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La Santa Croce di Tunisi: un luogo di convivenza e di memorie

Tunisi, chiesa di Santa Croce

Tunisi, chiesa di Santa Croce

di Soumaya Bourougaaoui 

Nel corso dei secoli, la Tunisia ha accolto popoli e culture diverse, ciascuno dei quali ha lasciato un segno indelebile, visibile e invisibile, nel suo paesaggio e nella sua storia. A Tunisi, la capitale, si incontrano due volti della città: uno moderno, l’altro antico, che raccontano, attraverso stili architettonici variegati, le influenze delle comunità europee, con un’impronta particolarmente evidente della presenza italiana.

La medina rappresenta il nucleo storico della capitale, un luogo in cui nel corso dei secoli si sono incontrate e sovrapposte diverse tradizioni culturali e religiose. Tra le sue stradine si trova l’antica Chiesa di Santa Croce, situata nella via della Grande Moschea Zitouna, edificio che testimonia la complessa stratificazione storica della città e conserva la memoria di un passato segnato dalla convivenza tra comunità differenti.

Questo contributo intende ricostruire la storia della chiesa di Santa Croce a Tunisi, considerata uno dei principali riferimenti della presenza italiana in Tunisia tra il XIX e il XX secolo, analizzandone il significato all’interno dei processi migratori mediterranei e del ruolo svolto dalla comunità italiana nel tessuto sociale, culturale e urbano tunisino.

Jean Le Vacher

Jean Le Vacher

Jean Le Vacher e il suo arrivo a Tunisi

Nato nel 1619 a Ecoyeux, nei pressi di Saintes, nell’attuale dipartimento della Charente-Marittima, Jean Le Vacher proveniva da una famiglia di origine protestante convertitasi al cattolicesimo. Ordinato sacerdote nel 1641, intraprese due anni più tardi, all’età di ventiquattro anni, la missione lazarista. Nel 1647 san Vincenzo de’ Paoli lo destinò alle reggenze barbaresche con l’incarico di assistere gli schiavi cristiani.

La figura di Jean Le Vacher non si limita alla sola dimensione sacerdotale. Egli svolse infatti anche un ruolo di diplomatico, di mediatore e di uomo di pace, godendo di un riconoscimento che giunse sino ai più alti livelli del potere musulmano. La sua attività si colloca all’interno di un quadro politico consolidato, rappresentato dalle capitolazioni franco-ottomane stipulate nel 1536 tra Francesco I e Solimano il Magnifico. Tali accordi garantivano ai sudditi francesi nei territori islamici specifici privilegi giuridici, commerciali e religiosi, e attribuivano alla Francia il diritto di protezione sui cristiani d’Oriente e sui prigionieri europei. In virtù di questo dispositivo giuridico-diplomatico, Jean Le Vacher, pur in quanto ecclesiastico, esercitò funzioni di natura diplomatica.

Sin dal suo insediamento a Tunisi e successivamente ad Algeri, egli si dedicò con costanza all’assistenza dei prigionieri europei, celebrando la messa in forma clandestina, prestando cure ai malati e mantenendo la corrispondenza con le famiglie dei detenuti. Le sue qualità personali suscitarono stima ben oltre l’ambito della comunità cristiana. Emiri, raìs e gli stessi dey [1] riconobbero in lui un uomo giusto, apprezzandone la rettitudine morale, l’imparzialità e il coraggio di fronte alle condizioni di estrema miseria. Il console-sacerdote non fu percepito come un antagonista, bensì come un interlocutore affidabile e, in taluni casi, come un vero e proprio arbitro. In più occasioni, la sua capacità di mediazione contribuì a prevenire o attenuare gravi tensioni tra la Francia e le reggenze nordafricane. Come osserva la giornalista Geneviève Chauvel, «egli era ascoltato come pochi europei lo fossero in terra d’islam» [2].

Jean Le Vacher, vicario apostolico, si occupava del riscatto degli schiavi cristiani senza alcuna distinzione di origine. All’epoca della sua attività, i bagni penali nei quali erano detenuti gli schiavi cristiani erano tredici, ciascuno dei quali ospitava tra le 300 e le 400 persone; essi erano disseminati nella Medina, in particolare nelle vicinanze del Consolato di Francia, e costituivano, secondo le testimonianze dell’epoca, vere e proprie parrocchie.

