Leggendo le poesie di Giuseppina Biondo, soprattutto quelle della raccolta Lingua di mezzo, si ha sempre netta la sensazione di una eterna “tela di Penelope”. Già di per sé la tela della regina di Itaca, sappiamo, era in un qualche modo eterna. E tuttavia lei sapeva benissimo che l’inganno era del tutto contingente, legato alla pazienza dei Proci e al possibile ritorno di Ulisse. Ecco perché abbiamo voluto aggiungere a una immagine già carica di significati, una qualificazione di infinità per dare una declinazione il più possibile veritiera del “versificare” di questa giovane docente che sta cercando di rendere la sua poesia sempre meno una occupazione dell’autore/intellettuale e sempre più un patrimonio della comunità parlante.
I motivi sono ben scritti in questa intervista. Ne cito uno che vale la pena portare all’attenzione dei lettori: il linguaggio, strumento del cui uso ci dobbiamo responsabilizzare ma nello stesso tempo provare a forzare, “da poeti”, laddove è possibile. Crediamo però che questa sia davvero una delle poche dimensioni rimaste per una poesia italiana che voglia davvero uscire dall’impasse, e dai paradossi in cui si trova, e provi ad essere un genere letterario vivo e vibrante tornando a seminare tra le giovani generazioni la incomprimibile voglia di sognare.
Giuseppina Biondo (Mazara del Vallo, 1990), laureata in Filologia moderna presso l’Università Cattolica di Milano con una tesi su Italo Calvino e la poesia contemporanea, insegna alle scuole superiori, è autrice di libri di racconti e in versi, organizzatrice di incontri letterari denominati #Recitationes e nel 2018 ha fondato e diretto «Il Raccoglitore».
Ha esordito in poesia nel 2016 con la raccolta Come si salva un poeta? (Libridine editore), nel 2020 ha pubblicato La contadina (Puntoacapo Editrice) con prefazione di Giuseppe Conte e nel 2021 Quarantine (La vita felice) con prefazione di Gerardo Masuccio. A gennaio 2023 è stata pubblicata la sua raccolta Lingua di mezzo (Interno Libri). Sue poesie sono uscite su Nuovi Argomenti, Atelier, Interno Poesia, La Bottega di Poesia de «La Repubblica»; e con traduzione in spagnolo a cura del Centro Cultural Tina Modotti.
La tua poesia più che da una ricerca stilistica è connotata da un buon grado di fluidità sia nel patrimonio lessicale che metti in campo sia nel repentino cambio di punto di vista, sia, infine, nei campi di ricerca sempre in bilico tra una esplorazione personale e un verso di natura civile. In che misura ti riconosci in questa descrizione e come la tua poetica cerca di afferrare una fluidità che comunque rimane una caratteristica importante del mondo di oggi?
«Grazie per la domanda. Mi riconosco nella descrizione, sì. La fluidità del patrimonio lessicale e dei punti di vista emerge quasi predominante all’interno della mia poesia; e questo non esclude mai una ricerca stilistica. Al contrario, proprio in quanto linguaggio non esclusivamente mio, ma assorbito, recepito da soggetti altri, si può credere che una ricerca stilistica ci sia stata e c’è, una ricerca che si basa sull’ascolto di un mondo, di un suono, interiore, quello mio, e di un mondo-suono circostante. Uno stile che si avvale per necessità degli altri, di un’autobiografia, sì, del personale percorso, ma anche di altre voci, quelle del mio tempo, dello spazio che abito e in cui mi muovo. Quindi ne risulta, o almeno spero che ne risulti, uno stile combinatorio dei luoghi che più mi appartengono: la Sicilia e Milano: il primordiale, il respiro lento, la storia da un lato, e il contemporaneo, la velocità, una lingua che muta dall’altro».
