dimensione le feste conservano i caratteri di trasgressività poiché, per il tempo della loro durata, fondano un mondo effimero, mitico e alla rovescia caratterizzato dalla coesione sociale, l’astensione dal lavoro, i maggiori consumi, l’abbondanza alimentare, l’allegria spensierata e la partecipazione collettiva a riti civili e religiosi. In queste occasioni continua ad avvenire il ritorno degli emigranti che in questo modo generalmente esprimono questi desideri: godere di un periodo di meritato riposo; rivivere antiche emozioni; rivedere amici, parenti e il luogo della giovinezza; ritrovare la possibilità di esprimersi nel gergo locale ed essere partecipi o organizzatori di qualche evento tradizionale.
Oltre alle feste religiose e patronali, da diversi decenni il calendario festivo dei vari Comuni si è arricchito di eventi e feste laiche che si organizzano in gran parte durante la stagione estiva e generalmente prevedono: attività sportive, conferenze, mostre, feste di partito, marce ecologiche, presentazione di testi, spettacoli musicali e teatrali. Una di esse è “La festa delle orchidee” che dal 2015 si organizza a Palena tra l’ultima settimana di maggio e la prima di giugno, dura due giorni ed è dedicata a questa famiglia di piante. Palena si è autodefinito “Il paese delle Orchidee” e sui muri di alcuni edifici delle principali strade del paese sono stati affissi foto-disegni di tali piante realizzati su mattonelle di ceramica.
Il presidente della Pro Loco in un’intervista, alcuni anni fa ha dichiarato che obiettivi della festa sono quelli di conferire maggiore originalità al Comune; caratterizzare la Pro Loco con iniziative diverse da quelle legate all’organizzazione di sagre e feste religiose; destagionalizzare il flusso turistico favorendo quello tardo primaverile coincidente con il periodo locale di massima fioritura delle orchidee. Durante i giorni di festa si organizza un programma di attività culturali e ricreative che generalmente prevede: escursioni sul campo, un convegno naturalistico, esposizione di prodotti enogastronomici ed artigianali, attività teatrali, balli, canti e musiche popolari abruzzesi. In alcune occasioni è stato organizzato anche un treno turistico costituito da carrozze d’epoca chiamato “Treno delle Orchidee” che è partito da Sulmona (Aq), è arrivato alla stazione locale e ha portato i visitatori interessati alle escursioni. Nel 2018 nel luogo è stato organizzato un convegno di un’associazione nazionale di amatori di orchidee spontanee a cui hanno partecipato oltre cento soci provenienti da tutta la penisola. In un’occasione un’orafa ha realizzato alcuni gioielli con la forma di orchidee, mentre un barista ha preparato un cocktail definito all’orchidea.
Le feste che rivalutano i prodotti agricoli e i piatti locali
I prodotti agricoli, le pietanze locali e l’enogastronomia sono legati ai territori e ai soggetti che scelgono di continuare a vivere nel luogo nativo e rivalutano questi prodotti a fini economici, commerciali e di sviluppo turistico. In questo senso essi diventano anche importanti strumenti dei motori che creando nuove opportunità occupazionali contrastano il decremento demografico e il conseguente abbandono dei luoghi. Per questi motivi essi alimentano la restanza e si può ammettere l’esistenza di una “restanza enogastronomica, agricola ed alimentare” che valorizza i prodotti locali sia a livello di produzione che di consumo e li designa simboli materiali dei legami con le terre d’origine e di chi si dà da fare per non abbandonarle. Le Pro Loco dei vari Comuni e altre associazioni, spesso in collaborazione con le amministrazioni comunali recentemente hanno organizzato vari eventi culinario-rievocativi che prevedono la preparazione e il consumo di prodotti enogastronomici tipici.
A Casoli si organizza verso la fine di agosto di ogni anno la “Sagra della Pizza Scima”, un evento celebrativo di un tipico prodotto della cucina abruzzese. La Pizza Scima è una focaccia senza lievito contenente farina, acqua, vino bianco, olio extravergine d’oliva e sale. Tradizionalmente si cuoce ponendo l’impasto su mattoni preriscaldati e si utilizza insieme a formaggi, salumi e altre cibarie.
