Horror is beyond the reach of psychology
(Adorno, Minima Moralia: 164)
1. Il problema “violento”
Negli ultimi mesi ho praticato una osservazione “ghiacciata” o almeno raffreddata sui commenti di autori/e a me sconosciuti su tematiche apparentemente politiche ma che meritano definizioni diverse. Mi ha impressionato il livore pieno di ferocia, spesso razzista e sessista e “vecchista” su argomenti che, invece di volerli discutere presentando punti di vista diversi, si basavano sull’offesa aprioristica, forse spinta da un malsano atteggiamento “partitico”. In effetti né la politica né il partito erano presenti (forse lateralmente per non essere ingenuo) in questa faziosa aggressività, bensì qualcosa di più sotterraneo e complicato che sta emergendo peggio del bradisisma partenopeo. Un mix sorprendente di ferocia arcaica e attuale, in questo senso si potrebbe dire contemporanea, in quanto attraversava spazi e tempi per assemblarli nell’offesa senza scampo né replica.
La prima fase della ricerca l’ho svolta alcuni anni fa, avendo – come tanti ricercatori – compreso la gravità della svolta causata dall’ingresso delle “nuove” tecnologie nella comunicazione. Ora nel riprenderla, preferisco evitare di citare argomenti o autori di tanto livore, ma credo siano presenti o verificabili nelle esperienze di ciascuno che voglia attraversare la palude dei commenti nei c.d. social, ma anche nei quotidiani, cui ormai si sono assimilati da tempo. Non solo loro. Immagino, almeno questa sarà la tesi che vorrei presentare qui, che la violenza trascritta, o meglio digitalizzata esprime qualcosa di più profondo che si è, per così dire, “liberato” a causa di una serie di concomitanze che hanno nel rapporto mobile e sempre mutante tra tecnologia, comunicazione e istinti il gorgo da cui fuoriescono i lapilli verbali incandescenti.
Vi è una tesi rigida e costante raccontata di alcuni saggi che sostengono essere il mondo sempre stato così, basato su guerre omicidi, violenze, ingiurie: nulla di nuovo sotto il sole. È la regola dell’ontologia, laddove l’essere è ciò che è e tale rimane pur cambiando tratti superficiali. In tale sistema gnoseologico, il mondo ha determinato prima la polis, poi lo Stato, quindi l’Europa, l’ONU, infine ogni contesto politico omologato in ogni parte minima del mondo, un cosmo ormai unificato sotto il segno del dominio e dell’essere. Simplicissimus.
Eppure se osserviamo nei dettagli quello che accade in contesti politico-culturali diversi forse sta accadendo qualcosa di inquietante rispetto a questa risposta semplicista secondo cui nulla cambia: un eterno ritorno per giocolieri più che per filosofi o metafisici, quelli che – mescolando le tre carte o le campanelle – fanno sempre perdere il turista o lo studioso. Il rapporto tra istinti, dominio, tecnologia, sfera pubblica muta nel tempo, nello spazio, nelle culture, non è fisso e immutabile come il sole che ci arroventa, ma esprime mutamenti sottili, a volte minimi, poi improvvise diffusioni in una sfera che pubblica non è più, in quanto la comunicazione digitale ha cambiato la dialettica storica tra pubblico e privato, come verrà sostenuto successivamente, per trascinare nel baratro la stessa dialettica, da tempo inservibile sia come logica del mutamento storico, che più banalmente come arte del parlare (e del digitare).
La ghigliottina per Maria Antonietta era pubblica solo in quanto i rivoluzionari che l’avevano votata avevano il loro spazio privato, che successivamente si chiamerà interieur (cfr. Benjamin), dove il borghese avrà il suo momento riflessivo e interiore, appunto, separato da quello convissuto con moglie, figli, domestici, amici come avveniva per l’aristocratico; tutto questo grazie all’invenzione del corridoio, quel lungo tratto domestico che separava le stanze dagli occhiuti servi del potere che attraversavano (“bucavano”) il centro di ogni sala, rendendo vano il privato. E successivamente con la diffusione dei restaurant che si affermarono in pubblico grazie agli chef dell’aristocrazia ormai senza lavoro e che diventarono anch’essi luoghi del privato borghese, dove – oltre a mangiare – si discuteva, si leggevano i giornali, si facevano amicizie, si seducevano le persone.
