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La rete ecomuseale dei Nebrodi Occidentali. Storia di un progetto abortito

Posted By Comitato di Redazione On 1 maggio 2022 @ 00:25 In Cultura,Società | No Comments

 

Il territorio dell'Ecomuseo

Il territorio dell’Ecomuseo dei Nebrodi Occidentali

il centro in periferia

di Sergio Todesco

Una recente Delibera della Giunta regionale siciliana (la n. 108 recante come titolo “Rimodulazione degli assetti organizzativi dei Dipartimenti regionali”, emanata per grottesca coincidenza il 10 marzo 2022, data istituita da un paio di anni quale Giornata dei beni culturali siciliani in memoria della tragica scomparsa dell’archeologo Sebastiano Tusa) ha disposto la cancellazione, all’interno delle Soprintendenze, delle discipline di settore (le Unità Operative, un tempo Sezioni tecnico-scientifiche, deputate alla tutela dei Beni Archeologici, Architettonici e Urbanistici, Storico-artistici, Etno-antropologici, Bibliografici, Paesistici) riducendo le stesse a unità meramente burocratiche, private delle loro previste competenze tecniche e disarmate rispetto ai precedenti poteri di tutela contro le speculazioni di ogni tipo sempre in agguato, dalle devastazioni del territorio alla distruzione dei manufatti, alla dispersione delle collezioni etc.

Direi che questa è una cartina al tornasole che permette di verificare lo stato comatoso in cui versa il settore (ma direi la politica) in Sicilia. Un caso altresì esemplare di perversa eterogenesi dei fini….. Gli organismi che dovrebbero occuparsi della protezione dei beni culturali, ossia di beni comuni da inserire in circuiti sempre più ampi di fruizione per promuovere una sempre maggiore educazione permanente, pare che giochino a distruggere le realtà virtuose che hanno consentito, in anni ormai lontani, che la Sicilia potesse conservare traccia e memoria delle proprie variegate e stratificate forme d’identità, materiali e immateriali.

repubblica-18-marzo-2022Tale cupio dissolvi, tuttavia, non è solo da ricondurre all’attuale, amorfa classe politica al governo dell’Isola, cui va anzi riconosciuto il merito (se così può definirsi) di aver brutalmente reso esplicito (peraltro con un provvedimento illegittimo, trattandosi di una semplice Delibera che si picca di cancellare quanto previsto da due Leggi Regionali, la n. 80/77 e la n. 116/80) ciò che da tempo cova sotto la cenere nella politica dei beni culturali siciliani, ossia la definitiva equiparazione di tali Beni a merci, buoni come tali a essere utilizzati in operazioni, appunto, mercantili, o venire al più esibiti come specchietti turistici per allodole di fruitori annoiati e distratti. Una di queste derive istituzionali mi è toccato, dieci anni or sono, sperimentarla sulla mia pelle.

Dal 2010 al 2013, secondo la singolare logica in uso presso la Regione Siciliana che prevede una periodica rotazione dei propri dirigenti, ho dovuto lasciare la direzione del Museo Regionale delle Tradizioni Silvo-pastorali (dopo la sua inaugurazione avvenuta nel 2007 intitolato, come da mia richiesta, a Giuseppe Cocchiara) per assumere l’incarico di direzione del Parco Archeologico dei Nebrodi Occidentali, struttura di nuova istituzione, esito di un assetto dei Parchi Archeologici che l’Amministrazione Regionale aveva inteso promuovere.

La rete ecomuseale

La rete ecomuseale

Superato il primo sbigottimento per aver avuto assegnato tale incarico, da me non richiesto, mi sono interrogato su quale potesse essere il ruolo di me, antropologo, chiamato a dirigere un Parco Archeologico, il cui principale sito, l’antica città di Halaesa, possedeva delle specificità di non poco rilievo (una delle più belle agorà della Sicilia, una raccolta di epigrafi tra le più consistenti nell’Isola). E mi sono risposto che avrei dovuto lavorare alla trasformazione di quel Parco Archeologico, la cui estensione territoriale comprendeva nove Comuni, in un Parco Culturale, capace di mettere in rete e valorizzare il palinsesto costituito da tutti i beni culturali, di qualunque natura, insistenti in quella porzione di territorio.

Mi incoraggiava in tale direzione il fatto che Mistretta, sede del Museo Cocchiara, rientrasse nel novero dei Comuni del Parco, e che già nel 2003, prima ancora che il Museo fosse inaugurato e durante la sua lunga gestazione al cui progetto mi dedicavo dal 2000, avevo partecipato, unico siciliano insieme all’amico Rosario Acquaviva di Buscemi, al I° Convegno Internazionale di Studi sugli Ecomusei, tenutosi a Biella, presentando proprio una proposta progettuale sul Museo di Mistretta in itinere la cui vocazione ecomuseale era già presente nelle premesse progettuali che lo pensavano cabina di regia di una rete di strutture produttive, di realtà lavorative, rituali, immateriali ancora esistenti nel comprensorio mistrettese e quindi dialoganti con il futuro Museo, chiamato in tal modo ad abbattere i confini materiali della pur prestigiosa sede che l’ospitava per aprirsi al territorio e alle culture che ancora la comunità locale organicamente esprimeva.

Si trattava quindi, per me, di ampliare il contesto territoriale e al contempo le categorie di beni da far rientrare nel nuovo progetto di un ecomuseo del territorio del Parco, attivando al contempo iniziative, affidate alle comunità locali, tutte caratterizzate dall’esigenza di creare un turismo di accoglienza dei visitatori e di una loro integrazione nelle forme culturali proprie dei singoli territori comunali, in grado di trasformare turisti annoiati e distratti, adusi alla pratica del mordi-e-fuggi, in viaggiatori appassionati e desiderosi di interagire non solo con i monumenta ma anche con i documenta oggettuali e umani che contrassegnavano le varie forme di cultura locale. In ciò determinando quel benefico, sempre auspicato e mai realmente raggiunto, scambio paritetico tra «chi viaggia per conoscere» e «chi è viaggiato per essere conosciuto» (E. de Martino).

Nacque da qui il progetto presentato nell’ambito dei Piani Operativi Europei (P.O.-F.E.S.R. 2007-2013), risultato il primo progetto in assoluto ammesso a finanziamento nell’ambito della propria misura.  Di tale progetto riporto integralmente in Appendice 1 la relazione generale. Al fine di far condividere la prospettiva eco museale a tutti i responsabili degli Enti Locali operanti nel territorio del Parco, ho promosso svariati incontri che hanno registrato l’adesione di tutti i sindaci dei paesi facenti parte del Parco, oltre al Soprintendente di Messina, al Presidente dell’Ente Parco dei Nebrodi e del mecenate Antonio Presti, ideatore del percorso Fiumara d’Arte. Successivamente, avvalendomi della collaborazione di amministratori, associazioni locali e soggetti privati interessati a entrare attivamente nella rete ecomuseale, ho organizzato incontri tenutisi in diverse sedi volti a illustrare alle comunità locali il senso dell’iniziativa e la contestuale esigenza di contribuire al sorgere di una diversa politica dell’accoglienza attraverso la nascita di strutture capillarmente diffuse in grado di ospitare e proporre ai visitatori esperienze immersive di vario genere (la partecipazione a momenti lavorativi del ciclo pastorale, o ad eventi rituali quali processioni o pellegrinaggi, tanto per fare qualche esempio…). Tutto ciò derivante dall’esigenza, già presente nel progetto, di affiancare all’incremento di conoscenza un incremento di esperienza (oserei dire, utilizzando termini resi noti da Benedetto Croce, un progressivo trascorrere dalla historia rerum gestarum a una historia condenda….). Riporto in Appendice 2 la Relazione relativa all’offerta turistica che accompagnò la Relazione generale.

