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La Sicilia fatimide e lo spazio mediterraneo

01168di Francesca Tilotta

Introduzione 

Secondo lo storico tunisino Ibn Ḫaldūn (1332-1406), la dominazione arabo-musulmana in Sicilia può dividersi in sei fasi. Da ciò si evince quanto il periodo di governo islamico nell’isola sia stato rilevante, sia con riguardo alla sua durata nel tempo che al suo ruolo [1]. L’eredità lasciata dagli Arabi in Sicilia, particolarmente evidente nel settore occidentale dell’isola, è parte integrante del suo patrimonio culturale ed artistico. Tale influenza si manifestò già fin dalla conquista musulmana avvenuta nell’827, ma raggiunse il suo apice specialmente durante il dominio fatimide (secoli X e XI). In quegli anni la Sicilia, grazie alla sua posizione strategica e alla sua centralità nel mar Mediterraneo, divenne difatti crocevia di culture e nodo essenziale delle rotte marittime tra l’Ifrīqiya, l’Egitto e il mondo islamico occidentale, favorendo così una fioritura culturale straordinaria.

L’obiettivo di questo breve contributo è analizzare il ruolo della Sicilia nel contesto del Mediterraneo prestando particolare attenzione alla sua funzione di thaġr (porto e/o frontiera) e di terra di ğihād. Per comprendere questo duplice ruolo di cui godette l’isola, saranno prese in considerazione sia importanti fonti storiche e geografiche in lingua araba, tra le quali il Kitāb mu‛ǧam al-buldān di Yāqūt (1178-1229) e al-Mawā‘iẓ wa’l-i‘tibār fī ḏhikr al-ḫiṭaṭ wa’l-āṯār di al-Maqrīzī (1364-1442), che le opere e gli studi di importanti storici del settore, come Sicilia e Islam. Tracciati oltre la storia e I Fatimidi e la Sicilia: sec.10. Materiali per uno studio sulla Sicilia thaghr e terra di gihad con particolare riferimento a fonti ismailite dell’epoca, entrambe di Antonino Pellitteri [2], e gli articoli Sociocultural link between Sicily and Ifrīqiya in the Middle Ages e L’espace maritime ifriqiyen à l’époque fatimide, di Mohamed Hassen [3].

Nello svolgere questa analisi, si è voluto procedere dal generale al particolare: partendo dal considerare lo spazio mediterraneo e la sua funzione di collegamento tra diversi popoli e culture, si proseguirà con l’approfondimento del ruolo della Sicilia in epoca islamica, soffermandoci a delineare, in particolare, la straordinaria rilevanza del capoluogo siciliano, Palermo, e della Val di Mazara, durante il periodo di governo fatimide. 

1792_2301. Limportanza dello spazio marittimo e la Sicilia come thaġr e arḍ al-ğihād 

Fin almeno dal VII secolo lo spazio marittimo mediterraneo è stato oggetto di contesa tra le varie potenze dominanti – Greci, Latini, Arabi – per cercare di assumerne il controllo. La sua peculiare rilevanza strategica lo ha reso non solo un’area di competizione politica e militare, ma anche un confine simbolico tra il mondo musulmano e quello cristiano, con la Sicilia al centro di dinamiche diverse [4]. Ancor più in epoca fatimide, il controllo dello spazio marittimo ha avuto un ruolo fondamentale dal punto di vista commerciale ed economico, anche in relazione ai diversi equilibri di potere.

Le fonti in lingua araba registrano denominazioni diverse per riferirsi al Mar Mediterraneo – il mare nostrum dei Romani – che cambiano in base agli autori: bar al-Rūm, o “mare dei Greci”, per Ibn Rustah (X secolo), Ibn al-Athīr (XII-XIII secolo) e al-Maqrīzī (XIV secolo); baḥr al-Šām, o “mare della Siria” per il noto geografo al-Idrīsī (XII secolo); baḥr al-Maġrib, o “mare occidentale”, per Ibn Ḥawqal (X secolo) e Yāqūt (XII-XIII secolo). Il califfo fatimide al-Mu‛īzz li-Dīn Allāh (932-975) utilizzerà addirittura il termine baḥrunā, traducibile esattamente come mare nostrum [5].

La molteplicità di nomi assegnati al Mediterraneo riflette il susseguirsi delle egemonie che se ne sono conteso il controllo. L’assegnazione di un nome a questo spazio, infatti, non rappresentava unicamente una convenzione geografica, ma costituiva un atto simbolico di appropriazione e affermazione del potere. Come affermano Maoz Azaryahu e Rebecca Kook, seppur in altro contesto, i nomi sono «l’invenzione umana più immateriale e primaria» [6].

Ribāṭ di Monastir (Tunisia)

Ribāṭ di Monastir (Tunisia)

Il Mar Mediterraneo, come mette in evidenza il viaggiatore iracheno Ibn Ḥawqal (m. 988), rappresentava da un lato un collegamento essenziale tra Oriente e Occidente, fungendo da punto di incontro e di scambio – sia culturale che economico – tra le diverse comunità che vivevano sulle sue sponde; dall’altro, serviva al contempo come linea di demarcazione tra i territori musulmani e cristiani [7]. All’interno delle rotte commerciali via mare, un ruolo centrale era ricoperto da porti, arsenali e ribāṭ – termine che indicava degli avamposti militari (e religiosi) situati su alture strategiche e risalenti al periodo dell’Islam medievale [8]. In particolare, i Fatimidi promossero la costruzione di città portuali come Monastir (e Sfax in Ifrīqiya (corrispondente all’incirca all’attuale Tunisia) e, analogamente, nel capoluogo siciliano sorsero importanti strutture a ridosso del mare, come la cittadella della Ḫāliṣa (Kalsa), o il Qaṣr Ğa‛far (oggi palazzo di Maredolce), a testimonianza dell’importanza che il mare rivestiva per i Fatimidi [9].