In occasione della Pasquetta del 2025 a Casoli è stata organizzata una manifestazione che ha valorizzato un altro prodotto enogastronomico del luogo: la totera casolana, un dolce tipico simile ai cannoli e costituito da pasta frolla cotta in olio extravergine d’olivo e farcita con crema pasticcera o al cioccolato. L’evento ha previsto: visite al centro storico, al castello ducale e alla chiesa parrocchiale; musica dal vivo; l’apertura di stand gastronomici con la totera.
A Civitella Messer Raimondo dal 9 all’11 dicembre 2022, l’amministrazione comunale, in collaborazione con la Pro Loco e un’altra associazione ha organizzato la prima edizione del Festival de “la torta di mandorle civitellese” , un prodotto dolciario riconosciuto con il marchio DE.CO. costituito da un velo di cioccolato finissimo che ricopre un impasto di farina, mandorle, uova e zucchero [8]. Il 3 agosto 2024, nel centro storico civitellese è stata organizzata la manifestazione “Civitella Borgo Itinerante” che è stata caratterizzata da stand gastronomici, esibizioni musicali, il consumo della torta di mandorle e altri prodotti tipici civitellesi tra cui il vino cotto e la “Campanella” una salsiccia speziata costituita da un impasto di carne di maiale con peperone piccante tritato.
Da oltre un trentennio, nel terzo fine settimana mese d’agosto, la Pro Loco di Fara San Martino, con la collaborazione dei cuochi di Villa Santa Maria (Ch) e il Patrocinio dell’Amministrazione Comunale organizza la Sagra della Pasta De Cecco, una delle eccellenze del Made in Italy che in questo Comune ha i suoi principali stabilimenti produttivi [9]. Nell’occasione si allestiscono stand gastronomici nella piazza centrale del paese che propongono ai visitatori il consumo di vari formati di pasta conditi con diversi sughi. I festaioli presenti, in serata assistono ad esibizioni musicali.
A Gessopalena, il contributo all’etica della restanza lo fornisce un evento enogastronomico denominato “Gessi diVini” che si organizza nel mese di settembre nel borgo medioevale abbandonato ed è finalizzato a valorizzare i prodotti enogastronomici del territorio gessano. Tra i vini tipici spiccano il Nero Antico di Pretalucente e la Vedovella Nera che si ottengono dalla coltivazione di due vitigni autoctoni presenti a Gessopalena. La manifestazione di solito prevede convegni, esposizioni di prodotti enogastronomici, incontri con produttori locali, percorsi degustativi, passeggiate ecologiche ed altro.
Un’altra iniziativa tesa alla valorizzazione dei prodotti enogastronomici che per alcuni anni di un recente passato si è organizzata a Gessopalena nel mese di settembre era denominata “Buongusto”, e consisteva in una sagra-espositiva seguita da un convegno ed altro sui formaggi e l’arte casearia. La manifestazione nacque dalla collaborazione dell’amministrazione comunale con vari enti e nel 2015 si svolse il 5 e 6 settembre. Essa fu inaugurata da un incontro-dibattito pomeridiano denominato “Iniziative locali a supporto della filiera zootecnica”. In seguito previde: mercati tipici, mostre espositive di formaggi abruzzesi, lezioni di degustazione, una gara di ruzzola, esibizioni musicali e il Concorso del Fiadone dolce di Gessopalena, al fine di valorizzare tale prodotto [10].
Il 20 Luglio 2024 a Gessopalena è stato promosso un convegno in cui si sono divulgate al pubblico le iniziative intraprese con il progetto “Pé Nin Perde la Sumente” (per non perdere il seme), nato due anni prima dalla collaborazione tra il Parco Nazionale della Maiella con la società cooperativa BIO Cantina Orsogna (Ch) che produce vini tipici con tecniche biodinamiche e si occupa del recupero di antichi vitigni. Il 10 maggio del 2025 a Gessopalena un nuovo convegno sul tema “Aventino, Valle della Biodiversità si è posto l’obiettivo di valorizzare la biodiversità dell’area e considerarla un importante elemento dell’identità territoriale, dimostrando che essa può diventare un importante motore di sviluppo per tutti i Comuni.