La sede del Centro di documentazione Ecomuseale

La sede del Centro di documentazione Ecomuseale

Fin qui le progettualità, i buoni propositi, le enormi fatiche investite nell’interloquire con nove comunità locali, nel creare presso ogni Comune gruppi di lavoro indirizzati a schedare i beni da mettere in rete, tenendo conto delle rispettive specificità, senza trascurare il rapporto “burocratico” con l’Amministrazione di appartenenza (l’Assessorato Regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana).

Senonché, a distanza di meno di un anno dall’approvazione e finanziamento del Progetto (come sopra richiamato, addirittura il primo in ordine cronologico ad avere avuto approvazione e disponibilità di fondi), la medesima Amministrazione che ne aveva accettato e consentito l’avvio, giunti (ahimé) i tempi – squisitamente e decisamente politici – delle nuove nomine e delle nuove rotazioni, non si faceva scrupolo alcuno di cancellare il Parco Archeologico istituito tre anni prima, declassando il sito di Halaesa da sede di un Servizio a mera Unità Operativa di un nuovo Servizio (il Museo Cocchiara, ripromosso da Unità Operativa a Servizio), e soprattutto disarticolando la rete virtuosa che tanto pazientemente ero riuscito a creare nel corso dei tre anni.

Non esistendo più la realtà Parco, ma solo un sito archeologico ricondotto in tal modo alla sua specificità disciplinare, veniva a cadere ogni plausibile possibilità di mantenere una rete ecomuseale effettivamente in grado di portare a compimento le ottimistiche (posso ben dirlo, sulla scorta di quanto accaduto) previsioni progettuali.

All’estensore di queste dolenti note toccò la direzione di una nuova struttura, la Biblioteca Regionale Universitaria di Messina, all’interno della quale le istanze “antropologiche” dovettero rinunciare alla possibilità di incidere sul territorio nebroideo e sulla qualità di vita delle sue comunità, e furono costrette a declinarsi attraverso altri percorsi progettuali. Ma questa è un’altra storia….

Ritengo tuttora che la rete ecomuseale che avevo alquanto improvvidamente cercato di creare costituisca un modello e al contempo una straordinaria occasione di animazione territoriale, atteso che una sua sistematica applicazione nei territori caratterizzati dalla compresenza di beni di diversa e stratificata natura gioverebbe a:

a- ricucire lo scollamento tra le comunità locali e i loro patrimoni materiali e immateriali. Tale scollamento ha determinato, com’è ormai stato accertato da numerosi studi, una delle cause e al contempo uno dei segni della mutazione antropologica degli angoli di mondo che hanno registrato nella propria compagine sociale la progressiva disaffezione rispetto ai luoghi;

b- determinare un ritorno, magari lento all’inizio ma credo progressivo, a mestieri scomparsi, saperi artigianali dismessi, capacità fabrili smemorate e cadute in disuso;

c- arrestare i gravi processi di spopolamento dei paesi, soprattutto dei paesi interni, che oggi non riescono più a offrire forme accettabili e continuative di lavoro ai giovani, i quali sono in tal modo privati di qualunque ragione di permanenza nei luoghi natii;

d- in sintesi, ricreare comunità in grado di gestire in proprio, e senza condizionamenti esterni, i beni materiali e immateriali esistenti nel territorio; comunità quindi sempre più libere dalle lusinghe e dai ricatti dei politici di turno.

Chiedo al benevolo lettore di non pensare che attraverso la creazione di reti ecomuseali io abbia inteso porre mano a cielo e terra, fiducioso che tale modello sia di per sé sufficiente a riscattare il nostro Paese dai suoi numerosi mali. Esso però costituisce, a mio parere, il primo passo per ripensare le condizioni dei nostri luoghi e procedere a una sana inversione del rapporto ormai tristemente sbilanciato creatosi in Italia tra i centri e le periferie. Di tale sbilanciamento, che ha indubbiamente condizionato la storia, la vita civile e la stessa qualità di vita di milioni di persone, occorrerà prima o poi farsi carico in qualche maniera. Solo in tal modo, a me pare, potremo essere in grado di «trasformare il protocollo delle nostre paure nella mappa delle nostre speranze» (Luigi M. Lombardi Satriani dixit).

Dialoghi Mediterranei, n. 55, maggio 2022
Riferimenti bibliografici
Hugues De Varine, Le radici del futuro: il patrimonio culturale al servizio dello sviluppo locale, a cura di Daniele Jalla, Bologna, CLUEB, 2005. 
Giuseppe Reina (a cura di), Gli ecomusei: una risorsa per il futuro, Padova, Marsilio, 2014. 
Sergio Todesco, “Ingens Sylva. Rappresentazioni del mondo silvo-pastorale in un museo in progress”, in AA.VV., Incontro Nazionale Ecomusei 2003, Atti del Convegno (Biella, 9-12 ottobre), Regione Piemonte, 2004: 117-120.
Sergio Todesco, Ingens Sylva: oggetti e forme del mondo silvo-pastorale, Mistretta, Assessorato BB.CC.AA. e P.I., 2007: 1-16.
APPENDICE 1
La struttura dell'Ecomuseo

