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La Tunisia di Elisa Chimenti

Elisa Chimenti, anni 30

Elisa Chimenti, anni 30

di Camilla M. Cederna [*]

In questo articolo mi soffermerò su alcuni aspetti dell’esperienza tunisina vissuta negli anni della sua infanzia da Elisa Chimenti, scrittrice, giornalista, insegnante e antropologa di origine italiana, che ha dedicato tutta l’opera allo studio e alla valorizzazione delle culture e delle tradizioni del Mediterraneo, in particolare del Marocco.

L’analisi di alcuni documenti d’archivio e di qualche suo testo autobiografico, ci ha permesso di ricostruire alcuni aspetti finora sconosciuti del periodo tunisino. È in particolare nel racconto inedito Magie d’Islam. Khadidja de l’île sarde [1], che l’autrice ripercorre le varie fasi della sua vita, tra le quali quella corrispondente agli anni dell’infanzia passata in Tunisia. Si tratta di un testo palinsesto in cui la lingua francese è disseminata di termini stranieri, e in cui si sovrappongono diverse tradizioni, leggende e racconti da lei raccolti e poi rielaborati tramite un’operazione da mediatrice e traduttrice.

Quali furono le ragioni del suo trasferimento/esilio, e come si svolse il viaggio? Cosa ha rappresentato il soggiorno a Tunisi, questa tappa fondamentale nella sua formazione? In che modo questo lungo soggiorno tunisino ha contribuito alla definizione della sua originalissima e moderna scrittura polifonica, mosaico di voci femminili del Mediterraneo e risultato d’innumerevoli attraversamenti linguistici e culturali?

I Genitori di elisa Chimenti

I Genitori di elisa Chimenti

Nota biografica [2]       

Nata a Napoli l’8 novembre 1883 da Rosario (1848-1907), medico e libero pensatore, e da Maria Luisa Ruggio (1859-1943), a pochi mesi dalla nascita, Elisa si trasferisce con la famiglia in Tunisia (1894). Nel 1892, il padre viene chiamato dal sultano del Marocco Moulay Hassan I per svolgere la sua attività scientifica a Tangeri, dove Elisa Chimenti resterà fino alla fine della sua vita. All’inizio del Novecento viaggia in Europa (Portogallo, Inghilterra, Olanda, Germania, Polonia, Russia), imparando diverse lingue, tra cui l’inglese, il tedesco, il portoghese e il russo.

Nel 1914 fonda insieme alla madre la prima scuola italiana del Marocco a Tangeri, dalla quale verrà ingiustamente estromessa dal regime fascista nel 1928, e dove riprenderà a insegnare dopo la Seconda Guerra Mondiale, fino al 1966, all’età di 83 anni.

Negli anni ‘30, intraprende un’intensa attività di scrittura, collaborando con numerosi giornali e impegnandosi nella redazione di moltissime testi letterari (romanzi, racconti, poesie). Tra le opere pubblicate in Marocco, Francia, Spagna e Stati Uniti, durante la sua vita, ricordiamo le tre raccolte di racconti (Eves marocaines, 1935; Légendes marocaines, 1950; Le sortilège et autres chants séphardites, 1964), un romanzo (Au cœur du Harem, 1958) e una silloge di poesie (Chants des femmes arabes, 1942) [3].

Negli anni ‘40 insegna presso l’École libre musulmane, fondata nel 1936 dal suo amico, il filosofo nazionalista Abdallah Guennoun (1910-1989), e sostiene la causa dell’indipendenza del Marocco. Grazie alla sua profonda conoscenza dei testi sacri, e in particolare dell’Islam, Elisa Chimenti veniva considerata una fquia (dottore in scienze coraniche). Si impegna attivamente in opere di solidarietà, fondando tra il 1946 e il 1947 l’associazione Aide fraternelle per aiutare le popolazioni colpite dalla carestia. Negli anni ‘60 organizza salotti letterari nella sua casa di Tangeri, frequentati da persone di ogni ceto sociale e da intellettuali appartenenti alle diverse comunità e religioni della città. Gli ultimi anni della sua vita furono segnati da difficoltà economiche e dalla malattia. I suoi appelli allo Stato italiano per ottenere sostegno e pubblicare i suoi libri rimasero senza risposta [4]. 

Una scrittrice nomade 

Suis-je à Naples, au Casale, à Malte, à Tunis ou au Maroc?
Est-ce le présent ou le passé que je vis ? Je ne sais pas, je ne sais plus. Je ne trouve plus de terre ferme où appuyer ma sandale d’éternelle voyageuse au pays des chimères … [Sono a Napoli, al Casale, a Malta, a Tunisi o in Marocco ? È il presente o il passato che sto vivendo? Non lo so, non lo so più. Non trovo più terra ferma dove poggiare il mio sandalo di eterna viaggiatrice nel paese delle chimere …]
(À la limite de l’ombre, inedito 402). 
Elisa Chimenti in costume berbero

Elisa Chimenti in costume berbero

In questo brano, l’autrice ci presenta il suo nomadismo come una condizione esistenziale più che reale. Nel suo curriculum menziona di aver compiuto numerosi viaggi in Europa e di aver conseguito un diploma in Germania. Le ricerche su questo aspetto poco chiaro della sua biografia sono ancora in corso. E comunque sappiamo che dal 1912, anno del suo infelice matrimonio con Fritz Dombrowski, questa «eterna viaggiatrice», sembra non essersi più spostata da Tangeri o almeno dal Marocco.

