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La Tbourida femminile: eredità, genere e solidarietà culturale in prospettiva panafricana

 Amal Ahamri con una sorba maschile (ph.Belhaj Jamal)

Amal Ahamri con una sorba maschile (ph.Belhaj Jamal)

di Latifa Talbi

Introduzione: Tra eredità e rinascita

La Tbourida, o Fantasia, pratica equestre del Maghreb oggi patrimonio UNESCO, è riletta attraverso la partecipazione femminile di giovani donne, che hanno deciso di sfidare il giudizio maschile, ma sempre mantenendo il massimo rispetto per sé stesse e per l’ambiente e la tradizione. La loro esperienza intreccia eredità culturale, genere e performatività come strumenti di solidarietà e trasformazione.

Amal Ahamri è una giovane donna marocchina che nella vita quotidiana faceva parte della squadra della polizia equestre e attualmente, laureata in psicologia, si occupa di sviluppare percorsi terapeutici con i cavalli, mentre nel suo tempo libero pratica e insegna la Tbourida. Oggi questa immagine può sembrare naturale, ma fino a pochi anni fa sarebbe stata impensabile. Anche Halima Bahraoui ne è un esempio: la prima fantina ad aver formato una sorba (squadra) femminile, attualmente attrice impegnata a trasmettere la Tbourida attraverso il suo lavoro, entrambe sono state tra le prime a mettere in discussione una pratica considerata esclusivamente maschile, sfidando gli sguardi scettici di una comunità che, per lungo tempo, non riusciva a immaginare la presenza femminile in un rituale tradizionalmente legato al mondo degli uomini e alla sfera domestica riservata alle donne. Nonostante questo, sono diventate campionesse nelle competizioni nazionali, inclusa la prestigiosa Coppa Hassan II.

In questo articolo leggeremo la Tbourida come spazio di negoziazione culturale e di empowerment femminile, osservando l’evoluzione che ha attraversato: da pratica bellica a tradizione reinventata, da dominio maschile a terreno di apertura per le nuove generazioni di fantine. Analizzeremo inoltre i cambiamenti avvenuti dentro e fuori i confini marocchini, come l’evento in Qatar del 2024 che ha ospitato la Tbourida, o la recente firma dell’accordo del 9 novembre 2025 tra il Salon du Cheval di El Jadida e la Fiera Cavalli di Verona. Questi passaggi mostrano come una pratica nata nei contesti rurali sia oggi proiettata su una scena globale, tramite le testimonianze delle fantine e attraverso grandi eventi culturali internazionali.

Questa apertura internazionale non rappresenta soltanto un ampliamento geografico, ma si inserisce in una più ampia storia di mobilità culturale africana. Così come i grandi festival panafricani del Novecento hanno fatto della performance un luogo di incontro tra comunità diverse, anche la Tbourida – oggi praticata e reinterpretata da donne come Amal Ahamri e Halima Bahraoui – viaggia oltre il proprio contesto originario, portando con sé simboli, narrazioni e sensibilità condivise. Il passaggio dal villaggio alla scena globale, dalla fantasia rurale agli spazi transnazionali, rende questa pratica un linguaggio capace di dialogare con altre eredità culturali africane, mantenendo vive le radici e al tempo stesso aprendo nuovi orizzonti di rappresentazione e appartenenza. 

Amal Ahamri immortalata durante la sua performance, fotografo Belhaj Jamal

Amal Ahamri durante la sua performance (ph. Belhaj Jamal)

La Tbourida: storia, simbolismo e corpo

La Tbourida, o Fantasia, nasce come arte bellica delle tribù amazigh e arabo-beduine, una forma di cavalleria militare organizzata in piccole unità mobili incaricate di proteggere la comunità (Tally, 2017). Durante il periodo coloniale, l’estetica e la tecnica di questa cavalleria indigena affascinarono le autorità francesi, che arrivarono a modellare su di essa la cavalleria degli Spahis (Tally, 2020). Con l’avvento del defunto Re Hassan II, la Tbourida venne ufficialmente riconosciuta come patrimonio nazionale, a conferma del suo ruolo storico e simbolico all’interno dell’immaginario marocchino. La struttura performativa della sorba, la corsa al galoppo e lo sparo simultaneo, riprende i metodi di guerra tradizionali e richiama l’etimologia stessa del termine, baroud, “polvere da sparo” (Houdaifa, 2013, Tally, 2017).