Sei una insegnante, e non posso non chiederti cosa hai sperimentato del punto di vista dei ragazzi rispetto alla poesia…
«In quanto docente, ho osservato che gli studenti, se forniti di testi adeguati, di giusti filtri e stimoli, riescono a essere coinvolti e dimostrano di sapere apprezzare, interpretare, analizzare i componimenti sottoposti, spesso attualizzandoli al proprio contesto. La poesia è qualcosa che riguarda l’uomo, è già insita in ognuno di noi, anche nei più giovani, nei più piccoli. Ci sono poi delle varianti che possono influire: sensibilità, interesse, abitudine e spesso il linguaggio. A volte sono già così appassionati di lettura e scrittura, che sono loro a cercarmi, a consegnarmi i propri versi a fine lezione perché io li possa leggere e commentare, a prescindere dall’anno scolastico. La voglia di condividere e un certo bisogno di essere ascoltati possono nascere molto presto.
Mi è capitato di raccogliere commenti entusiasti per la lettura in classe di poeti italiani e stranieri, classici o contemporanei. Qualche volta ho sperimentato anche la lettura ad alta voce – continua, ordinata e susseguente – da parte dei ragazzi di testi in lingua originale (italiano, inglese, spagnolo, svedese, tedesco, russo ecc…), creando un cordone sonoro e immaginifico suggestivo, per me straordinario come a rievocare una voce più antica e universale.
Quando gli studenti scrivono, scopro la loro poesia, tanto nei versi, quanto nella prosa. Non puoi immaginare quanto di poetico e quanta lirica si riescano a cogliere dentro un tema. Spontaneità, intuito, pensiero, una voce personale – ancora non troppo strutturata dalla formalità che richiedono le tipologie di verifica scritta –, che rende i testi riconoscibili: se ci pensi, l’intento di ogni scrittore».
Il connubio tra corpo e parole ha un peso importante nella tua poesia…
«Credo di sì. D’altra parte siamo anche corpo e azione, non solo idee, sentimento, propositi. Ricordo l’incanto nel leggere le poesie di Whitman, che ha saputo cantare perfettamente il corpo dell’uomo e della donna e l’amore per esso, senza mai far venir meno la spiritualità, la sensazione trascendente che ci unisce all’universo. Un alzare–abbassare l’essenza dell’uomo mai giudicante, bensì capace di legittimare e dare beneficio, di dare la pienezza che si raggiunge dal conoscere se stessi. Nella raccolta Lingua di mezzo questo rapporto è messo da me in evidenza dal gioco che intercorre tra lingua come linguaggio e lingua come organo. Potrei risponderti collegandomi anche a tante altre cose. Potrei dirti che le parole le pronunciamo soltanto grazie al nostro corpo, che possiamo scriverle soltanto attraverso il nostro corpo. Le parole nascono dal nostro corpo. E tutto questo si ripercuote su ciò che elaboriamo. Anche ogni sentimento ha degli effetti fisici. Dopotutto questo connubio è tanto radicato in noi da poter essere presente anche involontariamente nelle opere che realizziamo».
Ironia, trash, descrizioni al limite del surreale. Pensi che la poesia debba scuotere e perché?
«Dipende. La poesia innanzitutto non deve fare qualcosa, ma può. Ogni lettore, come ogni autore, può cercare qualcosa di diverso. Se costringiamo la letteratura entro uno schema fisso, entro obiettivi fissi, la sentirei privata di un elemento fondamentale, la libertà. Personalmente, se per ‘scuotere’ intendiamo scandalizzare, no, non è il mio obiettivo da autrice. La poesia a volte è una voce auto-assertiva. A volte è volontà di sentire e vedere. A volte è ricerca profonda di sé e del nostro mondo, ricerca di suono, immagini e lingua. Leggere e scrivere testi poetici vuol dire ricevere o dare visioni, prospettive, farci riconoscere in noi stessi e con l’altro. La poesia mi piace se è risveglio, accensione, epifania. Se questo vuol dire scuotere, ti risponderei invece di sì.
Per quanto riguarda gli elementi citati nella tua domanda, l’ironia è uno strumento che ritengo utile, giovane in qualche modo, che svecchia dagli sperimentalismi più superflui e di maniera. Il trash, beh, ho giocato un po’ su questo tipo di contenuto alla portata di tutti. Infine, per quanto riguarda le descrizioni al limite del surreale, credo che derivino dalla fantasia, dal bisogno di vedere qualcosa oltre il consueto, anche se all’interno del conosciuto, del reale».
La tua poesia affronta anche il tema della comunicazione nel mondo di oggi. Secondo te cosa sta accadendo? Siamo in una fase di passaggio che potrebbe portarci a un accenno di “cambiamento antropologico” come preconizzano alcuni studiosi?