La struttura dell’Ecomuseo

 
ASSESSORATO REGIONALE DEI BENI CULTURALI E DELL’IDENTITA’ SICILIANA
Dipartimento dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana
Servizio Parco Archeologico dei Nebrodi Occidentale
Sito di HalaesaArchonidea- Tusa (Me)
P.O.-F.E.S.R. Sicilia 2007-2013
 ASSE III RISORSE CULTURALI, OBIETTIVO OPERATIVO 3.1.1
LINEA D’INTERVENTO 3.1.1.1. (sub archeologico) D.D.G. n. 993 del 23.06.2011
Progetto esecutivo di
Adeguamento tecnologico, restauro e rifunzionalizzazione dell’area archeologica di “HalesaArconidea”, del Museo regionale “Giacomo Scibona” ed allestimento dell’Ecomuseo dei Nebrodi Occidentali di Castel di Tusa
RELAZIONE GENERALE
Il Parco Archeologico dei Nebrodi Occidentali si estende entro un ambito territoriale che comprende i Comuni di Tusa, Pettineo, Castel di Lucio, Motta d’Affermo, Mistretta, Reitano, Santo Stefano di Camastra, Caronia e Capizzi.
Al suo interno hanno sede, oltre al sito di Halaesa Archonidea, con l’annesso museo (Museo ArcheologicoGiacomo Scibona”) inserito nel suggestivo contesto architettonico costituito da una masseria ottocentesca e dalla cinquecentesca Chiesa di Santa Maria delle Palate, riedificata su un precedente impianto di epoca normanna, anche altre pregnanti realtà quali il complesso architettonico denominato Badìa (o Batìa) a Tusa, il sito archeologico dell’antica Kale Akté (Caronia), nonché realtà culturali di natura diversa quali ad esempio il Castello di Castel di Lucio, il Museo Regionale delle Tradizioni Silvo-pastoraliGiuseppe Cocchiara” di Mistretta, l’articolato percorso territoriale della Fiumara d’Arte (comuni di Tusa, Castel di Lucio, Mistretta, Reitano, Motta d’Affermo), la Masseria fortificata di Migaido, gli “stazzi” della ceramica e l’impianto urbanistico di S. Stefano Camastra, il Santuario del Letto Santo, i Boschi di Caronia e Capizzi etc., realtà tutte che bene si prestano ad entrare in un circuito integrato di valorizzazione e fruizione territoriale.
Tali beni, e tutti gli altri qui non richiamati che si evidenziano per la loro caratteristica di essere, a vario titolo, “emergenze identitarie”, mostrano nel loro insieme una fitta rete di rapporti che giustificano e suggeriscono la loro “messa a sistema” costituita appunto dal comune inserimento in un unico Parco Archeologico ove di fatto essi interloquiscono con l’intero territorio, contribuendo in tal modo alla creazione di una rete interdisciplinare che comprenda realtà stratificate, che vanno  dall’antichità classica alle culture pastorali, dall’artigianato tradizionale all’arte contemporanea, dai patrimoni artistici, architettonici e naturalistici alle eredità immateriali, e stimolando, si crede, quel processo di trasformazione dei Parchi Archeologici in Parchi Culturali, di fatto interdisciplinari, che sta nella ratio delle leggi istitutive (Codice dei beni culturali e del paesaggio in testa).
Alla base della “filosofia” del Parco sta dunque la consapevolezza della caratteristica di palinsesto che il territorio siciliano in grado eminente possiede, la capacità cioè (mai finora abbastanza valorizzata) di esibire – stratificate appunto come le scritture in un palinsesto – tutte le forme di cultura elaborate e trasmesse dai popoli che hanno (venendone da essa conquistati) conquistato la nostra Isola, nel convincimento che in tale stratificato reticolo di assonanze territoriali e culturali risieda il vero senso della nostra identità, molteplice, contaminata e variegata quante altre mai ma, proprio per ciò, in grado di dischiudere attraverso la sapiente collocazione delle sparse tessere di cui si compone, lo straordinario mosaico di cui non esiste al mondo l’eguale. Tale prospettiva si inserisce in una più ambiziosa visione di “museologia del territorio” che si propone di dare all’intero territorio dei Nebrodi Occidentali la configurazione dell’ecomuseo. La valorizzazione dei patrimoni culturali viene così perseguita attraverso il passaggio dal “museo collezione” al “museo narrazione”, ossia da una realtà che privilegia il valore materiale e patrimoniale degli oggetti e dei beni culturali – quasi sempre assunti nella loro singolarità e unicità di massi erratici, come tali frutto di selezioni elitarie – ad una realtà che conferisce valore a materiali, reperti, strutture, configurazioni del territorio che possono essere di per sé poveri e di scarso valore ma densi di significato per la capacità da essi posseduta di raccontare la storia, o meglio le storie, del territorio stesso e delle comunità che all’interno di esso hanno consumato le loro giornate storiche.
Il sito di Halaesa Archonidea e il Museo Regionale “Giacomo Scibona”, a questo studioso intitolato il 22.06.2011, costituiscono una delle più pregnanti realtà archeologiche del Parco e dell’intero Valdemone. Basti considerare che l’Agorà di Halaesa è ritenuta essere una delle più interessanti della Sicilia ellenistico-romana.
La realtà del sito di Halaesa, con l’annesso Museo, è stata oltremodo apprezzata tanto da parte degli Enti Locali (il Comune di Tusa che tra l’altro partecipa attivamente alla gestione della Badìa di Tusa, i comuni viciniori, l’Ente Parco dei Nebrodi che ha promosso e curato un P.I.T.) quanto da parte delle comunità locali, delle Associazioni, dei singoli studiosi, delle Agenzie Educative (Scuole di ogni ordine e grado; Università degli Studi di Palermo e di Messina i cui esperti hanno per lunghi anni lavorato sull’area, etc.).
Il sito, insomma, si è affermato negli ultimi anni come pregnante volano per una seria e corretta dinamica di turismo culturale, avendo contribuito ad un visibile incremento dei flussi turistici nell’intero comprensorio dei Nebrodi Occidentali. In considerazione di ciò, il sito è stato riconosciuto come sede naturale della Direzione del “Parco Archeologico dei Nebrodi Occidentali” recentemente istituito.
Il potenziamento del sito, già avviato con i progetti europei conclusi nel 2009, ha avuto una ricaduta positiva anche in altri settori funzionali della realtà socio economico della zona. L’incremento dei visitatori, che ha registrato il picco maggiore con l’apertura del museo, si è riflessa nella maggiore presenza turistica presso gli alberghi e le strutture varie di accoglienza, e negli esercizi di ristorazione. 
PROGETTO
Il progetto PO-FESR 2007-2013 ammesso a finanziamento, che qui si presenta, porterà ulteriormente avanti questi programmi puntando sul coinvolgimento delle realtà socio-economiche, produttive, imprenditoriali presenti nel territorio soprattutto per garantire un più funzionale collegamento tra la rete di servizi già esistente e il sito archeologico.
Il progetto concernente il territorio di Tusa è finalizzato a migliorare la fruizione del parco, tanto attraverso l’adeguamento tecnologico, il restauro e la rifunzionalizzazione del complesso edilizio – e delle aree ad esso funzionali – del sito archeologico di “Halaesa Archonidea”, oggi sede del Parco archeologico dei Nebrodi Occidentali, e l’ampliamento del museo “Giacomo Scibona”, quanto con l’allestimento dell’Ecomuseo dei Nebrodi Occidentali di Castel di Tusa.
Il progetto complessivo prevede:
a- L’ampliamento degli spazi espositivi con il recupero e il restauro degli edifici contigui (compresa l’attivazione del nuovo spazio biglietteria), nonché l’apertura di un Lapidarium come ulteriore spazio espositivo del Museo “Giacomo Scibona” (come è noto Halaesa è tra i siti della Sicilia quello che ha restituito il maggior numero di epigrafi, sia in lingua greca che latina. Un patrimonio di eccezionale valore storico, solo in piccola parte fruibile nell’esposizione realizzata all’interno del Museo annesso al sito), l’adeguamento tecnologico e impiantistico dell’intero complesso edilizio, la rifunzionalizzazione e il recupero degli spazi esterni (strada di accesso, percorsi ecc.).
