di Claudia Ippolito
Najwan Darwish nato a Gerusalemme nel 1978 è considerato uno dei migliori poeti palestinesi di oggi. La New York Review of Books, lo descrive come “one of the foremost Arabic-language poets of his generation”. La sua opera è stata tradotta in oltre 20 lingue. Oltre alla produzione poetica si occupa anche di critica culturale ed è editore della sezione culturale del giornale inglese arabofono Al Araby Al Jadeed. Porta avanti svariati progetti culturali nel mondo arabo e la sua è stimata una delle voci più interessanti della scena poetica palestinese ed araba contemporanea.
L’eredità transnazionale
La sua poesia è mossa, in primis, da un forte rispetto e senso di riconoscimento verso la storia culturale delle regioni occidentali dell’Asia e del Mediterraneo. Durante la nostra intervista a Napoli ha spiegato:
«I want you when you read my poem to read my ancestors, the Palestinians, and the Arabs and the Persians and the Indians and many, many others. I want you live in the places I lived, I want you to listen to the music I listened, I want to include all of this in poetry. This is my wish, my ambition. I don’t know how much I can achieve of it but I have to work on this» [1].
La poesia di Najwan Darwish incanala tanto le tendenze di rottura dell’epoca successiva agli accordi di Oslo, caratterizzata da un senso di sconfitta e di disillusione verso la risoluzione della questione palestinese attraverso vie diplomatiche, quanto stilemi e tratti tipici della poesia d’impegno, in chiave del tutto rinnovata e con lo sguardo sempre volto alla propria eredità culturale.
Sogno delle volte che le onde del mare di Haifa
diventino dune blu
e giunga un cammelliere senza tempo
portandosi i giorni dietro la schiena.
Si ferma per un po’ sotto la mia finestra
per farsi dare tutto ciò che gli arabi in me hanno conservato
incipit di poesie non declamate
e guerre mai concluse,
lo nutro di tutto questo loro amore disperato
e lo convinco a portare con sé
oltre a questi reperti – che lui inizia a caricare sul suo cammello -
la mia vita alla quale non trovo città
e la mia città alla quale non trovo vita
gli faccio un cenno
mentre lui fende le dune blu di ritorno ai suoi affari…
La mia felicità è indescrivibile
il Mare Mediterraneo è diventato un deserto.
“Sogno delle volte” è tratta dalla raccolta “Lakinni katabtu al-ašğār bi-l-ḫaṭā’”, “Ma ho scritto gli alberi per sbaglio”, pubblicata ad aprile 2025 e attualmente non ancora tradotta in altre lingue. L’ambientazione onirica, qui esplicita già partendo dal titolo, e l’immaginazione ritornano in diverse poesie così come il senso di smarrimento legato alla città. Qui il mare e il deserto si scambiano e il cammelliere detentore dell’eredità araba sembra raccogliere le briciole che ne restano.
Haifa, Gerusalemme e l’Inferno
Najwan Darwish è nato a Gerusalemme e ha terminato la sua formazione in Palestina. L’autore ha sostenuto di sentirsi di vivere nella parola “bayna”, “fra”, spostandosi costantemente fra Gerusalemme e Haifa. Crescere a Gerusalemme non è un dato da poco, infatti, Darwiš ha potuto vivere immerso in un’ampia varietà di tradizioni religiose e letterarie, eredità viva della Città Santa, traendone un’educazione autonoma che ha abbracciato sia le componenti cristiane e islamiche sia approcci letterari antichi e moderni, pur essendo ateo. Gerusalemme, intesa come spazio stratificato di memorie, simboli, conflitti e sacralità, vive una condizione di permanente attrito tra temporalità differenti. La simbologia principale che affida Darwiš alla città è a figura di Cristo:
Nel mio tormento, ti vedo, nella veglia o nel sonno
so che sei sempre lì sospeso.
Gli Apostoli sono spariti, la terra ha perso la memoria
e la Storia, qui, vaneggia
ma tu sei appeso lì su una collina di Gerusalemme
a Gaza, ai margini di un campo profughi
e nei telegiornali, lì appeso.
