di Antonietta Iolanda Lima
Prologo
«Occorre ritrovare l’uomo. Ritrovare la linea che sposa l’asse delle leggi fondamentali: biologia, natura, cosmo» (Le Corbusier, architetto, 1965).
«Può darsi che l’umanità riesca a vivere senza occhi, ma allora non sarà più umanità…. approfittiamo della combinazione che ci siano ancora un paio d’occhi aperti, gli ultimi rimasti, se un giorno si dovessero spegnere, non voglio neanche pensarci, allora il filo che ci unisce a quell’umanità si spezzerebbe, sarebbe come se ci stessimo allontanando gli uni dagli altri nello spazio, per sempre, [….]» (Josè Saramago, Nobel della letteratura, Cecità, 1995).
«È luogo comune dire che noi siamo polvere di stelle. Ora, la scienza ha dimostrato che siamo polvere di stelle, e noi, qui, siamo un esempio del prodigio dell’idrogeno che diventa coscienza. Dovremmo essere degni di questo prodigio» (Paolo Soleri, architetto, Leone d’Oro, Biennale di Venezia 2000).
«C’è stato qualcosa che è andato assolutamente storto all’inizio. Sepolte da qualche parte nel magma del nostro inconscio ci sono le tracce di quel disastro – una parola che contiene in sè la caduta delle stelle … È come se non ci fossimo trovati a nostro agio nell’esistenza. Questo potrebbe spiegare la rabbia suicida con cui noi ora devastiamo il pianeta» (George Steiner, scrittore e filosofo del linguaggio, 2008).
Perché siamo diventati ciechi
Parlerò qui inizialmente di coscienza ecologica e di responsabilità, e quindi avverto la necessità di dire cosa intendo io quando uso parole di cui la prima costituita da due distinte tra loro anche se con tratti semantici comuni. Attingo in internet e lascio che parli Umberto Galimberti condividendone il pensiero:
«coscienza: è il semplice sapere, ovvero la capacità della mente di essere in uno stato di veglia che permette di acquisire conoscenze della realtà esterna, di elaborarle e di conferire senso o significato attraverso l’intelletto. È quindi capacità di conoscere attraverso stati soggettivi ed esperienze. Può essere un elenco di fatti o il semplice essere svegli. Ci dice che qualcosa accade. Chi siamo, il senso di sé, e cosa vogliamo con il nostro libero arbitrio.
consapevolezza: La consapevolezza va oltre il semplice “sapere”. Comporta una comprensione profonda che deriva dal conoscere se stessi, le proprie emozioni e i propri comportamenti osservando la realtà momento per momento, senza giudizio. È l’integrazione di quanto appreso con il proprio vissuto interiore. Ci fa comprendere cosa quell’accadimento significa per noi e per il nostro essere. Si trova nell’atto di vivere il “qui e ora”» (cit. in Marco Sanna, Coscienza, consapevolezza, senso. Semiotica e neuroscienze, in “Rivista internazionale di filosofia e psicologia”, Vol. 9 ,2018, n. 2: 178-191).
Nel chiedermi a questo punto cosa mi evochi il pensare ad entrambe, il rimando è alle fulminanti sintesi di pensiero dei tre che ho citato in esergo. Sono architetti e pensatori la cui profetica visione, pur avendo diffusi riconoscimenti, non mi sembra che abbia avuto alcun riverbero nell’agire della compagine sociale. Ciechi tutti. E di cecità parla Saramago in un suo bellissimo libro. Ci dice il grande portoghese di una cecità che ha generato una umanità malata con una società che ha perso da tempo la rotta, in cui anche la critica più esigente non ha visto.
La crisi in atto non risparmia nulla a fronte di problemi irrisolti e sempre più gravi, tra tutti l’inquinamento ambientale, la mancanza di verde, l’incapacità di risolvere lo smaltimento dei rifiuti, il cattivo uso del suolo e delle risorse. Un degrado la cui massima manifestazione nell’isola Sicilia è nel modo sciagurato con il quale si è gestita da decenni l’autonomia regionale, in tutt’uno con l’inerzia, l’indifferenza, la non partecipazione consapevole alla “cosa” pubblica dei cittadini, congiunta all’offesa che quotidianamente, tranne una minoranza consapevole, viene data alla natura.