Al di là dei viaggi reali o immaginari, come emerge da questo breve passaggio, il nomadismo a cui l’autrice fa riferimento, rimanda alla sua condizione di sradicamento, così come alla sua scrittura fortemente ibrida, caratterizzata dalla valorizzazione di un patrimonio popolare marginale. Svolgendo il ruolo di antropologa, e anche di mediatrice e traduttrice, Chimenti ha infatti raccolto i racconti, le leggende e i canti, trasmessi oralmente dalle donne, che ha poi trascritto, riscritto e tradotto, nella sua opera polifonica, palinsesto delle molteplici lingue, culture e tradizioni del Mediterraneo. 

Magie d’Islam. Khadidja de l’île sarde 

Quasi una sorta di testamento spirituale, scritto verso la fine della sua vita, questo racconto autobiografico inedito, rappresenta il tentativo perfettamente riuscito da parte dell’autrice, di descrivere nella sua interezza e complessità la propria esperienza di esilio e di erranza, sia sul piano geografico che su quello religioso, nello spazio e nel tempo: da Napoli a Tunisi, poi a Tangeri; dalla nascita alla vecchiaia, alla soglia della morte.

In questo percorso, la Tunisia svolge un ruolo molto importante ed è presente fin dalla rievocazione delle proprie origini. In un paragrafo introduttivo, ricordando alcuni dettagli legati alla propria nascita, Chimenti, narratrice e autrice, sottolinea i segni dello sradicamento e dell’alterità che costituiscono la sua identità meticcia. Tra questi segni, menziona in particolare il colore molto scuro della sua pelle, che la faceva assomigliare, secondo le sue stesse parole, a una turca di Tunisi o d’Algeri: «J’étais, paraît-il, aussi brune qu’une Turque de Tunis ou d’Alger et petite, si frêle, que ma mère craignant pour mon éternité décida de me faire baptiser sans attendre le retour de mon père» [Ero, a quanto pare, scura come una turca di Tunisi o di Algeri, e piccola e così gracile, che mia madre temendo per la mia salvezza, decise di farmi battezzare senza attendere il ritorno di mio padre] (ivi: 264) [5].

L’esilio, il viaggio 

Per quanto riguarda le ragioni della partenza, Chimenti ricorda le persecuzioni subite dal padre, anarchico e libero pensatore. Le ricerche negli archivi del Ministero degli Affari Esteri di Roma e negli Archivi di Napoli hanno permesso di confermare le ipotesi legate all’esilio politico del padre, che comportò il trasferimento dell’intera famiglia Chimenti  [6]. La scelta da parte del padre della Tunisia come terra d’asilo e di esilio è spiegata dalla narratrice come un impulso a ricollegarsi con antiche origini: 

Entrainé vers l’Afrique par la voix de lointaines hérédités, il quitta Naples comme Saint Vincent Ferrer [7] avait quitté Valence, en disant: De… Napoles ni el polvo [8] et s’en fut à Cagliari d’où il lui serait facile de gagner la Tunisie» [Attirato dall’Africa dalla voce di eredità lontane, lasciò Napoli come San Vincenzo Ferreri aveva lasciato Valencia, dicendo: De … Napoles ni el polvo, e se ne andò a Cagliari, da dove gli sarebbe stato facile raggiungere la Tunisia] (ivi: 266).  

tunisi_percorso_tgmUna breve ma dettagliata descrizione è dedicata al viaggio, o meglio ai viaggi, quello del padre in un primo momento, poi quello del resto della famiglia che lo raggiungerà più tardi. Rosario partirà infatti (da Napoli) passando per Cagliari, città dalla quale raggiungere la costa tunisina era abbastanza facile all’epoca, poiché, come racconta l’autrice, bastavano ventiquattro ore di navigazione. Così, imbarcato su una «pesante tartana», arrivò alla Goletta [9], risalì il canale (Bou-Ghasse) [10] e un «treno asmatico» lo portò finalmente a Tunisi dove pensò essere finalmente arrivato in un’oasi di pace al riparo della bandiera francese: 

De Cagliari à la Goulette il y avait vingt-quatre heures de navigation à cette époque. Mon père s’embarqua un soir sur une lourde tartane qui faisait la « côte barbaresque » comme on disait alors et le lendemain il remonta l’étroit chenal qui reliait le Bou-Ghasse à la Méditerranée. Un train asthmatique le mena à Tunis où il crut pouvoir vivre désormais tranquille à l’ombre du drapeau Français.
[All’epoca, da Cagliari alla Goletta ci volevano ventiquattro ore di navigazione. Mio padre s’imbarcò una sera su una pesante tartana che seguiva la «costa barbaresca», allora si chiamava così, e l’indomani risalì lo stretto canale che collegava il Bou-Ghasse al Mediterraneo. Un treno asmatico lo portò a Tunisi dove credette di poter vivere ormai tranquillo all’ombra della bandiera francese] (ivi: 266). 