Ancora oggi, ogni elemento della Tbourida rimane legato a una forte artigianalità: dalle selle decorate ai fucili intarsiati, fino agli abiti tradizionali. Le testimonianze raccolte nelle mie interviste con Amal e Halima confermano il ruolo centrale di questi saperi materiali, tramandati e rielaborati anche attraverso i loro profili social, che diventano vetrina contemporanea di pratiche antiche. Se un tempo la Tbourida era legata ai moussem, feste locali dedicate a santi patroni, oggi si è spostata verso i mihrajanat, festival laici e più aperti, capaci di accogliere cavalieri e amazzoni provenienti da tutto il Marocco. Come sottolinea Amal, i moussem restano eventi “chiusi” ai soli locali, mentre i mihrajanat sono luoghi di sperimentazione e visibilità, soprattutto per le donne.

Il cavallo, protagonista indiscusso della Tbourida, viene percepito come specchio e compagno, un essere dotato di sensibilità e agency. Le fantine da me intervistate parlano del cavallo come di un “figlio”, un sentimento che richiama da vicino le analisi di Gwyneth Tally (2017, 2020) sugli human–horse relationships, in cui il cavallo non è strumento, ma partner affettivo e morale. Anche Westermarck (1926), nella sua descrizione del Marocco coloniale, dedica un intero capitolo al cavallo, riconoscendone la centralità sociale e simbolica: dalla cura quotidiana ai rituali comunitari, fino alle feste dedicate alla nascita dei puledri, le razze equine impiegate sono: berbero e arabo-berbero [1] (Aa.Vv.1997).

Durante il mio lavoro di campo, ho potuto raccogliere la testimonianza di Moulay Mbarek ben Fatmi (Talbi 2020), figura rispettata della tribù Ahmar, il quale ha descritto dettagliatamente la trasmissione della baraka, la benedizione necessaria per poter montare. Il gesto rituale dello sputo nella mano dell’allievo – identico a quanto documentato da Westermarck – si collega al mito fondativo della scuola bellica istituita dai fratelli Nwaser nel XVI secolo (Hamza 2010; 2015), dove i giovani delle famiglie reali saadite e alawite venivano formati alla monta e all’arte del tiro. Le interviste con Amal e Halima, paradossalmente, confermano l’eredità di questo passato: la Tbourida appare ancora oggi come un campo che conserva codici antichi, pur aprendosi a nuovi soggetti.

Negli studi antropologici contemporanei, il cavallo è stato analizzato come agente relazionale (Tally; Cassidy 2007), capace di istituire legami corporei e morali con gli umani. L’approccio di Cassidy, in particolare, permette di leggere la Tbourida non solo come performance rituale, ma come sistema di cura quotidiana, addestramento condiviso e sensibilità interspecifica. Westermarck, inoltre ha mostrato come il cavallo, nel Maghreb, sia caricato di simbolismo rituale e potere protettivo, elementi ancora perfettamente riconoscibili nella narrativa dei fantini e delle amazzoni di oggi.

Amal Ahamri a cavallo (ph. Labraigui Mohamed)

Amal Ahamri a cavallo (ph. Labraigui Mohamed)

L’ingresso delle donne nella Tbourida può essere interpretato attraverso il contributo teorico di Judith Butler (1988, 1999), secondo cui il genere è una pratica performativa e ripetitiva, capace di confermare o sovvertire le norme sociali. Le amazzoni non imitano semplicemente i cavalieri: ri-inquadrano la performance stessa, trasformandola dall’interno. Attraverso abiti, movimenti, disciplina, presenza pubblica, le donne compiono ciò che Butler definisce gender constitution, dando vita a un nuovo modo di essere soggetto nella tradizione, senza romperla ma riconfigurandola. L’esistenza stessa di figure come Amal e Halima dimostra come la Tbourida diventi terreno di negoziazione del genere, in cui la tradizione non è un blocco immobile, ma un repertorio di gesti che possono essere reinterpretati.