Nella documentazione coeva e nei resoconti di missionari e viaggiatori, l’elenco di tali bagni penali comprendeva: Santa Croce, la Trinità, l’Annunciazione, Nostra Signora del Carmelo, Nostra Signora del Rosario, Santa Lucia, Santa Caterina, Santa Rosalia, San Giuseppe, San Leonardo, San Francesco, San Sebastiano e San Carlo, denominazioni derivate dalla cappella annessa a ciascun bagno. È verosimile che sia stato proprio padre Jean Le Vacher, dopo averli organizzati in parrocchie, a porre tutti i bagni penali di Tunisi sotto l’invocazione di santi cristiani.

A tali denominazioni va aggiunta quella, assai nota all’epoca e in seguito, di Sant’Antonio, che designava sia l’antico cimitero dei cattolici sia la sua cappella, descritta come «molto grande» da padre Dan, il quale visitò Tunisi nel 1635. In tale luogo, riferisce la fonte, la messa veniva celebrata in piena libertà, senza che fosse consentito ad alcun Turco di ostacolarne lo svolgimento. Fu ancora Jean Le Vacher a promuovere il restauro della cappella, allora in stato di rovina, e a far circondare la necropoli di mura alte e solide. Questo cimitero, noto anche come il «Bastione», era di origine molto antica [3].

L’attuale Rue de l’Église ricevette ufficialmente questa denominazione a partire dal 1885; in precedenza, era nota anche come Rue Sidi El-Mordjani, in onore di un illustre giurisperito tunisino del XIII secolo. Poiché due arterie contigue recavano originariamente la medesima denominazione, l’amministrazione municipale attribuì il nome di Rue de l’Église a quella in cui sorgeva la chiesa di Santa Croce, mentre l’altra mantenne il proprio appellativo arabo. Va osservato, tuttavia, che la chiesa di Santa Croce era stata aperta al culto cattolico già nel 1833, e pertanto l’espressione Rue de l’Église era già in uso tra gli Europei ancor prima della sua ufficiale intitolazione [4].

Francisco Ximenes

Francisco Ximenes

L’evoluzione dell’Ospedale dei Trinitari: da struttura sanitaria a chiesa nel 1833

Una delle principali fonti per lo studio della cattività a Tunisi nel primo terzo del XVIII secolo è costituita dagli scritti del trinitario toledano fra Francisco Ximénez de Santa Catalina, fondatore e amministratore dell’Ospedale di San Giovanni di Matha, istituzione spagnola destinata all’assistenza e alla redenzione dei captivi. Ximénez ricoprì tale incarico per un periodo particolarmente lungo, dal 1720 al 1735, durante il quale compilò il Libro delle spese, registrando in modo sistematico i costi della missione trinitaria. Testimone attento e dotato di notevole rigore, Ximénez redasse anche il Diario di Tunisi, in cui annotò le esperienze quotidiane nella città nordafricana, combinando narrazione, documenti d’archivio, corrispondenza e memorie personali. Già nel luglio del 1719, egli precisava che «l’oggetto principale di quest’opera è riferire quotidianamente i fatti più rilevanti di questa città», includendo tra essi «le festività dei cristiani e i tormenti da essi sofferti in cattività». Le sue osservazioni restituiscono la varietà e la ripetitività della vita di tutti i giorni: le pratiche religiose, come preghiere, messe e predicazioni, sono appena accennate, mentre altri aspetti del quotidiano, pur rilevanti, rimangono sullo sfondo.

In modo complementare, Ximénez dedicò un intero capitolo della Colonia Trinitaria di Tunisi – relazione finale del suo soggiorno e unico manoscritto pubblicato – alla descrizione delle festività religiose. Se la Colonia offre una trattazione dettagliata della liturgia, il Diario fornisce informazioni sulle modalità concrete di celebrazione. Pur talvolta dettagliate e narrative, le testimonianze di Ximénez costituiscono una fonte imprescindibile per analizzare il tema della vita cristiana a Tunisi nel XVIII secolo. L’incrocio dei suoi scritti con la documentazione del fondo Barbaria conservato presso l’Archivio Storico della Congregazione de Propaganda Fide permette di ricostruire aspetti quotidiani di una comunità spesso nascosta, a causa del divieto di manifestazioni pubbliche di fede [5].