A Lama dei Peligni sono state realizzate le seguenti manifestazioni che rivalutano pietanze e prodotti culinari: la festa della sfogliatella, la festa degli orti e “Sapori d’Autunno”. La sfogliatella di Lama dei Peligni è un dolce tipico che si può considerare un emblema del luogo di produzione ed è inserito nell’Atlante dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali Abruzzesi. Al fine di valorizzarla, farla conoscere, incentivare il turismo e tenere vivo il pathos che alimenta l’identità comunitaria, da diversi si organizzano due feste, una primaverile e una estiva. In entrambi i casi il paese si anima, accoglie festaioli dei Comuni vicini ed esce dal senso di vuoto causato dal decremento demografico. La Festa degli Orti si organizza nel mese d’agosto a Pianimarini, una frazione di Lama dei Peligni che ora è semiabbandonata. L’evento festivo è celebrativo del lavoro agricolo e dei suoi valori identitari, porta alla riscoperta delle tradizioni contadine della borgata e richiama visitatori dei Comuni vicini. È caratterizzato da stand in cui i produttori vendono il ricavato dai loro terreni e si consumano cibi tradizionali locali tra cui: pasta condita con la portulaca (Portulaca oleracea); coniglio e salsicce ai ferri; frittate con ortaggi; frutta di stagione e dolci tipici. Durante la serata un’orchestrina si esibisce ed invita a balli popolari.
Nel 2019 la Pro Loco ha riproposto la rievocazione delle fasi tradizionali sulla vendemmia e pigiatura dell’uva utilizzando vecchie pigiatrici in legno, torchi e altri arnesi tipici per la produzione vinicola. Nella sala è stata allestita una mostra con botti, tini e gli attrezzi per la vendemmia. All’interno delle pigiatrici sono stati depositati i sacchi d’uva spremuti da ragazzi a piedi nudi. In seguito il mosto ottenuto è stato regalato alle famiglie dei bambini presenti.
Anche a Montenerodomo si alimenta l’etica della restanza attraverso la promozione di vari eventi festivi che rivalutano i prodotti enogastronomici locali. Una di esse è “La festa del Formaggio” che si organizza ogni anno durante la stagione estiva nella sede di un agriturismo. Un altro evento che si svolge a Montenerodomo, in particolare tra i resti archeologici di Juvanum, è un convegno sul tema “Saperi e sapori”. A Torricella Peligna, il contributo enogastronomico all’etica della restanza lo fornisce l’organizzazione di tre eventi festivi: la sagra della “pizzella”, “Arte musica e gusto”, e la festa del “Sedano nero”, detto anche “lacce nere de Trucelle”, un tipico prodotto agroalimentare molto utilizzato in passato, riscoperto e valorizzato da alcuni agricoltori locali.
Gli animali, l’allevamento e la restanza
L’allevamento in combinazione con il turismo e la tutela dell’ambiente può favorire la restanza, può essere un antidoto allo spopolamento e uno strumento per costruire un nuovo modello di sviluppo. Questo concetto è stato accolto da vari soggetti che hanno deciso di impegnarsi in nuove iniziative imprenditoriali di allevamento, gestione ed uso degli animali.
Un neolaureato in zootecnia che è originario di una famiglia di Lama dei Peligni emigrata a Roma, è tornato in Abruzzo, si è stabilito nella zona e ha scelto di allevare circa 120 capre per produrre ricotta e formaggio di qualità. Il giovane allevatore è un modello di «restanza» per gli imprenditori decisi a investire e raggiungere il successo nella terra d’origine ed è diventato anche l’emblema del montanaro della contemporaneità capace di recuperare saperi antichi tramandati dai pastori della zona e di coniugare la tradizione con la scienza. Nella sua visione gli animali continuano a essere i mezzi di lavoro che possono assicurare benessere e sostentamento materiale, mentre la pastorizia è un’importante attività utile per conservare gli equilibri ecologici territoriali con radici millenarie. In questo senso, l’azione di disturbo esercitato dal pascolo animale assicura le condizioni di stabilità dei prati-pascolo e della loro composizione floristica.
Altri residenti dei vari Comuni della valle hanno aperto redditizi allevamenti di bovini, ovini, conigli, maiali e altri animali da cui ricavare e commerciare carne, latte e formaggi da destinare ai consumi famigliari. Al recupero e alla rivalorizzazione degli animali per la vita dell’uomo ma con altre finalità, ha provveduto una persona che qualche anno fa, al fine di trasportare il materiale utile a ristrutturare un ricovero pastorale, ha acquistato due asinelli. In seguito i due equini sono stati utilizzati in vari eventi al fine d’accrescere gli effetti spettacolari: una festa d’apertura dell’anno scolastico, la via Crucis e diverse manifestazioni riguardanti Babbo Natale e la Befana.