“Mai detto di voler scendere” tradotta da Simone Sibilio in “Più nulla da perdere” (2021) è una delle numerose poesie che mettono al centro Cristo e la croce. La crocifissione è assunta prevalentemente come emblema universale del dolore e del sacrificio umano, non come evento dotato di significato redentivo o salvifico. L’identificazione tra la sofferenza palestinese e il martirio di Cristo, inteso anche come preludio alla resurrezione, occupa del resto una posizione di rilievo nella poesia araba moderna. Tale immaginario è rintracciabile sia nella produzione di poeti siro-libanesi come ʿAbd al-Wahhab al-Bayyati e Badr Shakir al-Sayyab, sia nella cosiddetta poesia della resistenza, in cui la figura del Cristo-martire diviene paradigma simbolico della sofferenza collettiva e della speranza di rinascita [2].
Il poeta fa ricorso a tale apparato simbolico in una più ampia strategia di interrogazione e risemantizzazione del patrimonio religioso. Infatti, la sua poesia è attraversata da risonanze bibliche ed escatologiche, e richiami alle tradizioni delle tre religioni monoteistiche. Darwish opera un vero e proprio scavo nel lessico sacro, ri-attualizzando figure e paesaggi della Scrittura e collocandoli nel presente storico.
Similmente, Haifa rappresenta il paradiso, al-ǧanna, seguendo la tradizione coranica. Haifa è il fulcro stesso della vita dell’autore, estremamente metaforica già per la sua conformazione geografica con il monte Carmelo che si affaccia sul Mar Mediterraneo. Il mare e le montagne per i poeti palestinesi sono elementi connotativi, l’accesso a questi paesaggi non è scontato per una popolazione divisa da muri, fra chi ha la possibilità di vedere solo il mare come i gazawi, e chi solo le montagne come gli abitanti della Cisgiordania. La vita ultraterrena è spesso presente nella sua opera, si potrebbe persino sostenere che le sue raccolte vadano a raccontare il suo viaggio attraverso l’Aldilà. La scoperta però che l’autore fa è che la vita ultraterrena rimanda sempre alla realtà:
Un giorno ci svegliammo in Paradiso
e gli angeli ci sorpresero con scope e stracci:
“Puzzate di alcol e avete in tasca poesie ed eresie”.
Tranquilli servi di Dio – gli dicemmo,
sognavamo soltanto una mattina ad Haifa
ma siamo finiti per sbaglio qui da voi.
“In Paradiso” mostra la Haifa paradisiaca per l’autore, nonostante, la vita in Palestina viene anche associata, ad esempio in “Un visitatore dall’Inferno”, all’Inferno.
Un residente dell’Inferno, per Dio
è da lungo tempo che sto qui seduto
non merito forse anche io di diventare un cittadino?
Persino all’Inferno esistono proprietari di casa che riscuotono l’affitto
e inquilini che vengono sfrattati?
Pensavamo che l’Inferno fosse definitivo dopo lo sfollamento
(In realtà, immaginavamo una prigione, senza associazioni che denunciano
le torture,
e degli angeli come boia privi di qualsiasi responsabilità…).
La quotidianità si mescola con il racconto immaginario creando legami paradossali che, attraverso il sarcasmo, criticano la società attuale e il suo andamento sempre più distopico. La vita reale sotto l’occupazione che costringe i palestinesi allo sfollamento, alle torture e alla morte appare così facilmente sovrapponibile al modo di concepire l’Inferno. Il tono, seppur cupo, è pur sempre ironico e attraverso questo registro il poeta sembra voler raccontare ciò che ha visto durante il suo viaggio attraverso l’Aldilà.