Questa trasformazione si riflette anche nella crescente internazionalizzazione della Tbourida. L’iscrizione all’UNESCO [2] come patrimonio immateriale nel 2021, la partecipazione al programma Year of Cultures [3] del Qatar Museums nel 2024 e la recente alleanza tra Fiera Cavalli Verona e il Salon du Cheval d’El Jadida [4] (9 novembre 2025) testimoniano una apertura globale senza precedenti. In questo processo, le amazzoni hanno avuto un ruolo decisivo: la loro presenza scenica, la loro estetica, la loro narrazione hanno ampliato il pubblico e arricchito l’immaginario della Tbourida, rendendola più visibile e più dialogica sul piano internazionale. Come suggerirebbe Butler, non si tratta solo di “essere ammesse”: è l’atto stesso di performare la Tbourida da donne a trasformare il campo, rendendo possibile una tradizione che continua a essere sé stessa proprio perché cambia. 

Amal Ahamri, fotografo Labraigui Mohamed

Amal Ahamri (ph. Labraigui Mohamed)

Amal Ahamri e la Tbourida al femminile

Nel corso dell’intervista del 12 novembre 2025 che le ho fatto, Amal Ahamri [5] racconta la sua storia, Tbourida non è iniziato con un’imposizione, ma con una ricerca personale, pur essendo la tradizione una costante familiare. La sua infanzia fu caratterizzata da un profondo amore per gli animali, e sebbene i suoi genitori assistessero regolarmente ai moussem, lei, ragazza di città, evitava gli eventi polverosi. Dal 2000, iniziò a praticare il salto a cavallo a Kenitra, ma nonostante l’adrenalina, sentiva che le mancasse qualcosa. La svolta avvenne tra il 2001 e il 2004, quando accompagnò la madre a un moussem dei Regraga. Qui, fu colpita non tanto dalla spettacolarità, ma da un intenso stimolo sensoriale: l’odore della polvere da sparo mischiato al sudore dei cavalli a contatto con la lana dei sottosella. Questo non era un semplice odore, ma per Amal rappresentava «l’odore dei nostri avi, l’odore dei cavalli che corrono, della guerra», percepito come l’essenza delle sue origini. Una volta salita per la prima volta sulla sella marocchina, che richiede un equilibrio totale eseguito solo con mani e gambe, sbocciò un amore immediato e indissolubile. Quell’esperienza la portò a dire: «Questo è quello che cercavo, quello di cui ho bisogno, quello che sarò e quello che sono ora».

Il suo rapporto con il cavallo è descritto come profondamente spirituale. Laureata in psicologia, con una tesi sulla cura delle malattie mentali attraverso i cavalli, Amal ritiene che l’animale sia un vero “medico” che, a tre metri di distanza, è in grado di diagnosticare l’umore e gli ormoni umani. Per lei, il cavallo è “lo specchio dell’essere umano”, e il culmine della relazione si raggiunge nella sincronia, quando il cuore del cavaliere batte all’unisono con quello dell’animale. Questa filosofia l’ha portata a dedicarsi all’allevamento, montando ora il figlio del suo cavallo storico, Sharam Sheik, mantenendo viva una linea di discendenza tipica solo delle sorbe maschili.

La sua presenza nella Tbourida, un ambito maschile, non è stata priva di critiche. Inizialmente, quando era poco esposta, non percepiva giudizi. La pressione si è manifestata quando Amal è diventata più brava e visibile, trasformandosi in una “minaccia” nel mahrak (campo di esibizione). In un moussem con 40 squadre maschili, tutti gli occhi sono puntati sull’unica ragazza per giudicare la sua forza, la sua capacità di sparare e di cavalcare un cavallo “caldo”. Le critiche, come l’invito a “tornare in cucina”, persistono ancora oggi, nel 2025. Nonostante questo, Amal, forte della sua personalità e del sostegno familiare, è convinta che la donna che si avvicina alla Tbourida lo faccia per puro amore, proprio come gli uomini che scelgono la cucina o l’hair styling per passione, sfidando le aspettative sociali.