L’uso “omicida” – o criminale, irregolare, fazioso, diffamatorio, falsificante, troll – oramai si è diffuso in molte parti del mondo, almeno in quelle dove il digital-social è presente, imprime una accelerazione diversa dal passato che va capita, studiata, interpretata. La questione degli istinti è fondamentale. Il dibattito negli anni ‘50-’60 del secolo scorso tra vecchi amici francofortesi è ancora illuminante. Grazie alle teorie di Fromm e altri sulla avvenuta supremazia della cultura rispetto al potere tradizionale degli istinti, quindi controllabili e deviabili verso creazioni culturali o civiche, si affermano i c.d. neo-freudiani o culturalisti; il suo vecchio amico Marcuse – anche lui esule in California dopo aver collaborato nella celebre ricerca su Autorità e Famiglia diretta da Max Horkheimer – criticò questa revisione e banalizzazione di Freud e pubblicò il suo libro per dimostrare la complessità in cui eros e civiltà si urtavano reciprocamente. Questo conflitto non era “naturale” e tantomeno solo “culturale”, ma si configurava nel rapporto conflittuale e innovativo emerso dopo la Seconda guerra mondiale tra il principio del piacere, nuovi macchinari, mass media e il destino delle pulsioni. Secondo Marcuse, tale rapporto era storico e segnava l’intreccio ingolfato e regressivo tra arcaicità istintuale e attualità tecno-politico-culturale.
Questa critica è determinante per la mia analisi. Le possibilità offerte a ciascuno/a di prendere posizione con e sul digitale ha stappato il rapporto tra etero-controllo e soprattutto auto-controllo grazie alla possibilità estesa di una “mano” che, piuttosto di scrivere, poteva urlare il proprio breve, brevissimo linguaggio senza controllo. Qualche sociologo ha chiamato questo mutamento emergente nel consumo e nella comunicazione il “controllo de-controllato delle emozioni”. Per questo non si dovrebbe usare il classico termine che si richiama allo scrivere, quindi alla riflessione solitaria spesso elaborata al chiuso del proprio spazio interiore. La tecno-comunicazione digitale digita, appunto, cioè muove le dita sulla tastiera con una velocità sempre più indifferente alle regole della grammatica, della consecutio, della logica e dell’etica. In tal processo, si può copiare la pulsione che esce dai denti, senza usare la lingua (il linguaggio) e così si riversa immediatamente nel social. Domandarsi se questo sommovimento sia un agire spontaneo o diretto è inutile a mio avviso: l’intreccio tra agitazione partitica faziosa – mescolata a razzismi, sessismi, trollismi – e personalità digitata dell’agente è ormai inseparabile. Per questo è necessario sprofondare in una zona oscura del rapporto tra tecnologia, istinti, cultura dove tutto viene frullato e rimesso in discussione.
2. Sulla personalità autoritaria
Come è noto, Adorno coordinò la famosa ricerca empirica sulla “personalità autoritaria” negli Stati Uniti post-bellici, quando le sue osservazioni critiche gli fecero percepire che il fascismo non era connesso solo ai modelli psico-culturali (e ovviamente politici) italo-tedeschi, governati da Mussolini prima e da Hitler poi. Tra l’altro, questi modelli si erano affermati anche nella Spagna franchista e nella Francia di Petain, oltre che in Ungheria, Austria, Romania e, infine, con specificità proprie nel Giappone militar-imperiale, nell’Argentina di Peron, nel Brasile di Vargas, nell’Unione Sovietica di Stalin. Il problema dell’autoritarismo era per lui più complesso. Se era certamente connesso alla fine (irrisolta) della Prima guerra mondiale, con i relativi sviluppi dell’industria bellica, a partire dagli anni ‘20-’30 iniziarono a emergere comportamenti di massa – compulsivi e incontrollati – “bagnati” da torrenti carsici arcaici. A causa di questo processo inatteso, Adorno sviluppò una visione critica – assieme all’amico Horkheimer – che penetrò dentro lo stesso modello di razionalità occidentale (l’illuminismo in senso esteso), per essere sommersa da eruzioni irrazionalistiche devastanti e incontrollate. Le relazioni con il mito – spesso usato “scientificamente” – imponevano un radicale ripensamento della razionalità: da questo problema, nasce la ricerca empirica da parte di una filosofia orientata in senso psico-sociale.