Pur attento alla dimensione immaginativa e all’uso dell’immagine poetica, Darwish evita l’eccesso visionario o l’esibizione figurativa fine a se stessa. L’immagine appare controllata, subordinata alla forza del significato e alla sua necessità etica. In tal senso, egli può essere considerato un “poeta dei significati” più che delle ornamentazioni linguistiche: la sua scrittura mira a esprimere l’esperienza dell’identità e della diaspora, proponendo una nuova rappresentazione del palestinese entro un orizzonte umano e globale.
L’esperienza palestinese, infatti, seppur centrale, non si presenta in forma esclusiva o monolitica, ma si colloca entro una cornice araba e universale, in dialogo con altre identità minacciate, in particolare con quelle appartenenti al mondo arabo, africano e ad altri contesti segnati da colonialismo, dispersione e marginalizzazione. Tale “umanizzazione” della condizione palestinese risponde a un intento consapevole: sottrarre alla sua immagine gli stereotipi, per restituirla nella sua complessità storica ed esistenziale [3].
In questa maniera, la sua poesia si distacca radicalmente da quelli che consideriamo i poeti palestinesi per eccellenza, i poeti della resistenza che hanno reso immortale la Palestina negli anni ‘60 e ‘70 principalmente. La loro era una poesia fondata sulla nazione palestinese e la sua autodeterminazione, una poesia militante che intrecciava il lavoro culturale e l’impegno politico, nonché la narrazione delle contingenze geopolitiche vissute che hanno sempre gravato duramente sulla popolazione alle sue motivazioni artistiche [4]. Poeti come Mahmood Darwish o Samih al Qasim restano, tutt’oggi, riferimenti culturali fondamentali per la poesia araba e la poesia basata sull’impegno politico a livello internazionale, i loro componimenti sono bandiere di resistenza e volontà di liberazione dal colonialismo.
Nonostante questo, a livello poetico e anche a livello di visione politica il loro è un impegno fortemente identitario e nazionalista, tendenza abbandonata pian piano dagli scrittori e scrittrici palestinesi e sostituita dall’internazionalismo e da un riconoscimento delle solidarietà, affinità e identità di tutte le lotte di liberazione nelle diverse regioni del mondo, il riconoscere cioè di avere lo stesso nemico e di appartenere allo stesso fronte. La poesia, di cui Najwan Darwish può essere considerato uno dei maggiori esponenti ma nella quale rientrano numerosi autori odierni, è anche una poesia che vuole liberare gli autori dal ruolo di poeta della Palestina. In altri termini, i poeti scrivono oggi della loro condizione materiale umana, nella quale, chiaramente, emerge anche con forza l’elemento palestinese e la sofferenza dell’occupazione. Questi due dati sono, però, non più il fulcro, non più la motivazione che spinge alla scrittura, ma lo sfondo, il contesto entro cui il testo poetico viene composto.
È per queste ragioni che la poesia di Najwan Darwish si arricchisce di influenze da altri testi, attraverso l’intertestualità, intesa non solo come procedimento formale, bensì come un dispositivo conoscitivo e identitario che permette all’esperienza palestinese di confrontarsi con il proprio passato e con altre esperienze storiche segnate dall’oppressione. Ciò che ne deriva è un processo di comunicazione interculturale e di riflessione sulle dinamiche comuni di esclusione e marginalizzazione dei popoli.
L’opera di Najwan Darwish riesce così a intrecciare vissuto autobiografico e riferimenti culturali e storici, in un dialogo continuo tra dimensione individuale e collettiva, tra spazio locale e orizzonte universale.

Manoscritto della poesia Quds, Gerusalemme di Najwan Darwish, presente nella raccolta
Istayqaẓnā marratan fī-l ǧanna, 2014.