Occorre pertanto lavorare per una nuova socialità in cui ciascun individuo nell’avere consapevolezza della fragilità della natura possa tirare fuori il meglio, generando una complessità di relazioni benefiche atte a ricostruire il legame con l’ambiente che è spazio, aria, sole, luce, atmosfera, terra, uomini e grande visione. Per creare una storia nuova mossa dai cambiamenti climatici, dalle ultra-precarie condizioni di salute del pianeta e conseguentemente dalle opportune strategie che in tutti i campi i governi del mondo, sostenuti da una visione fondata e condivisa, devono adottare. La sfida oggi, a fronte di un clima impazzito, non è solo reagire alle emergenze, ma agire con una politica capace di unire conoscenza scientifica, pianificazione urbana e rapidità di intervento.
Ritenendoli pertanto calzanti ripropongo alcuni passi di quanto ho inviato qualche anno addietro alla Regione Sicilia:
- Affermati come nuovi valori i disvalori in cui la maggioranza si riconosce, riassumibili, per me, in Pid, Potere Immagine Denaro, viviamo una emergenza grave in atto, accentuata nei Paesi dove il denaro circola in abbondanza, presente in Italia. Ma in quale altro pianeta è fugata l’etica? Si domandano alcuni, forse pochi; va abiurata rispondono in molti, è noiosa. Come la morale, infastidisce le coscienze, qualora se ne senta ancora la voce.
… L’architettura, ma qualsiasi intervento nel corpo della città, deve favorire l’interazione e la coesione sociale dando un contributo sostanziale che, per quanto non sempre palpabile né facilmente raggiungibile, è fondamento indispensabile per la fioritura dell’ambiente, la cui mancanza spiega perché il nostro Paese, tranne alcune virtuose eccezioni di cui qualcuna eccellente, non riesca globalmente ad assumere il ruolo di produttore di nuova responsabile cultura. Purtroppo ben lo dimostra la Sicilia, – “gigante dalla struttura di argilla” – se si porta lo sguardo su quanto subìto dagli effetti del recente ciclone Harry. Noti i danni e ed enormi i costi derivanti.
Lavorando contro il materialismo che distrugge la vita, penso che quanto detto fosse implicito nel pensare dei tre intellettuali che ho citato in esergo. Certo, nel loro tempo la natura non era ancora giunta al terribile e diffuso degrado che avvolge l’intero pianeta terra, ma cogliendone i semi e capendo che il degrado sarebbe presto arrivato, credo che sarebbero stati contrari alle numerose molteplici cause che lo hanno prodotto:
- il pensare soltanto in modo specialistico, ovvero vivere in una sorta di ‘campo’ solitario che esclude il guardare, il sapere ‘vedere’ in altri campi, perdendo così di vista l’imprevedibile complessità di quanto via via avviene in quella natura di cui facciamo parte. Sia pure necessario, il suo eccesso, l’iperspecializzazione, sempre più mancante di giudizio critico su stessi come dentro e fuori l’Università, ha creato steccati disciplinari non interagenti riverberandosi questo nelle città, nei territori, nello ambiente; determinando la frantumazione del sapere che ha ricusato il confronto con ciò che è irrorazione necessaria per arricchire di conoscenza e stimolare così a rivedere le proprie prospettive, a cambiare anche punti di vista. Né è conseguito, a mio parere, un tale depauperamento culturale da incidere negativamente sulla capacità di visione e conseguentemente di azioni adeguate e benefiche per il paesaggio intero già da decenni in stato di collasso e quanto mai nell’oggi.
Occorre quindi inculcare il grande valore che nasce dal confronto con i diversi saperi, dando un significato altro all’azione della specializzazione, il cui effetto è stato la creazione di luoghi più simili a recinti entro cui si muovono dalle elementari all’Università insegnanti e allievi, dimentichi che ‘il volo di una farfalla si ripercuote nell’intero pianeta’. Ma questa ‘azione militante e propulsiva’ che, senza dubbio richiede tempi lunghi per produrre effetti di lunga durata, deve rivolgersi a tutti.