Il progetto proposto, prevedendo il completamento della struttura e la messa a disposizione dell’utenza di reperti che fin qui, per mancanza di spazi espositivi, sono stati sottratti alla conoscenza e alla fruizione, contribuirà a determinare un sostanziale incremento delle presenze, nazionali e straniere, nell’areale preso in esame, rafforzando la propria caratteristica di contenitore culturale di riferimento nella rete museale del Valdemone.
b- l’allestimento dell’Ecomuseo di Castel di Tusa, nell’ottica della realizzazione di un “Museo diffuso” nel territorio del parco, articolato in piccoli nuclei (cellule museali, realtà d’interesse archeologico, etnoantropologico, storico-artistico, architettonico, naturalistico e paesaggistico) all’interno dei quali si prevede una presentazione tematica dell’articolata rete dei patrimoni culturali esistenti nell’intero comprensorio, nell’ottica multidisciplinare del Parco Culturale. Il progetto prevede la realizzazione di adeguati sistemi e impianti di illuminazione e di sicurezza, l’allestimento con specifici supporti, inclusa la realizzazione di un adeguato apparato didattico e multimediale.
L’adeguamento tecnologico e la rifunzionalizzazione del sito, in un’ottica di proposta fruitiva diversificata e destagionalizzata, è strettamente connessa all’implementazione degli spazi espositivi nonché alla creazione di tutti i servizi al pubblico fin qui non attivati per carenze logistiche. Tale disponibilità di spazi aggiuntivi potrà essere assicurata con l’apertura e l’allestimento del nuovo spazio espositivo, a poca distanza da Halaesa e in prossimità di scavi condotti in passato, in un contenitore realizzato appunto con tali finalità con un intervento precedente (P.I.T. Nebrodi, rientrante nei P.O.R. 2000-2006).
Il progetto risulta pienamente integrato con i precedenti interventi europei (Por 2000-2006 e PIT 33) e contribuirà a migliorare l’offerta turistica di questa zona dei Nebrodi, valorizzando l’eccezionale patrimonio archeologico di uno dei siti storicamente più importanti del Valdemone.
Diversamente dai precedenti interventi, che hanno avuto come obiettivo soprattutto lo scavo, il progetto sarà finalizzato alla conservazione mediante restauro delle zone monumentali e soprattutto alla fruizione, con la realizzazione di tutte le infrastrutture necessarie sia a livello di percorsi di visita (passerelle, illuminazione) che di conoscenza (apparati didattici multimediali e nuovi spazi espositivi), tenendo altresì presenti le necessità dei fruitori del sito diversamente abili. Parimenti, è prevista l’installazione di pannelli fotovoltaici nell’edificio destinato a spazio di accoglienza visitatori, biglietteria e servizi aggiuntivi. 
ALLESTIMENTO DELL’ECOMUSEO
DEI NEBRODI OCCIDENTALI (E.N.O.)
Castel di Tusa, Tusa (Me)
La rete ecomuseale dei Nebrodi Occidentali, in base a quanto espresso in premessa, costituisce il naturale esito istituzionale del Parco Archeologico dei Nebrodi Occidentali. L’areale sul quale quest’ultimo insiste possiede infatti tutte le caratteristiche necessarie perché in esso si attivi tale rete:
1) si tratta di un territorio omogeneo sotto il profilo storico-culturale;
2) può disporre di una sede centrale – un centro di servizi al visitatore, luogo di esibizione di exempla dei patrimoni esistenti nel territorio e al contempo struttura adibita alla presentazione multimediale delle trame spazio-temporali e delle dinamiche socio-culturali sottese al territorio stesso;
3) è oltremodo ricco di siti distribuiti nel territorio, tanto di natura conservativa (spazi espositivi di determinate realtà e/o tipologie di manufatti etc.) quanto di natura esibitoria (laboratori viventi della concreta vita locale e delle attività di ordine lavorativo, produttivo, artigianale, cerimoniale, rituale, enogastronomico, immateriale nelle quali le comunità locali sono state / sono storicamente coinvolte).
L’insieme della Sede e dei Siti costituisce la rete ecomuseale.
L’Ecomuseo dei Nebrodi Occidentali di Castel di Tusa intende costituire una porta d’accesso alle realtà del Parco. Ubicata lungo la SS. 113, dirimpetto la stazione ferroviaria, tale struttura vuole essere per un verso un articolato visitors’ centre in grado di presentare ai suoi fruitori i patrimoni di varia natura e tipologia che caratterizzano il Parco e la serie di itinerari culturali che come un reticolo ne attraversano il territorio; per altro verso – e in maniera più ambiziosa – un luogo al cui interno il visitatore sia messo in grado di vivere significative esperienze sensoriali che valgano a stimolare in lui il desiderio di addentrarsi nel territorio del Parco in modo meno superficiale e più partecipato (da viaggiatore più che da turista) compulsandone le trame che nel corso della storia sono venute definendone l’identità. La struttura ambisce pertanto porsi come punto nodale di un sistema culturale territoriale che, una volta pervenuto a regime, costituirà una rete. Da qui la vocazione ecomuseale del progetto, che prevede appunto la messa a sistema di un articolato insieme di luoghi al cui interno ancora si giocano le realtà e le dinamiche culturali che negli spazi espositivi del Museo sono solo rappresentate.
Al fine di esplicitare le coordinate teoriche e metodologiche che stanno alla base del progetto, si premette quanto segue.
Un tempo, quando i beni culturali venivano chiamati “patrimonio storico-artistico”, gli oggetti e i contesti cui si attribuiva valore “culturale” si stagliavano come stelle fisse in un firmamento privo di chiarore diffuso; essi venivano apprezzati per il loro essere emergenze, piuttosto che considerati parte di un più ampio universo di segni entro cui ogni elemento racchiudesse senso e valore.
Il pregiudizio consistente nel privilegiare sempre e comunque l’individualità sbarrava la strada a una valutazione globale dei contesti; si ammiravano determinati alberi, e non ci si accorgeva che essi facevano parte di una foresta lussureggiante (A. Buttitta).
A seguito di un mutamento di prospettive avvenuto nella seconda metà del XX secolo (ma già anticipato in campo storiografico dall’esperienza francese delle Annales), che ha comportato il riconoscimento dei limiti presenti in tale concezione elitaria dei patrimoni, il bene culturale è stato individuato attraverso nuove coordinate: si è giunti cioè a riconoscere che esso fa parte di un contesto territoriale che lo esprime e non può essere né compreso né valorizzato appieno fuori da tale contesto.
Tale consapevolezza segna, benché in modo discontinuo, il nostro presente, in un momento storico in cui si avverte in tutta Europa l’esigenza di ancorare gran parte dell’economia e delle dinamiche culturali a processi di valorizzazione delle “piccole patrie” o comunque di elementi pregnanti dell’identità locale.
Il termine di “patrimoni” culturali, affermatosi da qualche anno e mutuato dal corrispondente termine inglese (heritage, eredità) ha insito in sé non tanto il significato di “bene raro e di pregio” quanto quello di “bene avente carattere identitario in grado di veicolare valori e memoria” come appunto i patrimoni familiari trasmessi in eredità. I beni culturali, quali essi sembrano configurarsi nella nostra modernità, sono dunque più delle risorse d’identità che dei beni di particolare unicità, rarità e pregio.