Ruolo del poeta, memoria e universalismo
Un paradigma eminente della sua poesia è non la semplice sensibilità e coscienza del passato recente della sua terra ma un rapporto più complesso e frastagliato che diventa anche conflittuale. L’esperienza poetica di Najwan Darwish può essere interpretata come il luogo di una tensione strutturale tra innovazione e continuità, in cui la spinta verso una soggettività moderna si coniuga con la riattivazione di codici e funzioni ereditati dalla tradizione. La sua voce lirica, fortemente individualizzata e riconoscibile per densità semantica e nitidezza espressiva, non si esaurisce in un gesto di rottura, ma si configura piuttosto come spazio ibrido di negoziazione con il passato. La memoria storica non costituisce un semplice sfondo tematico, bensì il presupposto epistemologico della scrittura: essa orienta la costruzione poetica e ne fonda l’orizzonte etico e simbolico. In tal senso, l’insistenza su nuclei identitari apparentemente indeboliti nel contesto arabo contemporaneo assume il valore di un’operazione di recupero e ridefinizione. La sua prospettiva postmoderna riesce al contempo a preoccuparsi del futuro ma a far riferimento a temi del passato arabo e orientale in senso più ampio.
All’interno di questa prospettiva, la figura del poeta sembra riavvicinarsi all’archetipo dello šāʿir nella cultura araba classica: non soltanto creatore di forme, ma soggetto investito di una responsabilità collettiva, capace di dare voce a una percezione altra, eccedente la sfera individuale ordinaria. La dimensione pubblica della parola poetica, lungi dall’essere un retaggio retorico, si ripropone come esigenza implicita in una scrittura che ambisce a farsi coscienza critica e luogo di risonanza comunitaria. Tale configurazione acquisisce ulteriore complessità se inscritta nella specificità dell’esperienza palestinese. D’altro canto, però, Darwish fa coincidere il proprio ruolo a quello dello storico. La definizione tradizionale della poesia come dīwān al-ʻarab, archivio degli arabi, ritorna nella sua visione. Il poeta riprende e utilizza il passato e la sua eredità nella produzione letteraria, lo rimaneggia trasformando e usandolo come lente attraverso cui leggere la contemporaneità. Riesce, così, a echeggiare la voce di chi è stato dimenticato, attualizzando il passato e portando a galla paradossi e verità spesso rimasti marginali nella Storia [5]. Così dichiara nell’intervista:
«My understanding of the work of the poet is that it is similar to the work of historian. You follow small narratives and connect them with each other so you can build a history and in many cases poetry takes the place of alternative history because usual history is written by authorities while poetry is telling more the story of the soul, it’s different approach to history. But at the same time there are similarities I’m very much busy with history and I enter into poetry through history. Ya’ny, history is my door to reality and reality is my door to history» [6].
La poesia d’apertura della raccolta Più nulla da perdere, si intitola Bitāqa hawyyia, Carta d’identità, ed enuncia il punto chiave della sua poetica: il concetto di identità non strettamente palestinese ma araba, orientale e stratificata nel tempo. Tale visione si discosta dall’impostazione più marcatamente rivendicativa di poeti come Mahmood Darwish che scrive una poesia dallo stesso titolo fondata sull’affermazione dell’autoctonia araba in chiave resistenziale, e suggerisce invece un superamento delle definizioni identitarie essenzialistiche [7].
Non c’è un altro luogo capace di resistere ai suoi invasori come quello del popolo a cui appartengo e non c’è uomo libero che non sia mio parente, non c’è un solo albero o una sola nube a cui non debba qualcosa. E il mio rifiuto del Sionismo non mi impedirà di dire che sono stato un ebreo espulso da al-Andalus e ancora intesso il senso con la luce di quel tramonto.
A casa ho una finestra aperta sulla Grecia, un’icona che indica la Russia, un buon profumo eterno che viene dal Higiaz e uno specchio: e ogni volta che mi vedo riflesso, mi ritrovo immerso a primavera nei giardini di Shiraz, Isfahan e Bukhara.
E se si è meno di questo, allora non si è arabi [8].