Nel 2017, Il proprietario dei somarelli, ha aggiunto ad essi una docile pecora bianco-nera che è stata chiamata Froilen. Essa ha assunto agli onori pubblicitari poiché le sue immagini hanno viaggiato in vari siti informatici. Alla promozione turistica concorrono anche gli animali selvatici presenti nella zona, primo tra tutti i camosci che furono trasportati a Lama dei Peligni agli inizi degli anni 90 quando si decise di utilizzarli per ripopolare il massiccio della Majella. Al fine di poterli osservare, alle falde della montagna è stato recintato un terreno e creata un’oasi faunistica che è abbastanza frequentata.
A Colledimacine, Montenerodomo, Palena e Taranta Peligna vari residenti hanno aperto aziende produttrici di miele, valorizzando il territorio, riscoprendo un antico mestiere e mettendo in atto in certi casi un tipo di apicoltura nomade che prevede lo spostamento delle arnie in zone diverse o che associa alle loro aziende visite turistiche, degustazioni, escursioni, attività didattiche ed altro.
A Montenerodomo verso la fine degli anni 90, una coppia, spinta dalla passione per gli animali e dal desiderio di tutelare la cultura contadina, ha fondato un’azienda agricola e di allevamento che produce foraggio, patate rosse, carni fresche, lonze, prosciutti, salumi tradizionali come il salsicciotto frentano e la salsiccia a campanella e, vari tipi di formaggi tra cui scamorze, caciocavallo, caciotte, pecorini e caprini. A Palena nel mese di giugno del 2024 si è organizzata “La festa dell’Orso” un evento volto a promuovere la conoscenza dell’orso bruno marsicano e a sensibilizzare il pubblico sul tema della coesistenza tra l’uomo e la fauna selvatica. Essa ha previsto uno spettacolo teatrale itinerante per le vie del paese, una visita guidata all’oasi faunistica dell’orso bruno e la degustazione della cosiddetta “Merenda dell’Orso”.
L’etica della restanza è favorita anche dalle escursioni organizzate da diversi anni nei vari Comuni dalle Pro Loco ed altre associazioni. Esse rivalutano i luoghi attraversati, diffondono nuove vocazioni territoriali, sono pratiche di lettura che portano alla riscoperta delle vie del lavoro e dei modi di vivere del passato, accrescono il flusso turistico e creano nuove opportunità occupazionali. Le mete più preferite sono i luoghi d’interesse storico, ecologico e paesaggistico. Le iniziative in tal senso sono molto numerose e pertanto si descriveranno solo alcune tra le più tipiche e significative tra quelle che interessano più Comuni
L’Associazione culturale “A Piede Libero APS” ha promosso l’iniziativa “Il Cammino d’Abruzzo” al fine di promuovere il patrimonio storico, artistico, culturale e paesaggistico regionale attraverso lo strumento del turismo lento. L’intero percorso di circa 700 km si sviluppa completamente nel territorio abruzzese, è suddiviso in 39 tappe e in alcune di esse si persegue l’attraversamento dei seguenti Comuni della valle dell’Aventino: Casoli, Gessopalena, Civitella Messer Raimondo, Fara San Martino, Lama dei Peligni, Taranta Peligna, Lettopalena e Palena.
Un’altra escursione che attraversa diversi Comuni della valle dell’Aventino è la “Marcia Internazionale Sentiero della Libertà”, la cui prima edizione fu organizzata nel 2001 e va da Sulmona a Casoli attraverso gli scenari della Majella. In tre giorni si ripercorre la via lunga circa 60 km che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 fu percorsa dai soldati alleati fuggiti da un campo di prigionia nazista prima di ricongiungersi ai loro commilitoni. Essa contribuisce a conservare la memoria di un importante momento storico e a valorizzare i territori attraversati accentuando la loro vocazione turistica. Alla Marcia Internazionale Sentiero della Libertà si aggiunge l’escursione storico-naturalistica denominata “Percorso della Memoria” che attraversa una parte della linea difensiva costruita dai tedeschi per fermare l’avanzata degli alleati. Il percorso si sviluppa interamente in Abruzzo per 130 km suddivisi in sette tappe e attraversa venti comuni tra cui Casoli, Gessopalena, Montenerodomo e Torricella Peligna. Un’altra escursione organizzata recentemente ha preso in considerazione alcune particolarità geologiche della valle dell’Aventino: dal Vecchio Borgo di Gessopalena al sito fossilifero di Torricella Peligna e al geosito presente nel territorio di Palena.