L’analisi della mappa del mar Mediterraneo tracciata da Ibn Ḥawqal (permette di individuare tre aree di influenza: bizantina, omayyade e fatimide, con la Sicilia situata al centro di queste tre zone [10]. Tuttavia, l’isola siciliana, oltre ad essere il crocevia di questo schema di equilibri, rappresentava anche l’estremo limite settentrionale dell’impero fatimide, assieme a Tenes e Barqa, che rappresentavano rispettivamente i confini occidentale e orientale, venendo così ad assumere un ruolo strategico [11].

L’importanza dello spazio marittimo durante la dominazione islamica andrebbe meglio studiata attraverso le fonti storiche, geografiche e letterarie in lingua araba – soprattutto d’epoca fatimide – e attraverso gli studi più recenti, che hanno saputo guardare a questa dinastia senza pregiudizi di tipo religioso [12]. È doveroso, pertanto, fare riferimento ad al-Maqrīzī (1364-1442) [13], storico egiziano noto per il suo particolare interesse nello studio della dominazione fatimide, che nella sua opera al-Mawā‘iẓ wa’l-i‘tibār fī ḏhikr al-ḫiṭaṭ wa’l-āṯār riporta preziose informazioni a proposito del mar Mediterraneo, tra cui alcune notizie sulle origini dello stesso:

«[…] il mare fuoriesce da questo stretto (zuqāq), scorrendo verso Oriente nelle terre dei Berberi, verso nord nella regione del Maghreb fino al centro di queste terre, fino a raggiungere l’Ifrīqiya, Barqa e Alessandria, il nord del deserto di Tih (nel Sinai centrale), la terra di Palestina e le coste della Siria. Poi, da qui, [si dirige] verso Alanya e Antiochia, passando per Costantinopoli, fino a raggiungere l’Oceano Atlantico, da cui ha origine. La lunghezza di questo mare è pari a cinquemila miglia, anche se alcuni dicono seimila, mentre la sua ampiezza varia tra settecento e trecento miglia. Vi si trovano centosettanta isole abitate, popolate da molte genti conosciute [...] Tra esse, la Sicilia, Maiorca e Creta» [14].
Fonte: Nuha Alshaar, Muslim Sicily: Encounters and Legacy, Edinburgh University Press, 2024: 72.

Fonte: Nuha Alshaar, Muslim Sicily: Encounters and Legacy, Edinburgh University Press, 2024: 72.

Rispetto alla mappa tracciata da Ibn Ḥawqal, attenzione particolare merita la Sicilia, o Ṣiqilliyya, l’isola «con tre kasra, con una šadda sulla lām ed una sulla yā’», che «alcuni pronunciano con sīn, mentre la maggior parte degli abitanti della Sicilia pronunciano “aprendo” la ṣād e la lām» [15]. Essa, pur trovandosi al confine dell’area di influenza fatimide, occupa al contempo una posizione centrale nel Mar Mediterraneo, garantendo così gli equilibri della regione. Proprio per questo suo duplice ruolo, ovvero terra di confine ma centrale al tempo stesso, essa è definita come terra di thaġr, ‘‘porto”, o “frontiera’’. Il concetto di thaġr all’interno del sistema islamico si discosta significativamente dalla nozione di frontiera presente nella cultura occidentale. Quest’ultima, infatti, identifica la frontiera come una delimitazione periferica, situata ai margini di un territorio. Nel contesto arabo-islamico, invece, il thaġr rappresenta una linea di demarcazione tra l’ambito della umma, la ‘‘comunità islamica’’, e ciò che le è estraneo e potenzialmente ostile. In questo contesto, dunque, il thaġr può essere definito sia come punto di contatto con altre civiltà, ma anche come “breccia”, poiché più esposta al nemico e più soggetta ad attacchi [16].

Ribāṭ di Sfax (Tunisia)

Ribāṭ di Sfax (Tunisia)

La visione della Sicilia come thaġr è stata al centro di importanti studi. Antonino Pellitteri, nel suo volume Sicilia e Islam. Tracciati oltre la Storia, ha condotto un importante lavoro sugli autori più rappresentativi che si sono occupati del tema. Tra questi troviamo il noto lessicografo Ibn Manẓūr [17], che già nel XIII secolo sottolineava che il thaġr è “kullu furǧatin”, ossia qualsiasi «apertura e passaggio nelle montagne o nel letto di un fiume o in una strada battuta […]».[18] Nonostante la Sicilia sia circondata interamente dal mare, risulta essere thaġr perché altro non è che «passaggio aperto» [19]. Proprio per questa sua qualità, la Sicilia ha teso a favorire numerosi collegamenti tra i territori e le comunità che si affacciavano sul Mediterraneo. Di queste ‘alāqāt (relazioni) ci dà notizia al-Dūrī, storico contemporaneo iracheno che, nel suo volume Siqilliyya ‘alāqātuhā bi-duwal al-baḥr al-mutawassiṭ al-islāmiyya min al-fatḥ al-‘arabī ḥattà al-ġāz al-nūrmandī, analizza le relazioni che si sono instaurate tra la Sicilia e le dinastie musulmane del Mediterraneo, in particolare quelle del Bilād al-Šām [20]. Tale opera risulta fondamentale poiché sottolinea, ancora una volta, la centralità che la Sicilia ebbe in epoca fatimide.

