Stampa Articolo

La storia e la guerra: l’attualità di Zweig

geremia-di-stefan-zweig-e-marco-marroni-794179di Marco Marroni 

«Quando, nella Pasqua del 1917, fu pubblicata la mia tragedia Jeremias, ebbi una grossa sorpresa. L’avevo scritta in vibrante opposizione contro il mio tempo e mi attendevo un’opposizione non meno veemente. Accadde invece l’esatto contrario. Furono subito vendute ventimila copie, un numero straordinario per un’opera teatrale. Ne divennero aperti sostenitori non soltanto amici come Romain Rolland, ma anche chi in passato aveva militato sul fronte opposto al mio, come Rathenau e Dehmel. (…) Che cos’era successo? Nulla, se non che la guerra si protraeva ormai da due anni e mezzo, e il tempo aveva crudelmente spento ogni fervore. Dopo i terribili salassi sui campi di battaglia la febbre cominciava a calare; gli uomini guardavano la guerra in volto con occhi più freddi e più duri rispetto all’epoca dei primi entusiasmi. Il senso di forzata solidarietà cominciava a scemare, poiché non c’era traccia della grande “purificazione morale” che filosofi e poeti avevano tanto solennemente magnificato. (…) Se dunque il mio libro conobbe un successo sorprendente, non fu certo per il suo valore poetico; io non avevo fatto che esprimere ad alta voce ciò che gli altri non osavano proclamare apertamente: l’odio contro la guerra, la sfiducia verso la vittoria» [1].

Con queste parole Stefan Zweig nel libro Geremia (Susi edizioni, Carbonia 2025) ricorda l’inatteso successo che arrise alla sua tragedia teatrale articolata su nove scene nella propria autobiografia pubblicata postuma nel 1942, pochi mesi dopo che lo scrittore aveva deciso di porre fine alla propria vita, suicidandosi a Rio de Janeiro il 22 febbraio di quell’anno insieme alla seconda moglie Charlotte Altmann.

È interessante osservare che il giudizio severo di Zweig su quella che è passata alla storia come la Prima guerra mondiale non fosse dovuto a un presagio della sconfitta che avrebbero subìto gli Imperi centrali, ossia in primis Germania e Impero asburgico, e l’Impero ottomano con essi alleato. Il giorno di Pasqua del 1917, era l’8 aprile, l’esito del conflitto era ancora molto incerto. Gli Stati Uniti erano entrati in guerra solo due giorni prima. In Russia meno di due mesi prima una rivolta popolare fortemente connotata da un’impronta contraria alla prosecuzione del conflitto aveva portato all’esautoramento dello zar Nicola II e alla formazione di un governo di impronta liberale incentrato sulla figura di Alexander Kerensky. Il 3 aprile Lenin era rientrato in Russia dalla Svizzera dopo aver attraversato la Germania in un vagone piombato e fin dal suo arrivo a Pietroburgo, nel primo comizio davanti alla stazione di Finlandia immortalato infinite volte nell’iconografia sovietica, proclamò la necessità di porre immediatamente fine alla guerra e schierò il partito bolscevico su tale linea. Ciò determinò un diffuso fenomeno di diserzione tra le truppe russe e diede a Germania e Austria la possibilità di disimpegnare parte delle proprie truppe impegnate sul fronte orientale prima ancora che si giungesse ad un vero e proprio accordo di pace (che venne siglato nel febbraio 1918 a Brest-Litovsk). Con quelle truppe la Germania poté respingere l’offensiva francese della primavera 1917 sul fronte dell’Aisne e lanciare una propria poderosa offensiva nel febbraio 1918, e l’Austria avviò lo sfondamento del fronte italiano che portò nell’ottobre 1917 alla rotta dell’esercito italiano a Caporetto.