A queste iniziative intercomunali si aggiungono quelle organizzate in ogni singolo Comune. Fra le tante si segnala quella promossa dal FAI Delegazione di Lanciano che, il giorno 8 settembre 2024, ha organizzato un’escursione a Colledimacine con visita antimeridiana a un cimitero napoleonico abbandonato, alcuni edifici storici del luogo, un apiario ove i partecipanti hanno assistito alla smielatura e a una pineta in cui si è pranzato degustando vini ottenuti dal progetto “Pe nìn perde la Sumente”. Nel pomeriggio l’escursione è proseguita visitando altre importanti ambiti, ascoltando la lettura di alcune poesie di Clemente Di Leo, un poeta colledimacinese e si è conclusa in una cantina recentemente restaurata in cui si sono degustati altri prodotti tipici.
Anche la scuola, con l’Istituto Comprensivo di Palena-Torricella Peligna e tutti i suoi plessi fa la sua parte nell’alimentare l’etica della restanza. L’Istituto comprende gli alunni provenienti da tutti i Comuni della valle dell’Aventino tranne Casoli ed è perfettamente ancorato al suo territorio. Infatti, il suo piano di offerta formativa riflette le esigenze del contesto culturale, sociale ed economico da cui provengono gli alunni. Una particolare attività didattica chiamata “Insieme per scoprire le coltivazioni del territorio” è stata realizzata qualche anno fa con le classi IV e V della Scuola Elementare di Lama dei Peligni ed era finalizzata a sviluppare la conoscenza sulle piante coltivate presenti nel luogo. I ragazzi che vi hanno partecipato, di volta in volta hanno assegnato funzioni, significati e simboli diversi alle piante, alcuni dei quali nuovi e altri tradizionali. Infatti, la stessa pianta in base al criterio di classificazione adottato può essere di bosco o altro e quindi essere simbolo del luogo in cui vegeta; può fornire frutti commestibili e quindi è il segno di un tipico modo di alimentarsi; può essere protetta e quindi è un simbolo della natura che non va trasformata; può essere una pianta di antico utilizzo, simbolo di tradizioni e pratiche agrarie del passato.
Le principali iniziative messe in atto dai restanti della valle dell’Aventino sono state dunque le seguenti: la fondazione di agriturismo, cooperative e associazioni varie; il rilancio del turismo lento e naturalistico; la riscoperta e valorizzazione di prodotti tipici; l’organizzazione di sagre ed eventi festivi religiosi e laici; la gestione di musei, orti botanici e complessi turistici. Nel loro insieme esse hanno contribuito a rendere più vivibili i Comuni dell’area offrendo ai suoi residenti anche nuove opportunità di lavoro e occupazione che contrastano lo spopolamento.
Tutti gli attori della zona che si sono impegnati accettando l’etica della restanza hanno assegnato nuovi significati alla loro presenza, si sono riappropriati dei luoghi d’origine, li hanno messo al centro dei propri progetti di vita e hanno dimostrato che gli stimoli per restare e immaginare un futuro migliore possono essere forniti abbinando le nuove forme di economia e le esigenze della vita contemporanea con la riscoperta e valorizzazione delle tradizioni antiche, del patrimonio storico e archeologico, delle produzioni tipiche, del paesaggio, dell’allevamento e dell’agricoltura.
Infine, va tuttavia precisato che nonostante queste iniziative, la buona volontà e il coraggio di chi le attua, i vari Comuni della valle continuano a spopolarsi. Purtroppo solo l’etica della restanza non arresta il decremento demografico.
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
Note
[1] Cinque G. E., Cent’anni sotto la Majella, Carabba Ed., Lanciano, 2016: 77.
[2] Questa consuetudine tuttora continua a persistere in diverse località.
[3] Broccolini A., Agrifeast. Antropologia Museale n. 34/36, 2014: 107.
[4] Bindi, L., Il futuro del passato. Il valore dei beni immateriali tra turismo e mercato della cultura, Voci, Annuale di Scienze Umane n. 10, 2013: 37.