Tali mitologie assumevano variegate forme e coinvolgevano le esplosioni irrazionalistiche della “folla” ottocentesca, nel ‘900 definita prima “massa” in seguito unificata a media (mass-media, appunto), fino alla inquietante immagine di “gelidi mucchi” in Adorno (ivi: 159): individui socializzati in disperato isolamento e assetati di convivenza. La base di tale scelta si deve a Max Horkheimer che, quando fu chiamato a dirigere l’Istituto di Ricerca Sociale a Francoforte, decise di titolare la sua cattedra “filosofia sociale”. Sulla base di tale premesse metodologiche, lo stesso Horkheimer diresse la citata ricerca transdisciplinare su autorità e famiglia, la prima di questo tipo, che costituì il riferimento per la successiva personalità autoritaria. Fondamentali furono i saggi di Eric Fromm, non ancora revisionista, sulle forme autoritarie della classe operaia, scompaginando una tesi acquisita sulle potenzialità liberatrici della classe; e quello di Marcuse sui nessi della riforma luterana con l’assoggettamento all’autorità teologica introiettata dai “fedeli”. Si affermò il metodo filosofico fondato sulla ricerca empirica trans-disciplinare, quindi il campo della filosofia non si restringeva nella storia del pensiero o nella pura speculazione, ma doveva assumere l’impegno di connettere astrazione teorica, ricerca empirica, valori progressivi.
Tutto questo spinse Adorno, esule anch’egli degli USA, a cercare di capire questa dilatazione autoritaria anche nel Paese che aveva sconfitto il nazi-fascismo. Nel quadro teorico di riferimento sulla personalità autoritaria post-bellica, coordinando una equipe multi-disciplinare, Adorno elaborò le seguenti tipologie per orientare la ricerca:
Surface resentment (superego contend id)
Conventional pattern
Tough guy (repressed id)
Manipulative – protesting – impulsive – easy-going – Genuine liberal (balance ego-id-superego)
Sulla ricerca nel suo complesso, rimando al testo definitivo (1950) e alla ricostruzione da parte di Müller-Doohm (2005). Qui ricordo le quattro scale di valutazione dei singoli soggetti: antisemitismo, etnocentrismo, conservatorismo politico-economico, tendenze antidemocratiche (la famosa scala F, Faschismus). Essa fu il primo tentativo di unire indagine “quantitativa” (elaborazione statistica) e “qualitativa” (esplorazione psicologica dei singoli individui). A tal fine gli intervistatori furono addestrati a cogliere gli elementi di pregiudizio per una corretta valutazione.
La personalità autoritaria si propose di scoprire le correlazioni tra una complessità di aree teoriche ed empiriche: fattori sociali oggettivi, dimensioni manifeste e latenti della personalità, sindrome di potenziali (inespresse) attrazioni fascistoidi, fattori sociologici del passato, tendenze ad attribuire elementi “innati” o “razziali”. Tra l’altro, le pratiche investigative basate sull’analisi del contenuto penetrò – elemento fondamentale per la ricerca – anche nei modelli su quei modi di ridere o deridere che riproducevano stereotipi dell’altro da parte dell’agitatore politico. In tal modo, quei sentimenti di impotenza nei soggetti popolari e operai si potevano trasformare in potenza: «the purpose of a limited number of ripetitive rhetorical devices is to win over individual sympathizer as a band of followers bound together libidinally» (ivi: 293). L’attacco distruttivo ai diversi valori di civiltà – condivisi in un determinato contesto storico – sono ricreati (re-enacted) per adeguarli contro la stessa cultura vigente. Questo rapporto autoritario e libidinale tra ridere (irridere) e politica (deridere) sembra ancor più evidente nell’attuale presidente US.