Dal 1720, alla presenza dei religiosi locali si aggiunse la missione ospedaliera dei Trinitari spagnoli con l’apertura dell’Ospedale reale di San Giovanni di Matha, dedicato all’assistenza dei captivi malati e anziani. Nel corso del secolo, la convivenza tra i due ordini comportò sia momenti di cooperazione sia tensioni operative.

La maggior parte dei captivi otteneva il permesso di partecipare alla messa domenicale e, in alcuni casi, anche il venerdì, giorno sacro per i musulmani. Alla congregazione venivano comunicati festività, digiuni, vigilie, giubilei e indulgenze, fondamentali per la salvezza dell’anima. Immagini accompagnate da indulgenze plenarie venivano distribuite a chi, captivo nei porti o all’interno della Reggenza, riceveva il sostegno dei religiosi solo una o due volte l’anno. Il Diario di Tunisi racconta la storia di un captivo siciliano devoto della Vergine del Carmelo, che ogni notte accendeva una candela davanti a un’immagine di carta accanto al proprio giaciglio, e che si spense con il suo ultimo respiro [6].

Le festività religiose costituivano anche momenti di scambio tra comunità: consoli, mercanti e famiglie cristiane ricevevano auguri a Pasqua e Natale, mentre alcuni anglicani, come il mercante Thomas Tompson e sua moglie, partecipavano alle messe festive, ammirando gli ornamenti dell’altare.

Infine, Ximénez descrive i repositori della chiesa di Santa Croce: quello del Giovedì Santo del 1725, realizzato dal cappuccino captivo Pablo da Cosentia, raffigurava «un cappuccino inginocchiato che sorreggeva una cupola con colonne, esponendo il Santissimo Sacramento», mentre quello del 1726 era «ben disposto, con quattro archi che formavano una bella prospettiva» [7]. 

Campanile della chiesa di Santa Croce

Campanile della chiesa di Santa Croce )ph. Soumaya Bourougaaoui)

Santa Croce di Tunisi: memoria viva delle migrazioni

Le comunità straniere che si insediavano in Tunisia riconoscevano nella medina uno spazio privilegiato di radicamento, nel quale la condivisione della vita quotidiana con la popolazione locale favoriva i processi di inclusione sociale. In tale contesto, i luoghi di rilevante valore culturale contribuivano a strutturare un sistema di accoglienza e di tutela del nuovo arrivato, fondato sull’integrazione nel tessuto urbano. La medina assolveva pertanto a una funzione formativa, socializzante e urbanizzante.

Nel corso del XIX secolo si assistette a una rilevante riattivazione di tali relazioni, in seguito all’insediamento in Tunisia di una consistente comunità italiana. Intorno agli anni Trenta del Novecento, la popolazione italiana residente in Tunisia ammontava a 94.289 individui, tra i quali figuravano rifugiati ed esuli provenienti da Livorno, città situata in prossimità di Pisa. Già tra il XVII e il XVIII secolo, peraltro, numerosi ebrei livornesi si erano stabiliti in territorio tunisino. Attualmente, la presenza italiana in Tunisia rimane significativa, sebbene numericamente inferiore rispetto al passato [8].

Tra le due guerre mondiali, l’esplosione demografica, l’arrivo di nuovi lavoratori dalla Sicilia e l’esodo dalle campagne tunisine spinsero a occupare nuovi spazi a ovest e a nord. Le abitazioni spontanee si unirono a quelle già esistenti, mentre gli italiani si raggrupparono creando in quest’area una sorta di “Piccola Calabria” o “Piccola Venezia” lungo le rive del lago. La stampa coloniale descriveva i siciliani come operai eccellenti, manovali laboriosi e coraggiosi, sobri ed oculati nel risparmio, con l’obiettivo di diventare proprietari. Nel 1902 si contavano 101 italiani proprietari di un immobile a Tunisi; tra il 1902 e il 1912, essi furono responsabili della costruzione di 1.213 edifici [9].