- l’inadempienza delle strategie fornite il 5 ottobre 2020 dal Consiglio dei Ministri che ha approvato il regolamento per l’organizzazione dell’Agenzia Nazionale per la meteorologia e climatologia denominata “Italia Meteo” e le misure volte ad agevolare il coordinamento della gestione in materia di meteorologia e climatologia, mettendo a disposizione del Paese tutte le informazioni necessarie alla definizione delle strategie di adattamento e mitigazione;
- l’inadempienza dei quattro importanti strumenti in atto: Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC), che, approvato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica a dicembre 2023, pone insieme conoscenze geologiche e geografiche per gestire eventi rischiosi Ne derivano la governance e le azioni per ridurre la vulnerabilità del territorio mediterraneo; Cartografia Geologica (CARG), il progetto di mappatura geologica 1:50.000, fondamentale per la conoscenza del sottosuolo e la prevenzione dei rischi idrogeologici legati al clima; Urban Geo-Climate Footprint (UGF) che, applicato a oltre 50 città europee (inclusi Milano, Roma, Napoli), analizza l’impronta geologica e climatica urbana per mappare le pressioni ambientali; Geoingegneria come possibile intervento tecnico per gestire la radiazione solare o rimuovere i gas serra.
Ci sono poi:
- i ritardi amministrativi (sindaci) e l’inazione politica a fronte del cambiamento climatico i cui segnali erano già manifesti ben oltre un decennio addietro;
- gli interventi tampone più che una prevenzione strutturale;
- l’abbandono delle aree rurali montane;
- il forte incremento delle aree urbanizzate e l’elevata densità abitativa;
- l’abusivismo la cui diffusione chiama in causa tolleranze politiche e sanatorie, come denunzia Fabio Morreale, presidente di Natura Sicilia, sottolineando che «Non è il mare che attacca, è l’abusivismo che presenta il conto»;
- il cemento a ridosso della riva;
– un’espansione edilizia storicamente avvenuta in aree geologicamente fragili, come nel caso di Niscemi;
- l’incapacità di gestire la risorsa idrica;
- l’impermeabilizzazione degli spazi aperti: strade, infrastrutture pubbliche;
- l’incanalamento dell’acqua in tubi o scarichi;
- il determinare inquinamento delle città, delle acque, delle fognature;
- il non utilizzo dell’acqua piovana anche per fronteggiare i periodi di siccità;
- la scarsità di piantumazione di alberi dando la priorità a specie più resistenti come il cipresso, il pioppo, l’eucalipto, l’alloro;
- la mancanza di un indice di qualità ambientale degli interventi su città e territorio;
- la mancanza della de-impermealizzazione delle strutture dismesse;
- l’assenza di una corretta pianificazione territoriale;
- la mancanza di cura e quindi di una manutenzione costante del territorio e ancor più una azione politica capace di unire conoscenza scientifica, rapidità di intervento, pianificazione urbana.
Dimostrano l’insieme di queste cause come la diffusa mancanza di una cultura responsabile diffusa generi un’assenza di visione. Ai governanti della Regione Sicilia era noto o doveva esserlo che la Sicilia centro-meridionale è una delle aree più franose d’Italia con abitati nati spesso su altopiani geneticamente rischiosi, estremamente sensibili alle variazioni climatiche. Di Niscemi, ad esempio, non è possibile credere che non fossero noti i suoi debolissimi terreni permeati da sabbie e poggianti su argille. Ma le criticità sono molto diffuse «tanto che nel 90% dei distretti dell’Isola almeno un’area è classificata a rischio frana molto elevato: un parametro che riguarda l’8,4% della superficie regionale».
Ecco in rapida sintesi quanto si può leggere dalle cronache: devastati oltre cento chilometri di costa ionica. Messina tra le città ‘messe a ferro e fuoco’, ma l’Italia tutta compresa la Sicilia, sono contesti talmente delicati che nell’ultimo report redatto dall’Ispra ha il primato di aree esposte al pericolo elevato (P3) o molto elevato (P4) di cedimenti, con quasi il 7% della superficie, distribuita soprattutto fra gli abitati collinari. E già nel 2021 il rapporto “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici” nel dirci sull’adozione dei piani di adattamento al clima di ben 24 Paesi dell’Unione Europea, nell’evidenziarne l’assenza, concludeva sul rischio dei suoli del 94% dei suoi 7895 comuni.