Ma in realtà si sbagliava. Infatti, come sottolinea la narratrice, a causa delle sue idee libertarie, suscitò i sospetti delle autorità, soprattutto italiane: 

Il se trompait, hélas ! Sans le persécuter, les autorités de la France démocratique se méfiaient de cet Italien qui osait penser autrement que le tout puissant ministre Crispi, qui réclamait l’égalité de tous les hommes, la justice de Dieu accordée à chacun et les châtiments pour les mauvaises actions aussi bien des riches que des pauvres des grands que des petits. [Si sbagliava, ahimé! Senza perseguitarlo, le autorità della Francia democratica diffidavano di quell’italiano che osava pensare diversamente rispetto al potentissimo ministro Crispi, che pretendeva l’uguaglianza tra tutti gli uomini, la giustizia divina concessa a ognuno e le punizioni per le cattive azioni tanto dei ricchi quanto dei poveri, dei grandi quanto dei piccoli] (ivi: 266). 

Come emerge dalle ricerche in corso nell’Archivio Storico del Ministero degli Esteri, egli fu oggetto di indagini da parte della polizia politica. Infatti, il personaggio politico citato è proprio Francesco Crispi, Presidente del consiglio dal 1887 al 1891, e poi dal 1893 al 1896, fautore di una politica autoritaria che nel 1894 varò le leggi anti-anarchiche. Inoltre, represse il movimento dei Fasci in Sicilia, dichiarò illegale il partito socialista, sciolse 248 organizzazioni definite sovversive e arrestò i deputati che le rappresentavano in Parlamento. I documenti della polizia politica analizzati relativi alla probabile attività sovversiva di Rosario Chimenti risalgono proprio a questi anni (1889-1891). Anni in cui Rosario, infatti, temendo l’estradizione, decise di trasferirsi a Tangeri, in Marocco (1892).

sortilegeMalgrado le difficoltà incontrate a Tunisi, essendo molto colto e disinteressato, egli riuscì rapidamente a costituirsi un’ampia clientela composta più da francesi e tunisini che da italiani. Fece quindi venire la moglie e la figlia affinché lo raggiungessero in questa «terre de toutes les libertés» [terra di tutte le libertà] (ivi: 267). Così le due donne, dopo aver venduto le loro proprietà, partirono accompagnate dalla balia Rafaella, passando questa volta non da Cagliari, ma dalla Sicilia, dove si fermarono alcuni giorni.

Ma cosa ricorda di quel viaggio la scrittrice, che all’epoca aveva solo pochi mesi? Sono frammenti di immagini, visioni che, come in un sogno, riaffiorano nell’immenso «oceano d’oblio», «Larves du passé sans couleur et sans vie, spectres sans nom et sans histoire» [Larve del passato senza colore e senza vita, spettri senza nome e senza storia] (ivi: 267), che attraversano improvvisamente la memoria della scrittrice, giunta alla fine della sua vita, con la rapidità del lampo: «Je revois alors le triangle rouge d’une voile… des barques amarrées à d’énormes anneaux de fer… un vol d’oiseaux traçant dans l’air un sillage de pourpre… il triangolo rosso di una vela, alcune barche ormeggiate, uno stormo di uccelli…» (ivi: 267) [Rivedo allora il triangolo rosso di una vela  … barche ormeggiate a grossi anelli di ferro … uccelli in volo che tracciano nell’aria una scia di porpora …]. E poi, avvicinandosi alla costa tunisina, file di cammelli guidati da beduini, le dune, le palme, le tende basse, enormi distese di piante grasse, uomini incatenati, alcuni oggetti, un lume, una conchiglia. 

51_tales_legends_of_moroccoMagie d’Islam 

Il lungo soggiorno tunisino corrisponde a un periodo ricco di scoperte sul piano intellettuale e soprattutto intimo ed emotivo. Da un lato lo studio della lingua araba e dell’ebraico, che impara frequentando l’Alliance Israélite Universelle a Tunisi e poi in seguito anche a Tangeri, e da cui nascerà il suo interesse per le sacre scritture. Dall’altro, l’attrazione per il mondo magico dei djinn e la spiritualità dell’Islam, che si associerà anche al suo grande amore per la natura.

