Man mano che il tema della guerra, nella prospettiva della distruzione quasi totale dell’umanità, entra nei radar dell’opinione pubblica non più attraverso il vuoto linguaggio della politica ma con l’irruenza dei fatti, come nella vicenda di Gaza, comincia a diventare anche un argomento che in qualche modo potrebbe riguardare il variegato mondo dei poeti e delle poete. Ne fanno testo il numero davvero incredibile di antologie, e nello stesso tempo, grazie al web, le numerosissime occasioni di call in streaming in cui ci si confronta, anche attraverso la declamazione di versi, sulla possibilità che la parola poetica diventi più di un semplice e generico segnale di indignazione. La poesia su questo nei secoli ha sempre tenuto un atteggiamento ambiguo, divisa tra detrattori e cantori, ma è certo che proprio agli albori del ‘900 con la Prima Guerra mondiale l’ago della bilancia si è spostato sempre di più verso un rifiuto totale dell’apocalisse.
La specificità di questo inizio di terzo millennio è che, dopo la rottura nella coscienza comunque determinata negli anni sessanta contro l’impresa occidentale in Vietnam, ora il profilo generale dei conflitti stia facendo un salto di qualità difficilmente descrivibile con gli strumenti culturali a nostra disposizione, a cominciare proprio dalla parola poetica. Diventa opportuno quindi aprirsi un varco che possa avere il valore di un confronto autentico e senza valori pre-definiti. Del resto, è con la contemporaneità che la poesia deve fare i conti altrimenti diventa un’altra cosa, cambia forma nel momento in cui tentiamo di metterla sulla carta. Questa contemporaneità così definitiva lascia poco spazio alle interpretazioni, ma questo, paradossalmente, è un punto di forza e non di debolezza. Si trasforma in debolezza se si fa l’errore di trasformare la propria parola poetica in qualcosa di consolatorio o, peggio, di anestetizzante.
Abbiamo creduto opportuno, cogliere, attraverso questa intervista al giovane poeta Stefano Bottero, due elementi indispensabili: un pensiero sorgente rispetto alla contemporaneità e anche un gesto poetico portatore di una certa forza e determinazione, originale e privo di orpelli stilistici.
Stefano Bottero è nato a Roma nel 1994. È dottore di ricerca in Italianistica presso l’Università Ca’ Foscari Venezia, dove ha insegnato Scrittura creativa. Il suo ultimo libro di poesia è Notturno formale (Industria & Letteratura, 2023), in dialogo con le opere dell’artista Nerina Toci. Suoi versi sono usciti nella rubrica di Milo De Angelis per «Poesia» (Crocetti/Feltrinelli), e nel XVII Quaderno italiano di poesia contemporanea Marcos y Marcos, con prefazione di Alfonso Guida. I suoi ultimi saggi sono Canali del nulla. Morte e letteratura nei primi decenni del Novecento (Industria e Letteratura, 2025) e l’edizione critica e commentata di Invettive e licenze di Dario Bellezza (Edizioni Ca’ Foscari, 2025). Collabora con «Lingua italiana» di Treccani e «Le parole e le cose». Ha vinto il Premio città di Como – Opera prima.
Benché si stia palesando in Occidente una poesia fortemente impegnata contro la guerra, tuttavia di odi alla guerra e di celebrazioni degli eroi ne è piena la letteratura italiana ed europea. E non è escluso che non rifioriscano oggi, che la propaganda alza di nuovo la testa. Quel che è certo, è che la realtà sta bussando fragorosamente alle porte della poesia, e più generalmente degli strumenti culturali attraverso il quali riuscire ad elaborare un nuovo punto di vista, ma la risposta tarda ad adeguarsi a un livello adeguato. Cosa ne pensi?
«La letteratura guerrafondaia, se c’è, è un sintomo. Il trauma da cui deriva è la spesa militare che aumenta, il definanziamento criminale dell’università e della ricerca, gli investimenti nel riarmo, l’abdicazione ai diritti civili in virtù dell’adesione alla grammatica fascista del decoro e della sicurezza. La legittimazione, a ogni grado, dell’opera genocida. Che la poesia possa o debba essere, in qualche forma, una ‘risposta’ a tutto questo, io non lo credo. È invece uno spazio di silenzio. Una possibilità di resistenza informe: è il rifiuto delle risposte, di ogni risposta. Facendosi ricettacolo del vuoto, la poesia può disinnescare la saturazione del senso. E così disobbedire. Qualche mese fa, durante un’intervista su Fahrenheit per il mio lavoro di cura dell’opera di Dario Bellezza, ho letto questi suoi versi: Se viene la guerra / non partirò soldato. // Sarò traditore / della vana patria. // Mi farò fucilare / come disertore».
In un tuo recente intervento pubblico hai criticato un certo modo di scagliarsi contro la guerra attraverso la poesia. Vorresti per cortesia puntualizzare i termini…
«I termini sono il grottesco delle operazioni mimetiche di alcuni. Quanti, al riparo nell’Unione Europea e nel privilegio economico, scrivono poesie tematizzando un’immedesimazione nelle vittime della guerra, e spacciano la propria astrazione come una partecipazione all’orrore, fanno qualcosa che non è solo sciocco o spregiudicato: è coloniale».