3. Etnografia del digitale autoritario
Questo breve scritto prende lo spunto da tale ricerca per applicarla e trasformarla al contesto in cui si manifesta la personalità digital-autoritaria (PDA). Il fieldwork è stato inizialmente Facebook, poi focalizzato su alcuni quotidiani transculturali. Le connessioni tra social e quotidiani con la comunicazione digitale diventano centrali e tutti da esplorare; di conseguenza, si presenta una etnografia digitale, orientata verso modelli espliciti di scrittura e di immagini che esprimono valori psico-culturali, le cui classiche inibizioni (vergogna per i giudizi espressi in pubblico) sono saltate per una serie di motivazioni e mutazioni da chiarire. Presento una costellazione concettuale e metodologica per tentare di definire il mutamento del quadro teorico di riferimento vissuto dalla PDA:
- La dialettica pubblico/privato tende a scomparire nella comunicazione digitale. L’affermazione storica di tale dicotomia è messa in crisi proprio dai processi tecno-comunicazionali; per altri versi, è la stessa dialettica come arte del mutamento storico a entrare in crisi.
- il soggetto non è più un fruitore di messaggi emessi da un capo o dai mass media tradizionali: lui/lei è creatore di storie, giudizi, insulti, commenti seguendo uno stile lapidario e privo di rimorsi, morali, sensi di colpa o inibizioni, in quanto la narrativa consentita è breve e proprio per questo più incisiva, come delineato sopra.
- il commento (o il post) è indicatore particolarmente significativo di messaggi espressi con velocità spesso anomica, secondo una spontaneità-non-spontanea, in quanto inserita e gestita dal frame, la cornice che inquadra il dominio per un’associazione che è libera solo in quanto già incorniciata.
- il classico approccio psicoanalitico deve essere mutato per adeguarsi al contesto FB. Quella coerenza della personalità che, pur sfilacciata, era almeno parzialmente controllata dal soggetto nel contesto sociale modernista, ora erompe incoerente e senza limiti, né regole o controllo, né verifica per la possibile verità di ogni asserzione esposta nei processi della comunicazionale digitale.
- la “scrittura” digitale su FB dissolve la staticità dell’aura e paradossalmente l’hic et nunc diventa riproducibile, modificando le teorie di Benjamin. Le dimensioni inizialmente auratiche di ogni post sono riprodotte, diffuse e rielaborate potenzialmente all’infinito e senza possibilità di controlli successivi.
- il concetto di verità si frantuma, per rinascere come una “sua” visione (del digitante), senza pretese oggettive né condivise; in tal modo ogni affermazione può essere immediatamente “vittima” di distorsioni, accelerazioni, fraintendimenti, accusazioni senza limite.
- assenza linguaggio del corpo: fattore fondamentale è l’assenza del tono nel commento. Mentre nel parlare face-to-face la meta-comunicazione è sempre determinante, condivisa o fraintesa ma sempre presente nel corso dell’interazione, la narrativa FB è priva di meta-comunicazione; a volte tale assenza si cerca di riempirla con emoticon ma il risultato è debole o nullo. Da qui la ferocia discorsiva diventa caratteristica immateriale dei social network. Il crollo della meta-comunicazione è sintomo del disastro nel linguaggio tecno-umano.
- Indicatori e attrattori: sono quegli elementi semiotici selezionati con un criterio qualitativo adeguato al contesto empirico, attraverso cui è possibile catturare pattern adatti alla ricerca: i primi costituiscono una griglia concettuale che seleziona frasi da verificare nei contesti violenti, offensivi, minacciosi; i secondi sono basati su immagini dalla capacità semiotica di attrarre lo sguardo per la forza comunicazionale.