Tutta la prima parte del racconto Khadidja è dedicata al periodo passato a Tunisi, dove trascorrerà i primi otto anni della sua infanzia. Come lei stessa afferma, i suoi ricordi risalgono all’età di quattro anni (siamo quindi nel 1887), quando la famiglia lascia la città europea per trasferirsi a Halfaouine, antico quartiere arabo di Tunisi.

È qui che la giovanissima Elisa subisce il fascino straordinario, ma anche il timore, del mondo sconosciuto, racchiuso negli spazi misteriosi della vecchia casa araba in cui la famiglia va ad abitare: 

C’est dans cette vieille maison arabe de Halfaouine aux pièces biscornues, aux escaliers secrets, aux passages sombres, aux murs percés de placards larges et profonds et de réduits minuscules, que je connus l’amour du merveilleux, le plaisir de la découverte, l’attirance et la crainte de l’inconnu [È in questa vecchia casa araba di Halfaouine dalle stanze sbilenche, le scale segrete, i corridoi cupi, i muri scavati da armadi larghi e profondi e da minuscoli ripostigli, che ho conosciuto l’amore per il meraviglioso, il piacere della scoperta, l’attrazione e il timore dell’ignoto] (ivi: 268). 

Distesa sul fresco pavimento di mosaico, la bambina osserva con meraviglia le colonne slanciate verso le balaustre di legno intagliato, e il pozzo misterioso sui cui si affacciavano scolopendre e capelvenere, scoprendo con terrore il mondo magico popolato dai djinn, gli spiriti che apparivano generalmente verso sera, al maghrib, il tramonto: «[…] des génies la hantaient que nous essayions de nous rendre propices en leur offrant des encens et du lait. Reconnaissants, ils daignèrent se montrer à moi un soir et je faillis en mourir» [(…) geni, che noi cercavamo di rendere benevoli offrendo loro incenso e latte, la infestavano. Riconoscenti, questi si degnarono di mostrarsi una sera, ed io per poco non morii] (ivi: 269).

È in questo stesso momento che sulle terrazze e nel cielo si diffondeva il magico richiamo dell’Islam. In un frammento inedito, scritto alla terza persona, Chimenti rievoca brevemente la sua infanzia tunisina, soffermandosi proprio sul ricordo della «voce malinconica del mouddhen» e «l’eco delle preghiere islamiche» provenienti dalla principale moschea della Medina di Tunisi, la Moschea al-Zaytūna, dell’Olivo: 

À Tunis cet écrivain habita un petit palais oriental au cœur de la ville arabe, à l’ombre de la grande mosquée tunisienne Djamaa Zeitoun. Ses premiers souvenirs se rapportent à ce beau palais, à la voix mélancolique du mouddhen appelant les croyants à la prière, à l’écho des prières d’Islam [A Tunisi questa scrittrice ha vissuto in un piccolo palazzo orientale nel cuore della città araba, all’ombra della grande moschea tunisina Djamaa Zeitoun. I suoi primi ricordi risalgono a questo bel palazzo, alla voce malinconica del muezzin che chiama i fedeli alla preghiera, all’eco delle preghiere islamiche] (NAI). 

Molto presente anche in Khadidja, il ricordo della voce del muezzin che si diffonde nel cielo sulle terrazze a intervalli regolari, ritorna con insistenza invadendo lo spazio del racconto. Per la narratrice, si tratta di una voce nuova e tuttavia familiare da cui si sente chiamata «da epoche e generazioni lontane»: 

[…] c’est sur ses terrasses, au fond de sa cour et de son riad[11] que j’entendis pour la première fois, sans toutefois la comprendre, la voix nouvelle et pourtant familière du mouddhen, l’appel solennel, tendre, impérieux de l’Islam clamer dans la luminosité des matins, à la mort du jour et dans les ténèbres, la grandeur infinie de Dieu et m’appeler du lointain des générations et des âges [È sulle sue terrazze, in fondo al cortile e nel riad che ho sentito per la prima volta, senza tuttavia comprenderla, la voce nuova eppure familiare del muezzin, il richiamo solenne, tenero, imperioso dell’Islam proclamare nella luminosità del mattino, al morire del giorno e nelle tenebre, la grandezza infinita di Dio, chiamarmi da epoche e generazioni lontane] (ivi: 268). 

cuentos_del_marruecos_espanolwebokIl canto dei minareti penetra nel profondo della sua anima, come un liquore inebriante e irresistibile che non potrà mai più dimenticare, come spiegano le amiche alla madre, convinta che la figlia stia diventando «una vera piccola musulmana»: «Prenez garde, […], l’Islam est une liqueur énivrante, celui qui en a une fois goûté ne peut plus s’en passer» (ivi: 276) [Stia attenta, le rispondevano, l’Islam è un liquore inebriante: chi lo ha provato una volta, non può più farne a meno] [12].

