CIP
di Enza Maria Macaluso
Un ortolano di poco cervello
seminò nel suo orto la parola ravanello.
Una risposta da voi si vuole:
crebbero poi ravanelli o parole?
Gianni Rodari, Grammatica della fantasia
Le aree interne hanno bisogno di parole
Fino a qualche anno fa non sapevo di vivere in un’area interna: nonostante fossi cresciuta in un paese della media montagna siciliana «significativamente distante dai centri di offerta dei servizi essenziali» (SNAI, 2014) non sapevo di poter esprimere a parole la condizione specifica del mio abitare. La terra tutta intorno, con distese di campi, prima verdi e poi dorati, inframmezzati solo da pali eolici e qualche immobile agricolo. Ai confini persino di quelle che possono essere considerate le montagne vere e autentiche, chi vive in queste terre di mezzo dei territori di media montagna (Varotto, 2020) sembra non avere nemmeno il diritto di appropriarsi delle parole. Cresci interiorizzando la dicotomia tra il qui e l’altrove, tra il noto e l’ignoto, tra lo spazio finito nel quale la tua comunità sembra aver già preso una forma definitiva e lo spazio infinito delle città che cambiano, crescono, si evolvono. In questo gioco di contrasti, il qui finisce per essere percepito come un luogo immobile e già dato, quasi fuori dal tempo, mentre l’altrove assume i contorni di un miraggio o di una promessa obbligata.
L’approdo all’età adulta, insieme all’elaborazione dell’esperienza individuale e collettiva della pandemia e dei suoi significati socio-politici, mi ha condotta al confine della terra di mezzo esponendomi alla necessità di riarticolare il discorso sull’abitare, sulle comunità e sui territori al margine. Se questo è stato possibile, realizzando un avanzamento nella conoscenza del mio mondo, lo devo a questa particolare condizione di vulnerabilità che ha fatto sì che l’esposizione alla soglia della vita altrove mi permettesse di assumere l’attraversamento come postura esistenziale e di ricerca.
Un mondo esiste solo se è comunicabile, perciò i paesi delle terre di mezzo hanno bisogno di parole per esistere: parole da pronunciare, da far proprie, da ripetere, replicare, ancora da poter dire. Nel terreno della discorsività si situano infatti importanti sfide riguardanti la capacità di comprendere, narrare e costruire significati in virtù dei quali le aree interne si configurano come la dimensione progressiva di un certo senso del luogo emergente. Come sottolinea la scrittrice e attivista statunitense bell hooks (1989), il linguaggio è un vero e proprio «campo di battaglia», uno spazio di lotta e di disputa, di confronto e crescita. Così inteso, il discorso non si esaurisce in una lingua che trasmette i significati tra i parlanti, ma si struttura come una «pratica con le sue particolari forme di concatenazione e di successione» (Foucault, 2013: 222).
Già nei suoi studi sulla genealogia del sapere, Foucault ha messo in evidenza come il discorso non sia solo uno strumento per descrivere il mondo, ma un meccanismo attraverso il quale il mondo viene ordinato, reso intelligibile e governabile. Il discorso è un campo dinamico in cui avvengono processi concreti e situati. Stando a questa riflessione, l’attribuzione di determinate caratteristiche alle aree interne – come perifericità, marginalità, fragilità – non è un semplice riflesso di dati oggettivi, ma il risultato di un’operazione discorsiva che produce effetti concreti, influenzando politiche pubbliche, investimenti e percezioni collettive. Il discorso sulle aree interne mette in forma la realtà dei territori marginalizzati: esso si articola focalizzandosi sulle relazioni, sul contesto, sulle strategie, sui valori e su precise scelte linguistiche, producendo una dimensione territoriale che non preesiste al discorso, bensì viene determinata attraverso di esso.