Suggerimenti per interventi sostenibili
La cura di cui abbiamo urgente bisogno non riguarda soltanto la salute pubblica, la funzionalità dei servizi sanitari. Non è meno prioritaria la cura del territorio che rimanda alla gestione delle risorse finanziarie che andrebbero investite immaginando una nuova pianificazione a cui è chiamata la competenza e il senso di responsabilità dei progettisti. Abbiamo bisogno di una cultura pubblica, di una sensibilità civica per i beni comuni, che solleciti tutti noi ancora una volta nel coinvolgimento di chi governa la città, e riferendomi in particolare a Palermo e ai territori ad essa connessi, su due temi reciprocamente dipendenti: inquinamento e quindi produzione di Co2, rifiuti, superiori anche al 75%. E in relazione ad entrambi, insieme alla piantumazione e manutenzione di alberature lungo tutti i viali, l’incentivazione del trasporto pubblico, la creazione diffusa di polmoni di verde grandi e piccoli; la valorizzazione di tutte le piazze della città con l’espulsione definitiva in esse dei veicoli automobilistici; la riconversione ecologica degli edifici condominiali che dovrebbe sin da ora pretendere il ‘superbonus’ in atto.
Ma per attuarli occorre un cambiamento radicale di pensiero e di azione, perché Palermo torni ad essere davvero capitale della cultura. Una nuova visione finalizzata alla fioritura autentica della vita. Questo significa ripensare le città ponendo l’energia creativa a servizio di una nuova città che sia essa stessa nuova civiltà. Crisi come valore, diceva Jean Baudrillard, sociologo e filosofo francese, traducendosi questo in un ripensamento rivoluzionario della trama stessa di una città che sia essa stessa nuova civiltà. Ci occorre la fede di Lewis Mumford che nel 1961 era certo di poter dimostrare che la città, divenuta simbolicamente da “un mondo” “il mondo”, potesse in futuro germinare ad un livello più alto, liberandosi dalle sue interne malattie e nuovamente sana esprimere l’enorme ricchezza di potenzialità non ancora concretate.
Lodevole l’Anci Sicilia nel chiedere che si apra una fase nuova, non ordinaria, non emergenziale, ma strategica in cui la ricostruzione si accompagni a un profondo ripensamento e a una nuova riprogrammazione, che potrà essere affrontata solo partendo dai sindaci. Nell’immediatezza, da non sottovalutare l’urgente richiesta dell’Anci Sicilia di un intervento straordinario della Regione per sostenere i Comuni colpiti e consentire il ripristino delle condizioni minime di sicurezza e vivibilità. Da parte sua, il Wwf Italia propone un ripensamento profondo degli e sugli insediamenti urbani da affrontare con una “logica vegetale”.
Ci si domanda, ancora una volta, come e quando interverrà l’azione politica, pur non dimenticando i doveri non sempre positivi di uffici tecnici e soprintendenze dei beni culturali e ambientali alle quali dovrebbe essere noto che qualsiasi cosa nelle città, e quindi anche i monumenti ai quali prioritariamente guarda, si lega alla sicurezza dell’intero territorio. Quale cura dunque se non conoscenza, competenza, cultura, autocritica a fronte di un degrado che oggi ha raggiunto un grado di pervasività così elevato da far sì che la natura si sia ribellata a un tale livello da lasciare il clima alla follia.
Do avvio quindi ad alcune considerazioni che ritengo connesse con tali asserzioni e con gli interrogativi che ci siamo posti alla base iniziando con l’elenco di azioni già intraprese da alcune città non solo italiane:
- interventi pianificatori basati sulla riforestazione delle città mediante il verde urbano, – i parchi a livello stradale e anche sulle coperture delle case a sostituzione del cemento, i corridoi ecologici;
- giardini della pioggia a quota più ribassata;
- sistemi per il drenaggio urbano sostenibile per mitigare le alluvioni lampo;
- la de-impermeabilizzazione delle pavimentazioni stradali mediante materiali che favoriscono il diretto filtraggio nel terreno sottostante: mattoni forati, ghiaia stabilizzata o asfalti porosi;
- piani di resilienza climatica;
- convertire l’acqua piovana da rifiuto a risorsa facendo in modo che si attivi un’economia circolare. Quindi non il depuratore o il fiume ma il mantenimento dell’acqua nell’urbano in apposite cisterne sotterranee, al fine di usarla per irrigare e pulire anche, risparmiando in tal modo l’uso dell’acqua potabile.
Lodevoli certamente le città che hanno avviato questi interventi, ma, se si guarda allo scenario del mondo, ancora poche a livello numerico, come mostra l’Italia rispetto ai 7.896 comuni censiti l’1 gennaio 2025. In essa, Reggio Emilia, Trento e Mantova sono tra le città più sostenibili, con politiche verdi avanzate.