La centralità dell’isola e il suo ruolo di thaġr sono temi che si rilevano anche nelle opere di altri importanti autori: lo storico palestinese al-Maqdisī (X secolo), nel suo Kitāb asan al-taqāsīm fī ma‘rifat al-aqālīm, utilizza il termine ğalīla, “importante” ma anche “magnifica”, per riferirsi all’isola più grande posseduta dai Musulmani, mentre al-Idrīsī utilizza l’espressione farīdat al-zaman, “gemma del tempo”, per metterne in rilievo gli splendori e le bellezze della natura, ma anche waḥidat al-buldān tayyiban, ‘‘paese unico per bontà’’, per esaltare le qualità morali dei suoi abitanti [21]. Ancora, come scrive Pellitteri, Ibn Hānī (926-972) [22], nel suo dīwān descrive la Sicilia, tendendo a caricare di significati la rappresentazione dell’isola: senza mai farne il nome, gioca con la radice del toponimo, ṣād-qāf-lām, che, oltre a richiamare il termine Siqilliyya, ruota attorno al nucleo semantico della lucentezza e della levigatezza [23].

Nel suo Mu‘ǧam al-buldān, Yāqūt cita volentieri il più celebre poeta arabo-siciliano, Ibn Ḥamdīs: 

«Ho ricordata la Sicilia: ah [quanto] affetto [mi] desta nell’animo questa rimembranza!
S’io fui cacciato da tal paradiso, sì ch’io voglio narrarne le bellezze» [24]. 
Qaṣr Ja’far, o Castello di Maredolce

Qaṣr Ja’far, o Castello di Maredolce

Il concetto di thaġr, specialmente in epoca fatimide, fu strettamente connesso a quello di ğihād, termine con il quale si fa riferimento alla “guerra santa” attraverso la quale i Fatimidi miravano a ripristinare il vero Islam, ponendo così fine all’ordine – ritenuto corrotto – degli Abbasidi, e mezzo attraverso il quale avrebbero potuto esaltare la Parola di Dio [25]. A conferma di tale legame, possiamo qui citare il messaggio inviato dal dā’ī ismailita Abū ‘Abdallāh nel 909 alla popolazione siciliana [26]. Questo documento, che ci viene offerto per esteso dal qāḍī al-Nu‘mān nel suo Kitāb iftitāḥ al-da’wa, conteneva promessa di āmān, ovvero di sicurezza personale e collettiva, per tutti coloro che avessero prestato obbedienza e si fossero mostrati leali nei confronti della da‘wa fatimide. Tuttavia, fu proprio il particolare status della Sicilia a costituire un elemento di sicurezza per la sua popolazione che, come enfatizza il dā‘ī, la dinastia fatimide si impegnò a proteggere: 

«O voi gente dell’isola, meritate più di quanto io ho incaricato di elargire in fatto di benefici e benevolenza e che ho concesso. Ne siete meritevoli a maggior ragione, per essere la vostra terra più prossima a quella degli associazionisti, al-mushrikin, e per il vostro jihad contro i miscredenti peccatori. Colmerò – se Dio vorrà – la vostra isola di cavalieri e fanti tra i credenti nella vera fede che hanno il compito di combattere sulla via di Dio per il vero jihad. Che Dio renda forti, tramite loro, la religione e i musulmani, ed umili, loro tramite, l’idolatria e gli idolatri [...]» [27]. 

Come segnala anche Metcalfe, uno dei primi geografi arabi a riconoscere il ruolo della Sicilia come zona di frontiera e terra di ğihād fu il succitato al-Maqdisī [28]. Uno dei segni più evidenti dello status di arḍ al-ğihād era la presenza di numerosi ribāṭ, strutture tipiche dell’architettura militare marittima musulmana. Inizialmente, i primi ribāṭ edificati dagli Aghlabiti fungevano da monasteri designati ad accogliere gli uomini che erano impegnati nel ğihād e a proteggere le frontiere, divenendo successivamente dei veri e propri avamposti militari da cui partivano le spedizioni [29]. Con la riconquista cristiana queste costruzioni comimnciarono a perdere la loro funzione. Non furono soppresse, tuttavia, come ci attesta Ibn Ǧubayr[30], viaggiatore andaluso che visitò la Sicilia intorno al 1184, e che narra di aver alloggiato in un certo Qar Sa‘d, probabilmente l’attuale Pizzo Cannita, nei pressi di Misilmeri [31].

La Sicilia, pertanto, non soltanto rappresentava un possedimento di cruciale rilevanza strategica, ma, come si è avuto modo di vedere, assumeva anche una doppia connotazione distintiva, rivestendo il ruolo di arḍ al-ğihād e di thaġr, una caratteristica che ne accentuava l’unicità nel contesto politico e religioso dell’epoca. In tal senso, il mar Mediterraneo è dunque elemento fondamentale e ‘‘onnipresente’’ – come lo definisce Pellitteri – poiché rappresentava il punto d’incontro tra le terre dei musulmani e quelle degli “associazionisti” [32].

Proprio in virtù di queste sue peculiarità, la Sicilia ha rappresentato la più significativa conquista degli Aghlabiti, i quali diedero avvio alla progressiva occupazione dell’isola a partire dall’anno 827 per mano di truppe berbere e in minor parte arabe provenienti dall’Ifrīqiya [33]. Tuttavia, fu sotto la dominazione dei Fatimidi, e specialmente con il governo della dinastia kalbita [34], che la Sicilia conobbe il suo periodo di massimo splendore, beneficiando di una crescita economica, commerciale e militare senza precedenti [35]. La centralità e l’importanza crescente dell’isola durante la dominazione fatimide sono testimoniate dalle alte cariche amministrative ricoperte dai musulmani siciliani che, dopo un iniziale periodo di riluttanza nei confronti della nuova amministrazione, finirono per contribuire al consolidamento della dinastia fatimide [36].