L’emozione suscitata da questo richiamo riattiva e allo stesso tempo rafforza la nostalgia legata al senso di sradicamento e di esilio che esprime attraverso la personificazione dei minareti, ai quali attribuisce per metonimia una voce e in particolare la capacità di cantare e pregare. Con il messaggio religioso, i minareti comunicano anche il dolore dei ricordi dell’esilio per aver lasciato l’Andalusia, come spiega Joselito, l’amico spagnolo che gestiva il riad: «les minarets pleurent de n’être plus en Andalousie» [i minareti piangono perché non sono più in Andalusia] (ivi: 270). L’associazione tra questo canto religioso e la nostalgia dell’esilio della protagonista è sottolineata anche grazie alla citazione di una terzina di Dante, riportata a memoria dall’autrice, contribuendo all’arricchimento dell’impasto linguistico e culturale della sua scrittura: 

Era già l’ora in cui volge il desio
ai naviganti intenerisce il core
lo dì che han detto ai dolci amici addio;
e che lo novo peregrin d’amore piange
se ode squilla da lontano
che paia il giorno pianger che si muore [13] (ivi: 270). 

Nei suoi ricordi, la città di Tunisi le appare come un luogo misterioso, dove la magia si mescola alla religione, e dove può trovare l’appagamento di un bisogno di spiritualità che la religione cattolica trasmessa dalla madre non soddisfaceva. Confessa di aver provato un sentimento speciale di devozione fin da piccola, solo per il Profeta: «Je destinais au seul Prophète toute ma sympathie et mon affection» [Destinavo al solo Profeta tutta la mia simpatia e il mio affetto] (ivi: 282).

Particolarmente suggestivo è il racconto delle sue esperienze allucinatorie avvenute durante gli anni trascorsi in Tunisia. Innanzitutto, il suo incontro con Mohammed, un amico del padre che scambia per il Profeta. Poi, la seconda apparizione avviene in un sogno fatto intorno al 1914, a Tangeri. Nella scena onirica che si svolge nella casa di Kherredine, un altro quartiere di Tunisi dove dichiara aver vissuto durante la sua infanzia. All’alba di una mattina, affacciata alla finestra, osserva il paesaggio tunisino: da un lato, le navi che si dirigono verso le coste della Sicilia, passando molto vicino all’isola di Pantelleria, e dall’altro, le rovine di Cartagine. All’improvviso, nel cielo che cominciava ad oscurarsi, invaso da «grandi cerchi neri venuti dal Nord», scorge sul lato dove brillava ancora un raggio di sole, «un homme ou un ange, aux vêtements d’une éclatante blancheur au visage empreint de noblesse et de bonté» [Vidi allora un uomo o un angelo, dai vestiti di un bianco splendente, dal viso nobile pieno di bontà] (ivi: 289), che l’esorta a pregare,  inviandogli un messaggio profetico sulla Prima guerra mondiale in corso, scatenata dall’Occidente e sull’imminente massacro di migliaia di creature.

Subito dopo, viene evocata un’altra visione, questa volta in una chiesa cattolica di Tangeri, dove la narratrice si ritroverà con sua sorella alcuni anni dopo, ormai adulta, e dove sentirà improvvisamente una voce solenne in lode di Allah risuonare nel tempio, la shahada, l’irresistibile richiamo dell’Islam. La stessa voce che sentiva sulle terrazze di Halfaouine, durante il Ramadan tunisino: 

Ce n’est pas une illusion, cette voix je la connais : c’est la même qui, jadis, m’appelait sur les terrasses de Halfaouine : celle qui par les nuits animées du Ramadan tunisien se glissait dans ma chambre enténébrée pour dissiper mes craintes d’enfant ; c’est l’appel magique de l’Islam ; l’appel qui une fois au moins dans la vie, retentit au cœur de ceux dont les aïeux suivirent le croissant et conquirent les terres qui les retinrent à jamais prisonniers de leurs habitants et de leur foi. C’est l’appel irrésistible, l’appel impérieux de l’Islam, comment pourrais-je lui résister? [Non è un’illusione, questa voce la conosco: è la stessa che un tempo mi chiamava sulle terrazze di Halfaouine: quella che nelle notti animate del Ramadan tunisino s’infiltrava nella stanza invasa dalle tenebre per dissipare le mie paure infantili; è il richiamo magico dell’Islam; il richiamo che una volta almeno nella vita risuona nel cuore di tutti coloro i cui antenati seguirono la mezzaluna e conquistarono le terre che li tennero per sempre prigionieri dei loro abitanti e della loro fede. È il richiamo irresistibile, il richiamo imperioso dell’Islam, come potrei resistergli] (ivi: 290). 