Ma la sostenibilità dovrebbe essere al primo posto nella gestione di città e territori dando grande attenzione ai processi pianificatori e anche alla sistematicità degli interventi. Le azioni dei contadini, non quelli che poi hanno lasciato la città, erano sostenibili anche se loro non lo sapevano. Ma è noto che dalla storia, anche quella più recente, quando sarebbe stato proficuo farlo, non abbiamo imparato nulla quando si pensi inoltre alla mostra nel 1936 (VI Triennale di Milano) di Giuseppe Pagano e Giuseppe Daniel sull’architettura rurale italiana al fine di sollecitare lo sguardo soprattutto degli architetti su quanto di positivo in essa contenuto.
E a proposito di essi quanti direzionano il loro cannocchiale sulla grave crisi che da anni attanaglia la realtà? Quanti ritengono che il cambiamento climatico sia la sfida principale per l’architettura contemporanea? In risposta a questa domanda Renzo Piano e Mario Cucinella da quanto dicono media e riviste di architettura sembrerebbero degli assolo.
Per il primo occorrono chirurgia e resilienza alla base della pianificazione a favore del “rammendo” delle periferie e della rigenerazione del territorio, leggerezza di progetti e realizzazioni, introduzione diffusa del verde. Il secondo, Cucinella, orienta il suo interesse alla costruzione di abitazioni a km zero, ponendo sinergicamente insieme la naturalità dei materiali e la tecnologia avanzata come la stampa 3D. Per entrambi una sostenibilità responsabile, forgiata dalla convinzione che l’intervento, nel creare spazi capaci di convivere con gli eventi climatici, in alleanza con la natura si serva sincronicamente di tecnologia, botanica e ingegneria.
Nel concludere questa mia testimonianza critica e spero sollecitante a livello dell’agire, penso sia necessario guardare non solo al presente ma anche al nostro futuro E per questo è opportuno soffermarsi sulle cosiddette città spugna la cui base è la de-impermeabilizzazione del territorio. Città porose, quindi, che come tali respirano meglio, come qualsiasi organismo vivente, accolgono l’acqua invece che “combatterla”, e introducono in maggiore quantità il verde della natura, gli alberi soprattutto con la loro mirabile ‘intelligenza’ da cui tanto dovremmo imparare.
La Danimarca e la Cina, al tema, stanno dedicando grande attenzione. La prima, nazione bassa e legata al mare, trasforma Copenhagen nella prima “città spugna” del mondo con un piano di adattamento, finalizzato alla protezione urbana addirittura per cinque ventenni, strutturato sull’assorbimento, immagazzinamento e ridistribuzione dell’acqua piovana, con cinque ulteriori componenti: la creazione di parchi e giardini capaci di trattenere l’acqua, di tetti verdi e di facciate vegetali / tunnel sotterranei lunghi chilometri / bacini di accumulo, stazioni di pompaggio e condotte di grande diametro per convogliare le acque verso il porto o gli impianti di trattamento / l’integrazione con le reti sotterranee esistenti per energia e acqua / il rispetto degli standard di qualità per le acque, e la gestione di microplastiche e inquinanti persistenti, come si può leggere da notizie in rete.
La seconda, la Cina, ha programmato che entro il 2030 l’80% delle aree municipali cinesi dovrà avere gli elementi delle città spugna e riciclare almeno il 70% delle precipitazioni, recuperando anche metodi tradizionali e antiche tecniche agricole. Sintetizzando quanto leggo in internet, due casi emblematici: Ad Harbin, nel nord della Cina, un parco di 34 ettari, su progetto dello studio Turenscape, protegge l’urbano e crea spazi alberati raccogliendo, immagazzinando e pulendo l’acqua piovana. A Lingang, vicino a Shanghai, una duplice e simultanea azione: il rendere il verde funzionante come giardini della pioggia, e la de-impermealizzazioni di tutti i marciapiedi della città con l’impiego di mattoni che assorbono l’acqua.
A questo punto, nel decidere di chiudere questa mia riflessione, dò la parola a quanto ha scritto Salviano Miceli, allora appena ventenne, il cui contenuto rimanda ai due concetti con cui ho dato avvio al mio testo.