La sua opera si orienta verso l’universalismo, l’appartenenza alla Terra tutta e ai popoli in rivolta. Questo posizionamento indica non una mera solidarietà alle altre popolazioni oppresse ma un’identificazione in loro da un punto di vista umano, superando i confini talvolta limitanti del nazionalismo tout court. Difatti, durante la nostra intervista ha ragionato sulla sua identità di palestinese nella convinzione che «siamo un’onda in un mare più grande. Bisogna esserne consapevoli per poter scrivere»:
«The human experience or the human journey didn’t start now. When I want to write about this journey I wouldn’t start from myself or my place or my country. We are a wave in a bigger sea. You need to be aware of it to be able to write. History in within reality, you wouldn’t understand reality without understanding history. Without understanding the context of the human experience and after all of the human soul».
Can you share more of your thoughts on the identity of the Palestinian author? The other day you described it as being too narrow somehow similarly to what Mahmood Darwish said about it.
«Mahmood Darwish is different. He was willing to be the national poet and then he started complaining of being the national poet. I never seeked to be a national poet. I am not fascinated by nationalism, in general. The only things which I don’t like are labels and limitations in the understanding of things and of the world, also lack of ability to see the world without these levels and labels. The world is more complex than the labels that are given to everything»
So to you it’s not about the Palestinian identity but about identity in general like you don’t identify in any country this is what you were talking about in the poem Bitāqa hawyyia.
«That poem is my personal identity, it’s not poetical imaginary this is how I used to identify myself at that time which is more than 12 years ago. Now my identity is much wider than that poet because I was younger and my identity was smaller then it is now. I discovered other parts of the world I made connections and belonging to other parts of this world. Identity grows and it’s natural you will become many other things and have many other identities».
This is very interesting coming from a Palestinian poet. Usually, you know, the question of Palestine is somewhat imposed on Palestinians.
«This is also a label. Maybe there were Palestinian poets writing as “professional Palestinians”, I’m not one of those. I am a committed Palestinian citizen, I am not a committed Palestinian poet. My only commitment is to poetry itself» [9].
Quanto, invece, al carattere politico della sua poesia, una lettura in tal senso è indiretta, intrinseca nella realtà che viene descritta. Si tratta di una visione che lascia cadere l’ideologia o che la deride, semmai. L’ironia è uno dei toni usati per prendere in giro il nemico e le sue infinite contraddizioni ma anche per stemperare la disillusione di un reale sempre più scoraggiante e ingiusto. Nel complesso, il suo linguaggio e la varietà stilistica delle poesie riescono a tradurre diversi stati d’animo, ad essere cioè cosciente di tanti aspetti della vita raccontati con equilibrio e coraggio.
Nella poesia di Najwan Darwish le ingiustizie storiche subite dalla Palestina costituiscono un orizzonte costantemente evocato e interiorizzato. I suoi testi danno voce a un lutto collettivo: quello di un popolo sottoposto all’occupazione, la cui memoria storica è ulteriormente compromessa tanto dalla violenza persistente quanto dalle narrazioni della cosiddetta “comunità internazionale”, che tendono a rappresentare i palestinesi come privi di nome, di Stato e di storia. Contro tale dispositivo di negazione coloniale, Darwish richiama e riafferma la profondità storica e culturale della propria comunità.
Pur inscritta in un contesto politico ineludibile, la sua poesia non assume mai toni didascalici o apertamente polemici. La dimensione politica è piuttosto incorporata in situazioni umane concrete, da cui scaturiscono espressioni liriche individuali, spesso declinate nella forma del lamento per l’ingiustizia e l’oppressione, legate all’occupazione e all’imperialismo. La parola poetica si articola anche attraverso silenzi sedimentati nei luoghi, nelle abitudini e nelle memorie viventi; in tal modo, il dolore collettivo si fa esperienza singolare e intensamente percepibile [10].
«It depends on our definition of political. For me politics, al-siyāsa, is caring about people, caring about the future of people. This is the kind of definition I have of politics. So with this aspect anything I do is political, even if I write a poem about the trees is political because its’ how you write about trees, which angle, which perspective. It says something about your politics and your stand mawqifuki al-insān , your stand towards human beings» [11].