È sempre a Tunisi, ad Halfaouine, che stringe le sue prime amicizie musulmane, con Mahmoud il tessitore, Alì il barista, nonché Ourida, Fatma e Safia «de jeunes voisines aux bruns visages patinés d’ocre, aux yeux lumineux […]» [giovani vicine dai volti bruni satinati d’ocra e dagli occhi luminosi], che preferisce alle «petites européennes» [piccole europee] (ivi:273). Un’amicizia che le costerà molti sforzi in quanto le giovani la considerano una kafra, una cristiana infedele, mentre per i suoi amici Ali, proprietario di un caffè e Mahmoud, tessitore, più aperti e indulgenti, lei non era per il momento né cristiana né musulmana, convinti che più tardi avrebbe abbracciato la loro fede (ivi: 273).

Parallelamente alla sua ricerca spirituale, la protagonista scopre il mondo della natura, anch’esso strettamente legato a quello soprannaturale, con i suoi luoghi abitati dagli spiriti, come le sorgenti d’acqua, gli alberi, le montagne. Gli esseri vegetali e animali con i quali entra in contatto nel suo riad, le appaiono dotati di sentimenti umani e di generosità: il gelso ricolmo di frutti succosi e dolci, gli alberi d’arancio profumati che non le rifiutano mai un fiore. E poi i grilli, le cicale, le lucertole, le farfalle e gli uccelli, una vasta gamma di piccoli esseri amorevoli che popolano la sua solitudine insegnandole la lezione che non avrebbe mai più dimenticato e che è al cuore di tutta la sua opera: «la fraternité des hommes avec la nature» [la fratellanza degli uomini con la natura] (ivi: 269). 

9788876414718_0_0_200_0_75Dalla voce del minareto alle voci delle donne 

Un’altra importante scoperta durante il suo soggiorno tunisino, è quella della cultura femminile mediterranea, una cultura dell’oralità, un mosaico di storie, credenze e tradizioni. La sera d’inverno, sedute attorno a un braciere, le donne che hanno accompagnato la famiglia nell’esilio, Rafaella, la calabrese, Nzula, la siciliana, Catarina, la napoletana, Nannina, l’ignorante, incantano la bambina con i loro racconti e i loro canti: «Réunies autour d’un énorme brasero de terre cuite, les servantes tricotaient, les voisines murmuraient des prières, ma mère distraite tendait ses mains à la flamme et rêvait» [Riunite intorno a un enorme braciere di terracotta, le serve lavoravano a maglia, le vicine mormoravano preghiere, mia madre distratta allungava le mani verso la fiamma e sognava] (ivi: 276). Le leggende dei santi (San Nicola, Santa Filomena, Santa Lucia) si alternano alle canzoni; le ninne nanne riemergono dai ricordi con i canti natalizi, i canti degli zampognari degli Appennini, un villancico spagnolo o ancora una canzone di Natale in tedesco (Stille Nacht, Heilige Nacht), «imparata nell’esilio» (ivi: 301).

Le forme poetiche evocate attraverso i personaggi femminili, sono fortemente ibride: alcune canzoni sono delle nûba, recitativi affini alle forme musicali arabo-andaluse, migrati dall’Andalusia al Nord Africa prima di arrivare in Sicilia e nelle campagne del Sud Italia. Per quanto riguarda i racconti, alcuni si presentano sotto forma di poesie popolari, come lo zejel, un genere poetico arabo-andaluso, frutto della circolazione della poesia nel Mediterraneo, che si è diffuso in Francia e in Italia, ed è stato poi ripreso dai poeti spagnoli del Medioevo, prima di scomparire in Andalusia nel XVII secolo, lasciando tuttavia un’impronta indelebile nella poesia popolare marocchina.

Dimenticate da sempre, le voci delle donne emergono così dall’ombra attraverso la scrittura di Chimenti, come le tessere dell’infinito mosaico del patrimonio culturale popolare mediterraneo, un misto di tradizioni arabe, greche e spagnole, ma anche eredità della presenza araba sulle coste della Sicilia e della Campania, a cui attinge la sua immaginazione.

Questo patrimonio orale e corale di canti, leggende e credenze popolari meridionali, tramandato dalle figure femminili, s’intreccia così con quello popolato dai djins, le magiche presenze, temute e amate, che affiorano nella memoria dell’infanzia tunisina della scrittrice. Poetessa e antropologa, Chimenti riesce a cogliere le affinità tematiche e stilistiche, le intersezioni, i passaggi tra queste diverse tradizioni che viaggiano dal nord al sud attraverso l’Europa fino alle sponde del Mediterraneo, irrigando la sua ricchissima produzione letteraria, che si rivela fortemente ibrida e polifonica. Un’opera estremamente moderna e originale, grazie al métissage [14] culturale e linguistico della sua scrittura, disseminata di termini, frasi e citazioni in diverse lingue, in italiano, napoletano, spagnolo, tedesco, persino latino e soprattutto arabo [15]. 

