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La poesia non salva la vita

Mrilena Monti

Marilena Monti (Archivio Marilena Monti)

di Carmelo Spitaleri 

Era l’estate del 1966. Avevo partecipato ad un concorso di poesia della RAI. Arrivai secondo e mi donarono una targa d’argento che andai a ritirare con i miei genitori a Castelvetrano. In quell’occasione ho conosciuto Marilena Monti, la vincitrice del concorso. Diciassette anni tutti e due. Vaghi ricordi di un salottino nel quale ci avevano fatto sedere. Me la ricordo bella, con gli occhi chiari e un sorriso che mi sembrò triste. Era con la madre. Ci scambiammo lettere per qualche mese. Poi tutto finì. La rividi qualche anno dopo. A Palermo, dove si era trasferita per l’università. Ricordo la sua stanza, piccola, piena di libri. Una chitarra. Parlammo di un futuro che non sarebbe stato insieme. Di sogni, forse e di poesia, immagino. Non lo ricordo. Non ci incontrammo più, per il resto delle nostre vite.

Marilena, Marilena…

Ancora oggi mi chiedo come sia possibile che si crei un legame indissolubile tra due persone che sono state insieme forse un paio d’ore in tutta la loro vita e che questo legame possa resistere tutta una vita. Cosa può creare questa congiunzione di sentimenti ? Qualcosa che non saprei definire e che mantiene due persone in contatto irreale. Anche se tutti e due sapevano ciascuno dell’altro, almeno le vicende più significative. Marilena me lo scrisse, nell’aprile del 1992, nella dedica sul suo libro L’isola signora: “…mi piace che malgrado gli anni trascorsi, vogliamo ancora le stesse cose”.  Ma cos’era quella filigrana invisibile che dal primo incontro non si è più spezzata? Me lo sono chiesto quel giorno.

isolaPrimi di agosto del 2023. Un bisogno insostenibile di chiamare un numero di cellulare, il suo. L’avevo segnato in un’agenda dimenticata. Provai e Marilena mi rispose. “Mi chiami solo ora che sto per andare via”, mi dice. “Ma sono felice di sentirti”.

Iniziò così il nostro ultimo dialogo che durò tutti i giorni, fino al 13 settembre. Era ricoverata in un centro di malati terminali di Salemi. Ci dividevano un migliaio di chilometri e la mia salute non mi consentiva di andare a trovarla. Mi chiedevo allora cosa potevamo dirci per cellulare dopo tanti anni e come potevo fare per aiutarla a superare il dolore.

Cercavo di dare un senso alla strana situazione nella quale ero venuto a trovarmi. In tutti quegli anni non l’ho mai pensata ma nel profondo della mia coscienza lei c’era. Ed ero rimasto in contatto con lei e lei con me, senza saperlo. Poi un giorno, quel giorno, ha lanciato un segnale di aiuto. Il bisogno di riprendere il contatto reale. Perché stava per lasciare la vita.

No, solo una semplice coincidenza, mi ripetevo. C’è un luogo segreto dove noi andiamo a rifugiarci ogni volta che una pena ci colpisce dritta nel cuore. È il cuore stesso. Non saprei trovare altro riparo. Ed è lì che ho cercato di capire chi era per me Marilena, nella sua speciale esistenza. Un vetro appannato che volevo asciugare, perché troppo tempo era trascorso senza che io me lo fossi chiesto.

Marilù Balsamo sta raccogliendo con il più incredibile dell’amore possibile tutte le sue cose, i suoi appunti, i suoi pezzetti anche minuscoli di scritti e pensieri, l’intero suo bagaglio che ha lasciato nella sua casa di Castelvetrano. E lì in due stanze a piano terra, con la nobiltà di chi costruisce senza chiedere nulla, va realizzando un luogo di memorie e di riflessione sulla figura di quella cantastorie, come amava definirsi, che è stata Marilena.

La vedo appoggiata ad una nuvola mentre fuma un’altra sigaretta ed osserva curiosa l’apertura della biblioteca a lei dedicata poche settimane fa, all’ingresso del tempio di Selinunte.  “Ottimo luogo, amiche care, per i miei libri adorati”.

Parco Archeologico di Selinunte, la Targa della Biblioteca intitolata a Marilena Monti

Parco Archeologico di Selinunte, la Targa della Biblioteca intitolata a Marilena Monti

Chiudo gli occhi e ritorno nella sua casa di Castelvetrano, con Marilù che mi porta in giro per le stanze. Mi siedo un momento nel salottino e lei che apre pacchi di copie ancora intonse di libri e libri pubblicati da “Licchia”, l’editore Coppola, trapanese, che di Marilena tanto ha stampato.