Quindi, il rifiuto della guerra come strumento di risoluzione delle controversie politiche, per parafrasare la celebre formula utilizzata nell’undicesimo articolo della Costituzione italiana, che caratterizza questa opera di Zweig non nasce dalla legittima preoccupazione che un appartenente alla élite ebraica viennese poteva provare verso una conclusione del conflitto in corso che avrebbe potuto infrangere – come poi infranse in effetti – il carattere transnazionale e ispirato a una sostanziale tolleranza religiosa dell’Impero asburgico. È invece espressione della visione sostanzialmente cosmopolita – e per questo pacifista – e ferocemente avversa al nazionalismo esasperato diffusosi nel corso del XIX secolo in tutta Europa e non solo, soprattutto se collegato al radicalismo/integrismo religioso e al militarismo che caratterizzava le nazioni europee. Quell’impostazione politica sintetizzata dal generale prussiano von Clausewitz con la celebre frase “La guerra non è che la prosecuzione della politica con altri mezzi” contenuta nel suo saggio intitolato Della guerra del 1832. 

Proprio questa circostanza rende terribilmente e drammaticamente attuale il Geremia di Zweig. Un’attualità che non vedo limitata solo all’ovvio e diretto riferimento alle vicende del Medio Oriente, alle guerre succedutesi in quell’area a partire dal 1948 e – da ultimo – alla barbara rappresaglia scatenata da Israele nella striscia di Gaza a partire dall’autunno del 2023 a seguito dell’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre. Ovvero al parallelismo quasi perfetto tra la narrazione di Zweig circa l’alleanza tra Israele e l’Egitto contro Babilonia, a cui fa seguito un patto tra il faraone e Nabucodonosor che lascia Israele sola alla mercé dei babilonesi, con la conseguente conquista di Gerusalemme e la deportazione degli ebrei, con quanto avvenuto nel conflitto ucraino e con la condotta degli Stati Uniti d’America, prima alleati dell’Ucraina e poi con Trump oggettivamente schieratisi con l’aggressore russo.

71o1pazhul-_ac_ul600_sr600600_La visione antinazionalista e cosmopolita di Zweig, che tra l’altro non condivise mai le pulsioni sioniste diffusesi a partire dalla fine del XIX secolo tra gli intellettuali ebrei dell’Impero austro-ungarico, e che come sottolineato più volte nel corso degli ultimi anni anche in Italia ne fa uno dei padri spirituali dell’idea europeista insieme a figure quali Altiero Spinelli, è intrinsecamente e radicalmente avversa alle visioni nazionaliste, integraliste, “sovraniste” che si sono ri-propagate in Europa nel corso degli ultimi decenni, che hanno in qualche modo determinato la recrudescenza dell’idea che, appunto, la guerra è uno strumento come gli altri, una sorta di extrema ratio, a cui poter ricorrere “in nome degli interessi (come sempre dichiarati “supremi ed eterni”) della Patria”. Banalizzare la guerra è il primo passo per poterne scatenare una. Ed è proprio ciò a cui anche in Europa abbiamo dovuto riabituarci a partire dagli ultimi anni del secolo passato, una volta venute meno la “tregua armata” imposta dalla contrapposizione trai blocchi e l’efficacia degli anticorpi politici e culturali sviluppatisi grazie alla memoria storica di cosa hanno significato per tutti noi europei i conflitti succedutisi nel trentennio 1914-1945.

Questo pacifismo “integralista” di Zweig, che oggi per altro è diffuso soprattutto in alcune espressioni politiche e religiose, in prevalenza ma non esclusivamente di matrice cristiana, può essere con ogni probabilità ricondotto anche alla circostanza che Zweig apparteneva a una duplice aristocrazia: un’aristocrazia economica, come già ricordato, in ragione della sua appartenenza di classe, e una aristocrazia culturale: era un intellettuale cosmopolita, legato e in stretto contatto con alcuni tra i più importanti e originali intellettuali del suo tempo e con le sedi universitarie e culturali più prestigiose già da prima dello scoppio della guerra, sia in Europa che oltre oceano.