51rxplcnmzl-_ac_uf10001000_ql80_Tra le figure di spicco ricordiamo il famoso generale Ğawhar [37], noto con l’appellativo di al-Ṣiqillī, passato alla storia per aver guidato la campagna militare che estese il dominio fatimide in nord Africa e, successivamente, anche in Egitto nel 969 [38]. Tuttavia, accanto alle personalità che contribuirono all’espansione dello sciismo in Sicilia e che si fecero sostenitrici della dinastia fatimide, numerosi furono coloro che restarono fedeli alla dottrina mālikita [39]. La Sicilia diede i natali a molti di questi ‛ulamā’, specializzati in particolare nel fiqh (giurisprudenza islamica), nel taǧwīd (recitazione coranica) e nei ḥadīṯ (tradizione profetica). Questi eruditi, che nella maggior parte dei casi avevano già svolto importanti ruoli in Ifrīqiya, trasferirono successivamente la loro esperienza e il loro sapere in Sicilia. Tra questi, è utile citare il maẓālim [40] di Qayrawan, Abū ‘Amr al-Mal‘ūn, il quale, dopo aver terminato il suo incarico in Ifrīqiya come maẓālim, divenne qādī in Sicilia [41].

Lo studio del periodo musulmano della Sicilia risulta nondimeno ostico a causa dalla scarsità di fonti, specialmente se messa a confronto con la numerosità delle fonti di epoca normanna [42]. Come afferma Nuha Alshaar, grande enfasi è stata da sempre posta sullo studio del periodo normanno, principalmente nell’ottica della costruzione di un’unica identità italiana ed europea [43]. Questa condizione ha condotto, nel corso dei secoli, gli storici italiani a considerare il capitolo della Sicilia musulmana una ‘‘cameo appearance’’ [44], una breve apparizione. Dall’altro lato, lo studio della Sicilia sciita rappresenta ancor di più una sfida, poiché, come hanno già fatto notare storici come Marius Canard, Umberto Rizzitano, e più recentemente Antonino Pellitteri, la maggior parte degli studiosi ha fatto fin troppo affidamento sulle fonti sunnite, le quali mettono in cattiva luce la dinastia sciita dei Fatimidi per mere divergenze religiose[45]. Date queste considerazioni, occorrerebbe pertanto rivisitare la Storia della Sicilia islamica e il suo patrimonio culturale senza la lente del “normannismo”, che tende ad oscurarne i meriti [46].

9789004258761Nonostante l’esiguità delle fonti, si può intravedere un interessante scorcio di quella che fu la vita sociale nella Sicilia musulmana, ed in particolare durante il periodo di governo fatimide. Difatti, la dinastia dei Fatimidi è stata l’unica dominazione sciita durevole e particolarmente estesa in un contesto dominato esclusivamente da poteri sunniti [47]. Grazie alle fonti a noi pervenute, oggi siamo a conoscenza del fatto che gli Sciiti applicarono in Sicilia una politica di grande tolleranza nei confronti delle minoranze religiose, che permise dunque ad ogni comunità di mantenere le proprie abitudini e i propri usi. È proprio alla comunità cristiana e a quella giudaica, ad esempio, che si deve la fioritura del commercio; ai commercianti ebrei in Egitto si deve, inoltre, il merito di aver preservato un gran numero di documenti che sono giunti fino a noi [48]. In tali documenti, ad esempio, è messa in evidenza la presenza di un’importante industria tessile siciliana, specializzata nella lavorazione del lino e della seta.

L’industria tessile era ampiamente diffusa nelle città del mondo arabo e rappresentava uno dei settori produttivi più rilevanti del bacino Mediterraneo. Con l’affermazione dei Fatimidi, la produzione e la distribuzione dei tessuti conobbero un significativo incremento, rendendo questa dinastia particolarmente nota per l’esportazione di abiti in lino e per l’elevata qualità dei loro ṭirāz [49]. I Fatimidi, inoltre, seppero garantire alla Sicilia il monopolio delle esportazioni di lino in tutta l’Europa Orientale [50]. Inoltre, gli studi condotti sulla nascita e sullo sviluppo dell’industria tessile nell’isola permettono di avere un’interessante panoramica sulla condizione lavorativa delle donne, che costituivano la componente predominante di questo settore [51].

In generale, durante il loro dominio, i Fatimidi seppero sfruttare le risorse naturali presenti sul territorio siciliano, che non solo erano sufficienti per soddisfare la domanda interna, ma costituivano anche le materie prime per la produzione di beni destinati all’esportazione [52]. Per quanto riguarda il commercio, i mercanti siciliani si distinguevano nel panorama economico per la loro approfondita conoscenza dei prezzi dei mercati all’interno delle principali città della Sicilia, della Spagna, dell’Ifrīqiya e dell’Egitto. Tale conoscenza permetteva loro di rispondere efficacemente alla domanda di mercato, massimizzando i profitti e adattandosi alle esigenze delle diverse aree di commercio [53]. 

Palermo, Il soffitto ligneo della Cappella Palatina

Palermo, Il soffitto ligneo della Cappella Palatina

2. Palermo e la Val di Mazara

Nel contesto della Sicilia musulmana d’epoca fatimide, un ruolo di primaria importanza ebbe «la grande città chiamata Palermo» [54], la quale cadde definitivamente in mano agli Aghlabiti nel settembre dell’831, dopo un assedio durato un anno [55]. Soprannominata al-Madīna, la “città più importante dell’isola”, assunse presto il ruolo di centro culturale e politico. Questa centralità fu ulteriormente favorita dalla presenza di numerose famiglie musulmane benestanti, appartenenti all’élite politica del tempo, come dimostra la denominazione di numerosi quartieri a loro dedicati [56]. Sebbene la conquista avvenne in epoca aghlabita, Palermo raggiunse il suo massimo splendore specialmente in epoca fatimide e, successivamente, kalbita. Un’ampia ed esaustiva descrizione della città ci viene offerta nell’opera Ṣūrat al-ardal viaggiatore iracheno Ibn Ḥawqal (X secolo), che le dedica un intero capitolo. Fin dalle prime righe Palermo – Balarm, nel testo in arabo – è descritta come la più grande città dell’isola, abitata da mercanti e caratterizzata dalla presenza di una Grande Moschea [57]. Il viaggiatore descrive i vari quartieri della città di Palermo, mostrandosi particolarmente sorpreso per la quantità di moschee in loco: 