C’è da dire a vantaggio della poesia, diciamo pacifista sui generis, che più che una protesta contro la guerra in realtà denoti un tentativo di ricostruzione di senso di fronte a un evidente cambio di passo della storia. Le persone cercano, molecolarmente e con gli strumenti che hanno a disposizione, di immaginarsi un mondo oltre l’orrore attuale. Cosa ne pensi? In questo la poesia può avere un ruolo?
«La poesia non ripara dai bombardamenti e dalla sete, non ricostruisce niente. La parola può condurre nello spazio della ferita, incarnare la condizione del dolore e dell’irrimediabile. Portare quel grido, muto e incomprensibile, in cosa e dove siamo. Quelli che demandano alla poesia la salvezza vanno incontro a un tradimento – la parola non salva. È del crollo, della perdita, che può farsi corpo».
In una celebre intervista alla Rai, Ungaretti tentando di spiegare il suo stile asciutto tirò fuori l’idea di una parola poetica necessaria. E questo anche in considerazione del fatto che lui stesso si trovava sotto le bombe mentre componeva. Ecco, in che misura occorre tornare a una parola necessaria? Questo può aiutarci a ritrovare il filo di una parola che pur non potendo essere universale può almeno aspirare a ricreare interrogativi forti?
«La parola necessaria di Ungaretti non va intesa come un’estetica della purezza o della sintesi, non si tratta di un’eleganza del dire, ma di aderire a una condizione estrema del linguaggio. L’inessenziale in poesia oggi non è uno stile o un altro stile, ma la saturazione del Senso – la stessa che sta alla base della legittimazione della violenza, della guerra. Lo spaccio continuo di significati facili e identità vendibili, quando invece dovremmo rifiutare ogni identità. Fare silenzio di ogni automatismo del dire. Se c’è una necessità nella parola poetica, è nella sua possibilità di sottomissione assoluta. In un linguaggio che nega le proprie strutture, i propri nessi, le proprie armonie. Lì sta la necessità – il verso ha senso a patto che io ne sia privo».
La suggestione di Ungaretti ci permette anche di produrre un ragionamento su corpo (del poeta) e parola poetica. Anche questa è una dimensione sempre più evanescente. In base alla tua esperienza qual è la riflessione che più ritieni opportuna?
«La parola, come il corpo, è una condizione – una perdita, non un significato. La parola cola dalla crepa nel corpo ma non è del corpo: entrambi sono episodi temporanei. Non resta la carne e non resta ciò che scrivo. Anche il più maestoso monumento della comunità umana («più duraturo del bronzo»), tra qualche decina di migliaia di anni, sarà polvere e silenzio. Il punto non è, tuttavia, considerare che polvere eri e polvere sarai, ma che polvere sei. Adesso e qui. Che il corpo è già niente e così lo è la parola poetica, afona e afasica. Per questo la poesia non è una risposta, non afferma niente, per questo non salva. In essa si spalanca già il nero che è nel corpo e a cui va il corpo – a cui andiamo».
In appendice pubblichiamo una poesia di Stefano Bottero che è stata scelta per l’antologia dell’ultimo quaderno di poesia italiana contemporanea di Marcos y Marcos. Bottero qui ci parla di una “guerra” meno visibile, meno codificata, quella che la società di massa porta avanti ad oltranza contro ogni forma di vita animale e vegetale. Improvvisamente, lo scenario del “supermercato” cambia: si fa sepolcro dove la carne diventa plastica e la plastica carne. L’impegno del poeta qui non è solo quello di descrivere ma anche di provare a capire, a penetrare, a trovare un senso a una irrazionalità, a un destino conclamato di morte, che nel senso comune viene trattato come vita.
prima di fasciarlo. le ripetizioni svuotano il corpo bianco sporco il reflusso
pensano alla carne dei supermercati. oltre la plastica
nei quadri di plastica ti portano a dormire dopo averla stesa.
sciolta – usano la ferita come una cuccia e bevono. bevono. sulle pareti i cerchi
diventano sterili, preme negli allevamenti e ancora
nel nero Tàhlequah – senza sguardo la carne dei supermercati. le coperte
sono un liquido che si avvita e nega.
nega.
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
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Fabio Sebastiani, giornalista e poeta, è laureato in Filosofia nel 1988 con una tesi sulle lingue artificiali. Dal ’95 e fino al 2012 fa parte della redazione di Liberazione occupandosi del settore sindacale. Ha al suo attivo diverse iniziative giornalistiche come la creazione e la conduzione di alcune web radio come Radio Rete Edicole, Radio Iafue, Radio Mir e Radio Anmil Network. Come poeta ha pubblicato un libro di aforismi e una raccolta di poesie dal titolo Molecole semplici per rivoluzioni complesse. Ha curato insieme ad altri due poeti due poemi collettivi, Gabbia no e Amicizia Virale.
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