La voce di Darwish nasce, quindi, da una consapevolezza personale della condizione palestinese, segnata da un progressivo deterioramento e dall’assenza di prospettive concrete. Tuttavia, la Palestina che emerge nei suoi versi assume anche un valore metaforico: essa diviene spazio esistenziale, luogo di un’angoscia radicale che il poeta riesce a rendere acusticamente e simbolicamente presente. Politica coloniale, storia e vissuto individuale si intrecciano pertanto in un dramma umano che la poesia al tempo stesso rappresenta e contesta.
A differenza di molta poesia araba contemporanea, in cui affiorano spiragli di speranza, nell’opera di Darwish prevale una tonalità elegiaca. Pur mantenendo un registro misurato, talora ironico, e una notevole padronanza formale, i suoi testi risultano profondamente intrisi di riferimenti storici e culturali, senza indulgere in eccessi retorici. Il poeta registra e commemora incontri, luoghi e figure della quotidianità, restituendo loro una densità umana significativa. La concisione e la chiarezza delle immagini, spesso caratterizzate da svolte improvvise, rendono la sua scrittura particolarmente traducibile e capace di attraversare confini culturali e contesti linguistici diversi. In tale prospettiva, la poesia si ispira alla ricerca di una sapienza implicita in un mondo segnato da instabilità e cinismo, mentre il linguaggio, lungi dall’essere trasparente, rivela nella sua opera una costitutiva e ineludibile ambiguità.
Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026
Note
[1] Najwan Darwish durante l’intervista con l’autrice a luglio 2025, Napoli. Traduzione in italiano: «Quando leggi la mia opera voglio che tu riesca a leggere i miei antenati, i palestinesi, gli arabi, gli indiani e tanti tanti altri. Voglio che tu viva i luoghi dove ho vissuto io, che to ascolti la musica che ho ascoltato io, voglio includere tutto questo nella mia poesia. Questo è il mio desiderio, la mia ambizione. Non so quanto posso realizzarla ma devo lavorare su questo».
[2] N. Darwish, trad. S. Sibilio, Più nulla da perdere, Il Ponte del Sale – Associazione per la Poesia, Rovigo, 2021: 135.
[3] M. ʿUbayd Allāh, “Naǧwān Darwīš.. taǧriba filasṭīniyya ǧasūra talīqu bi-l-šiʿr al-ǧadīd”, in Alfaisalmag, 1 gennaio 2025, https://www.alfaisalmag.com/?p=987518881/
[4] Ibidem
[5] N. Darwish, trad. S. Sibilio, Più nulla da perdere, Il Ponte del Sale – Associazione per la Poesia, Rovigo, 2021: 138-139.
[6] Najwan Darwish durante l’intervista con l’autrice a luglio 2025, Napoli.
[7] N. Darwish, trad. S. Sibilio, Più nulla da perdere, Il Ponte del Sale – Associazione per la Poesia, Rovigo, 2021: 130-131.
[8] Carta d’identità tratta da N. Darwish, trad. S. Sibilio, Più nulla da perdere, Il Ponte del Sale – Associazione per la Poesia, Rovigo, 2021:12-13.
[9] Najwan Darwish durante l’intervista con l’autrice a luglio 2025, Napoli. Traduzione in italiano:
«L’esperienza dell’essere umano o il viaggio dell’essere umano non è iniziato adesso. Quando voglio scrivere di questo viaggio non inizierei da me stesso o il mio luogo o il mio paese. Noi siamo un’onda in un grande mare. Bisogna essere consapevoli di questo per scrivere. La storia è intrinseca alla realtà, senza comprendere la storia. Senza comprendere il contesto dell’esperienza umana e, dopo tutto, dell’anima umana».
Può parlare di più della sua idea dell’identità del poeta palestinese? Qualche giorno fa l’ha descritta come troppo stretta, un po’ come ha detto Mahmood Darwish.
«Mahmood Darwish è diverso. Lui voleva essere il poeta nazionale e poi ha iniziato a lamentarsi di essere il poeta nazionale. Io non ho mai voluto essere il poeta nazionale. Non sono affascinato dal nazionalismo, in generale. Le uniche cose che non mi piacciono sono le etichette e i limiti nella comprensione delle cose e del mondo, e anche l’incapacità di guardare al mondo oltre queste etichette. Il mondo è più complesso delle etichette che vengono date ad ogni cosa».