«Sì, il cambiamento è evidente. Basti pensare all’uso che facciamo degli smartphone. Ne risulta modificata non solo la nostra postura, ma soprattutto la nostra attenzione. Risulta modificato il nostro tempo. Comunichiamo continuamente, alienandoci in contemporanea da ciò che ci circonda realmente. È qualcosa di simile alla fantasia, all’idealizzazione, ma mentre queste ultime fanno immaginare possibilità, soluzioni, alternative, mondi ‘altri’, e ci spingono, ci fanno aspirare a qualcosa, l’uso della comunicazione di oggi blocca il pensiero, ci priva dell’attenzione di cui necessitiamo per riflettere, creare e vivere pienamente il presente.
Tutte le volte che siamo soli o in compagnia, quando siamo felici, quando siamo imbarazzati, in qualsiasi circostanza ci troviamo, siamo abituati a comunicare e a ricevere comunicazioni, in maniera attiva e passiva. Il problema quindi non è la lingua usata nella comunicazione, l’uso gergale, l’uso di vocali o strutture non gradite: trovo che la lingua sia stupenda proprio quando cambia, muta, si mischia ad altre lingue e trova una sua unicità, vie tutte sue. Diviene infatti più ricca, più espressiva, ci si può giocare e divertire anche di più. Il punto su cui mi soffermerei è che oggi la comunicazione fatichiamo a spegnerla, a interromperla. Ne siamo dipendenti. Ci viene anche una forma di ansia per questa iperattività legata ai device: sempre messaggi, mail, notifiche, reel da vedere che spezzettano qualsiasi altra nostra attività. Questo almeno è quello che osservo da un po’».
In chiusura vale la pena sottolineare un passaggio, che non ci sembra di poco conto. C’è un gran dibattito sull’uso dei device tra le giovani generazioni, e non solo. Biondo sembra voler indicare non solo che né tecnofobia né smodato permessivismo possono prendere piede nelle “agenzie formative” ma che questa pratica può addirittura giovare all’arricchimento della lingua, perché favorisce lo scambio, ma deve trovare una misura altrimenti diventa una occupazione nevrotica. Detto da una poeta, da chi la lingua la pratica, ci si consenta la citazione, “di mezzo”, ci sembra un buon incoraggiamento a riappropriacene in modo consapevole e responsabile.
Una delle poesie che forse meglio esprime la sua cifra stilistica è la seguente:
Ciò che voglio non riesco ad averlo
mai, ma lo sento, immagino – solo
che poi non basta. Trovare l’infinito
nel reale, questo vorrei, ma non riesco
a trovarlo, mai.
Si tratta di una poesia affascinante, per vari motivi. Innanzitutto, per l’uso accentuato dell’enjambement, che imprime un movimento molto accelerato all’interno di una metafora generale improntata alla ricerca. Si crea un effetto molto particolare, tipico della poesia di Biondo, in cui il lettore è costretto ad inseguire l’autrice nelle sue peripezie intorno al mondo, alle cose umane, ai pregiudizi e alle abitudini, nelle circostanze amorose e negli innamoramenti, nelle riflessioni, quasi sempre vertiginose, nella rottura degli schemi. Secondo, questa significazione circolare della poesia, per la quale la fine riporta all’inizio alludendo a un movimento che stordisce ma purifica, che ci fa perdere ma ci fa anche ritrovare. Insomma, effetti tipici di una poesia nel complesso provocatoria ma non irriverente, stimolante e mai fine a se stessa
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
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Fabio Sebastiani, giornalista e poeta, è laureato in Filosofia nel 1988 con una tesi sulle lingue artificiali. Dal ’95 e fino al 2012 fa parte della redazione di Liberazione occupandosi del settore sindacale. Ha al suo attivo diverse iniziative giornalistiche come la creazione e la conduzione di alcune web radio come Radio Rete Edicole, Radio Iafue, Radio Mir e Radio Anmil Network. Come poeta ha pubblicato un libro di aforismi e una raccolta di poesie dal titolo Molecole semplici per rivoluzioni complesse. Ha curato insieme ad altri due poeti due poemi collettivi, Gabbia no e Amicizia Virale.
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