[5] Teti, V., Pietre di pane. Un’antropologia del restare, Quotibet, Macerata 2011.
[6] Teti V. La restanza, Einaudi, Torino, 1922: 53.
[7] La restanza come forma di resistenza. Intervista a Michela Zucca. https://www.montanarium.com/la-restanza-come-forma-di-resistenza-intervista-a-michela-zucca/.
[8] Il marchio DE.CO., o denominazione comunale d’origine è un riconoscimento che un’amministrazione comunale conferisce al fine di tutelare e valorizzare un prodotto agroalimentare tipico del proprio territorio.
[9] I cuochi di “Villa Santa Maria” provengono da un’antica e rinomata scuola di cucina situata in questa località.
[10] Il gioco della ruzzola è un antico gioco di strada consistente nel lancio di un disco di legno.
Riferimenti bibliografici
Alvaro C., Un treno nel Sud, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz), 2016.
Balzano M., Resto qui, Einaudi, Torino, 2018.
Bindi L., Il futuro del passato. Il valore dei beni immateriali tra turismo e mercato della cultura, Voci, Annuale di Scienze Umane n. 10, 2013: 36-48.
Bindi L., Restare. Comunità locali, regimi patrimoniali e processi partecipativi, in Despoblación y transformaciones sociodemográficas de los territorios rurales: los casos de Espana, Italia y Francia, edit by Eugenio Cejudo, Francisco Navarro, Lecce, Università del Salento, 2019: 273-292.
Broccolini, A., Agrifeast, Antropologia Museale n. 34/36, 2014:107-109.
Broccolini A., Padiglione V., Ripensare i margini. L’Ecomuseo Casilino per la periferia di Roma, Aracne, Roma, 2017.
Ferrara, C., (2013), Cibo, Cultura, Paesaggio. Strategie di marketing territoriale per la Valdaso: presupposti teorici ed evidenze empiriche. Il capitale culturale, “Studies on the Value of Cultural Heritage” vol. 8. http://riviste.unimc.it/index.php/cap-cult.
ISTAT (a cura), Catasto Agrario 1929 VIII. Compartimento degli Abruzzi e Molise, Provincia di Chieti, fasc.64, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1935.
Istituto Comprensivo Palena-Torricella Peligna, PTOF – del portale scolastico, https://www.icpalenatorricellapeligna.edu.it/index.php/didattica/l-offerta-formativa/ptof.
Monterisi S., Cronache della restanza, Riccardo Condò, Pineto (Te), 2020.
Pezzetta A., Dall’agricoltura di sussistenza alla post-agricoltura: trasformazioni culturali e festive osservate a Lama dei Peligni (Ch), DADA Rivista di Antropologia post-globale, 2023.177-216.
Pezzetta A., La Madonna delle Rose di Torricella Peligna (Ch): tradizioni e leggende, Dialoghi Mediterranei n. 71, 1924, https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/sommario-n-71/.
Pezzetta A., Religione, istituzioni laiche ed ecclesiastiche, tradizioni e feste religiose nell’Abruzzo montano: il caso di Lama dei Peligni (1860-1918), Abruzzo Contemporaneo nn. 51-54, 2021-2022: 195-240.
Pezzetta A., Sul fidanzamento, il matrimonio e l’amore a Lama dei Peligni, Dialoghi Mediterranei n. 66, 2024, https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/sul-fidanzamento-il-matrimonio-e-lamore-a-lama-dei-peligni/.
Teti V., Il senso dei luoghi. Memoria e storia dei paesi abbandonati, Donzelli, Roma, 2017.
Teti V., Quel che resta. L’Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni, Donzelli, Roma, 2017.
Teti V. La restanza, Scienze del territorio n. 7, 2019: 20-25.
_____________________________________________________________
Amelio Pezzetta, laureato in filosofia all’Università di Trieste, è insegnante di scuola media in quiescenza. I suoi interessi principali sono la storia locale e le tradizioni popolari dei Comuni della Valle dell’Aventino (Prov. di Chieti, Abruzzo). Ha collaborato e collabora tuttora con varie riviste storiche ed etnografiche tra cui: Abruzzo Contemporaneo, Aequa, Dada, L’Universo, Palaver, Rassegna storica dei Comuni, Rivista Abruzzese, Rivista di Etnografia, Utriculus e Valle del Sagittario.
_____________________________________________________________