«Le moschee della città, della Ḫāliṣah e de’ quartieri che giacciono intorno la città fuori le mura, passano il numero di trecento. [...] In vero io non ho visto tanto numero di moschee in nessuna delle maggiori città, foss’anco grande il doppio [di Palermo] né l’ho sentito raccontare se non che da quei di Cordova [per la loro patria]; per la quale città io non verificato il fatto, anzi l’ho riferito a suo luogo non senza dubbio. Lo posso affermare bensì per Palermo, perché ho veduta con gli occhi miei la più parte di esse [moschee]» [58]. 

A proposito dei quartieri di Palermo, il viaggiatore afferma che il primo era «la città grande, propriamente detta Palermo, cinta d’un muro di pietra alto e difendevole, [...]» [59]; l’altra città, invece, prendeva il nome di al-Ḫāliṣa (la Pura), dove soggiornavano il sovrano ed i suoi seguaci [60]. Successivamente passa alla descrizione della Ḥārat aṣ-Ṣaqāliba (l’attuale Quartiere degli Schiavoni), della Ḥārat al-Masğid (o Quartiere della Moschea) e della Ḥārat al-Ğadīda (o Quartiere Nuovo) [61]. La descrizione del capoluogo siciliano costituisce una fonte ricca di dettagli, in quanto l’autore fornisce un’analisi dettagliata di molti aspetti della città, soffermandosi sulla sua struttura, l’economia, la popolazione e l’ambiente. Palermo, in epoca fatimide, divenne non solo un centro economico e commerciale rilevante, ma anche il capoluogo culturale e religioso senza dubbio più importante. Negli estratti citati – come in tutto il capitolo – è sottolineata, dunque, la centralità della città, cuore vivo e pulsante della Sicilia sciita, che ancora ai nostri giorni si rivela «la più grande eredità vivente del dominio musulmano in Sicilia» [62].

9780755638543Dopo il periodo di conquista, i Fatimidi si dedicarono al rafforzamento delle rotte commerciali marittime con l’Ifrīqiya. Questo rafforzamento interessò sia la città di Palermo, quanto la Val di Mazara, la quale comprendeva le attuali città costiere di Trapani, Marsala, Sciacca, Agrigento [63] e Mazara, la quale «giace a ponente [dell’isola]» [64]. In particolar modo, quest’ultima città fu la più rilevante dell’intera Valle, assumendo un ruolo di primaria importanza all’interno delle rotte marittime.

Nel complesso, l’influenza arabo-musulmana nel settore occidentale dell’isola è ancora oggi particolarmente evidente nella toponomastica, la quale costituisce un’importante testimonianza della graduale trasformazione della società. La toponomastica siciliana venne considerevolmente influenzata dalla lingua araba (oltre che dalla lingua berbera) e dal suo sistema di denominazione [65]. Nel mondo musulmano, infatti, era usuale denominare quartieri o città in riferimento a personalità eminenti, sia in ambito politico che religioso. Questo fenomeno si ebbe pertanto anche in Sicilia e si diffuse particolarmente nella Val di Mazara. È questo il caso, ad esempio, di Qalat al-Ṭarazī (l’odierna Calatrasi), la quale prende il nome da un qādī del tardo periodo aghlabita, Abū l-Qāsim al-Ṭarazī [66]. Ancora più frequenti, sono i toponimi che hanno origine dai termini arabi qal‛a(t), (“fortezza”), oggi riconoscibile per esempio negli attuali Calatafimi, Caltabellotta e Caltavuturo; qaṣr, (‘‘castello o fortezza’’), come in Castelvetrano e Castronovo [67]; burğ (“torre”), come in Bugilfezza [68] ; ğabal (“montagna”), come in Gibilmanna e Gibilrossa; salām (‘‘pace’’) come in Salemi; o ancora Marsala, derivante da marsà Allāh (‘‘porto di Allah’’) [69]. Inoltre, era diffusa la tendenza ad includere nomi arabi di persona all’interno dei toponimi, come nel caso di Qalat Bū Samra, Qal‘at Abd al-Mu’min, Qal‘at ‘Alī e Qalat Abī Ṯawr. Presumibilmente, si trattava di nomi di comandanti militari a cui venne inizialmente riconosciuta una porzione di terra, concessa come beneficio [70].

Lo straordinario ruolo della Sicilia nella qualità di thaġr e di arḍ al-ğihād qui messo in evidenza, la sua centralità all’interno del mar Mediterraneo, spazio di comunicazione tra le terre dei muslimīn e quelle dei mušrikīn (gli “associazionisti”, ovvero i Cristiani), l’eredità derivante da più di due secoli di dominazione musulmana e il particolare ruolo della città di Mazara furono gli interessi principali di uno dei più importanti arabisti siciliani, Umberto Rizzitano (1913-1980). Durante la sua carriera di docente di lingua e di cultura araba presso l’Università di Palermo, infatti, Rizzitano si dedicò con particolare dedizione alla divulgazione di questa porzione di storia che sembrava essere stata dimenticata. Lo studioso, tuttavia, non limitò le sue attività solamente alla città di Palermo, ma le estese – per l’appunto – anche a Mazara del Vallo, da lui ritenuta centro di fondamentale importanza per il recupero di questa storia, a motivo del ruolo cruciale svolto dalla città durante i due secoli e mezzo di dominio arabo-islamico [71]. Dopo l’iniziale riluttanza dettata dalla paura di scontrarsi con l’indifferenza della popolazione locale, le attività presso la città di Mazara ebbero inizio alla fine degli anni ‘50 tramite la collaborazione con Gaetano Falzone, allora docente di Storia del Risorgimento presso l’Università di Palermo. I due, assieme a Gianni di Stefano, direttore del Liceo Classico “Gian Giacomo Adria” di Mazara del Vallo, diedero vita a numerose iniziative, tra cui seminari e convegni, il Corso di Lingua Araba e Civiltà Islamica intitolato “Al-imām al-Māzarī’’ e la pubblicazione dei relativi Quaderni [72].