- social: i mass-media sono in fase prolungata di decomposizione, in quanto il digitale favorisce la scomparsa della massa nel significato novecentesco (gruppi umani omologati, massificati); e si espande la “autonomia” di un soggetto che si percepisce non più lettore passivo, ma attivo digitatore. I media, nella mediazione tra la proprietà del broadcasting e il pubblico (medium), non riescono più se non marginalmente a mediare il rapporto tra politica, dominio, cultura, personalità: i social sono immediati.
Le conseguenze dell’insieme di tali mutazioni comportamentali e comunicazionali sono evidenti: crisi verticale dei valori impliciti “educati” ed eruzione orizzontale dei valori espliciti “disinibiti”. La costellazione etnografica che emerge è caratterizzata da: crisi dialettica, commenti anomici, approccio psicoanalitico ripensato, “scrittura” digitale, crisi della verità, linguaggio del corpo assente, indicatori e attrattori, social e mass-media. Da tali torsioni emerge la PDA. La differenza sta nella tecnologia digitale che favorisce una “scrittura” (un digitare) molto più rapida di quella analogica e immediatamente condivisa: la comunicazione nei social network diventa «libera», decentrata, senza auto-censure né vergogne, spesso anonima ma anche esplicita – “sfacciata” nel senso letterale: è possibile collocare la propria faccia disinibita contro ogni commento discordante.
La faccia sfacciata è l’imago del soggetto digitale, la sua identità pubblica/privata, la sua ubiqua auto-rappresentazione priva di tono, timbri, fisiognomica e cioè di corpo e di voce.
A partire dagli anni ‘90, le mie ricerche hanno tentato di sviluppare l’antropologia contemporanea attraverso narrazioni polifoniche, dialogiche, sincretiche, basate sull’auto-rappresentazione. Le procedure metodologiche secondo cui tradizionalmente l’antropologo/a rappresentava l’altro con logiche esterne, scritture aliene, fotografie oggettive, con le sue autorità discutibili si sono – se non esaurite – almeno attenuate. Questo transito è stato favorito dalle spinte post-coloniali, che hanno denunciato un persistente contesto politico-culturale mondiale che impediva la realizzazione sociale oltre il colonialismo storico. Di conseguenza, “chi ha il potere di rappresentare chi” sta diventando un nodo centrale – politico oltre che antropologico – aggrovigliato sul dominio “scientifico” che una parte maggioritaria dell’Occidente continua a esercitare verso e contro l’altro.
La critica verso il potere della rappresentazione non-direttiva si posiziona tra una spinta etnografica esterna post-coloniale e una interna sull’autorità della scrittura. Questo processo si è incontrato con le soggettività “native” che da tempo vogliono affermare l’autonomia costruttiva del proprio sé: soggettività che erano state giudicate subalterne o ignorate da chi riproduceva le modalità tradizionali della rappresentazione. La scrittura applicata alla tradizione etnografica mostra tutto il dominio politico etero-diretto sull’altro attraverso l’applicazione di un genere linguistico non neutrale (quello che Geertz definisce fiction, cioè non falso bensì costruito, inventato, letterario dal latino fictio) che sta inondando la comunicazione digitale.
La questione “di-chi-rappresenta-chi” in tutti i risvolti di potere riprende e amplia la critica sulla divisione del lavoro così come Marx l’aveva presentata, rendendo insufficienti le letture otto-novecentesche basate sulla centralità strutturale di stratificazione sociale e processi produttivi. L’accelerazione digitale include ulteriori “divisioni” tra soggetti appartenenti a culture ed esperienze diverse: in particolare, la divisione tra chi comunica e chi è “comunicato”, tra chi ha storicamente il potere di narrare e chi sta nella sola condizione di essere un oggetto narrato. Il c.d. nativo è ormai un soggetto legittimato a comunicare autonomamente il proprio punto di vista.
Per cui tra “chi-rappresenta” e “chi-è-rappresentato” vi è un nodo linguistico specifico, relativo a quella che chiamo divisione comunicazionale del lavoro, che va affrontata nei metodi e nelle pragmatiche. Tra chi ha il potere di inquadrare l’altro e chi dovrebbe continuare ad essere inquadrato si è ossificata una gerarchia della visione che è parte di una logica dominante da mettere in crisi nella sua presunta oggettività. Purtroppo anche nella comunicazione digitale si ripropone un neo-colonialismo mediale con una divisione gerarchica tra chi rappresenta e chi è rappresentato, tra chi filma e chi è filmato, chi narra e chi è narrato, chi inquadra e chi è inquadrato, tra chi digita e chi è digitato.