La religiosità era un tratto distintivo anche dei quartieri italiani. Le processioni in onore della Vergine Maria rappresentavano momenti di incontro e di coesione sociale. In tutte le “Piccole Sicilie” si organizzavano grandi cortei intorno a immagini sacre, in particolare la Madonna di Trapani. A La Goulette, la città portuale a pochi chilometri da Tunisi, l’Assunzione del 15 agosto era celebrata con particolare fervore [10].

L’antica chiesa di Santa Croce e le sue pertinenze, situate in posizione privilegiata a est della medina, furono suddivise in due blocchi separati. La chiesa ospitava il Municipio della medina, mentre l’ex presbiterio era occupato sia da negozi sia da famiglie indigenti. Tuttavia, per la comunità italiana insediata a Tunisi, Santa Croce rappresentava un punto di riferimento fondamentale: non solo come luogo di culto, ma anche come spazio di aggregazione sociale e culturale, contribuendo a rafforzare l’identità della comunità e a favorire il radicamento all’interno del tessuto urbano.

All’inizio degli anni Novanta, il degrado del presbiterio era diventato preoccupante. I danni strutturali rilevati dall’ASM (L’Associazione per la salvaguardia della medina di Tunisi) resero necessaria l’evacuazione urgente delle dieci famiglie che abitavano l’edificio. Tali nuclei furono accolti nell’ambito del progetto municipale di riqualificazione dell’abitato degradato e densificato, denominato progetto «Oukalas» [11]. Anche altri locali situati al piano terra del presbiterio, adibiti a diverse attività, furono evacuati. Il futuro dell’edificio rimase così nelle mani dei conservatori.

L’insieme noto come Santa Croce costituisce in realtà un palinsesto architettonico, comprendente parti risalenti almeno al XVII secolo. Il campanile testimonia una delle prime applicazioni in Tunisia di pannelli prefabbricati in cemento armato, mentre le facciate conservano ancora dettagli dell’architettura neoclassica [12].

Interno delal chiesa di Santa Croce

Interno della chiesa di Santa Croce (ph. Soumaya Bourougaaoui)

L’arrivo di numerose famiglie cristiane provenienti da Malta e dall’Italia rafforzò il fervore religioso in questo quartiere popolare. La chiesa fu presto decorata con circa sessanta statue di santi francesi, siciliani e maltesi, alcune alte fino a 2,40 metri, tra cui Melchisedec, Elia e Simeone. Tra le più venerate si annoverano santa Rita, Nostra Signora di Trapani, san Salvador d’Horta, il Sacro Cuore e il Bambino Gesù di Praga; perfino le donne musulmane pregavano davanti alla statua di Nostra Signora di Lourdes, collocata nella grotta di Massabielle all’ingresso.

Nel 1909 fu inaugurato il nuovo altare del Sacro Cuore, in marmo di Carrara e sostenuto da sei colonne in onice di Mateur, con le armi del Sacro Cuore nella parte centrale. Due reliquiari custodivano le reliquie di quindici martiri, donate da una famiglia maltese alla fine del XVIII secolo con i relativi certificati di autenticità. Le piastrelle della cappella furono sostituite con marmo di Carrara e decorazioni ispirate a un’iscrizione rinvenuta negli scavi di Cartagine.

Nel 1918 fu aperto un accesso diretto alla via adiacente, ribattezzata «via della Chiesa», con la costruzione di un portale monumentale che sostituì la precedente esigenza di discrezione dell’edificio [13].

Il seguente documento riflette una pratica religiosa e sociale della comunità cattolica presente nella città durante il periodo del protettorato francese, quando diverse confraternite organizzavano celebrazioni pubbliche in onore della Vergine Maria. Le testimonianze storiche mostrano che, in Tunisia, le feste mariane e le processioni ricorrevano regolarmente nel calendario cattolico, coinvolgendo talvolta sia le comunità locali sia i migranti, come nel caso della più nota processione della Madonna di Trapani, celebrata a La Goulette fin dalla fine dell’Ottocento.