images-1Conclusioni

Nonostante lo studio della Sicilia fatimide sia stato spesso oscurato dalla narrazione eurocentrica che ha privilegiato l’epoca normanna, relegando il periodo islamico a momento marginale, una rilettura delle fonti e una ricostruzione accurata di quest’epoca risultano essere di fondamentale importanza per una migliore comprensione della storia dell’isola.

Le vicende della Sicilia durante il periodo fatimide testimoniano il ruolo centrale di questa regione nel contesto del bacino del Mediterraneo, che aveva una duplice funzione: da un lato connetteva Oriente ed Occidente, dall’altro era la linea di demarcazione tra Cristiani e Musulmani. Tale duplicità si riflesse direttamente sulla Sicilia, la sua isola più grande e posta al centro, la quale fu contemporaneamente terra di frontiera ma anche terra di contatti.

L’analisi delle fonti storiche, geografiche e letterarie in lingua araba dimostra come il dominio fatimide abbia lasciato un’impronta durevole sulla Sicilia, tanto dal punto di vista economico quanto culturale, e tutto ciò certifica che l’isola non fu una semplice periferia dell’impero fatimide, ma un elemento essenziale della sua rete di potere.

La storia della Sicilia è da sempre stata segnata da un susseguirsi di culture e dalle interazioni tra le stesse [73]. Lo studio di questa storia deve mirare a promuovere una maggiore consapevolezza del fatto che l’isola ha sempre rappresentato un luogo di incontri e di interazioni, dove civiltà diverse hanno convissuto, influenzandosi e arricchendosi reciprocamente. In un’epoca in cui le ondate migratorie nel Mediterraneo sono in costante aumento e le politiche sembrano considerare questo mare sempre più come un confine che separa e divide, ci si augura che lo studio del passato possa fungere da esempio per una pacifica convivenza tra culture e religioni diverse. 