La divisione comunicazionale del lavoro tra chi narra e chi è narrato – tra auto ed etero-rappresentazione – penetra dentro la contraddizione emergente tra produzione delle tecnologie digitali (legate ai centri del potere occidentale) e uso di queste stesse tecnologie da parte di soggetti con una autonoma visione del mondo. Tale divisione e tale contraddizione ridefiniscono lo scenario di potere dentro il quale l’antropologia della comunicazione digitale si dispone per confliggere contro e oltre ogni tentativo di appiattire e folklorizzare l’altro.
Se l’etero-rappresentazione ha avuto (e continuerà ad avere) un ruolo importante, esso non è più unico, tantomeno centrale, né legittima la figura di un ricercatore esterno al contesto culturale. Tale ricercatore esterno non ha più il diritto di affermarsi nella sua assolutezza, bensì dovrebbe posizionarsi in narrative parziali per favorire l’autonomia dell’altro. Una tensione dialogica tra soggetti differenti e tendenzialmente autonomi potrà rinnovare non solo le metodologie ossificate, quanto anche mettere in crisi quei rapporti di potere basati su logiche gerarchiche.
Accanto, di lato e spesso contro tale potere discorsivo si colloca la auto-rappresentazione, cioè i modi plurali attraverso cui quelli che a lungo sono stati considerati solo oggetti di studio si rivelano soggetti che interpretano in primo luogo se stessi e poi anche la cultura dell’antropologo. Queste modalità interpretative – non più subalterne ai paradigmi dicotomici – sconvolgono le frontiere gerarchiche del linguaggio attraverso il digitale. Insomma tecnologie digitali e soggettività native sbriciolano il “noi” compatto dell’Occidente e sfidano il monopolio accademico o giornalistico come unica “inquadratura” legittimata a rappresentare l’altro (cfr. Canevacci, 2017).
Quel processo che all’inizio degli anni ‘90 del secolo scorso era rivoluzionario, favorendo l’uso creativo da parte delle culture indigene della propria auto-rappresentazione non delegandola più ad antropologi, giornalisti, politici; a partire dal 2010 si è trasformato in una presentazione del proprio sé diffusa, illimitata, violenta mescolando auto ed etero-rappresentazione sotto il segno del dominio simmetricamente alla fusione di pubblico-privato e, come vedremo, tra es e super-io. Il problema purtroppo sta delineando una situazione diversa da quella affermata sopra: auto ed etero si sono fuse nella rappresentazione digitale praticata dalla PDA, un processo affine o simultaneo a quanto accade per la fine della dialettica pubblico/privato.
Il concetto di ubiquo determina la soggettività contemporanea in relazione alla comunicazione digitale e definisce i contorni della PDA. Negli ultimi anni c´è stata un’applicazione di tale termine per identificare un modus di operare attraverso la web-cultura: il web é ubiquo e l’ubiquità comunicazionale caratterizza le relazioni spazio-temporali di Internet. Di conseguenza, anche l’identità è ubiqua nelle esperienze quotidiane di ogni soggetto immerso in tale flusso. L’ubiquità svolge una logica sensoriale a carattere material/immateriale; esprime tensioni immanenti oltre il dualismo, cioè quel sentire semplificato della condizione umana in cui le opposizioni binarie sono funzionali a ricondurre la complessità quotidiana dentro il dominio dicotomico della ratio strumentale.
