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La Sicilia nei settanta anni di attività fotografica di Giuseppe Leone

img_7003di  Mariza D’Anna  

Il fotografo Giuseppe Leone è morto il 17 aprile dell’anno scorso a Ragusa, la città dove era nato 88 anni prima. Con i suoi occhi in tanti, tanti anni di professione ha svelato il volto vero della Sicilia, un volto sospeso tra il passato e il presente. Leone aveva iniziato a fotografare negli anni Cinquanta e presto i suoi scatti in bianco e nero sono divenuti testimoni e interpreti della vita pulsante e della vita silenziosa di tante città e paesi siciliani, di antichi angoli svelati, delle campagne brulle e dei cieli distesi, dei loro abitanti, dei loro sogni e del presente. Un percorso naturalistico e antropologico nel medesimo tempo, umano. Dai luoghi di ieri alle trasformazioni avvenute nel tempo, i suoi scatti sono diventati copertine di giornali illustri e i sessanta libri fotografici che il fotografo ha lasciato, corredati da testi firmati da grandi autori della letteratura, testimoniano questa sua inesauribile passione per la sua terra. 

Concetto Prestifilippo, giornalista attento e sentimentale, caro amico e collaboratore per oltre quarant’anni di Giuseppe Leone, ha voluto omaggiare il grande maestro con una pubblicazione dal titolo “Giuseppe Leone. Ovvero, un sogno fatto in Sicilia”. Il libro è pubblicato dall’editore Mimesis nella collana “Sguardi e visioni” diretta da Francesca Adamo. Andato in stampa a circa un anno dalla morte del fotografo, contiene preziose testimonianze che Prestifilippo ha selezionato, che rivelano il significato dell’opera fotografica di Leone e la sua sensibilità. Immagini di pescatori, scialuppe tirate a riva, spiagge e promontori, strade di campagna popolate, città viste dall’alto, muretti a secco che s’intersecano, luoghi cari al fotografo che si appalesano nei sessanta scatti contenuti nel volume impreziosito da una elegante vesta grafica e da una rilegatura svizzera artigianale che consente alle pagine di distendersi completamente e favorire la lettura e soprattutto la visione delle immagini. 

Consolo, Sciascia e Bufalino (ph. Giuseppe Leone)

Consolo, Sciascia e Bufalino (ph. Giuseppe Leone)

Tra gli scatti che intercalano le parole, c’è anche un inedito documento dattiloscritto firmato da Leonardo Sciascia nel 1978, a tutta pagina si apre la notissima foto che ritrae Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo e Gesualdo Bufalino, con un sorriso insolito divenuto simbolo della letteratura. «Ovviamente senza mai preoccuparsi non dico di chiedere il mio permesso – diceva Leone a Prestifilippo – ma almeno di indicare l’autore». Leone svela che quella iconica foto nacque in contrada Noce nella tenuta estiva di Sciascia. La foto è del 1983 e «sancisce non solo la fine del Novecento letterario ma anche il tramonto di una meravigliosa cultura eccentrica. Tre intellettuali che hanno operato lontano dai centri di potere della cultura ufficiale. Tra scrittori di provincia ma di levatura europea».

Ragusa (ph. Giuseppe Leone)

Ragusa (ph. Giuseppe Leone)

«Nessun altro fotografo è riuscito a restituire una visione così ampia della Sicilia – spiega Prestifilippo –. Venivano a intervistarlo per rintracciare una Sicilia che ormai albergava solo nei suoi fotogrammi ma assommava tutte le caratteristiche di ogni siciliano, financo le più abusate: brancatiano, bon vivant, solare, conviviale e loquace. Nel corso di più di settanta anni di attività aveva percorso in lungo e largo l’Isola. Non c’è villaggio dell’entroterra o paesino della costa che non abbia fotografato, prima che uno dei due sparisse, per dirla con le parole dello scrittore Vincenzo Consolo».

Racconta ancora Concetto Prestifilippo che «giunti a Ragusa, trovarlo era semplicissimo. Nel centro storico chiedevi informazioni e tutti rispondevano con un’esclamazione: Ah, Peppino, e indicavano il suo studio-galleria che troneggiava sulla salita di corso Vittorio Veneto a pochi metri dalla cattedrale di San Giovanni Battista, la chiesa dove fu maestro d’organo il padre». Ma racconta anche la sua verve nel parlare e affascinare con i suoi tanti aneddoti che raccontava divertito. «Viaggiare con lui era un piacere, ogni curva una sosta per uno scatto inedito, conosceva ogni borgo, ogni chiesa, ogni contrada della Sicilia».

Un patrimonio fotografico parlante archiviato nel corso di decenni, materiale prezioso e incandescente se si volesse ancora raccontare cosa è stata la Sicilia, chi sono stati i suoi abitanti e cosa ha rappresentato nel piccolo grande mondo antico che volgeva al moderno. Perché, scorrendo i suoi scatti si scorge sempre un occhio diligente ma indulgente capace di vedere con la giusta distanza, mai troppo vicino, mai compiacente nell’inquadratura, mai tendente alla compassione vittimistica che spesso la Sicilia suscita, bensì un’inquadratura nitida e prospettica di una terra come metafora. 