I discorsi non si limitano a descrivere la realtà, ma la creano attivamente attraverso atti ripetuti di enunciazione: se applichiamo questa prospettiva alla definizione e configurazione delle aree interne, possiamo osservare come le narrazioni istituzionali, accademiche e mediatiche abbiano un ruolo determinante nel plasmare la percezione di questi territori. Dire che un’area è “interna” non è un’operazione neutrale: significa inserirla all’interno di un quadro discorsivo che ne determina lo status e ne orienta le possibilità di esistenza e sviluppo. L’uso reiterato di espressioni come «ritardo», «svantaggio», «bisogno di sviluppo», o, nelle sue più recenti formulazioni (PSNAI, 2025), di «declino irreversibile» per descrivere le aree interne colloca questi territori all’interno di un paradigma che li rappresenta come carenti rispetto a un centro percepito come normativo, fino a condannarli al destino di una eutanasia programmata. Questa operazione linguistica ha effetti materiali, simbolici e politici: contribuisce a giustificare interventi di policy, programmi di finanziamento e strategie di governance che spesso rispondono più alla logica della gestione dell’emergenza che a una reale valorizzazione delle risorse locali. La performatività del discorso, dunque, non solo produce una determinata immagine delle aree interne, ma condiziona nel profondo le azioni e le politiche che ne conseguono.
Se da un lato il discorso istituzionale sulle aree interne tende a fissarle in una condizione di mancanza, concentrandosi su obiettivi e standard di sviluppo, dall’altro esistono pratiche discorsive alternative che propongono una risignificazione della categoria stessa.
I movimenti locali, le narrazioni comunitarie e le produzioni culturali indipendenti contribuiscono a creare nuove rappresentazioni, in cui le aree interne non sono più viste come spazi di marginalità irrisolta, ma come luoghi di innovazione, resistenza e sperimentazione di modelli di sviluppo alternativi. In questo senso, la lotta per il riconoscimento di nuove identità territoriali passa anche attraverso un lavoro di rielaborazione discorsiva, che mette in discussione le categorie dominanti e propone nuove chiavi di lettura dei fenomeni territoriali. Il discorso sulle aree interne, divenendo sempre più ampio e complesso, inizia a funzionare come vero e proprio dispositivo produttivo e di senso: non si limita a definire categorie astratte, ma mobilita pratiche e soggettività, attivando processi di comunità, di resistenza, adattamento e re-immaginazione.
Nelle aree interne – categoria che nonostante tutto continuiamo ad utilizzare, per convenzione e per una certa rivendicazione politica – si parlano parole nuove, o meglio, riprendendo Rodari, si piantano parole. Il gioco immaginifico sull’orticoltura del linguaggio offre una preziosa chiave di lettura per riflettere sull’importanza delle parole nella costruzione delle comunità territoriali. Come l’orto ha bisogno di semi per dare frutto, anche la vita comunitaria si fonda sulla semina e sulla cura di parole e pratiche condivise che nascono dall’esperienza vissuta, crescono nei legami sociali, si nutrono di memorie collettive e si orientano verso il futuro. L’immagine dell’ortolano che semina la parola «ravanello» chiedendosi se cresceranno ortaggi o parole, invita a riflettere sulla natura generativa delle parole nel tessuto sociale e, in certo modo, anche a rivalutare il valore di questa operazione del «piantare parole» nella possibilità di attivare processi profondi di risignificazione collettiva e di nominare il mondo in maniera alternativa.
In territori come le aree interne, segnati da fenomeni di marginalizzazione, abbandono e spopolamento, il gesto di seminare parole assume un valore politico e culturale, poiché diventa un atto di cura, di rigenerazione del senso comune, di costruzione di nuovi immaginari condivisi e di nuovi profili di abitabilità. Le parole, se accolte e coltivate nel terreno delle relazioni comunitarie, non rimangono astratte, ma germogliano in nuove pratiche sociali, in narrazioni condivise, in legami di fiducia, in cambiamento. Seminare parole significa allora riconoscere che la comunità non nasce semplicemente dalla convivenza, dal sentirsi un tutt’uno, ma dalla capacità di nominare insieme il mondo e di ridefinirlo alla luce dei propri vissuti e delle aspirazioni multiple. Come suggerisce Rodari, le parole non sono meri strumenti descrittivi: sono semi che, messi a dimora in un terreno fertile di relazioni e di esperienze, possono dare vita a nuovi mondi simbolici e pratici.