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026 
Note
[1] Le sei fasi sono le seguenti: il periodo di conquista; gli anni di consolidamento del potere; il periodo di splendore, accompagnato da una fioritura architettonica ed economica; gli anni di benessere; il periodo di declino; la perdita dei territori e la riconquista cristiana. Cfr. William Granara, Narrating Muslim Sicily, – War and Peace in the Medieval Mediterranean World, I.B. Tauris, Londra, 2019: 3. Cfr. anche Nuha Alshaar, Muslim Sicily: Encounters and Legacy, Edinburgh University Press, 2024: 13.
[2] Già Ordinario di Storia dei Paesi Islamici presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche, Università degli Studi di Palermo.
[3] École Normale Supérieure de Tunis.
[4] Mohamed Hassen, “Sociocultural link between Sicily and Ifrīqiya in the Middle Ages, in Muslim Sicily”, in Alshaar, Muslim Sicily, cit.: 44.
[5] Mohamed Hassen, “L’espace maritime ifriqiyen à l’époque fatimide”, in I Fatimidi e il Mediterraneo. Atti del convegno, Accademia Libica in Italia, Università degli Studi di Palermo, Palermo, Vol. XXII, 2008: 9, 19.
[6] Maoz Azaryahu & Rebecca Kook, “Mapping the nation: street names and Arab-Palestinian identity: three case studies”, in Nations and Nationalism, Vol. 8, No. 2, 2002: 195.
[7] Cfr. Ibn Ḥawqal, Kitāb ṣūrat al-ar, Dār maktaba al-ḥayāt, Beirut, 1992: 64-65. Cfr. anche Hassen, 2008: 19, e Hassen, 2024: 46.
[8] Cfr. Encyclopédie de lIslam,, E.J. Brill, Leiden, 1995, tomo VIII, voce «ribāṭ».
[9] Hassen, 2008: 9. Cfr. anche Ibn Ḥawqal, “Kitāb al-masālik wa ‘l-mamālik, in Michele Amari, Biblioteca arabo-sicula (II edizione, a cura di Umberto Rizzitano), Palermo, Accademia Nazionale di Scienze Lettere e Arti, 1997, Vol. I: 14, 19.
[10] Hassen, 2024: 45.
[11] Hassen, 2008: 19.
[12] Cfr. Hassen, 2008: 9. Gli studiosi sunniti che si sono occupati nel tempo della dinastia fatimide hanno spesso criticato questa dominazione, principalmente a causa delle divergenze sul piano religioso.
[13] Aḥmad ibn ‘Alī al-Maqrīzī è considerato uno degli storici più importanti del mondo arabo-islamico. La sua fama è dovuta alle sue opere sulla storia dell’Egitto e a quelle sulla dominazione fatimide. Compose opere di vario genere, molte delle quali sono potute giungere fino a noi. Cfr. https://brill.com/display/serial/BIMA?language=en
[14] Cfr. Al-Maqrīzī, Al-mawā‘iwa al-itibār fī ḏhikr al-iawa al-āṯār, Imprimerie de l’Institut Français d’Archéologie Orientale, Il Cairo: 65. Traduzione a cura di chi scrive.
[15] Yāqūt, Mu‘ǧam al-buldān, Dār iḥyā’ al-turāṯ al-‘arabī, Beirut, 1979: 416.
[16] Cfr. Antonino Pellitteri, Sicilia e Islam – Tracciati oltre la storia, Franco Angeli, Milano, 2016: 66-67.
[17] Ibn Manẓūr (1232-1311) fu un noto lessicografo musulmano, rinomato per la sua opera monumentale Lisān al-arab. Questo dizionario è, ancora oggi, uno dei lavori più completi nell’ambito della lessicografia, in grado di offrire esaustive definizioni di gran parte del lessico arabo. La sua completezza lo ha reso, e continua a renderlo, una risorsa imprescindibile per gli studiosi. Cfr: https://usul.ai/author/ibn-manzur-ifriqi?_vary_Accept-Encoding=gzip%2C%20deflate%2C%20br.
[18] Ibn Manẓūr, Lisān al-Arab, Dār Lisān al-‘Arab, Beirut, 1882: 360-361. Cfr. anche Pellitteri, Tracciati oltre la Storia, cit.: 47-48.
[19] Pellitteri, Tracciati oltre la Storia, cit.: 47-48.
[20] Taqī al-Dīn ‘Ārif al-Dūrī, Siqilliya alāqātuhā bi-diwal al-bar al-mutawassial-islāmiyyah min al-fatal-arabī ḥatta al-ġāz al-nūrmandī, Dār al-rāshid li’l-nashr, Baghdad, 1980: 5. Cfr. anche Pellitteri, Tracciati oltre la Storia, cit.: 49.
[21] Al-Idrīsī (a cura di Umberto Rizzitano), Il libro di Ruggero, Flaccovio Editore, Palermo, 1994: 28. Cfr. anche Pellitteri, Tracciati oltre la Storia, cit.: 51-52.
[22] Ibn Hanī al-Andalusī (926-972) fu un poeta andaluso molto apprezzato e conosciuto specialmente per le sue opere sul califfato fatimide. La sua poesia è caratterizzata da uno stile molto eloquente, risultando al contempo particolarmente profonda. Cfr.: https://usul.ai/author/ibn-hani-andalusi .
[23] Cfr. Pellitteri, Tracciati oltre la Storia, cit.: 52-53.
[24] Yāqūt, Mu‘ğam al-buldān, in Amari, op. cit., vol. I:161.
[25] Cfr. Pellitteri, Tracciati oltre la Storia, cit.:58.
[26] Proveniente dalla Siria, giunse in Ifrīqiya intorno al 901/903. In questa regione, la sua propaganda, condotta in nome di un certo ʿUbaydallāh, trovò terreno fertile presso la tribù berbera dei Kutāma, che decise di seguirlo. Qualche anno dopo, verrà fondata la dinastia dei Fatimidi. Cfr. Biancamaria Scarcia Amoretti, Il mondo musulmano. Quindici secoli di storia, Carocci, Roma, 2001: 96-98.
[27] Traduzione a cura di A. Pellitteri, I Fatimidi e la Sicilia: sec.10. – Materiali per uno studio sulla Sicilia thaghr e terra di gihad con particolare riferimento a fonti ismailite dellepoca, Centro Culturale al Farabi, Palermo, 1997: 46. Cfr. anche Al-qādī al-Nu‘mān, Kitāb iftitāḥ al-dawa, Dar al-Gharb al-islāmī, Beirut, 1970: 222; Pellitteri, 2016: 57.
[28] Alex Metcalfe, The Muslims of Medieval Italy, Edinburgh University Press, Edinburgh, 2009: 61.
[29] Ibidem.
[30] Ibn Ǧubayr, Abū al-Ḥusayn Muḥammad ibn Aḥmad ibn Ǧubayr al-Kinānī, (Valencia, 1145 – Alessandria, 1217) fu viaggiatore e geografo andaluso noto per la sua rila, ovvero il resoconto del suo pellegrinaggio alla Mecca, opera che venne conosciuta e apprezzata nel resto d’Europa solamente a metà del XIX secolo. Iniziò il suo viaggio nel 1183, passando per l’Egitto, la Penisola araba, indi la Mecca, l’Iraq, la Siria e, infine, la Sicilia. Terminò il pellegrinaggio due anni dopo, nel 1185, anno in cui fece ritorno a Granada. Cfr. Encyclopaedia of Islam, Leiden London – E. J. Brill 1986 Luzac & Co., Leiden, 1986, Vol. III: 755, voce ‘‘Ibn Djubayr’’.