A conferma di tali pratiche, risulta significativa una lettera che ho personalmente rinvenuto negli Archivi Nazionali della Tunisia datata 19 giugno 1928, inviata dal Presidente del Circolo di Nostra Signora dei Miracoli al Presidente del Comune di Tunisi. Nel documento si legge:

«Il Circolo Cattolico di Nostra Signora dei Miracoli intende celebrare, domenica 24 del corrente mese, la festività della Vergine. Si richiede pertanto l’autorizzazione per lo svolgimento di una processione che partirebbe dalla Chiesa di Sainte Croix n. 12 e farebbe ingresso dalla porta n. 14 della Rue de l’Église. In passato, la processione si svolgeva all’interno del cortile della Chiesa; tuttavia, a causa di lavori in corso, il cortile risulta ingombro da travi, rendendo impossibile il passaggio».
lettera

lettera al Presidente del Comune di Tunisi (ph. Soumaya Bourougaaoui)

In continuità con queste manifestazioni religiose, un’altra lettera, indirizzata al Vicepresidente del Comune di Tunisi e datata 16 luglio 1928, mostra come i maltesi della parrocchia di Santa Croce, desiderosi di celebrare solennemente la Festa di Nostra Signora del Monte Carmelo, loro patrona, richiedessero l’autorizzazione per portare in processione, fuori dalla chiesa, la Statua della Madonna. La processione, prevista per domenica 29 luglio alle ore 16, sarebbe partita dalla Chiesa di Santa Croce, avrebbe percorso la piazza Cardinal Lavigerie facendone il giro e rientrata attraverso la Rue de l’Église. La durata prevista della processione non superava i 20–30 minuti, dal momento della partenza fino al ritorno in Chiesa.

Queste lettere costituiscono una testimonianza diretta dell’organizzazione delle celebrazioni mariane nella città di Tunisi durante gli anni del protettorato, confermando l’importanza delle confraternite cattoliche nella vita religiosa e sociale della comunità. L’esame di queste corrispondenze amministrative consente di cogliere come le espressioni della devozione cattolica si articolassero all’interno di una città caratterizzata da una molteplicità di appartenenze religiose. Le processioni mariane, pur affermando pubblicamente l’identità delle comunità cristiane, si inserivano in un contesto urbano condiviso, nel quale la presenza di culti differenti imponeva forme di regolazione e di adattamento reciproco. La necessità di ottenere autorizzazioni ufficiali evidenzia come tali pratiche fossero parte di un equilibrio quotidiano tra visibilità religiosa e gestione dello spazio comune.

In questo quadro, le celebrazioni mariane appaiono non solo come atti di fede, ma anche come momenti di coesistenza e di negoziazione simbolica, rivelatori di una realtà tunisina in cui la pluralità confessionale, pur inscritta nelle dinamiche del protettorato, costituiva un elemento strutturante della vita sociale.

Loggetta esterna della chiesa di Santa Croce

Cortile interno della chiesa di Santa Croce (Soumaya Bourougaaoui)

Patrimonio condiviso: la Santa Croce di Tunisi e l’impegno dell’Italia in un progetto di cooperazione culturale

La conservazione della memoria e la valorizzazione dei luoghi assumono un ruolo centrale nella comprensione delle dinamiche di convivenza religiosa all’interno della medina di Tunisi. Gli spazi un tempo destinati al culto cristiano, oggi riconvertiti a funzioni culturali e accademiche, testimoniano un processo di continuità simbolica e di dialogo tra le diverse tradizioni religiose. In questa prospettiva, la biblioteca diocesana della medina si configura come un esempio particolarmente significativo: in passato scuola delle suore e successivamente ospedale, conserva oggi volumi dedicati a tutte le religioni e ospita uno spazio destinato all’Associazione per la Tutela del Patrimonio Carthagina, che ha avviato un processo di digitalizzazione dei fondi librari per garantirne la salvaguardia e la trasmissione alle generazioni future.

Anche l’area un tempo adibita a cappella è stata riconvertita in sala conferenze per colloqui e incontri dedicati al dialogo interreligioso; tuttavia, il tabernacolo e la struttura architettonica della cappella sono rimasti intatti, a testimonianza della persistenza della memoria religiosa del luogo.

«Tra i nostri studenti, circa il 90% è di fede musulmana: si tratta di tunisini che studiano presso la Zitouna o l’Università del 9 Aprile», spiega a MEE padre Léonard, già responsabile della struttura. «Essi frequentano la biblioteca per consultare i volumi in loco. La convivenza con gli abitanti della medina è sempre stata pacifica e continua. Sebbene lo spazio sia stato desacralizzato, si ha l’impressione che esso abbia conservato una vocazione profondamente legata alla chiesa» [14].