Cerco di trovare nei meandri del cuore, senza trovarlo, un motivo per capire le ragioni della mia dimenticanza. Di non averla cercata in tutti questi anni. Il cuore, il maledetto, quando lo strapazzi non risponde più, si chiude a riccio e poi improvvisamente ti fa di questi scherzi.

Me l’ha fatta pagare: trovarla quando non ho potuto più vederla. Lei, Marilena, nel suo essere tenera e generosa non mi ha rimproverato nulla, come due amici che non si incontravano solo da pochi giorni. C’è un ulteriore stordimento di poesia in tutto questo, la gentilezza di un’anima purissima, anche se dolente.

Marilena, in una sua poesia scriveva: “Sono una goccia d’universo caduta male..”. Direi proprio di no. La goccia d’universo che è stata Marilena ha avuto la capacità di trasmettere a chi l’ha conosciuta l’incredibile sensibilità di scoprire la bellezza anche nelle condizioni peggiori. Basta leggere le sue riflessioni sulle nefandezze della Sicilia, dalla quale non riuscirà mai ad allontanarsi.

Altri, come me, hanno scelto la fuga. Lei no, aveva scelto di rimanere, per svolgere un ruolo complicato, sul campo minato per molti versi incivile, di educatrice alla bellezza, con il sostegno della sua innata fiducia nella rivincita delle emozioni che riescono sempre a toccarti in quella terra ammaliatrice. Inquietudini dell’animo, mescolate con la nostalgia e le continue incessanti dichiarazioni d’amore ai dettagli, invisibili ai più, che l’isola regala. Un fiore che spunta tra i ruderi di Gibellina, un limone caduto dai banchi dei venditori di frutta alla Vucciria.

Io, di quella parte di Sicilia che abbiamo condiviso, l’occidentale, custodisco amorevolmente solo le opere dei pochi conterranei che hanno voluto donarmi i loro libri con dedica – tra loro Miki Scuderi e Irene Marusso – e che conservo nello scaffale alto della mia biblioteca.  E con dedica, come dicevo all’inizio, c’è anche L’isola signora di Marilena.

C’è in lei, in quello che ha scritto, che ha pensato e cantato, un’intimità emotiva capace di far nascere emozioni intense. Ripensando a quello che è riuscita a realizzare, Marilena è stata una donna capace, indipendente, sicura di sé e di quello che faceva, quindi attraente. Aveva poi l’arte del saper giocare e di essere gioiosa, dotata di un umorismo spontaneo, nulla in lei c’era di artificiale. Come faccio a saperlo? Leggendo le sue opere, ma anche immaginando. Marilena era una persona autentica, genuina che in mezzo agli altri dava il meglio di sé. Pensatela con una chitarra in mano o con tutti gli altri strumenti che sapeva meravigliosamente suonare. Mi manda un video il 24 agosto, lei che legge la sua poesia Luce e subito dopo un pezzo sempre suo di sax. Che bellezza! 

“Voglio un amore/l’ultimo/di seta/senza mani rapaci/senza baci/senza scippi di cuore/solo di zucchero di luna/pensieri di salsedine al mattino/covato dentro agli occhi/non gridato/tra le scintille d’oro d’uno sguardo/muto/quasi bambino/e forse/vero”. 

In quei giorni di agosto Marilena riusciva ancora a rispondere al cellulare e il mio era un costante sollecitarla a parlare: pensavo che fosse il modo migliore per non lasciarla da sola con la sua angoscia. E lei mi raccontava della sua vita. Venivano riassunti in pochi minuti sessantanni di vita. Mi parlava dei suoi timori: che fine avrebbe fatto il suo gattino Lunedì, qualcuno avrebbe dato via i suoi strumenti musicali?

Parlo poco il siciliano ma con lei mi veniva spontaneo, sapevo del suo immenso amore per il dialetto. Per quella lingua unica, di incredibile varietà e profondità. Quando glielo chiesi, accennò ad un verso di Vurria di lu to sangu cincu stizzi e la sentivo divertirsi nel suo letto, anche se aggiungeva: “…riuscirò a vincere la guerra con questo materasso frutto della mente di un ingegnere sadico?”.

s-l400Avrei voluto vederli i suoi occhi ed aiutarla a tirarsi su. Era il pensiero che più mi torturava: il suo corpo brutalmente ridotto a nudo corpo malato, nel disgregarsi non solo delle cellule ma anche delle relazioni, murata in una inguaribile solitudine. Le sue amiche storiche non la lasciavano sola ma era l’umiliazione della malattia che le dava pena, pensavo.