Se si esamina una determinata porzione di territorio per ricavarne elementi di conoscenza nella prospettiva qui delineata, si possono individuare cinque snodi pregnanti capaci di connotarla in modo antropologicamente significativo:
1- i segni dell’antico: beni archeologici, storici, artistici, architettonici etc. degli ultimi quindicimila anni di storia
2- i segni dell’antropizzazione che si articolano in plasmazione territoriale in senso stretto (sistema viario, organizzazione delle colture, terrazzamenti e muri a secco etc.), organizzazione delle attività e dei cicli produttivi (mulini, frantoi, palmenti, fornaci, tonnare etc.), storia sociale (luoghi della storia minore) e domesticazione sacrale del paesaggio (edicole votive, calvari, viae crucis etc.);
3- le comunità di paese e la loro varia fenomenologia, tra cui la ritualità (feste, processioni, pellegrinaggi etc.), le memorie orali (fabulazioni, storie di vita, patrimonio immateriale in genere), i saperi tradizionali (abilità e tecniche lavorative, pratiche artigianali, tecniche del corpo etc., e loro modalità di trasmissione);
4- i musei, luoghi di raccolta di sistemi complessi di oggetti che, nel loro insieme e nelle loro interrelazioni, strutturano una cultura (esemplari unici specimina della cultura di una determinata fascia sociale, di uno stile etnico, di un tratto culturale; serie di oggetti che contengano e rappresentino varianti significative; insiemi completi organizzati in unità coerenti; collezioni già costituite secondo il gusto e i criteri della cultura che le ha formate);
5- gli individui, nel duplice aspetto di portatori significativi di una cultura e di sguardi privilegiati attraverso i quali (attraverso il cui filtro) una determinata cultura si è rappresentata (patrimonio orale non formalizzato, memorialistica, diari, fotografie, ex voto etc.).
Questi aspetti della configurazione storica e tradizionale del territorio sono stati di fatto rimossi nel corso del lungo processo che ha prodotto quello che oggi definiamo “modernità”, ossia l’insieme di città, tecnologie e linguaggi settoriali, organizzazione del tempo libero, culture specialistiche e corporative, società dell’immagine e dei consumi etc.
L’esito operativo del progetto che qui si presenta, alla luce delle considerazioni svolte, sarà pertanto quello di promuovere presso tutte le realtà sociali esistenti nel territorio del Parco una capillare “messa a sistema” volta alla riscoperta dei caratteri peculiari dell’identità propria di tale territorio, al fine di pervenire alla compilazione di un “Atlante delle identità locali” da proporre all’utenza come idonea guida in grado di aiutare questo angolo di Sicilia nelle sfide cruciali che il futuro gli riserva: andare incontro alla modernità e alla globalizzazione senza perdere le coordinate essenziali della propria identità storica e culturale.
Si citano, a titolo esemplificativo e non esaustivo, le realtà che  saranno messe in rete: musei, siti archeologici e antiquaria, complessi monumentali, opere d’arte, biblioteche e archivi, luoghi ameni, fondi fotografici, feste ed eventi tradizionali, mestieri oikotipici, associazioni culturali, strutture e spazi di accoglienza, spettacoli ed eventi teatrali, collezioni, riserve naturali, fiumi laghi e cascate, architetture tradizionali, borghi rurali, opifici e strutture produttive, archeologia industriale, cinematografi, tesori umani viventi.
L’adeguamento tecnologico, il restauro e la rifunzionalizzazione del sito di Halaesa avranno pertanto come loro conseguente proiezione territoriale l’attivazione di tale nuovo spazio espositivo attraverso il quale sarà messo a disposizione dell’utenza un visitors’ centre relativo a tutte le realtà culturali presenti nell’entroterra che determinerà un salto di qualità tanto sotto il profilo del miglioramento dell’offerta culturale quanto sotto il profilo dell’innovazione tecnologica.
Con l’apertura del previsto Ecomuseo si produrrà infatti un indubbio incremento nell’attrattiva delle aree interne, atteso che detto spazio offrirà un panorama multimediale di tutta la stratificata realtà culturale dell’intero territorio del Parco.
Ai fini del risparmio energetico è prevista l’istallazione di un impianto fotovoltaico a pannelli solari sul tetto a terrazzo dell’edificio.
Per quanto concerne il progetto di allestimento del museo interdisciplinare, si prevede l’esposizione di un numero esiguo di reperti, compensata da un intenso utilizzo di materiali e tecnologie multimediali.
A corredo dei materiali audiovideo saranno infatti predisposti pannelli didattici mobili, schede tecniche delle singole categorie di patrimoni nonché qualche modello in scala di realtà territoriali pregnanti, quali ad es. tipologie di architetture tradizionali colte nella loro duplice valenza di spazi abitativi e produttivi. L’intero percorso sarà infine organizzato attraverso postazioni multimediali che per un verso rendano possibile al visitatore interessato una più ampia fruizione del territorio nelle sue declinazioni diacroniche attraverso un software dedicato che permetta di navigare lungo le trame del museo, per altro verso dischiudano un rapporto interattivo tra la realtà museale e i suoi utenti attraverso un percorso fluido e “aperto”.
In tema di allestimento, la soluzione (cauta e sempre in progress, emersa da una costante riflessione sullo statuto epistemologico delle realtà connesse a una percezione “tradizionale” del territorio) è consistita nel tentativo di far coesistere e interagire un criterio strutturale, affidato sostanzialmente alla pluralità dei codici comunicativi, e un non meno congruo criterio “estetico” e “scenografico” attento a fornire al visitatore elementi di conoscenza non disgiunti da stimoli alla meraviglia. Così, non si è mai inteso proporre il messaggio scientifico disarticolato da un correlato messaggio estetico, non ritenendo che la critica, sacrosanta, dell’estetismo dei musei tradizionali dovesse necessariamente comportare una liquidazione impietosa della dimensione estetica, oltre che funzionale, e finanche ludica di tali strutture.
Secondo tale prospettiva, è apparso pertanto opportuno:
1- organizzare il museo secondo unità scenografiche (quattro percorsi per un’identità);
2- sbarazzarsi concettualmente dei reperti, esponendone una limitatissima campionatura esemplare, a vantaggio di un nutrito apparato metalinguistico basato sui più aggiornati strumenti della multimedialità;
3- adottare nell’allestimento strategie fuori scala, attraverso l’uso di gigantografie e modellini;
4- predisporre (nei softwares compulsabili attraverso le postazioni) un articolato percorso metalinguistico, in maniera da poter, all’occorrenza e secondo una libera scelta del visitatore, accompagnare la fruizione delle esposizioni dispiegando percorsi di conoscenza non sempre evidenti alla mera fruizione visiva dei reperti.
I criteri di allestimento hanno così previsto l’impiego di supporti espositivi da distribuire in modo fluido, elastico, reversibile, periodicamente ri-articolabile lungo il percorso museale.
Detto ciò, si è ritenuto al contempo che, proprio per la sua tendenziale vocazione territoriale, l’allestimento non potesse non essere anche, in qualche modo, immaginifico, stimolatore di emozioni e suggestioni sensoriali.