Amal Ahamri con la sua sorba femminile, fotografo Labraigui Mohamed

Amal Ahamri con la sua sorba femminile (ph. Labraigui Mohamed)

Amal rivendica il ruolo innovativo e significativo di ponte culturale: attraverso oltre 100 interviste con media internazionali (BBC, Al Jazeera, National Geographic [6], Russia, Giappone), è riuscita a portare la Tbourida, un Patrimonio Intangibile UNESCO, fuori dai confini nazionali. Percepisce la sua visibilità sui social media come un modo per sfidare i preconcetti: il pubblico si aspetta una donna rurale, non istruita e con le mani sporche, e rimane sorpreso scoprendo una donna che studia, ha un profilo curato e ha una carriera. Per la Tbourida marocchina, che oggi è praticata da avvocati, professori e studentesse e non più solo dalle aree rurali, la sua missione è duplice: onorare i rituali (come la consapevolezza che «la tomba del fantino è sempre aperta») e promuovere la tradizione come uno spettacolo rispettoso. Il suo messaggio finale è che «la donna non è una minaccia, la donna completa l’uomo», ed è orgogliosa di rappresentare la donna marocchina con onore in questo patrimonio equestre. 

Halima Bahraoui (Archivio personale )

Halima Bahraoui (Archivio personale)

Halima Bahraoui: tra cavallo, schermo e rappresentazione

Dall’intervista che ho condotto con Halima Bahraoui [7] il 10 novembre 2025 emergono tre elementi centrali nella sua storia con la Tbourida (o Fantasia), inizia nel 1999 con un’ingiunzione che avrebbe definito il suo intero percorso. All’età di 12-13 anni, durante un festival di Tbourida, chiese al padre di salire per una foto su un cavallo che in realtà apparteneva al genitore, ma che era affidato a un amico fantino. La richiesta si scontrò con il divieto categorico degli uomini presenti: È haram, hchouma (proibito, vergogna), la donna non ha il diritto di cavalcare, deve essere coperta e modesta, la Tbourida è per gli uomini». Questo rifiuto, che la lasciò in lacrime e piena di interrogativi sul ruolo delle donne, innescò la sua determinazione.

Tornata a casa, Halima fece pressioni sul padre, minacciando persino di interrompere gli studi se il cavallo non fosse tornato a casa. Nonostante l’amico del padre si rifiutasse di restituire l’animale per timore che il genitore entrasse nel circuito, il padre, mosso dalla risoluzione della figlia, acquistò un terreno, costruì un box e comprò tre cavalli. Halima iniziò ad allenarsi nel 2000, imitando ciò che facevano gli uomini. Con un atto di astuzia, convinse suo padre a diventare il mqaddam (caposquadra) della loro sorba, sapendo che solo grazie alla sua leadership maschile lei, all’età di 14 anni, avrebbe potuto partecipare ufficialmente.

Halima Bahraoui con la sua sorba femminile (Archivio personale)

Halima Bahraoui con la sua sorba femminile (Archivio personale)

Nel 2001 parteciparono al loro primo festival a Mohammedia. Non esistendo all’epoca un vestiario femminile specifico per la Fantasia, Halima indossò abiti da uomo. La sua passione per la Tbourida eclissò rapidamente il suo sogno iniziale di diventare campionessa di nuoto. Sebbene il padre nascondesse inizialmente gli allenamenti alla madre, che temeva per gli studi e la sicurezza della figlia (la Tbourida è pratica rischiosa), al primo festival la sorpresa portò la madre perfino alle lacrime per l’orgoglio, nonostante le preoccupazioni. Halima divenne la prima mqaddma donna nella storia del Marocco a guidare una squadra di cavallerizze, un ruolo che le è costato enormi sacrifici: ha interrotto gli studi superiori per dedicarsi al 100% all’allenamento delle ragazze e alla cura della Fantasia femminile, rinunciando persino a crearsi una famiglia.

La sua presenza fu una “catastrofe” per l’ambiente maschile tradizionale. Halima dovette affrontare insulti, sabotaggi e minacce rivolte a suo padre. La sua strategia di resistenza fu basata su una disciplina e un rispetto rigorosissimi per il decoro richiesto dalla tradizione: capelli coperti, abiti modesti, tecnica impeccabile. «Ogni cosa che compivo la facevo in maniera studiata nei minimi dettagli, perché non mi devo permettere nessun errore», spiega Halima, sapendo che qualsiasi passo falso sarebbe stato usato per denigrarla ed espellerla. Questo rigore le permise di guadagnare rispetto. La reazione del pubblico fu, fortunatamente, di grande sostegno: le squadre femminili attirano un tifo enorme, con gli spettatori che spesso richiedono di vedere solo le donne nel mahrak (campo di esibizione).