Il dispositivo della parola per chi sceglie di non navigare a vista
Prendere in considerazione e analizzare i diversi tipi di fenomeni che si manifestano entro lo spazio – fisico, digitale, concettuale, metaforico – delle aree interne, nonché le relazioni che intercorrono tra essi, ha importanti risvolti teorici e pratici. Se le aree interne sono quella “specie di spazi” (Perec, 1989) che generano dubbi, domande, che hanno continuamente bisogno di essere individuati e designati, allora è necessario ripartire da una riflessione condivisa e co-costruita al fine di identificare i concetti adeguati a rendere conto di un preciso stato di cose territoriale. L’analisi della performatività del discorso applicata alle aree interne consente di superare una visione statica e oggettivante del territorio, mostrando come esso sia costantemente trasformato dalle pratiche linguistiche, narrative e sociali. Questo approccio non solo decostruisce le rappresentazioni dominanti, ma apre nuove prospettive per ripensare e ridefinire questi spazi, immaginando e costruendo nuove geografie del possibile in cui le aree interne rappresentano laboratori territoriali, luoghi in cui la vita delle comunità continua a produrre forme e significati legati alla dimensione della pratica sociale.
John Dewey, in Democracy and Education, insisteva già sul fatto che «la conoscenza è un processo sociale» e che «ogni vera educazione avviene attraverso la partecipazione all’esperienza condivisa» (Dewey, 1916: 95). L’esperienza dialogica e relazionale del sapere si caratterizza dunque per una pluralità di modalità cognitive che vanno dal pensiero critico, che analizza e valuta, al pensiero creativo, che immagina possibilità nuove, fino al pensiero caring, che si prende cura dei significati emergenti, riconoscendo la vulnerabilità intrinseca alla comunicazione e promuovendo legami di fiducia e solidarietà tra i soggetti. La parola, intesa come dispositivo comune, non è un semplice strumento di comunicazione, ma un atto di co-costruzione della realtà, capace di attivare circuiti cognitivi, affettivi e perfino politici. Ogni parola piantata diventa così un seme di trasformazione e consente di far germogliare la possibilità di ridefinire i legami, di immaginare nuovi modi di abitare il territorio, di resistere alle logiche della marginalizzazione e dell’abbandono.
In territori frammentati o marginalizzati, lavorare sulle parole significa dunque lavorare sulla comunità: qui il linguaggio non è solo veicolo della rappresentazione, ma vera e propria infrastruttura partecipata di senso e di futuro. Proprio come nell’indovinello di Rodari, la posta in gioco non è solo la crescita di ravanelli o di parole, ma la possibilità stessa di far germogliare un altro modo di abitare il mondo, capace di mettere al centro la filiera lunga del pensiero condiviso, dall’intuizione alla trasformazione concreta della realtà. Il dispositivo della parola si manifesta, secondo questa prospettiva, come una pratica processuale che accompagna i mutamenti sociali senza chiuderli in schemi precostituiti, ma mantenendo sempre aperta la possibilità della risignificazione.
È ciò che è avvenuto con lo stesso concetto di aree interne, neologismo che ha avuto il potere di denominare per la prima volta ciò che fino a quel momento era stato più genericamente indicato come «entroterra», consentendo di mettere a fuoco la dimensione performativa dei discorsi insita nei processi territoriali. Come sottolinea Angelo Turco (2010), «dire la terra e/è farla»: classificare le aree interne significa rievocarle, renderle visibili, reali, comprensibili, e quindi possibili a partire dal fatto di poterle nominare. Questo atto denominativo non è mai neutrale, ma si colloca al crocevia tra il piano materiale e quello simbolico, tra l’ordine del discorso e l’ordine della realtà, per dirla con Foucault (2004). Dire le aree interne ha implicato non solo la disponibilità di una nuova categoria concettuale al servizio degli addetti ai lavori, ma ha aperto una questione di carattere discorsivo e socio-territoriale che si estende proprio su quei territori che nomina, coinvolgendo tanto i decisori politici quanto le comunità locali. In questo senso, parlare di aree interne non significa soltanto descrivere una condizione di marginalità, ma implica la possibilità di generare mondi. Il discorso sulle aree interne nella sua dimensione performativa attiva un processo di territorializzazione che trasforma lo spazio in territorio, attribuendogli significati e funzioni attraverso dispositivi discorsivi e pratiche materiali che tengono insieme le politiche dello spazio e le pratiche organizzative e immaginative. Ciò che il discorso sulle aree interne mette in campo non si limita semplicemente alla descrizione di una realtà data, ma pone interrogativi sul dispositivo epistemologico e politico che rende possibile parlare di aree interne come oggetto di conoscenza e intervento.