Il prodigio dell’idrogeno che diventa coscienza
di Salviano Miceli
Dopo aver letto Il libro di Antonietta Iolanda Lima, Soleri. Architettura come ecologia umana, ed essersi immersi in una complessa narrazione in cui l’immagine è tutt’uno con la parola, si capisce perché quest’uomo, Paolo Soleri, il cui nome potrebbe benissimo rientrare tra quelli dei grandi pensatori del Novecento, sia anzitutto un architetto. Lo è perché riporta l’architettura a quella che probabilmente è la sua più importante origine e cioè rivendicando “Il cosmo nella natura dell’uomo”. E mette in crisi ed è questo uno dei suoi maggior pregi. Costringe a scontrarsi con se stessi, ad analizzarsi e lo fa grazie alla coerenza che lo contraddistingue, alla sua intrinseca poeticità che sempre manifestano la profonda consapevolezza che, se c’è crisi tra l’uomo e il suo spazio interiore, anch’essa si estrinseca “al di fuori”, nell’intervento, nell’architettura.
I termini che Soleri usa, per raccontare l’idea che ha di esse, uniscono finito e non finito, poesia e razionalità. «L’uomo deve essere degno del suo essere polvere di stelle, del rappresentare il prodigio dell’idrogeno che diventa coscienza». Questo pronuncia, dopo aver ritirato il Leone d’Oro alla carriera, alla Biennale di Venezia nel giugno 2000. Parole che sono insieme invito e rimprovero per l’umanità. La realtà odierna è fiera rappresentante del consumismo e del materialismo. La sua sacralità si sta disfacendo. L’uomo sembra aver smarrito sempre più il ruolo di «responsabile del processo di creazione di Dio» dove per Dio si intende quel «livello di autocoscienza che via via esplicita, maturandolo, l’infinito di amore e bellezza che è dentro di noi allo stato embrionale.
Ora che la follia, nostra compagna più che occasionale, ci ha portato a dover fare i conti con un altro conflitto, viene spontaneo pensare a quello che Soleri aveva ipotizzato a partire dagli anni ’70, e cioè lo spazio come nuovo habitat umano. Uno spazio smilitarizzato. Un nuovo luogo di pace, da cui purtroppo siamo lontanissimi.
Proprio per il suo altissimo ruolo, l’uomo appare ancora più colpevole di questa morte di cui egli stesso è progettista e realizzatore. Nonostante l’amnesia che ha colpito l’essere umano, Soleri non perde le speranze di vedere vincere l’amore (bene) sull’indifferenza (male). La vittoria però non consisterebbe nella distruzione della materia, ma nella trasformazione della materia stessa nella sostanza della mente. Il suo pensiero è complesso. Coinvolge in un vortice in continua osmosi filosofia, religione, scienza, tecnologia, letteratura.
Ognuno di questi saperi è parte integrante di quel tutto che è poi espresso dalle sue opere. Le grosse campane in bronzo, mezzo di sostentamento economico della Fondazione Cosanti, possiedono la forza della materia coniugata alla leggerezza del vento. Dall’unione di questi elementi, apparentemente in antitesi, ma forse accomunati dalla loro stessa appartenenza alla natura, nasce la frugalità del suono. E accontentarsi della frugalità, oggi, non è così scontato. La vita sembra contagiata dal bisogno continuo di possesso. La proprietà è necessaria. Si ricerca incessantemente “il più”
Finché quindi non si chiarirà che, per sua stessa costituzione, l’uomo si deve nutrire della frugalità perché in essa, nei suoi trasparenti legami, è nascosto il nodo della sua realizzazione, avanzerà il superfluo. Assume un ruolo fondamentale nella vita umana, quindi, la città che diventa così uno «strumento che lavora per la soddisfazione delle migliaia di menti individuali» che vi abitano, una città ecologica e per questo in alleanza con la natura.
La realtà odierna è fiera rappresentante del consumismo e del materialismo. La sua sacralità si sta disfacendo. L’uomo sembra aver smarrito sempre più il ruolo di “responsabile del processo di creazione di Dio” dove per Dio si intende quel livello di autocoscienza che via via esplicita, maturandolo, l’infinito di amore e bellezza che è dentro di noi allo stato embrionale. Ora che la follia, nostra compagna più che occasionale, ci ha portato a dover fare i conti con un altro conflitto, viene spontaneo pensare a quello che l’architetto Soleri aveva ipotizzato a partire dagli anni ‘70, e cioè lo spazio come nuovo habitat umano. Uno spazio smilitarizzato. Un nuovo luogo di pace, da cui purtroppo siamo lontanissimi. Proprio per il suo altissimo ruolo, l’uomo appare ancora più colpevole di questa morte di cui egli stesso è progettista e realizzatore».
