di Anna Consilia Alemanno
È nata su un’isola (e questo, come scrisse Marguerite Yourcenar, è già un inizio di solitudine), a Caltanissetta, nel cuore della Sicilia. Gli occhi grigi azzurri socchiusi in stringhe di cielo per sfuggire alla luce penetrante di un mattino di un’estate qualsiasi, nel cuore del centro storico di Palermo, sembrano scolpiti tra le pieghe di una pelle bianchissima.
Lidia è una sorta di veggente. Afferra il tuo sguardo come se fosse una pietra preziosa, lo scruta, affonda le sue pupille nelle tue, sorride e ti sorprende. Vive all’ultimo piano di un palazzo dall’aspetto borghese insieme a dieci gatti, forse più. Le mura impregnate di un intenso odore felino.
Entro nella sua stanza preferita, un piccolo soggiorno giallo e verde aperto su un terrazzo sospeso su un pezzo di azzurro. Prendo una sedia e Lidia mi allunga un foglio di giornale: «Per non sporcarti», mi dice, aspirando una delle prime sigarette della giornata. Poi inizia a chiedermi, a interrogarmi. Lei, che sa già tutto.
Vuole prepararmi un caffè. La accompagno in cucina. Le gambe gonfie, le caviglie piene. Cammina a fatica, reggendosi su un bastone. Nel lavello una pila di piatti sporchi. Gatti che mi guardano con teste rosse piegate di sbieco da dietro una pentola ancora piena di spaghetti. Una parete azzurra e una presa elettrica staccata. Su lungo corridoio, a terra, in un angolo, escrementi animali.
Getto uno sguardo in una delle stanze. La porta è aperta. All’interno specchi ombreggiati di macchie nere e grigie, mobili consumati dal tempo e corrosi da unghie feline. Arriva subito l’odore pungente del cibo in scatola sparso sopra un grande tavolo al centro della stanza. Sembra un tappeto di terra, dimenticato lì da un qualche dio dispettoso. Tre enormi lettiere, non pulite da giorni, forse settimane, addossate lungo un muro.
Alcuni gatti mostrano vistose chiazze rosa senza pelo sul manto rossiccio. Lei non pensa siano malati, forse per una sorta di infantile noncuranza, di selvatichezza dello spirito, ma non certo perché non li ami. Se qualcuno tentasse di portarli via Lidia ne morirebbe.
Non concepisce la sua vita senza i suoi gatti e senza libri. Sono la sua costellazione, la sua mappa del cielo. I suoi occhi grigi azzurri, opachi come turchesi in fondo al mare, mi fanno dimenticare l’odore pieno e fastidioso che ormai forse emana da ogni oggetto della casa, un miscuglio acre di fumo di sigaretta e sentori felini.
Lidia ha vissuto a lungo a Parigi. Si è laureata in legge, a Catania. Ne parla con orgoglio ma malvolentieri. Il caffè è pronto. Torniamo nella piccola sala da pranzo, abbagliante di luce come un tempio. I gatti, due, tre, poi quattro, si incrociano tra le sue gambe malate mentre cammina lentamente lungo il corridoio dalle pareti piene di libri. «Perché non mi prepari una bella pasta con le sarde?».
Mi dice, mentre, sedendosi, afferra un mazzo di tarocchi egiziani e comincia a mischiarli con una calma attenta, senza smettere di guardarmi. Subito dopo sembra dimenticare la sua domanda, spinge la sigaretta contro il posacenere, si premura che sia spenta, poggia il mazzo di carte davanti a me, incrocia le braccia e aspetta.
«Vorrei imparare una lingua». Mi dice all’improvviso. Gli occhi sul mozzicone di sigaretta tra le dita. «Ma tu parli già un’altra lingua Lidia, il francese», le ricordo cercando di incontrare il suo sguardo. Lei alza la testa, gli occhi piccoli si illuminano: «Ah sì, è vero sì, il francese! Dovevo parlare per forza in francese quando mi rinchiusero in quel posto maledetto. Sennò come mi capivano quelli». Prende un’altra sigaretta, la accende in fretta e aspira a lungo prima di riprendere a parlare.
«Sai cosa facevo per passare il tempo? Saltavo dal tavolo alla sedia e dalla sedia al tavolo. Un giorno caddi con la testa all’indietro. Ma non mi feci nulla. Solo un grande spavento. Non ce la facevo più a stare chiusa lì dentro. Poi, qualcuno ebbe forse pena di me e mi permise di andare in giardino. Era immenso e umido. Sentivo l’acqua dell’oceano che arrivava fin sul prato. Il rumore dell’oceano sovrastava tutto. Tranne la voce di quelle puttane».
«Puttane? Quali puttane?», le chiesi. «Quelle suore del convento vicino. Ogni sera recitavano una omelia, una preghiera, non so cosa…maledette. Ogni sera, in continuazione. E poi chi lo sa cosa dicevano, non capivo nulla. E gridavo buttane, smettetela. Le chiamavo buttane in siciliano e non puttane altrimenti mi avrebbero capito. La Rochelle…quaranta giorni in quel posto maledetto».
Sulle ultime parole strizza gli occhi, spinge la sigaretta ormai spenta contro un piccolo piatto di ceramica già annerito dalla cenere, le braccia conserte, e guarda oltre, fuori dalla finestra aperta. In quel caldo siciliano anche le prime stelle del cielo sembrano roventi. «Ero alla Rochelle» continuò, senza muovere gli occhi da quell’azzurro sbiadito. «Il porto più grande d’Europa, dove arrivavano carichi enormi di sarde. Ma lì non ho mai mangiato sarde. Mai. Chissà perché».
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
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Anna Consilia Alemanno, giornalista professionista e fotografa freelance con base a Milano utilizza la fotografia per raccontare storie e documentare la realtà, spesso concentrandosi su tematiche sociali e ambientali. Suoi lavori sono stati pubblicati su Perimetro, Witness Journal, DooGReporter, Africa Rivista. Ha partecipato al Circuito OFF del Festival di Fotografia Etica di Lodi nel 2024 e nel 2026 un suo progetto sarà presente al BIS – Biennale Itinerante del Sociale, tra Italia, Perù, Cuba.
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