Me lo confessa: la mancanza di fiato la costringe a preferire di restare sola, a mandar via i visitatori. Fragile e triste. Nell’agonia dell’attesa e della sofferenza. Lei, che non viveva senza la luce del sole siciliano; il 25 agosto ad una poesia di Grace Paley mi risponde: “..versi meravigliosi…che grande aiuto mi stai dando…in questo soffitto bianco cercherò il sole…ti abbraccio”.

Aperta a tutte le questioni irrisolte del genere umano, Marilena.

Per questo insegnava ai ragazzi del suo laboratorio di scrittura creativa – anche in questo antesignana – a comporre. Ne ha avuti di falsi amici, Marilena. Ma non se ne è curata più di tanto. Quello che faceva, lo faceva con il cuore in mano, perché aveva come privilegiato interlocutore il suo cuore. È vero, solo una mente lucida e preparata ha potuto creare opere letterarie e musicali come le sue, ma il cuore era prepotentemente presente in ogni suo momento della sua giornata, anche nell’estrema sofferenza.

Il 3 settembre mi scriveva: “ ...ascolto, ascolto il mio cuore battere! Disperatamente lo ascolto!”. Sentendola poi in quei suoi ultimi giorni dolorosi, ho scoperto un’amica amante delle piccole cose, di semplici atti di gentilezza. Apprezzava i miei con estrema delicatezza: quanti sul letto di morte possono essere in grado di dimostrare attenzione e amabile felicità?

Marilena ha costruito la sua vita passo dopo passo, partendo da un gesto alternativo di disobbedienza: doveva solo dare la tesi finale per essere biologa ma non la prese. Non c’era un solo motivo che potesse giustificarla ma lei lo trovò e lo confessò senza timori. Non voleva cadere nella tentazione di lasciare la musica per un altro mestiere. Le gabbie non sono mai state per lei, per la sua rivoluzione interiore.

Non ne voleva gabbie, lo dice già subito nel suo primo libro pubblicato I racconti del nuovo sole: “…un giorno mi accorsi che le case della mia anima non avevano porta e allora una musica come una rabbia fece forza su di un muro. Una musica che veniva da fuori. E così ebbi la coscienza del fuori. E furono spazi e fu aria!”.

Proprio ora mentre scrivo mi sto domandando che reazione avrebbe avuto Marilena al genocidio del popolo palestinese. Si sarebbe certamente schierata dalla parte dei bambini trucidati a Gaza. Provo ad immaginare quale poesia avrebbe scritto, quale canzone. Cerco di trovarla tra le sue carte, perché l’avrà già fatto. La troverò perché lei chiedeva giustizia e ricercava la nobiltà del vivere. Ed una massima attenzione al suo essere creatura del dialogo e del rapporto intenso con la gente. Amava per questo le piazze più del teatro, per la sua dimensione umana emozionante. Sarebbe scesa in piazza a manifestare contro la guerra d’Israele.

La dimensione “politica” della vita di Marilena mi appassiona: è una chiave di lettura che rafforza l’idea di una donna fuori dagli schemi ma anche attenta alle dinamiche sociali degli anni da lei vissuti.

Era resiliente Marilena alle atrocità siciliane: quel suo inno di dolore e bellezza dedicato a Paolo Borsellino ne è un esempio luminoso.

Marilena Monti

Marilena Monti

Vado rivedendo tutta la sua produzione teatrale che Marilù generosamente mi ha donato quando sono andato a trovarla nella casa di Castelvetrano, dove mi ha accolto con affettuosa amicizia insieme a Katia Lo Coco che aveva gli occhi lucidi e confusi. Sì, trovo che andrebbero riscoperti e valorizzati i suoi testi teatrali: il teatro, al quale Marilena ha dato tanto, “…avvertendo l’urgenza di educare attraverso l’arte, di formare la comunità del presente e del futuro rispetto ai temi di enorme rilevanza civica: su tutti la prevenzione delle tossicodipendenze”, come ricorda Rosario M. Atria, nel suo discorso accorato in occasione della commemorazione.