Halima Bahraoui  col suo cavallo (Archivio personale)

Halima Bahraoui col suo cavallo (Archivio personale)

Oltre alla carriera sportiva, Halima ha sviluppato un dominio artistico. Nel 2017, decisa a rappresentare correttamente la Tbourida, si è formata al conservatorio di Casablanca e ha intrapreso la carriera di attrice, portando la Fantasia nel cinema e nelle serie TV marocchine, dove anche il suo cavallo, Ward, è diventato un “attore”. Il suo sogno finale è portare l’esperienza della Tbourida femminile e i valori di rispetto e savoir faire che la contraddistinguono fuori dal Marocco, divulgando questa parte dell’identità marocchina a livello globale. Halima ricorda con emozione il supporto della defunta Principessa Lalla Amina, che la incoraggiò a creare squadre femminili, fino a conseguire nel 2005 la prima vittoria di una medaglia d’oro in un campionato. Per Halima, il legame con il cavallo è prima di tutto spirituale: lo vede come “mio figlio, mio fratello, la mia famiglia”, con un’intesa profonda che si basa sull’amore e sul rispetto reciproco.

Come si può dedurre da queste due interviste si osserva come la Tbourida femminile rappresenti oggi una delle trasformazioni più significative del patrimonio immateriale marocchino. Il percorso di Amal Ahamri e Halima Bahraoui mostra come l’ingresso delle donne non sia un semplice gesto di inclusione, ma un processo di rinegoziazione culturale che riguarda la tradizione stessa.

Halima Bahraoui  col suo cavallo (Archivio personale)

Halima Bahraoui col suo cavallo (Archivio personale)

Le amazzoni non rompono la Tbourida: la attraversano, la abitano, la interpretano. Le loro storie rivelano tensioni profonde – tra invisibilità e visibilità, tra rispetto delle gerarchie e desiderio di agency, tra ritualità antica e mediatizzazione contemporanea. La loro presenza non cancella le difficoltà: permane la pressione sociale, lo sguardo giudicante, la resistenza di alcuni settori del mondo equestre. Tuttavia, Amal e Halima hanno aperto uno spazio nuovo, in cui le giovani generazioni possono immaginare genealogie diverse, in cui anche la trasmissione del sapere rituale passa attraverso linee femminili.

Parallelamente, la Tbourida vive un momento di intensa circolazione globale: festival internazionali, collaborazioni transnazionali, presenza sui social media, reportage stranieri. In questo movimento, le amazzoni svolgono un ruolo decisivo: non solo praticano la tradizione, ma la rendono visibile, narrabile, traducibile.

Ciò che emerge, dunque, è una trasformazione che non distrugge la tradizione, ma la espande. La Tbourida diventa un linguaggio condiviso, capace di connettere passato e futuro, locale e globale, maschile e femminile. E se oggi il cavallo rimane simbolo di forza, onore e memoria, è proprio attraverso lo sguardo e il corpo delle donne che questa memoria trova nuove forme, nuovi percorsi, nuove possibilità.

Halima Bahraoui con la sua sorba femminile (Archivio personale)

Halima Bahraoui con la sua sorba femminile (Archivio personale)

Media, visibilità e patrimonio digitale

Attualmente, nell’era dei social, accedere ai materiali sulla Tbourida e stabilire contatti con il campo è diventato sorprendentemente semplice. Se in passato documentare questa pratica richiedeva tempo, spostamenti e mediazioni complesse, oggi TikTok, Instagram e YouTube offrono un archivio immediato e in continua espansione: dirette dai festival, reel che mostrano le amazzoni nei preparativi, nella cura dei cavalli o nei momenti più intensi delle competizioni.
Una trasformazione che, come già osservato in altri rituali maghrebini, sta investendo anche tradizioni storicamente chiuse e poco accessibili al pubblico esterno.

I profili social delle amazzoni e gli altri canali digitali configurano uno spazio di visibilità ibrida, in cui le donne non solo partecipano alla Tbourida, ma producono narrazioni collettive che rinegoziano l’identità femminile all’interno di un patrimonio vivo, agendo come veri e propri “apparati socio-tecnici” (Colombo, 2003). In questo senso, il quadro teorico intersezionale proposto da Fanchi (2021) risulta particolarmente utile per leggere la presenza femminile nella Tbourida: attraverso i media, le amazzoni non si limitano a rappresentarsi, ma ridisegnano i confini simbolici di una pratica tradizionalmente maschile.