Stefan Zweig

Stefan Zweig

Di tale circostanza per altro è consapevole lo stesso Zweig, allorché descrivendo l’atmosfera vissuta alla fine del Primo conflitto mondiale afferma: «Eravamo infatti convinti – e con noi lo era allora anche tutto il mondo – che con questa guerra sarebbe stata liquidata per l’eternità anche la guerra, che la belva che aveva devastato il nostro mondo fosse stata domata e forse anche uccisa. Credemmo al grandioso programma di Wilson, che coincideva con il nostro, e in quei giorni in cui la rivoluzione russa celebrava la sua prima notte di nozze mossa ancora da un’ideologia umana e idealista, credemmo di veder brillare a Oriente il chiarore di una nuova aurora. Eravamo degli sciocchi, lo so, ma non eravamo i soli» [2]. Ipse dixit. 

Dal punto di vista tecnico questa prima traduzione in italiano del Jeremias in cui mi sono cimentato non ha presentato difficoltà particolari, che si sono limitate in sostanza ad alcune forme lessicali poetiche e arcaiche che Zweig utilizza, per altro in misura limitata. Ovviamente la traduzione è stata effettuata “all’antica”, senza mai ricorrere a supporti informatici o simili che più volte negli ultimi anni ho avuto modo di giudicare incapaci di una resa efficace, soprattutto in campo letterario. Alcune parti del dramma sono strutturate come un componimento poetico, prevalentemente in rima, in particolare alcuni dialoghi tra Geremia, la madre e altri interlocutori, soprattutto a partire dalla quinta scena. Nella traduzione è stata rispettata l’articolazione in versi e – per quanto possibile – la loro struttura interna, mentre è stato ovviamente impossibile reiterare la rimazione. Ho deciso di non appesantire la lettura con note e richiami miranti a esplicitare i frequenti riferimenti biblici contenuti nel testo, mentre ho conservato le numerose indicazioni scenografiche inserite dall’autore, che fanno assumere a quest’opera – senza dubbio concepita per la rappresentazione teatrale, che per la prima volta ebbe luogo a Zurigo nell’autunno 1917 – l’assetto e il tono di un romanzo storico. Per le citazioni bibliche che aprono ognuna delle nove scene in cui il dramma si articola si è fatto riferimento alla Bibbia ebraica, curata da Rav Dario Disegni, edita dalla casa editrice La Giuntina di Firenze. 

Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
Note
[1] Stefan Zweig, Il mondo di ieri, trad. di Lorena Paladino, Garzanti, Milano, 2017 (2014): 271-272.
[2] Ivi: 297.

 _____________________________________________________________

Marco Marroni, si è laureato col massimo dei voti in filosofia moderna e contemporanea presso La Sapienza di Roma. A partire dal 1981 traduce dal tedesco per diverse case editrici e collabora alle ricerche e pubblicazioni della cattedra di sociologia di. Franco Ferrarotti presso la facoltà di Magistero della Sapienza. Dal 1982 al 1994 è ricercatore presso il Centro Ricerche Economie e Lavoro (Crel) di Roma, presieduto da. Piero Craveri. Dal 1983 al 1998 è iscritto nell’elenco degli esperti del Servizio Studi della Camera dei Deputati per le questioni attinenti alla Germania federale. In tale ambito redige numerose traduzioni e consulenze a supporto dell’attività del Servizio e dell’attività legislativa. È autore di numerose traduzioni dal tedesco edite in Italia, tra le più recenti si segnalano: Georg Simmel, Saggi di sociologia della religione, Borla edizioni, Roma, 1992; Ulrich von Hassel, Diario Segreto 1938-1944, Editori Riuniti, Roma, 1996; Friedrich Andrae, La Wehrmacht in Italia, Editori Riuniti, Roma, 1997; Rainer F. Schmidt, Il mistero Rudolf Hess, Editori Riuniti, Roma, 1998: Ernst Benz, Ecclesia Spiritualis, Susil Edizioni, Carbonia, 2022; Karl Rosenkranz, Hegel filosofo nazionale tedesco, Susil Edizioni, Carbonia, 2023; Stefan Zweig, Geremia, Susil Edizioni, Carbonia, 2025.

______________________________________________________________

 

 

 

Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly and PDF
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Società. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>