La dimensione performativa del discorso riguardante le aree interne emerge chiaramente a partire dalle pratiche quotidiane: la riapertura di un forno in un paese spopolato o l’organizzazione di un festival culturale che si ispira a certi valori e prova far propri, risignificandoli e territorializzandoli, certi lemmi tipici della «stagione di discorso» sulle aree interne (Sabatini, 2023), non sono semplici fatti, ma eventi che producono soggettività, rinegoziano le relazioni di potere, rimettono in discussione una conoscenza consolidata della realtà e trasformano i luoghi. Questi atti di resistenza e creazione dimostrano che il discorso non è mai totalizzante: esso è attraversato da fratture, tensioni, possibilità di contestazione e trasformazione. È nello spazio tra l’enunciato e la pratica, tra la norma e la devianza, che si gioca la possibilità di una trasformazione del territorio e, con essa, delle soggettività che lo abitano e lo attraversano.
Non è questo il posto giusto per elencare o per mettere a confronto le innumerevoli pratiche ed esperienze di risignificazione delle categorie e degli immaginari territoriali esistenti sul territorio nazionale. Mi limiterò invece a evidenziare due elementi che, probabilmente, le accomunano tutte: il desiderio di prendere parola e di prendere parte. La dimensione intersoggettiva e dialettica della parola è la porta di accesso verso l’altro e verso l’altrove, in direzione del cambiamento che si intende generare: dire, prendere la parola, significa dare forma a nuovi mondi, costruire comunità, riconoscersi in un percorso condiviso, dichiarare una presenza nel mondo. Nascono così reti di persone e di pratiche che mettono a confronto esperienze, discutono, generano comunità, fanno informazione, scrivono manifesti, mettono in circolo parole e nuovi significati capaci di parlare alla contemporaneità e alle nuove generazioni.
Il dispositivo della parola viene assunto come una bussola per chi sceglie di non navigare a vista, una pratica trasformativa e posizionale per chi decide di nominar-si e nominare il mondo assumendo un atto deliberato di orientamento, di posizionamento e di costruzione del possibile. Stando alla radice greca del lógos – inteso come parola, discorso e ragione – con il termine «discorso» non ci riferiamo solo a ciò che si dice, che può essere enunciato, ma anche a ciò che tiene insieme: principio ordinatore della realtà, fondamento della relazione, elemento costitutivo della comunità. Parlare, nel senso più profondo, significa allora costruire legami, mettere ordine nel vissuto, dare forma a un mondo che possa essere abitato insieme. Nei territori segnati dall’abbandono, dalla frammentazione, dalla disarticolazione dei legami sociali, il logos riemerge come gesto originario della ricomposizione. Nominare è il primo atto del prendersi cura: l’impegno verso una definizione collettiva emergente delle categorie che plasmano il discorso sulle aree interne si configura così come un modello capace di trasformare le sfide locali in percorsi orientati al futuro.

Rigenerazione simbolica e materiale nei centri storici dei paesi siciliani, dettaglio, 2024 (ph. Enza Maria Macaluso)
Restanza: una parola per una pluralità di mondi
Il dispositivo della parola si manifesta, secondo questa prospettiva, come una pratica processuale che accompagna i mutamenti sociali senza chiuderli in schemi precostituiti, ma mantenendo sempre aperta la possibilità della risignificazione. Non si tratta, dunque, di costruire un vocabolario fisso o normativo, ma di alimentare una continua tensione creativa tra la memoria condivisa, il presente vissuto e i futuri possibili.