A ciò si è cercato di provvedere tanto attraverso i dispositivi costituiti dalla sala multimediale e dalla saletta di proiezione (che somministrerà a ciclo continuo filmati di presentazione del Parco, avendo riguardo alle stratificazioni storico-culturali in esso determinatesi), quanto attraverso la sala interattiva-immersiva, nella quale il visitatore sarà incoraggiato a “mettersi in gioco” attraverso un intenso coinvolgimento corporeo e sensoriale. 
DISTRIBUZIONE DEGLI SPAZI
Al p.t. del fabbricato, a una elevazione, saranno così ubicati:
1- uno spazio di accoglienza, consistente in un bancone che funge da reception e da biglietteria (con bookshop etc.);
2- una presentazione della struttura museale, consistente in un grande pannello posto nella parete frontale all’ingresso, illustrante tutte le emergenze culturali nell’areale del Parco attraverso l’articolato percorso interdisciplinare proposto al primo piano e suddiviso secondo tre distinte mappe ecomuseali:
-        Tusa-Motta d’Affermo – Pettineo – Castel di Lucio;
-        Santo Stefano C.- Reitano – Mistretta;
-        Caronia – Capizzi.
3- entrando a sx uno spazio adibito alla presentazione multimediale del territorio del Parco (megaschermo interattivo con carta del territorio e software di navigazione tipo Google Earth);
4- un ambiente adibito a ufficio;
5- un ambiente tecnico (quadro ascensore etc.);
6- servizi igienici e toilettes;
7- una Sala Multimediale (10 postazioni), fornita dal Consorzio Valle dell’Haleso (Progetto P.O.-F.E.S.R. 2007-2013., misura 3.1.3.3);
8- una Sala Interattiva-Immersiva, fornita dal Consorzio Valle dell’Haleso (Progetto P.O.-F.E.S.R. 2007-2013, misura 3.1.3.3);
9- lungo le pareti libere sono previsti pannelli didattici e illustrativi del Parco.
Al primo piano si accede tramite l’ascensore o per mezzo di una scala, lungo la quale saranno collocati pannelli fotografici su realtà esemplari del Parco. É altresì presente una seconda scala, all’esterno dell’edificio aderente alla parete ovest, di collegamento con il livello superiore, munita di porta antipanico.
Saranno ubicati al primo piano:
1- una postazione per il personale di custodia;
2- una saletta di proiezione, nella quale saranno proposti video a ciclo continuo sulle realtà del Parco;
3- gli spazi espositivi veri e proprî, consistenti nelle seguenti sezioni: 
Quattro percorsi per un’identità
a- Territorio e paesaggio
monitor con touch screen e software dedicato 
-        carte tematiche
-        pannelli con testi e foto
-        vetrina contenente reperti di scavo da Motta d’Affermo (c. da Sorba)
-        statua marmorea di figura femminile panneggiata di età imperiale, proveniente da Caronia
b- Archeologia
monitor con touch screen e software dedicato
-        elmo in bronzo proveniente da San Marco d’Alunzio
-        lacerto di mosaico proveniente da c. da Lancinè (Tusa), su supporto a parete
c- Arte e architettura
monitor con touch screen e software dedicato
-        carte tematiche
-        pannello con un brano di pavimento in ceramica proveniente dalla chiesa del San Salvatore di Santo Stefano di Camastra
-        vaso augurale a otto anse di epoca quattro-cinquecentesca proveniente da ex Feudo Filangeri (Tusa)
-        pannelli con testi e foto
d- Antropologie
monitor con touch screen e software dedicato
-  cultura agro-pastorale (modelli in scala masseria di Migaido, casottu di Castel di Lucio)
-  oggetti esemplari del mondo contadino:
-  grande crivu sospeso (area nebroidea)
-  mulinello a mano settecentesco in pietra (Mistretta) etc.
-  (nel software) feste dei paesi del Parco (ca.1000 immagini)
-  (nel software) beni immateriali e patrimonio orale (fonti orali disponibili e da raccogliere, Mistretta, Tusa, Castel di Lucio)
-  (nel software) documenti fotografici (immagini tratte dal fondo fotografico Angelino Patti)
Nello spazio esterno limitrofo al Museo si prevede l’installazione en plein air di: 
1- un’opera di “Fiumara d’Arte”;
2- una scultura (copia statua Cerere) proveniente da Halaesa Archonidea;
3- un pagghiaru pastorale (ricostruito, su manufatto esistente a Capizzi).
Tali installazioni, di grande impatto visivo, testimonieranno nella loro variegata diversità delle stratificazioni riscontrabili nel palinsesto territoriale di Alesa documentando esemplarmente produzioni culturali rispettivamente riconducibili alla storia antica, alla cultura pastorale, all’arte contemporanea; realtà tutte che hanno segnato – ciascuna con modalità e “poetiche” proprie – il territorio contribuendo a declinarne l’identità.
L’Ecomuseo nasce così come esito di una progettualità scaturente da una percezione del paesaggio quale realtà antropizzata, e in quanto tale archivio di culture susseguitesi storicamente, nell’ottica di una continua attività pedagogica basata sulla sua sempre maggiore conoscenza, volta a leggere e comprenderne segni, lessico, morfologia, sintassi, per riscoprire infine una grammatica dei luoghi che ci consenta di tornare a ri-sillabarne la trama identitaria.
 APPENDICE 2
La proposta ecomuseale nel territorio del Parco Archeologico dei Nebrodi come fattore di sviluppo socio-economico
0. La fruizione dei beni di cultura tradizionale nella prospettiva di una moderna concezione del turismo culturale trae la propria ragion d’essere dalla nuova sensibilità che le moderne scienze dell’uomo hanno definitivamente imposto in tema di dinamiche interculturali, nella particolare prospettiva dell’incontro tra culture diverse.
1. Il progetto di proporre all’utenza itinerari e beni “minori” e poco toccati dai tradizionali circuiti appare pertanto congruo anche sotto il profilo di una nuova e più meditata strategia di turismo culturale in linea con i parametri europei e con la giusta esigenza di contemperare le istanze connesse ad uno sviluppo economico sostenibile e quelle relative a una rigorosa valorizzazione dei beni culturali che in qualche modo si siano storicamente configurati come segni dell’identità civica, attuata senza discapito della dignità di tali beni.
La nuova attenzione nei riguardi del territorio trae origine dalla nuova consapevolezza che lo spazio conoscibile sia unicamente quello già filtrato attraverso una plasmazione culturale. Solo in tal caso la natura si presenta “carica di storia umana”; essa subisce così una trasfigurazione a opera dell’uomo, che su essa esercita una costante azione di conferimento di senso.
Una concezione del territorio come ente non meramente fisico è dunque quella di spazio differenziato, di contenitore di memoria in cui si depositano e si stratificano in maniera pregnante gli esiti delle strategie poste in essere dall’uomo per sopravvivere a se stesso, come specie produttrice di storia. Naturalmente tali strategie si sostanziano della  pluralità di segni che gli uomini hanno impresso con le proprie culture sul territorio, ed è proprio la conoscenza e la fruizione non epidermica di tali segni che costituisce la più intima ragione del viaggiare e dell’attività turistica, laddove il turismo non sia svilito al rango di un vuoto usa e getta in cui sostanzialmente il visitatore si rifiuti di aprirsi alla diversità degli altri e preferisca continuare a specchiarsi nei propri modelli culturali o tutt’al più fagocitare in modo veloce e distratto, con meri atteggiamenti di pirateria turistica, i beni culturali, i modi di vita e la cultura degli altri.
Il viaggiatore contemporaneo consapevole di tutte le potenzialità presenti nella fruizione turistica aspira viceversa a ricevere informazioni che gli permettano di sintonizzarsi con tali coordinate di ordine storico, antropologico, esistenziale, e cerca di lasciare aperti davanti a sé il fascino e le incognite di un incontro non banale tra forme di umanità, di strategie e di beni culturali differenti.