Ma penso anche alla sua incredibile ironia, la capacità di sorridere sempre, fino alla fine. Il giorno prima di morire, le mandai un video di una rosticceria siciliana di Anzio, con tanto di arancine in bella vista. Quella mattina non le avevano dato da mangiare e lei mi rispose: “minchia chi pitittu, Carmelo!”.

Abbiamo parlato per alcuni giorni per cellulare, anche se spesso le mancava il fiato, ma aveva voglia di parlare. Erano le storie scritte ma mai pubblicate che le davano pena e le poesie che aveva smesso di scrivere. L’ultima che mi mandò il 7 settembre l’aveva scritta prima del Covid. Mi disse: “Vita, si intitola, poi non ne ho scritte più, le tengo inutili nel cuore”. 

Metti in gola improvviso
a un passero estraneato
un poema gentile
che interseca l’azzurro
dopo avermi indagata
(svegliata nel profondo,
stuzzicando memorie).
Tra tempeste diverse,
da quel canto,
ti riconosce,
vita! 

Continuò dicendo: “…cerco comunque la vita. Ancora. Dopo 10 mesi di bestemmie a casa cercando di lottare da sola, contro il dolore del bacino fratturato giorno e notte…ho investito ogni mia energia creativa in bestemmie colorite, tremende, vivaci, ironiche… Ma il secondo giorno in cui stordita vagavo con la mente e il corpo in questo letto, io ti ho incontrato ancora. Tu inaspettato, hai incontrato me. Non bestemmio più.  Dico grazie al “compagno” Gesù che ci ha fatto ritrovare. Forse per quel morso, ancora, di Vita”. 

Marilù mi dice che devo scriverla questa storia incredibile, questo rapporto durato una vita senza essersi mai visti se non per qualche ora. Dillo, si raccomanda, di questa “specie di magia” che ha voluto che la cercassi senza un motivo un mese prima che morisse e che l’accompagnassi giorno dopo giorno con la poesia. E del sostegno che la poesia può dare anche nella tragicità di una vita che va a finire.

Non sapeva portare rancore questa creatura che stava senza forze al “Raggio di sole” di Salemi; così si chiama cinicamente la clinica.

Ad agosto mi scriveva “…sere fa ho visto tra le pieghe vuote della tv un lungo incontro con Alda Merini. Che bello respirare poesia! Ringrazio te che mi ritrovo tra pagine antiche. Ora visita oncologo”.

Ed allora mi sono detto l’unico sollievo che posso inviarle è la poesia. Di donne come lei, poetesse capaci di penetrare nelle profondità della vita e darle respiro. Darlo nel dolore, con la possibilità di trovare qualche minuto di tregua. Ma non deve farlo con fatica, penso e quindi le leggerò, con la mia voce storta, rauca, di vecchio lontano. So che non basterà.

All’inizio di settembre mi scriveva: “…grazie della bellezza perduta che mi doni ma non è stato lieve oggi per me appena sveglia sentire la voce di un operatore esclamare allegro da questo reparto ‘nessuno viene dimesso’ ed il suo messaggio era rivolto a me che sono ancora viva, piena di bisogni e sofferenze con delle richieste per loro minime che rinvio per non disturbarli…quanto improbabile diventa il nostro incontro”.

Che ci sta a fare in quel posto Marilena? In quel luogo estraneo e traumatico. Mi viene d’istinto l’idea di andarla a prendere e portarla via. A Piazza Marina, a Palermo, di cui lei scriveva: “...la amo nel suo cuore amaro, lei con le sue cancrene, io con la mia scompostezza fra i capelli…Palermo e lì dove agonizza e lotta. È lì che mi scalda con il fiato della sua essenza”.

Non poteva esserci luogo più emblematico, pensavo. Ma era un’idea impossibile da mettere in pratica. Ho cercato così tra i miei video archiviati nel computer, luoghi soleggiati, di frescura marina. E gliene mandai, sole e mare dal mio esilio, da Anzio e dalla costa laziale. L’11 settembre mi rispondeva: “…che bello!! Mi metterò il mio costume turchese!!”.

Le tengo solo per me tutte le altre parole pronunciate da lei in quei giorni e conservo dentro di me l’amaro sapore della sofferenza ma non posso non dire della sua limpidità struggente che fino alla fine l’ha sorretta. Dell’affetto per le sue amiche del cuore alle quali non voleva dire di quanto dolore erano segnate le sue giornate, per non intristirle.