Ubiquo esprime tensioni oltre la fissità identitaria delle cose e degli esseri, per offrire visioni poetiche-politiche illimitate. Per il soggetto ubiquo, le coordinate spazio-temporali diventano tendenzialmente superflue o, meglio, transitive. Tale esperienza non significa smaterializzazione dei rapporti interpersonali, bensì presenta connessioni ottiche e manuali, cerebrali e immaginarie che spostano anche nell´apparente immobilità l’esperienza del soggetto. Le potenzialità ubique, le flessibilità identitarie e le inter-connessioni oltre i dualismi oggetto-soggetto o pubblico-privato estendono l’inconscio ottocentesco nella pelle-di-pixel di schermo-computer, cellulare o altro applicativo.
L’accezione attuale del concetto di ubiquo è immersa nei flussi della cultura digitale, così – se si digita ubiquity – esce una fantasmagoria infinita di siti. Il motivo è semplice: tale termine identifica il modus operandi nella web-cultura. Un’affermazione condivisa è che il web è ubiquo e il soggetto che lo usa assorbe l´ubiquità comunicazionale delle pratiche spazio-temporali di Internet. Rispetto alle potenzialità liberatrici iniziali, sembra evidente che ubiquità si stia distorcendo verso il suo opposto.
Le coordinate spazio-temporali diventano tendenzialmente superflue e si espande un tipo di esperienza soggettiva ubiqua. Il me ricercatore si colloca in tale situazione di ubiquità immersiva nella propria esperienza personale e nella relazione istantanea con l´altro; e questo altro è altrettanto ubiquo, nel senso che vive laddove sta in quel momento attivo il suo sistema comunicazionale digitale. Tale esperienza non significa smaterializzazione dei rapporti interpersonali; attesta una complessa rete psico-corporea, connessioni ottiche e manuali, sicuramente cerebrali e immaginarie che spostano l´esperienza del soggetto anche nell´apparente immobilità. Gli evidenti risvolti psicologici necessiterebbero una ricerca specifica, insieme a un’auto-ricerca da parte del soggetto-etnografo che sperimenta su sé stesso queste accelerate mutazioni.
In questa prospettiva, le oscillazioni più imprevedibili possono impadronirsi di un soggetto in-dividuo in senso apertamente autoritario (“in-divisibile”), tendenza che all’inizio a me sembrava marginale. Eppure tali tendenze stanno favorendo la violenza indiscriminata, digitata e giustificata dalle più diverse ideologie politico-religiose. Questa inversione delle potenzialità liberatorie è il centro della ricerca sulla PDA. Ubiquità esprime un disagio e forti tendenze regressive alla ricerca di una identità “perduta”, l’identità fissa, unica, costante, basata su lavoro fisso, su territorio localista, su amore immutabile, su famiglia stabile. Lavoro, territorio, amore, famiglia vengono evocati e richiesti o riaffermati in quanto irriducibili, fissati da una propria identità immutabile, tradizionale, conservatrice. In questo senso, su diversi strati sociali, intrisi dai social, si percepisce nelle tendenze ubique il pericolo mortale del mutamento cui si resiste con ferocia teologico-digitale. E’ possibile sostenere che le resistenze crescenti in una parte cospicua delle varie popolazioni veda nell’ubiquità il “nemico” comunicazionale contro cui svolgere i propri commenti e comportamenti, fino alle definitive scelte politiche e violenze linguistiche. Ubiquità non è solo liberazione potenziale ma anche regressione psico-territoriale.
In questa ambiguità conflittuale tra liberazioni, indifferenze, cinismi, regressioni si svolge la comunicazione digitale, svolgendo una inedita prassi politica.
La mia iniziale riflessione si è concentrata su “discrepanze” avvertite in diversi quotidiani che andavo leggendo: La Repubblica, A Folha de Sao Paulo, The Guardian, El Pais. Emergevano differenze tra il quotidiano di carta “analogico” e quello online “digitale”. Le invettive più accese si liberavano grazie all’anonimato di lettori, decretando “paradossalmente” il successo del giornalista. Per esempio, The Guardian ha un moderatore che elimina i commenti fuori del “community standard”, ma molte accuse vengono sparate senza fair play. Chi detiene il potere dei giornali controlla solo titolo, autore, punteggi: leggere l’articolo è superfluo. La linea politica si definisce dal come il proprio target reagisce quantitativamente per ogni pezzo.