Desidero infine sottolineare che sarebbe quanto mai auspicabile per le nostre città e il nostro ambiente che si estendesse sempre più a una maggioranza degli uomini e delle donne la convinzione che l’architettura non può che essere la forma fisica, la materializzazione, dell’ecologia dell’umano e in quanto tale, nel tener conto di volta in volta del luogo fisico e della sua partecipazione all’intero, «quella configurazione della materia che consente il flusso più energetico e potente», per usare le parole di Soleri.
Ma il disegno di armonia e di unità strutturale ancor prima che funzionale, tra uomo e natura, oggi, più che mai, ci appare come uno scherzo utopico. Sempre più difficile è poter immaginare un uomo che non prevarichi la natura, spogliandola della sua essenza magica, per corromperla con i suoi disegni di onnipotenza. Non riesco purtroppo a vedere un futuro in cui l’uomo inizi e porti avanti quel processo di autocoscienza di cui parla Soleri.
Siamo travolti da una corruzione ontologica da cui è sempre più difficile poter tornare indietro perché sempre più ci investe coinvolgendoci ad uno a uno. Iniziare la sfida di cui si fa carico Soleri vorrebbe dire prendere coscienza di ogni nostra singola azione per valutarne gli effetti e ponderarne i pro e i contro. Ma questo influenzerebbe un’altra sfera e cioè quella temporale. Noi non abbiamo tempo. La riflessione è un percorso mentale che non appartiene più all’uomo ormai da molto. Tutto ci sorprende a tale velocità che è venuta a disgregarsi ogni autovalutazione.
L’autocoscienza è la riscoperta da parte dell’essere di esistere; e di esistere con tutte le responsabilità di cui noi “esseri pensanti” (almeno così ci autodefiniamo) dobbiamo farci carico per giustificare un ruolo e una supremazia rispetto alle altre creature viventi che oggi è più ideale che reale e che viene continuamente sbugiardata dai nostri comportamenti.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
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Antonietta Iolanda Lima, architetto, già professore ordinario di Storia dell’Architettura presso l’Università di Palermo. Sostenitrice della necessità di pensare e agire con visione olistica, sua ininterrotta compagna di vita, è quindi contraria a muri, separazioni, barriere. Per una architettura che sia ecologica, sollecita il rispetto per l’ambiente e il paesaggio, intrecciando nel ventennio ‘60-’70 l’elaborazione progettuale, poi dedicandosi alla formazione dei giovani. Ad oggi continua il suo impegno a favore della diffusione della cultura e di una architettura che si riverberi positivamente su tutti e tutto: esseri umani, animali, piante, terra; perché la vita fiorisca. Promotrice di numerose mostre ed eventi, è autrice di saggi, volumi e curatele. Tra essi, qui si ricordano: L’Orto Botanico di Palermo, 1978; La dimensione sacrale del paesaggio, 1984; Alle soglie del terzo millennio sull’architettura, 1996; Frank O. Gerhy: American Center, Parigi 1997; Le Corbusier, 1998; Soleri. Architettura come ecologia umana, 2000 (ed. Monacelli Press, New York – menzione speciale 2001 premio europeo); Architettura e urbanistica della Compagnia di Gesù in Sicilia. Fonti e documenti inediti XVI-XVIII sec., 2000; Monreale, collana Atlante storico delle città Europee, ital./inglese, 2001 (premio per la ricerca storico ambientale); Critica gaudiniana La falta de dialéctica entre lo tratados de historia general y la monografìas, ital./inglese/spagnolo, 2002; Soleri; La formazione giovanile 1933-1946. 808 disegni inediti di architettura, 2009; Per una architettura come ecologia umana Studiosi a confronto, 2010; L’architetto nell’era della globalizzazione, 2013; Lo Steri dei Chiaromonte a Palermo. Significato e valore di una presenza di lunga durata, 2016, voll. 2; Dai frammenti urbani ai sistemi ecologici Architettura dei Pica Ciamarra Associati, 2017 (trad.ne inglese, Londra e Stoccarda, Edit. Mengel; Bruno Zevi e la sua eresia necessaria, 2018; Giancarlo De Carlo, Visione e valori, 2020; Frugalità Riflessioni da pensieri diversi, 2021. Il suo Archivio è stato dichiarato di notevole valore storico dal Ministero dei Beni Culturali.
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