Il 3 ottobre 2017 la Chiesa di Santa Croce ha ritrovato nuova vita grazie a un accurato progetto di restauro, frutto della cooperazione tra Italia e Tunisia, in stretta collaborazione con il Comune di Tunisi e l’Associazione per la Salvaguardia della Medina (ASM). Una volta individuata un’associazione specializzata per la gestione, l’antico Presbiterio “Santa Croce” sarà trasformato in un “Centro Mediterraneo delle Arti Applicate”: uno spazio in cui l’artigianato si intreccia con esposizioni temporanee e permanenti, attività formative e iniziative culturali. Al centro di questo progetto vi è il Mediterraneo, concepito come crocevia di incontri, commercio e scambi tra culture, dove passato e presente dialogano, raccontando storie di creatività, apertura e connessioni tra le comunità costiere. In questo senso, la trasformazione della Chiesa non rappresenta soltanto un restauro fisico, ma anche un’opportunità utile a rinforzare il ruolo di questi luoghi come testimoni di memoria, dialogo e convivenza interculturale. 

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026 
Note
[1] In origine fu probabilmente un titolo onorifico attribuito ai capitani corsari nelle reggenze di Tunisi e Algeri, poi divenne il titolo del sovrano. In Tunisia designò anche i subalterni dei giannizzeri turchi e successivamente il loro capo, rimanendo in uso fino al 1705, in, www.treccani.it
[2] Louis Daufresne, Jean Le Vacher, prêtre et martyr chez les Barbaresques, in, Radio Notre Dame, le 26 juillet 2025.
[3] Arthur PELLEGRIN, Le vieux Tunis : Les noms de rues de la ville arabe, ved, Bulletin Economique et Social de la Tunisie, n. 59 à 63: 69-70
[4] Ibidem
[5] Clara Ilham Álvarez Dopico, “La religiosité au quotidien: la captivité à Tunis à travers les écrits de fray Francisco Ximénez (1720-1735)”, Cahiers de la Méditerranée, 87 | 2013: 319-334.
[6] Ibidem
[7] Ibidem
[8]  Renata Pepicelli, La réhabilitation du patrimoine culturel dans une perspective d’histoire transculturelle et transnationale. Passé et présent entre Tunisie et Italie, in, Sainte-Croix: un patrimoine méditerranéen au cœur de la Médina de Tunis, 2018: 40.
[9] Christophe Giudice, “Diaspora italienne et identités urbaines à Tunis, xixe-xxie siècle”, Diasporas, 28 | 2016: 85-104.
[10] Ibidem
[11] Gli Oukalas ospitano intere famiglie (spesso numerose).
[12] Zoubeïr Mouhli, Un presbytère pour la culture, in, Sainte-Croix: un patrimoine méditerranéen au cœur de la Médina de Tunis, 2018: 27-28.
[13] Saloua Ouerghemmi, Les églises catholiques de Tunisie à l’époque coloniale: étude historique et architecturale, Tours, Université de Tours, 2011: 41; François Dornier (préf. Fouad Twal), La Vie des catholiques en Tunisie au fil des ans, Tunis, Imprimerie Finzi, 2000: 169-173
[14] P. Silvio G Moreno, Les églises de Tunisie, un patrimoine en péril, Source: Lilia Blaise, http://www.middleeasteye.net/fr/reportages/les-glises-de-tunisie-un-patrimoine-en-p-ril-919692865, in, archeologiechretienne.ive.org, 20 novembre 2017.

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Soumaya Bourougaaoui, è docente universitaria di lingua e civiltà italiana presso l’Università di Cartagine – Istituto Superiore di Lingue di Nabeul. Ha conseguito il dottorato nel 2018 in lingua e letteratura italiana, con specializzazione in civiltà italiana, presso la Facoltà di Lettere e di Scienze Umane dell’Università della Manouba, discutendo una tesi intitolata “La comunità ebraica nell’Italia meridionale ai tempi di Federico II di Svevia”. È membro aderente del CERM (Centro di Ricerca sulle Minoranze) dell’Università degli Studi dell’Insubria. I suoi ambiti di ricerca comprendono la storia medievale e lo studio delle minoranze culturali, religiose e linguistiche in Italia e in Tunisia.

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