Un esempio paradigmatico di questa dinamica discorsiva, che per mezzo della parola riesce a plasmare il modo di percepire e interpretare la complessità di un fenomeno, è racchiuso nella parola restanza, neologismo elaborato dall’antropologo Vito Teti (2022) per descrivere l’atteggiamento di chi sceglie consapevolmente di abitare nei luoghi segnati dalla marginalità: restare, attraversare, ma anche partire e tornare, sostare nel tra, abitare la soglia, non per rassegnazione ma per volontà di resistenza, di cura e di rigenerazione. Restanza è una parola-seme che, una volta piantata nel terreno fertile delle aree interne italiane, ha dato vita a pratiche, narrazioni, politiche e progetti capaci di riconfigurare l’immaginario collettivo sull’abitare, sul partire e sul restare. Non si è trattato soltanto dell’introduzione di un termine nuovo, ma della creazione di un vero e proprio dispositivo culturale e politico, capace di raccogliere e dare dignità a esperienze che fino ad allora erano rimaste ai margini del discorso pubblico, trasformando il dibattito in ambito accademico e non. È una parola che ha saputo radicarsi nelle vite delle persone, trasformandosi da concetto teorico a risorsa culturale condivisa, capace di orientare scelte individuali e collettive.
In questo senso, la restanza incarna esemplarmente la forza generativa della parola come dispositivo comune: un logos che non si limita a descrivere una condizione, ma contribuisce a cambiarla, generando un nuovo immaginario dell’abitare e del prendersi cura dei luoghi. L’ampia fenomenologia della restanza abbraccia una complessità del reale che non riguarda più un’unica forma del restare, intesa come segno dell’impossibilità di partire, perché si apre ad una molteplicità di esperienze e significati che ruotano attorno alle varie forme secondo cui l’abitare i luoghi più remoti e marginalizzati può configurarsi.
Nominare la restanza ha significato offrire un’alternativa alla retorica della rinuncia e alla narrazione del declino irreversibile. Non si è trattato soltanto dell’introduzione di una nuova parola, ma della creazione di un dispositivo politico-concettuale capace di raccogliere esperienze, emozioni e strategie di resistenza che, fino ad allora, faticavano a trovare riconoscimento e visibilità. Con questo termine, Teti ha saputo riconoscere e valorizzare una pluralità di esperienze: chi non è partito, chi è tornato, chi ha scelto di restare in territori considerati periferici e marginali o di tornare a vivere nei piccoli paesi, di ricominciare nei luoghi dell’infanzia o dell’oblio, ma anche chi li attraversa e a vario titolo se ne prende cura. Quella del restante non è una condizione statica, ma un processo dinamico, relazionale e trasformativo. È il gesto di chi resta non perché costretto, ma perché ha scelto di prendersi cura, di resistere, di prendere parte, di seminare futuro. La restanza implica dunque una scelta, un atto politico che si incarna nella presenza, nella cura del territorio, delle relazioni e della memoria collettiva. Così intesa, la restanza è un atto deliberativo e denominativo che dà forma a un mondo, lo rende pensabile e praticabile.
L’impatto di questa parola sul dibattito pubblico, scientifico e sociale è stato profondo. Oggi la restanza è entrata nel lessico delle politiche territoriali, della ricerca, dei movimenti locali, delle pratiche artistiche e dei progetti di rigenerazione culturale, fino a diventare un vero e proprio simbolo narrativo di una nuova stagione di attenzione verso le aree interne. Ne troviamo traccia nei manifesti di cittadinanza attiva, nei laboratori di comunità, nei processi partecipativi che attraversano le aree interne come forme di progettazione condivisa. L’Accademia della Crusca l’ha riconosciuta tra le «parole nuove», sottolineandone lo statuto di neologismo semantico diffusosi per un «periodo significativo» nell’uso pubblico, mentre la Treccani, fin dal 2017, l’ha inserita fra i neologismi dell’antropologia, contribuendo alla sua circolazione più ampia. Il termine ha attecchito nel quadro del dibattito pubblico e delle politiche territoriali, ispirando persino la formulazione di un «diritto a restare» che è stato dibattuto perfino attraverso un’interrogazione parlamentare che sollecita misure concrete – da incentivi fiscali al sostegno delle infrastrutture, fino alla prevenzione dello spopolamento e al diritto all’istruzione nelle aree interne – espressione di una visione che pone l’equità territoriale al centro dell’agenda politica.
Anche sul piano teorico, la restanza non è un concetto isolato, ma il punto di arrivo – e insieme di rilancio – di un intero itinerario intellettuale. Nella scrittura di Vito Teti, essa si radica in una riflessione di lungo corso sulla nostalgia, sul ritorno, sulla forma-paese, sulla fine, sulle forme dell’abbandono. Un pensiero che è al tempo stesso geofilosofico ed esistenziale: attraversa i luoghi e li ascolta, nella loro bellezza e nelle loro ferite, per poi restituirli in forma di narrazione e di visione critica. La restanza, in questa prospettiva, non è che il compimento provvisorio di un pensiero che ha sempre cercato di dare parola all’invisibile, dignità al fragile, centralità a ciò che è stato posto ai margini.