Halima Bahraoui da piccola a cavallo (Archivio personale)

Halima Bahraoui da piccola a cavallo (Archivio personale)

La visibilità digitale delle fantine può essere interpretata anche alla luce delle riflessioni di Cati, Fanchi e Maule (2014) sulle connessioni tra genere e industrie creative: i contenuti prodotti dalle cavallerizze marocchine assumono la forma di micro-imprese culturali femminili, capaci di rielaborare immaginari, ruoli e valori all’interno di un settore storico e rituale come quello equestre.

Infine, il contributo di Aroldi e Colombo (2013) sul ruolo dei media digitali come spazi di dialogo intergenerazionale permette di comprendere come la Tbourida, pur radicata nelle memorie delle generazioni più anziane, venga oggi reinterpretata online da giovani amazzoni e dai loro pubblici. Ne emerge un processo di continuità culturale che passa attraverso nuove estetiche, nuove modalità di partecipazione e nuove forme di coesione sociale.

Halima Bahraoui con premi e trofei (Archivio personale )

Halima Bahraoui con premi e trofei (Archivio personale )

Conclusione: tradizione, solidarietà e futuro

La Tbourida femminile rappresenta oggi una delle trasformazioni più significative del patrimonio immateriale marocchino. Il percorso di Amal Ahamri e Halima Bahraoui mostra inequivocabilmente come l’ingresso delle donne non sia un semplice gesto di inclusione, ma un processo di rinegoziazione culturale che riguarda la tradizione stessa in una prospettiva panafricana di solidarietà culturale performativa. Le amazzoni, infatti, non mirano a rompere la Tbourida: la attraversano, la abitano, la interpretano, creando un nuovo campo di forza. Le loro storie rivelano tensioni profonde – tra invisibilità (il ruolo storico della donna dietro le quinte, custode della cura) e visibilità (la donna che si espone nel mahrak e sui media), tra rispetto delle gerarchie e desiderio di agency, tra ritualità antica e mediatizzazione contemporanea. La loro presenza non cancella le difficoltà: permane la pressione sociale, lo sguardo giudicante (“torna in cucina,” come riportato da Amal), e la resistenza di alcuni settori del mondo equestre. Tuttavia, Amal e Halima, supportate dalla loro forza d’animo, da una disciplina inattaccabile e da un sostegno familiare inaspettato (come la figura del padre di Halima e la benedizione spirituale della Principessa Lalla Amina), hanno aperto uno spazio nuovo, in cui le giovani generazioni possono immaginare genealogie diverse, così che la trasmissione del sapere rituale e tecnico passa anche attraverso linee femminili.

Questa mobilità della pratica si inserisce in una più ampia storia di mobilità culturale africana; analogamente ai grandi festival panafricani del Novecento che facevano della performance un luogo di incontro e solidarietà transnazionale, la Tbourida femminile si propone come un linguaggio performativo capace di dialogare con altre eredità culturali africane. Essa mantiene vive le radici – attraverso l’uso di cavalli berberi e arabo-berberi, l’artigianato tradizionale e il rispetto dei rituali – ma al tempo stesso apre nuovi orizzonti di rappresentazione e appartenenza a livello globale, offrendo un modello di solidarietà che è intergenerazionale, di genere e transnazionale. La solidarietà transnazionale, in particolare, è amplificata dal ruolo di ponte culturale delle amazzoni: il loro successo e la loro costante presenza sui media internazionali (dalla BBC al Giappone) hanno avuto la capacità di “portare la Tbourida fuori dai confini nazionali” più efficacemente delle controparti maschili.

Questa divulgazione non è un mero atto promozionale, ma un atto di orgoglio nazionale e africano, che proietta un’immagine di forza, disciplina e raffinatezza in un contesto globale, trasformando la Tbourida in un luogo di incontro dove l’identità marocchina si confronta con il mondo, rafforzando la narrazione culturale africana. L’intensa circolazione globale della Tbourida è, inoltre, amplificata dall’era dei social media, dove i profili digitali delle amazzoni agiscono come veri e propri “apparati socio-tecnici” e “micro-imprese culturali femminili”, sfidando i preconcetti su più fronti.