[31] Ibn Ǧubayr , Riḥlat al-Kinānī, in Amari, op. cit., Vol. I: 125.
[32] Cfr. Pellitteri, 2016: 54.
[33] Dopo una rapida incursione iniziale, il controllo totale dell’isola fu ottenuto più lentamente. Nell’831 venne conquistata la città di Palermo. Intorno all’840 furono conquistate le aree di Platani, Caltabellotta, Corleone e Trapani. Le ultime città a cadere in mano ai Musulmani furono Taormina e Rametta, conquistate rispettivamente nel 902 e nel 967. Cfr. Alshaar, op.cit: 13.
[34] Nonostante l’importanza che i Fatimidi accordarono fin da subito all’isola, i primi anni del loro dominio furono tutt’altro che semplici. Gran parte della popolazione e della classe dirigente, fedele alla precedente dinastia sunnita, manifestava scetticismo nei confronti dei nuovi governatori sciiti. Cfr. William Granara, Rethinking Muslim Sicily’s Golden Age: Poetry and Patronage at the Fatimid Kalbid Court, in I Fatimidi e il Mediterraneo, cit.: 96.
[35] Shainool Jiwa, “The Kalbids of Sicily: Stalwarts of Fāṭimid Ifrīqiya”, in Muslim Sicily, cit.: 74.
[36] Cfr. Alshaar, op. cit.: 18.
[37] Ğawhar al-Siqillī (? – 992) fu tra le figure militari più eminenti della Sicilia fatimide. Passato alla storia per la conquista dell’Egitto e la fondazione della città del Cairo nel 969, fu una figura particolarmente interessante. Di lui non si conosce l’anno di nascita poiché nato da una famiglia di schiavi, ma è certo che nacque in Sicilia. Cfr: https://english.alarabiya.net/perspective/features/2017/05/23/Jawahar-al-Siqilli-the-Italy-born-commander-who-built-Cairo-Al-Azhar-mosque
[38] Cfr. Alshaar, op. cit.: 18.
[39] Cfr. Metcalfe, op. cit.: 45.
[40] Nell’ambito delle istituzioni governamentali dell’Islam, con questo termine si indicava la struttura attraverso la quale le autorità esercitavano il potere giudiziario. Inizialmente, a Bisanzio e nell’amministrazione sasanide, questa figura ricopriva un ruolo giuridico parallelo a quello ordinario. Durante il califfato abbaside, i califfi cercarono invece di assicurarsene il controllo, entrando in conflitto con i qādī e gli ulama, i quali volevano anch’essi il dominio di questa istituzione. Nel corso dei secoli, il controllo del ruolo del maẓālim rimase sempre piuttosto conteso. Tuttavia, le sue funzioni furono pian piano ridimensionate, seppur con alcune eccezioni, come nella Tunisia hafside, dove il maẓālim mantenne un ruolo giuridico particolarmente distinto. Cfr. Encyclopédie de lIslam,, E.J. Brill – G.P. Maisonneuve & Larose, Leiden – Paris, 1995, Vol. VI: 925-927, voce “mazālim”.
[41] Metcalfe, op. cit. 45.
[42] Come nota Metcalfe, la maggior parte delle fonti oggi disponibili appartengono alla fase conclusiva del governo islamico sull’isola, mentre quelle coeve sono andate in gran parte perdute. Cfr. Alex Metcalfe, “Before the Normans: Identity and Societal Formation in Muslim Sicily”, in Sicily, Heritage of the World, London, British Museum Research Publication, 2019, p. 102; cfr. anche Alshaar, op. cit.: 1-3.
[43] Cfr. Alshaar, op. cit.: 1.
[44] Ivi: 3.
[45]Cfr. Granara, op. cit.: 95.
[46] Alshaar, op. cit.: 4.
[47] Cfr. Encyclopaedia of Islam, Leiden London – E. J. Brill 1986 Luzac & Co., Leiden, 1986, Vol. II: 850-862, voce ‘‘Faṭimids’’.
[48] Cfr. Delia Cortese, Common Threads: Women and the Making of Fāṭimid and Norman Textiles, in Muslim Sicily, cit.: 165.
[49] Il termine, originario della lingua persiana, ha il significato di ‘‘ricamo’’ o ‘‘opera decorativa’’. Con questo termine si designava un abito riccamente decorato con ricami di alta qualità e arricchiti spesso con delle incisioni. Durante i primi secoli dell’Islam, questi abiti decorati erano indossati solamente dai sovrani e dal loro entourage. Cfr. Encyclopédie de lIslam, Tomo X, E.J. Brill, Leiden, 1995: 573- 578, voce “tirāz”.
[50] La centralità che assunse questo settore in Sicilia si deve ai Fatimidi, e non ai Normanni, come erroneamente si crede. Quando i Normanni ebbero conquistata la Sicilia, si limitarono ad ereditarne stile e tecniche di produzione. Cfr. Ammar Abdulrahman & Alaa Aldin Al Chomari, Architectural and Numismatic Traces of Arabic Cultural Exchange Between Sicily and Greater Syria, in Muslim Sicily, op. cit.: 164, 183.
[51] Cfr. Alshaar, op. cit., in particolare il cap. VII.
[52] Cfr. Metcalfe, 2009: 65.
[53] Ibidem.
[54] Ibn Ḥawqal, Ṣūrat al-ar, Dār Maktabat al-Iḥyā’, Beirut, 1992: 113.
[55] Metcalfe, 2009: 13.
[56] Ibidem.
[57] Il viaggiatore arabo stimava che la Grande Moschea, precedentemente una basilica cristiana, potesse contenere fino a ben settemila fedeli nei giorni più affollati. Cfr. Ibn Hawqal, op. cit.: 113-114.
[58] Ibn Ḥawqal, Kitāb al-masālik wal-mamālik, in Amari, op. cit. , vol. I:  17-18.
[59]Ivi: 13.
[60]Ivi: 14.
[61] Ivi: 15-16.
[62] Metcalfe, 2009: 13.
[63] Ivi: 59.
[64] Al-Muqaddasī, Kitāb asan al-taqāsīm fī marifat al-aqālīm, in Amari, op. cit., vol I: 31.
[65]Cfr. Metcalfe, 2009: 36.
[66] Ibidem.
[67] Luigi Santagati, Viabilità e topografia della Sicilia antica – Vol II, Edizioni Lussografica, Caltanissetta, 2013, Vol. II: 76.
[68] Ivi: 64.
[69]Metcalfe, 2009: 36.
[70] Ibidem.
[71] Per una panoramica generale sulla biografia, sull’attività accademica e sull’opera di Rizzitano a Palermo e Mazara del Vallo, cfr. Francesco Gabrieli, Ricordo di Umberto Rizzitano, Istituto degli Studi Orientali – Università di Palermo, Palermo, 1980.
[72] Gianni Di Stefano, Studi arabo-islamici in memoria di Umberto Rizzitano, Istituto di Studi arabo-islamici «Michele Amari», Trapani, 1991: 295-298.
[73] Alshaar, op. cit.:328. 
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Francesca Tilotta, studentessa dell’Area degli Studi Arabi e Islamici, Dipartimento di Scienze Umanistiche – Università degli Studi di Palermo.

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