La forza di una categoria come restanza sta proprio nel suo carattere performativo: essa non si limita a descrivere una condizione, ma la modella, la ispira, la rende immaginabile e praticabile. Come dispositivo politico-concettuale a servizio delle comunità, la restanza si configura come un atto collettivo di risignificazione del vivere nei territori marginalizzati. Essa rappresenta un esempio emblematico di quelle parole che, seminate nelle comunità, avviano processi trasformativi e contribuiscono alla costruzione di un abecedario comune. In questo abecedario, i lemmi non racchiudono il senso definitivo di un discorso, ma lo aprono continuamente a nuove possibilità, stimolano il confronto con esperienze diverse e sollecitano l’emergere di significati inediti. Le parole della comunità, quindi, non sono mai fisse o isolate, bensì sono vive, in movimento, e al contempo radicate nei vissuti concreti delle persone.
Ma la restanza, prima ancora che un concetto da leggere, analizzare o ricostruire genealogicamente, è stata per me una parola che ha saputo dare forma a un mondo, il mio. Nel momento in cui l’ho incontrata, ha risuonato con forza nella mia esperienza, illuminando intuizioni che non avevano ancora trovato una lingua per essere espresse. Ha messo ordine nel disordine, senso nella permanenza. Ha permesso di abitare il mio stare non come una mancanza, ma come un gesto; non come rinuncia, ma come possibilità; non come isolamento, ma come apertura. Come tutte le parole vive, restanza non chiude, ma invita. Non epigrafica, ma relazionale. È una parola in cammino, che chiama altre parole, contesti, soggettività e soglie.
Nel farsi strada tra discorsi e pratiche, la restanza ha dimostrato la forza generativa del linguaggio come dispositivo comunitario. Ci ha ricordato che le parole non sono solo strumenti descrittivi, ma atti che trasformano la realtà. E che in territori come le aree interne, segnati da storie complesse e da memorie profonde, le parole che sappiamo coltivare, quelle che sappiamo inventare e che ci facciamo carico di pronunciare possono diventare i semi di un futuro da immaginare insieme.
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
Riferimenti bibliografici
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HOOKS, bell (1989). “Choosing the margin as a space of radical openness” in Framework: The Journal of Cinema and Media, 36: 15-23.
PEREC, Georges (1989). Specie di spazi. Torino: Bollati Boringhieri.
RODARI, Gianni (1973). Grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie. Torino: Einaudi.
SABATINI, Francesca (2023). Dalla remoteness all’attrattività turistica. Un’analisi di discorsi nazionali e locali sulle aree interne, in “Rivista geografica italiana”, 2: 5-21.
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TURCO, Angelo (2010). Configurazioni della territorialità. Milano: Franco Angeli.
VAROTTO Mauro (2020). Montagne di mezzo. Una nuova geografia. Torino: Einaudi.
Sitografia
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Camera dei Deputati, Seduta di Lunedì 4 novembre 2024: mozione sul “diritto a restare”. https://www.camera.it/leg19/410?idSeduta=0375&tipo=atti_indirizzo_controllo&pag=allegato_b.
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Treccani. Vocabolario, neologismi (2017): “restanza”. https://www.treccani.it/vocabolario/restanza_res-29f51f42-89eb-11e8-a7cb-00271042e8d9_%28Neologismi%29/.
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Enza Maria Macaluso si laurea in scienze filosofiche e storiche. I suoi interessi di ricerca transitano dalla teoria dell’immagine ai processi di costruzione dell’immaginario contemporaneo, fino all’antropologia culturale e agli studi territoriali. Vive e opera in Sicilia, dove si occupa di ricerca nelle aree interne e di processi di innovazione civica, sociale e culturale. Attualmente è borsista presso l’Istituto di Formazione Politica Pedro Arrupe con un progetto di ricerca dedicato alle pratiche di comunità e ai processi di partecipazione nelle aree interne.
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