Elisa Chimenti, anni 60

Elisa Chimenti, anni 60

Conclusione 

Sul periodo tunisino di Elisa Chimenti pochi documenti sono stati per ora ritrovati a parte quelli della polizia politica, che ci hanno permesso di ricostruire la vicenda relativa all’esilio paterno. È quindi soprattutto solo grazie a questo preziosissimo racconto semi-autobiografico, Khadidja de l’île sarde, che abbiamo potuto capire il ruolo fondamentale svolto dagli anni tunisini nella sua formazione: la scoperta della cultura e della lingua araba, insieme a quella del mondo soprannaturale, magico e religioso. È insomma in questi primi anni passati in Tunisia, che la scrittrice assorbe la linfa da cui più tardi nasceranno i preziosi frutti della sua opera, dedicata alla diffusione e alla valorizzazione della cultura magrebina e mediterranea, e in particolare del patrimonio popolare femminile.

Testimonianza dell’attraversamento e della migrazione di culture, voci e scritture al centro della sua esperienza biografica e intellettuale, la scrittura di Chimenti è necessaria, come una ketaba [16], una sorta di talismano e chiave di lettura, per far conoscere ed amare l’universo in cui ha vissuto fin dall’infanzia, attraverso il suo punto di vista interno e anti-orientalista. 