2. La proposta contenuta nel Progetto acquista ulteriore titolo di validità da un’analisi dei benefici che l’attivazione della rete ecomuseale apporterà all’intero territorio del Parco. Il turismo oggi rappresenta un settore fondamentale per l’economia mondiale. Esso sposta ingenti somme di denaro da un Paese all’altro, muove milioni di persone ogni anno, può provocare effetti positivi non indifferenti nelle località che tocca e permette l’incontro tra culture diverse. L’importanza attribuita a tale settore è destinata a crescere grazie al cambiamento intervenuto negli ultimi decenni nei bisogni avvertiti dalle persone. Tra i nuovi bisogni, infatti, il “bisogno turistico” è diventato sempre più preponderante, in parte a motivo del benessere economico raggiunto da un sempre maggior numero di persone, che così destinano una parte non trascurabile del proprio tempo libero e delle proprie risorse in attività di viaggio, considerate di particolare pregnanza anche sotto il profilo dello status symbol, in parte perché a seguito dei noti processi di globalizzazione un numero sempre maggiore di persone, non necessariamente motivate da interesse scientifici, avvertono l’esigenza di confrontare la propria cultura con sistemi culturali diversi dal proprio. In forza del conseguente impatto socio-culturale e psicologico, data l’importanza che assumono in tale contesto la storia e le tradizioni di una determinata comunità, il turismo contribuisce a creare diverse occasioni di condivisione di esperienza e conoscenza non solo tra la cultura del luogo e quella dei visitatori, ma anche all’interno della stessa comunità locale, accrescendone il senso di coesione, rafforzando quello di appartenenza a un tessuto sociale comune e di una partecipe identità culturale. Più, infatti, una comunità è coinvolta direttamente nel processo turistico, più essa vede tale fenomeno come un’occasione per celebrare i valori fondanti del proprio essere comunità.
A livello politico, infine, i vantaggi creati dal settore prevedono una maggiore visibilità e apprezzamento dell’area da parte degli interlocutori esterni, quindi l’attrazione e la promozione di nuovi investimenti, maggiore coordinamento e collaborazione tra gli attori locali, sempre più spesso impegnati in progetti comuni, una maggiore partecipazione alla definizione delle politiche inerenti al turismo, nonché una maggiore capacità di risoluzione dei conflitti e delle controversie istituzionali.
Molte volte si definisce il turismo come un’industria. In realtà, non si tratta di una fabbrica che produce un bene, bensì di un settore molto articolato e complesso che crea servizi. Oggi non basta offrire un alloggio per fare turismo, né tanto meno contare sulla bellezza delle coste, dei paesaggi o delle opere d’arte. Affinché si riesca a soddisfare il nuovo bisogno turistico, occorre che tutti gli attori operanti in tale settore collaborino tra di loro al fine di realizzare un’offerta turistica la più ricca e variegata possibile. Il prodotto da destinare al turista è, dunque, il risultato di più attività diversificate, svolte da operatori tanto pubblici quanto privati.
Il primo e fondamentale richiamo per il potenziale visitatore è costituito dalle bellezze naturali, storiche, architettoniche, archeologiche, etnografiche e artistiche proprie di un luogo. Tuttavia, esistono altri elementi, all’apparenza meno evidenti, che spesso giocano un ruolo fondamentale nella fruizione di tali attrattive. Si tratta degli aspetti connessi all’organizzazione, i quali possono agevolare o ostacolare l’utilizzazione dei beni turistici.
Ogni visita turistica richiede infatti una combinazione di fattori che possono comprendere le attrazioni, i trasporti, le facilities, le infrastrutture e il senso di ospitalità. Spesso questi fattori sono gestiti da diversi attori e la mancata collaborazione e coordinazione tra essi può causare l’insoddisfazione dei turisti.
3. La proposta ecomuseale, investendo sulla creazione di “reti” territoriali si fonda su un “turismo relazionale” che al tradizionale rapporto tra domanda e offerta turistica, ovvero tra chi propone servizi e chi ne usufruisce, sostituisce – integrandolo come valore aggiunto – il rapporto tra i diversi attori facenti parte dell’offerta turistica (enti locali, pro-loco, associazioni, organizzazioni di categoria e di settore, operatori turistici a vario titolo, singoli privati etc.). Tali “attori” sono solo una parte di quelli direttamente coinvolti dal settore dell’offerta turistica. Oltre a questi, infatti, ve ne sono molti altri, che svolgono mestieri non direttamente correlati al turismo, ma che grazie ad esso vedono incrementare la propria attività. Si menzionano, ad esempio, i ristoranti, le pizzerie, le trattorie, le tavole calde e le pasticcerie che spesso propongono beni alimentari tipici del territorio per soddisfare la curiosità gastronomica dei forestieri. Si aggiungano a questo elenco anche i negozi di prodotti tipici pronti a offrire degustazioni gratuite, o ancora, le botteghe artigianali i cui prodotti, ammirati durante la loro lavorazione, possono essere acquistati come souvenirs.
Il territorio siciliano, ancorché occupante una posizione privilegiata all’interno della “classifica del turismo”, è chiamato oggi ad affrontare una sfida decisiva per mantenere e rafforzare tale posizione, poiché la concorrenza con le nuove destinazioni affacciatesi più o meno recentemente sullo scenario mondiale non si basa più sulle mere attrattive naturali e culturali, evidenziando una prassi sempre più spietata sotto il profilo delle proposte “consumistiche”.
La stagionalità rappresenta il problema comune a quasi tutte le destinazioni turistiche che vedono concentrarsi l’afflusso di visitatori principalmente in alcuni periodi dell’anno, solitamente da maggio a ottobre, con picchi in luglio e agosto. La stagionalità, inoltre, danneggia gravemente il mercato del lavoro, in quanto gran parte di coloro che operano nel settore turistico si trova disoccupata nei mesi di cosiddetta “bassa stagione”.
Il problema della stagionalità colpisce in modo particolare le destinazioni balneari a causa di evidenti motivi climatici. Da questo punto di vista si potrebbe pensare che la Sicilia non risenta di tale difficoltà dato che in essa sono presenti numerose città d’arte che possono essere visitate sia in estate che in inverno, grazie anche al clima mite di cui gode la regione durante tutto l’anno. La situazione è tuttavia ben diversa e il problema sussiste, per ragioni molteplici.
Il city break (breve stacco dalle attività ordinarie o vacanza mordi-e-fuggi), pur sperimentato nell’offerta turistica degli ultimi anni, suscita alcuni dubbi in chi considera il turismo un’occasione di conoscenza e di contatto tra culture e comunità diverse. Secondo questo punto di vista infatti pochi giorni non sono sufficienti a promuovere la cultura di una comunità e le sue manifestazioni concrete, ma costituirebbero soltanto una mera occasione di guadagno.
La rapida diffusione conosciuta dai B&B è dovuta sicuramente al fatto che molti privati hanno approfittato dei contributi erogati negli ultimi anni da parte della Regione siciliana per ristrutturare vecchie case da adibire ad alloggi turistici e avviare in tal modo un’attività in proprio. L’attività dei B&B, infatti, secondo la l. r. 23 dicembre 2000, n. 32, deve essere esercitata da soggetti che utilizzano per questo fine parte della loro abitazione (massimo cinque camere, per un totale di venti posti letto), limitandosi ad offrire alloggio e prima colazione ai propri ospiti. Le spese di gestione, più limitate rispetto a quelle che si dovrebbero affrontare per mantenere un hotel, e la possibilità di avere dei guadagni notevoli sono i motivi che hanno spinto molta gente ad aprire le proprie case ad ospiti esterni.