Infine, voglio dire delle poesie che le ho letto e inviate. Poesie scritte da donne, come scelta emblematica, tranne l’ultima. Voglio farlo perché possono essere non solo un semplice elenco ma, almeno per me e per chi vorrà, la sequenza di un percorso tragico fatto insieme a lei e che lei ha condiviso con particolare affetto e sensibilità. Le ha ascoltate tutte e per ciascuna ha avuto un commento, un giudizio, un amorevole ringraziamento.

La poesia è roba inutile, certamente, ma nel nostro caso è stato il rimedio allo scontato dialogo che finisce per diventare quello tra chi rimane in vita e chi sta per andar via. Quando non sai cosa dire, quando non trovi le parole.

La prima poesia è del 24 agosto, Camminando nel bosco di Grace Paley e poi ogni giorno tutte le altre: Mattutino di Louise Gluck, Preghiera alla poesia di Antonia Pozzi, Ti meriti un amore di Frida Kahlo, Amore del rifugio e dell’acqua di Giovanna Sicari, Timoniere del mio sogno di Juana de Ibarbourou, Dolore alla cassa toracica di Nina Cassian, Pecoraro di Eilean Ni Chuilleanain, Come un popolo felice nella varietà di Patrizia Cavalli, Tutto di Wislawa Szymborska, Lieve offerta di Antonia Pozzi, A una lumaca di Marianne Moore, Nell’azzurra lontananza di Nelly Sachs, Il paese inesistente di Edith Sodergran, Strinsi le mani di Anna Achmatova, Pallottoliere celeste di Maria Luisa Spaziani, Trentatrè nomi di Dio di Marguerite Yourcenar, Quelle come me di Alda Merini, È un pomeriggio di primavera di Anne Sexton, Sois sage di Antonella Anedda e l’ultima, Amica non morire di Pablo Neruda del 13 settembre, che riuscì ad ascoltare prima di morire.

images-16Questo è tutto.

Una sceneggiatura perfetta per due personaggi che non s’incontrano mai. Poteva andare diversamente. Un aereo e avrei toccato con mano il suo dolore. Ho scelto con poco coraggio di ascoltarlo online. Ma l’assenza ha voluto essere fino in fondo la protagonista di questa storia.

Sono stato un rapace. Sono qui con il bottino della tua generosa sensibilità. Sono stato accolto e trattato come l’angelo custode della tua fine. La poesia ci ha tenuti stretti per un tempo breve, ed ha avuto la capacità di curare più me che te.

Voglio dirtelo però, Marilena. Non sei stata brava. Per nulla. Una stupida, sì. Lasciarci nel vuoto. Non è giusto. Dovevi capirlo, tu ragionevole, attenta, minuziosa, sensibile. E invece? Hai lasciato perdere e ora mi vieni a dire che “la morte ha lasciato le uova sulla ferita”. Bella immagine, certo. Verità, verità? Sei stata egoista. L’avevi visto quel male che si era rintanato dentro e ti masticava e l’hai lasciato fare, per una voluta imprecisione. Ora passa. Sì, ora passa e l’isola torna felice. L’hai visto mai? La vita l’hai vissuta osservandola dall’alto, come un gabbiano. Incurante delle complicanze. Amica mia dolcissima, questo sei stata. Un’illusa, che la vita è poesia! 

..nel nostro
minuscolo affannarci
cerchiamo le parole sospese,
quel catalogo denso di oggetti
che hai lasciato nelle scatole
piene, negli irregolari contrasti
che la tua vita ha smosso;
nelle camere interne del tuo
disordine diventano magneti
i dettagli e i relitti.
Marilena,
amica luminosa,
avere cura resta un esercizio
di raffinata curiosità,
descrive il limite delle nostre
umanissime vanità
ma nella ricerca dei tuoi pensieri
sparsi c’è la complicità di un superiore
amore, l’unico modo
di sentirti ancora accanto. 

Ora sono stanco, metto sul giradischi il tuo 45 giri Un pianto di glicini, anch’esso tra i ricordi con grande cura conservati, e ti vedo sorridere sulla spiaggia rocciosa di Capo Granitola.

Mentre mi ripeto e mi dispero che la poesia no, la poesia non salva la vita! 

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026 

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Carmelo Spitaleri, giornalista pubblicista, ambientalista, si dedica alla ricerca fotografica ed alla poesia. È  stato dirigente del Ministero Ambiente a Roma.

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