Racalmuto (ph. Giuseppe Leone)

Racalmuto (ph. Giuseppe Leone)

La pubblicazione è impreziosita da un’intervista che il fotografo Ferdinando Scianna, autore dell’immagine di copertina, ha rilasciato a Prestifilippo. «Peppino Leone è stato per tutta la vita un fotografo probo – dice – e, allo stesso tempo, un siciliano che più siciliano non si può. Il suo stesso carattere, come ha sottolineato Leonardo Sciascia, sembrava frutto di un’invenzione brancatiana. Leone ha avuto con la Sicilia una relazione quasi carnale, sanguigna, passionale. Peppino per tutta la vita ha avuto due grandi passioni: la Sicilia e le donne. Ma ha sempre scelto la fotografia come unico amore. La Sicilia è stata la sua forza ma, allo stesso tempo, ha rischiato di costituire un limite. Quella di restare è stata per lui una scelta consapevole e meditata». Scianna ricorda i pomeriggi in sua compagnia «straordinari, di conversazioni uniche e irripetibili. Come me – dice – ha avuto la ventura di nascere e operare in una piccola città siciliana. Nonostante questo, con passione e continua dedizione, è riuscito ad ampliare i suoi orizzonti e i suoi interessi». E poi rivela i retroscena della finta rivalità che si sarebbe creata tra i due. «È stata solo presunta. Una pura invenzione. Di quelle contrapposizioni ammantate di leggenda che fanno gioco in certe redazioni e ravvivano il chiacchiericcio del mondo editoriale. In realtà, il nostro è stato un rapporto franco, privo di ogni infingimento».

Siracusa (ph. Giuseppe Leone)

Siracusa (ph. Giuseppe Leone)

La poliedricità dell’artista ragusano è un’altra delle caratteristiche dei suoi scatti. Negli anni le sue fotografie hanno preso strade diverse: nelle copertine delle riviste, nei giornali, nei libri, ma anche gli stilisti Dolce & Gabbana hanno utilizzato le sue immagini per le loro campagne pubblicitarie e troupe della BBC sono andate ad intervistarlo a Ragusa per cercare di svelare la Sicilia che proponeva nei suoi scatti, non perché fosse pittoresca e stereotipata, facile da proporre ad un pubblico vasto ancorato al luogo comune, ma perché era ed è autentica e ancestrale.

La collocazione dell’immenso archivio che ha lasciato Giuseppe Leone è il tema che ricorre ad un anno dalla sua morte. «Fu uno dei suoi grandi crucci – scrive Prestifilippo – ma dovrebbe essere uno dei crucci di chi gestisce la cultura in Sicilia». E Scianna di rimando: «Farà la fine peggiore, come accadrà per quasi tutti gli archivi fotografici. La stessa sorte sarà riservata a buona parte dei fotografi italiani. Sottolineo italiani, perché il nostro Paese continua a vivere la fotografia con disattenzione e totale sottovalutazione. La classe dirigente di questa nazione provinciale. Considera la fotografia come un genere artistico minore. Gli stessi musei italiani si rifiutano di acquisire archivi fotografici anche se offerti gratuitamente. A differenza, ad esempio, della vicina Francia, nazione che vanta una normativa seria e competente che ha dato vita ai grandi archivi fotografici nazionali francesi».

Scianna e Sciascia (ph. Giuseppe Leone)

Scianna e Sciascia (ph. Giuseppe Leone)

Nel lungo cammino professionale che li ha visti insieme Prestifilippo e Leone avevano tre progetti editoriali da sviluppare. «Ma rimarranno nei cassetti», dice Prestifilippo. Si tratta di tre pubblicazioni che non erano distanti dal vedere la luce. La prima era dedicata al pittore Piero Guccione. «Leone aveva in archivio un numero infinito di immagini di quadri, pastelli e disegni del maestro che gli affidava la realizzazione di tutte le immagini fotografiche delle sue opere». Un altro lavoro sul quale avevano ragionato riguardava i bambini: Carù è il titolo del volume già impaginato e pronto per andare in macchina e infine il progetto Erei, dedicato alla provincia di Enna mai andato in porto, che voleva raccontare il paesaggio che lega Morgantina alla Villa romana del Casale restituendo «fascio e mitologia ai due siti archeologici». Racconta Prestifilippo: «L’editore palermitano Sergio Flaccovio aveva accettato la sfida, firmammo il contratto, ma dopo qualche settimana ci incontrammo in libreria e mi consegnò le buste con le bozze. Il progetto era saltato. Dopo qualche settimana venne annunciata dai giornali la clamorosa chiusura della libreria Flaccovio. Al suo posto avrebbe trovato approdo una maison di lingerie». 

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025

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Mariza D’Anna, giornalista professionista, lavora al giornale “La Sicilia”. Per anni responsabile della redazione di Trapani, coordina le pagine di cronaca e si occupa di cultura e spettacoli. Ha collaborato con la Rai e altre testate nazionali. Ha vissuto a Tripoli fino al 1970, poi a Roma e Genova dove si è laureata in Giurisprudenza e ha esercitato la professione di avvocato e di insegnante. Ha scritto i romanzi Specchi (Nulla Die), Il ricordo che se ne ha (Margana) e La casa di Shara Band Ong. Tripoli (Margana 2021), memorie familiari ambientate in Libia.

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