L’offerta agrituristica – per certi versi parallela a quella dei B&B – è rivolta a chi intenda trascorrere un soggiorno in campagna, a contatto con la natura e con la gente del luogo. Lo scopo principale che ha spinto la nascita di tale attività è da un lato quello di evitare lo spopolamento delle campagne, offrendo agli imprenditori agricoli la possibilità di arrotondare il reddito proveniente dal proprio lavoro attraverso un’attività secondaria compatibile, dall’altro la salvaguardia delle tradizioni agricolo-rurali, molto importanti per l’identità culturale di qualunque sito. Va però precisato che l’attività ricettiva occupa un ruolo secondario in agriturismo, rimanendo comunque l’agricoltura o l’allevamento le attività principali.
Nella prospettiva ecomuseale qui avanzata, le dimensioni limitate degli esercizi ricettivi siciliani, che costituiscono un problema per lo sviluppo turistico, dal punto di vista di uno sviluppo sostenibile del turismo rappresentano viceversa un vantaggio. Non bisogna infatti dimenticare che le strutture di maggiori dimensioni sono spesso avulse dalla realtà in cui sono inserite e tendono, nella maggior parte dei casi, ad allontanare il turista dal luogo in cui si trova e dalla cultura che lo circonda, facendogli vivere un’esperienza patinata ed artificiale, di solito omogenea a quella proposta in strutture simili.
Per diffondere in Sicilia una logica improntata al turismo relazionale e sostenibile, antitetica a quella spesso venale e utilitaristica dei tour operator, occorre al contrario puntare soprattutto sugli agriturismi, sui B&B e sulle altre strutture ricettive più discrete ma ad alto impatto relazionale. Soltanto in tal modo potrà diminuire nella nostra isola il peso del turismo di massa (che finora rappresenta la fonte principale di movimento turistico), a favore di un turismo che veda la partecipazione di attori locali, che sia più rispettoso dell’ambiente, del patrimonio storico territoriale e della cultura del luogo.
Il progetto ecomuseale quindi, oltre a creare servizi per soddisfare un bisogno di fruizione culturale sempre più diffuso, intende intrecciare una serie di rapporti allo scopo di fornire un’offerta turistica qualitativamente valida, unica e peculiare del luogo. Una forma di turismo relazionale, che prevede appunto la cooperazione e l’interazione di tutti gli attori coinvolti, ai fini del raggiungimento di uno scopo comune. Secondo tale prospettiva l’individualismo che ha finora contraddistinto il turismo in Sicilia è un disvalore.
Alla “ideologia” del turismo relazionale la proposta ecomuseale fornisce ulteriori forme di arricchimento, nel senso che essa rivolge particolare attenzione alle relazioni tra domanda e offerta turistica, ovvero tra “ospiti” (sempre più invitati a trasformarsi da turisti in viaggiatori) e residenti. Le nuove esigenze avvertite dalla società danno molta importanza alle relazioni interpersonali, le quali vengono ricercate anche in una vacanza. Sentirsi parte di un luogo, entrare in contatto con le comunità locali e partecipare alle loro attività, sono i desideri espressi da un numero sempre crescente di turisti. La vacanza è oggi una possibilità di evasione dalla realtà quotidiana, dai suoi ritmi e dalla ordinarietà delle relazioni che vi si instaurano. Il segmento della domanda turistica è diventato perciò più esigente ed è necessario che anche l’offerta si adegui a tali cambiamenti. Le strutture ricettive non possono più limitarsi a fornire un mero alloggio o una mera ristorazione ai propri clienti. Esse devono includere tra i servizi complementari attività che vanno dalle visite guidate alla degustazione di prodotti tipici, alla pratica sportiva e, in qualche caso, anche alla partecipazione ad attività ludiche, rituali, comunitarie del posto.
La salvaguardia del patrimonio naturale e di quello culturale è uno dei capisaldi del turismo sostenibile. Esso è comparso recentemente tra i temi di discussione internazionale, in seguito alla nuova consapevolezza che il turismo non è soltanto un’industria senza ciminiere. I danni causati da una prassi poco corretta nell’organizzazione dell’offerta turistico-culturale possono essere gravi e portare, nel peggiore dei casi, all’annullamento di culture antropologiche e alla distruzione di risorse naturali. Una disattenzione rispetto alle esigenze della sostenibilità sortirebbe dunque la morte turistica dei luoghi, annullando per le comunità anche i benefici economici che il settore turistico è in grado di veicolare.
4. L’Ecomuseo dei Nebrodi Occidentali, così come esso è stato pensato, aspira a essere un’esposizione e rappresentazione di scritture territoriali, contenente articolate proposte di  fruizione di fatti culturali; esso inoltre si propone di operare un superamento dei suoi recinti fisici attraverso un’apertura all’esterno che comporti il decisivo ribaltamento delle tradizionali prospettive museografiche: dal museo-luogo chiuso e circoscritto al museo-territorio, dall’utenza generica e indifferenziata all’utenza-rete di comunità locali, dal museo-istituzione al museo-laboratorio per la costruzione di un’identità condivisa.
Scaturisce da tale esigenza la vocazione ecomuseale del progetto complessivo, che prevede l’attivazione di una rete di spazi che sono da considerare “fruitivi” solo per convenzione, dato che in essi si ribalta il rapporto tra realtà vissuta e realtà rappresentata: gli spazi del territorio del Parco dei Nebrodi e dei suoi dintorni, al cui interno ancora si giocano eventi e attività tuttora in condizioni di grande e organica vitalità: le attività artigianali e produttive tradizionali, le feste religiose, gli eventi comunitari, i patrimoni materiali e immateriali delle persone che ancora vivono – pur tra le contraddizioni e i malesseri propri della modernità – un rapporto organico con l’ecosistema, le tracce del passato, gli uomini, gli animali, gli elementi tutti che hanno storicamente definito questo angolo di mondo.

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Sergio Todesco, laureato in Filosofia, si è poi dedicato agli studi antropologici. Ha diretto la Sezione Antropologica della Soprintendenza di Messina, il Museo Regionale “Giuseppe Cocchiara”, il Parco Archeologico dei Nebrodi Occidentali, la Biblioteca Regionale di Messina. Ha svolto attività di docenza universitaria nelle discipline demo-etno-antropologiche e museografiche. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni, tra le quali Teatro mobile. Le feste di Mezz’agosto a Messina, 1991; Atlante dei Beni Etno-antropologici eoliani, 1995; IconaeMessanenses – Edicole votive nella città di Messina, 1997; Angelino Patti fotografo in Tusa, 1999; In forma di festa. Le ragioni del sacro in provincidi Messina, 2003; Miracoli. Il patrimonio votivo popolare della provincia di Messina, 2007; Vet-ri-flessi. Un pincisanti del XXI secolo, 2011; Matrimoniu. Nozze tradizionali di Sicilia, 2014; Castel di Tusa nelle immagini e nelle trame orali di un secolo, 2016; Angoli di mondo, 2020; L’immaginario rappresentato. Orizzonti rituali, mitologie, narrazioni (2021).

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