Quindi, a suo avviso non è importante l’identità palestinese ma l’identità in generale, lei non si identifica in nessun paese questo è quello di cui parlava in Bitāqa hawyyia.
«Quella poesia è la mia identità personale, non è immaginazione poetica è il modo in cui mi identificavo al tempo, più di 12 anni fa. Ora la mia identità è molto più ampia di quel poeta perché ero più giovane e la mia identità era più piccola di ora. Ho scoperto nuove parti del mondo sviluppatonuove connessioni e un senso di appartenenza ad altre parti del mondo. L’identità cresce ed è naturale diventare tante cose diverse e avere tante altre identità».
Questo è molto interessante da sentir dire da un poeta palestinese. Di solito la questione palestinese è in qualche modo imposta ai palestinesi.
«Anche questa è un’etichetta. Forse ci sono stati palestinesi che scrivevano da “palestinesi professionali”, io non sono uno di loro. Io sono un cittadino palestinese impegnato. Non sono un poeta palestinese impegnato. Il mio unico impegno è alla poesia stessa».
[10] N. Darwish, trad. ing di Atef Alshaer e Paul Batchelor, Embrace, Poetry Translation Centre (World Poet Series), Londra, 2020: 8-9.
[11] Najwan Darwish durante l’intervista con l’autrice a luglio 2025, Napoli. Traduzione in italiano: «Dipende dalla nostra definizione di politico. Per me la politica, al-siyāsa, è prendersi cura del futuro delle persone. Questa è la definizione che ho della politica. Quindi sotto questo aspetto tutto ciò che faccio è politico, persino se scrivo una poesia sugli alberi è politico perché è come tu scrivi degli alberi, quale angolo, quale prospettiva. Dice qualcosa della tua politica, la tua posizione mawqifuki al-insān , la sua posizione verso l’essere umano».
Riferimenti bibliografici
N. Darwish, trad. inglese di Atef Alshaer e Paul Batchelor, Embrace, Poetry Translation Centre (World Poet Series), Londra, 2020
N. Darwish, Lakinni katabtu al-ašğār bi-l-ḫaṭā’ (Ma ho scritto gli alberi per sbaglio), Dār al-fīl, Gerusalemme, 2025.
N. Darwish, trad. S. Sibilio, Più nulla da perdere, Il Ponte del Sale – Associazione per la Poesia, Rovigo, 2021.
M. ʿUbayd Allāh, “Naǧwān Darwīš.. taǧriba filasṭīniyya ǧasūra talīqu bi-l-šiʿr al-ǧadīd”, in Alfaisalmag, 1 gennaio 2025, https://www.alfaisalmag.com/?p=987518881/
S. Sibilio, Poesia araba moderna e contemporanea, Istituto per l’Oriente C. A. Nallino, Roma, 2022.
B. Abu-Manneh, “Foreword: Under ‘Suffering’s Glow’: Palestinian Writing after Oslo”, in Rachel Gregory Fox, and Ahmad Qabaha, Post-Millennial Palestine: Literature, Memory, Resistance., Liverpool Scholarship Online, 23 Set. 2021.
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Claudia Ippolito, ha conseguito una laurea magistrale in Lingue e Culture dell’Asia e dell’Africa presso l’Università “L’Orientale” di Napoli con tesi in poesia palestinese contemporanea incentrata sulle opere di Najwan Darwish. Fuori dall’Italia, ha studiato arabo levantino presso Ahlan World ad Amman, Giordania, arabo standard a l’Université de Lille e presso l’istituto Iso-Med a Tunisi. La sua ricerca si interessa alla poesia e letteratura contemporanea, specialmente di contesto levantino e di diaspora, nonché alle nuove piattaforme culturali e letterarie digitali arabofone.
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