Amal Ahamri con la sua sorba femminile (ph. Labraigui Mohamed)

Amal Ahamri con la sua sorba femminile (ph. Labraigui Mohamed)

Amal, con la sua immagine di donna acculturata che si dedica alla psicologia equestre e all’allevamento, ha dovuto confrontarsi con lo stereotipo della fantina rurale e non istruita, dimostrando che la Tbourida è oggi una pratica che abbraccia dottori, avvocati, studentesse e madri. Il digitale non distorce, ma espande la tradizione, permettendo una rinegoziazione dinamica dell’identità femminile marocchina, dove la donna, da corpo proibito (haram, hchouma), si trasforma in corpo che rappresenta la nazione – sui cavalli, sugli schermi e nello spazio pubblico. Un aspetto cruciale emerso dalle interviste, che sottolinea il rispetto rituale e la profondità dell’esperienza, è la dimensione spirituale e corporea.

Amal ha descritto il cavallo come uno “specchio” e un “medico” che reagisce all’adrenalina e all’umore del fantino, mentre Halima lo definisce “mio figlio, mio fratello, la mia famiglia”; questa profonda connessione emotiva e spirituale con l’animale non solo arricchisce la performance, ma è una pratica di cura che trascende la semplice competizione e dimostra che l’amazzone si avvicina al cavallo per amore, e questo amore è la forza motrice che le permette di affrontare le avversità. Ciò che emerge, in definitiva, è una trasformazione che non distrugge la tradizione, ma la espande, mantenendo saldo il rispetto per le gerarchie rituali (mqaddem) e per gli elementi materiali (artigianato, razze equine).

La Tbourida femminile è un linguaggio condiviso, capace di connettere passato e futuro, locale e globale, maschile e femminile, offrendo un modello di agency che non è di rottura, ma di completamento dell’uomo. Nel futuro, la speranza è che venga ripristinata una Botola femminile a livello statale per dare maggiore sostegno e struttura al movimento, ma a livello personale e collettivo, la missione di queste amazzoni resta quella di continuare a proiettare l’immagine di una donna marocchina forte, onorevole e rispettosa della propria eredità, portando l’esperienza e la solidarietà culturale della Tbourida femminile su palcoscenici sempre più vasti, unificando l’orgoglio locale con l’orizzonte panafricano. Se oggi il cavallo rimane simbolo di forza, onore e memoria, è proprio attraverso lo sguardo e il corpo delle donne che questa memoria trova nuove forme, nuovi percorsi e nuove, potenti possibilità.

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
Note
[1] https://sorec.ma/races-chevaux-maroc/?utm_source=chatgpt.com 
[2] https://ich.unesco.org/en/RL/tbourida-01483 watch 
[3] https://yearsofculture.qa/editions/qatar-morocco/events/tbourida-show-at-al-shaqab 
[4] https://www.veronafiere.it/news/veronafiere-firma-accordo-strategico-con-il-salon-du-cheval-del-jadida/ 
[5] https://www.instagram.com/amalahamri/ 
[6] https://www.youtube.com/watch?v=0WmtYsPihBA 
[7] https://www.instagram.com/bahraouihalima/?hl=es 
Riferimenti bibliografici
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https://sorec.ma/races-chevaux-maroc/?utm_source=chatgpt.com
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https://www.youtube.com/watch?v=0WmtYsPihBA
https://www.instagram.com/bahraouihalima/?hl=es
https://www.instagram.com/amalahamri/ 

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Latifa Talbi, laureata in Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Università di Torino, con una tesi pubblicata sul culto dei marabutti. Nel 2019 ha partecipato a un progetto Erasmus+ in Marocco per una ricerca etnografica sul campo. Nel 2023 ha pubblicato l’articolo “Ramadance: Sacro e profano online, tra mesi di penitenza e danze folkloristiche” nella rivista Africa e Mediterraneo (Dossier n. 99, 2024) e ha contribuito con diversi saggi alla rivista Dialoghi Mediterranei, tra cui “Sidi Abdel Rahman di Casablanca: tra tradizione e modernità” (2025) e “Genealogia, prestigio e sacralità: gli Chorfa e la tribù Ahmar in Marocco” (2025). Possiede competenze multidisciplinari acquisite attraverso studi e attività di mediazione culturale, unite a una conoscenza avanzata delle lingue arabo, italiano, inglese e spagnolo.

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