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025 
[*] Testo presentato al Convegno della IV edizione di Matabbia: Da una riva all’altra, da una lingua all’altra, da un immaginario all’altro: Scritture migranti italiane nel Mediterraneo, Marsiglia, 11-13 settembre 2025. 
Note
[1] Questo testo costituisce il capitolo finale dell’Appel magique de l’Islam, 262 p., Archivio della Fondation Méditerranéenne Elisa Chimenti, FMEC, Tangeri. Il titolo del capitolo è Magies d’Islam [Magie d’Islam], mentre Khadidja de l’île sarde [Khadidja dell’isola sarda] (ivi: 263-304) è il sottotiolo. Su questo inedito riprendo in parte un mio precedente lavoro, cfr. C. Cederna, Alterità e métissage nella scrittura di esilio di Elisa Chimenti «eterna viaggiatrice nel paese delle chimere», in Scrittrici in esilio tra Otto e Novecento: luoghi, esperienze, narrazioni, a cura di Chiara Licameli e Silvia Tatti, Quodlibet, Roma, 2022: 121-140. Ringrazio Marcello Bivona per alcune precisazioni e ricordi personali a proposito dell’attraversamento dall’Italia alla Tunisia, nella sua nota inedita, Magie d’Islam di Elisa Chimenti, Dal Bou-Ghasse al Mediterraneo.
[2] Un primo profilo biografico molto approfondito è stato tracciato da Maria Pia Tamburlini e Mariella Menon alla fine degli anni Novanta sulla base dei documenti del Viceconsolato di Tangeri, raccolti nel documento inedito, Archivio (1998), in parte pubblicato nel sito della Fondation Méditerranéenne Elisa Chimenti (Tangeri) (FMEC), cfr. Élements pour une biographie officielle d’Elisa Chimenti. Chronologie ,  https://www.elisachimenti.org/. Cfr. anche M. Tamburlini, Elisa Chimenti, in Enciclopedia delle donne http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/elisa-chimenti/. Cfr. anche, la nota biografica a cura mia: https://letteraturadelleitaliane.it/elisa-chimenti/
[3] Queste opere sono state ripubblicate nell’antologia: Elisa Chimenti, Anthologie, Éditions du Sirocco&Senso Unico Éditions, Maroc, 2009.
[4] Cfr. la lettera indirizzata al Presidente della Repubblica Antonio Segni, in Archivio, cit., pp. 66-67, https://www.elisachimenti.org/biographie_fr.htmln
[5] Tutte le traduzioni sono a cura mia tranne quando altrimenti indicato.
[6] Cfr. C. M. Cederna, B. Vallarano, « Une famille en exil. Résultats des dernières recherches sur la biographie d’Elisa Chimenti dans les archives entre l’Italie et le Maroc » (in corso di pubblicazione).
[7] San Vincenzo Ferreri (Valencia, 1350—Vannes 1419), religioso e predicatore apocalittico dell’ordine dei Domenicani.
[8] De Naples, je ne veux même pas emporter la poussière. NDA. [Da Napoli non voglio portarmi neppure la polvere].
[9] Goletta, cittadina situata a dieci chilometri da Tunisi. Fu meta di grandi ondate immigratorie dall’Italia, soprattutto dalla Sicilia, alla fine dell’800. Il numero degli italiani passò da 25 mila nel 1870 a 89 mila nel 1926. Paul Sebag, Tunis. Histoire d’une ville, ed. L’Harmattan, Parigi 1998.
[10] Bou—Ghasse significa «stretto» in arabo, Bughaz. Qui EC intende dire che suo padre risalì il canale che collegava la Goletta a Tunisi.
[11] Riad: giardino interno (NDA).
[12] Sull’attrazione esercitata dal richiamo della preghiera musulmana presso i viaggiatori in Oriente, nell’800, cfr. Sarga Moussa, «Voix d’Islam, résonances viatiques : perception de la prière musulmane chez quelques voyageurs en Orient au xixe siècle», Viatica [En ligne], 1 | 2014,
URL http://revues-msh.uca.fr/viatica/index.php?id=423
DOI: https://dx.doi.org/10.52497/viatica423.
[13] Il testo corretto delle terzine qui citate a memoria è: «Era già l’ora in cui volge il disio/ai navicanti e ’ntenerisce il core/lo dì c’han detto ai dolci amici addio;/e che lo novo peregrin d’amore/punge, se ode squilla di lontano/che paia il giorno pianger che si more». Purgatorio VIII, I-6.
[14] François Laplantine, « Pour une pensée métisse », Du transfert culturel au métissage, Michel Molin, Silvia Capanema, Quentin Deluermoz, et al. (dir.), Presses Universitaires de Rennes, 2019. https://books.openedition.org/pur/89353?lang=fr
[15] Su questo aspetto cfr. C. Cederna, L’écriture mosaïque d’Elisa Chimenti entre métissage et transgression, in L’écriture de l’exil au féminin, «Atlante. Revue d’études romanes», a cura di C. Cederna, A. Mauri, A. Sanna, n° 18,  https://journals.openedition.org/atlante/27380 (consultato 19 settembre 2025); cfr. anche B. Vallarano, Oltre la lingua franca: il plurilinguismo mediterraneo di Elisa Chimenti, «Annali. Sezione romanza», 2023, 1: 139-56, https://doi.org/10.6093/547-2121/10715.
[16] In arabo kitaba significa scrittura, e kataba, écrire. Nella cultura popolare ha assunto il significato anche di talismano. 
Riferimenti bibliografici 
Opere di Elisa Chimenti: 
Anthologie, Éditions du Sirocco&Senso Unico Éditions, Maroc, 2009.
L’appel magique de l’Islam (262 pp.), inedito, Archivio della Fondation Méditerranéenne Elisa Chimenti, FMEC, Tangeri.
Magies d’Islam. Khadidja de l’île sarde (pp.263-304), inedito, FMEC
Notes autobiographiques inédites (NAI), FMEC.
À la limite de l’ombre, inedito, FMEC. 
Critica: 
Marcello Bivona, Magie d’Islam di Elisa Chimenti, Dal Bou-Ghasse al Mediterraneo, nota inedita.
Camilla M. Cederna, Alterità e métissage nella scrittura di esilio di Elisa Chimenti «eterna viaggiatrice nel paese delle chimere», in Scrittrici in esilio tra Otto e Novecento: luoghi, esperienze, narrazioni, a cura di Chiara Licameli e Silvia Tatti, Quodlibet, Roma, 2022: 121-140.
C. M. Cederna, Elisa Chimenti, in Letteratura delle italiane, https://letteraturadelleitaliane.it/elisa-chimenti/
C. M. Cederna, L’écriture mosaïque d’Elisa Chimenti entre métissage et transgression, in L’écriture de l’exil au féminin, «Atlante. Revue d’études romanes», a cura di C. Cederna, A. Mauri, A. Sanna, n° 18,  https://journals.openedition.org/atlante/27380 (consultato 19 settembre 2025).
François Laplantine, « Pour une pensée métisse », Du transfert culturel au métissage, Michel Molin, Silvia Capanema, Quentin Deluermoz, et al. (dir.), Presses Universitaires de Rennes, 2019. https://books.openedition.org/pur/89353?lang=fr
Sarga Moussa, «Voix d’Islam, résonances viatiques: perception de la prière musulmane chez quelques voyageurs en Orient au xixe siècle», Viatica [En ligne], 1 | 2014,
URL : http://revues-msh.uca.fr/viatica/index.php?id=423
DOI : https://dx.doi.org/10.52497/viatica423
Maria Pia Tamburlini e Mariella Menon, Archivio (1998); Élements pour une biographie officielle d’Elisa Chimenti. Chronologie ,  https://www.elisachimenti.org/.
M. P. Tamburlini, Elisa Chimenti, in Enciclopedia delle donne, http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/elisa-chimenti/
Bianca Vallarano, Oltre la lingua franca: il plurilinguismo mediterraneo di Elisa Chimenti, «Annali. Sezione romanza», 2023, 1: 39-56, https://doi.org/10.6093/547-2121/10715.

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Camilla Maria Cederna, professoressa ordinaria di lingua, letteratura e cultura italiane, presso l’Università di Lille (Francia), la sua ricerca riguarda i transferts culturali, il teatro italiano, la traduzione, la scrittura femminile nello spazio mediterraneo, nell’epoca moderna e contemporanea. Ha coordinato il Laboratorio Associato Internazionale in collaborazione con La Sapienza, e il progetto sugli «Archivi della scrittura femminile dell’esilio», presso la Maison Européenne des Sciences de l’Homme et de la Société di Lille.

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