Il giornale digitale sviluppa nuovi contenuti basati su una alleanza ottica tra Es e Super-io incollata allo schermo delle news e nelle dita dello user. L’ottica incosciente porta a un rafforzamento autoritario tra pulsioni distratte (prive di rimozione e sublimazione) e autorità introiettate (non più autorevoli). L’es a lungo represso è invaso e a sua volta invade un super-io restaurato: così finalmente alleati, entrambi allagano l’io. La nuova alleanza tra es e super-io contro l’io è determinata dall’espansione della comunicazione digitale che offre una imprevista possibilità di resurrezione autoritaria pulsionale.
L’es non ha più caratteristiche arcaiche fatte di pulsionali incontrollate quasi astoriche. L’es si è alleato al super-io nel senso che è stato svuotato da ogni irriducibile antagonismo all’io, ha introiettato l’autoritarismo, manifesta indifferenze alla eventuale sublimazione. Il famoso detto della meta-psicoanalisi di Freud – dov’è l’es sarà io – affermava una continuità illuminista con una ragione che sapeva gestire l’es e indirizzarlo verso una sublimazione culturale (come sviluppò Marcuse) in cui eros e cultura si pacificavano rispettivamente. Nella visione illuminista freudiana, un io razionale riusciva ad illuminare le oscurità dell’es, a domarle negli aspetti perversi e a indirizzarle verso una pacificata coabitazione con l’io, verso una gestione libera dell’eros. Poi Lacan interpretò la frase in senso inverso, rovesciandone il significato prospettico secondo il classico razionalismo francese; per Lacan è l’io che deve essere bagnato, sessuato, invaso dall’es. Cioè dove si sarebbe affermato razionalmente l’io, in futuro ci sarà solo un es pulsionale che sessualizza l’intero soggetto, modificando la classica razionalità attraverso un’erotizzazione estesa dell’io.
A mio avviso, questa l’ipotesi finale del saggio, l’osservazione di come il digitale stia mutando le topologie psichiche si dirige in sensi diversi dalle classiche letture di Freud, Marcuse, Lacan: forse l’alleanza perversa tra pulsione e visione rendono il corpo ottico una pratica quotidiana invasa dalla PDA. Questo concetto – corpo d’occhio – sarà sviluppato in un saggio successivo che attesta l’invasione ottica materiale e immateriale del dominio crescente tecno-politico a livello globale.
Il digitale è come un terremoto che libera pulsioni normalmente represse o comunicate solo tra pochi amici, in famiglia o a sé stesso. Si va affermando purtroppo a livello trans-culturale e trans-politico una anomia della personalità anonima: sembra un gioco di parole, ma esprime concettualmente la perdita di nomos (regole, leggi, etica) in seguito alla diffusione di soggetti anonimi (senza nome o nick name). Di conseguenza, si pratica la sottomissione all’autorità-autoritaria e, insieme, la dissoluzione di ogni autorità-autorevole. L’anonimo è anomico.
Adorno concluded that in many respects
the ideology of the astrologers resembles that of
political demagogues and agitators
(Muller-Doolm)
Analogie e differenze con la personalità autoritaria diretta da Adorno sono evidenti, ma andrebbero chiarite ancor più, in particolare il concetto di personalità articolato nella triade ego – es – super-io secondo l’impostazione freudiana. La mia ipotesi di una alleanza “perversa” tra es e super-io mi pare plausibile e comunque da verificare. In questo senso, l’io è un io-comunicazionale che non ha le inibizioni delle relazioni face-to-face, né le etiche sulla distinzione tra pubblico e privato: io è corpo d’occhio. Tale sbriciolamento delle inibizioni attraverso i nickname ma anche con i nomi “veri” è uno dei temi centrali della ricerca. Le inibizioni sbriciolate non liberano solidarietà o comprensione, bensì invettiva e persecuzione contro l’altro, sia politico, emigrante, straniero, attore o semplicemente commentatore.
In questo senso, la chiusura tra pubblico e privato realizza quello che già Adorno aveva intuito: un sistema tendenzialmente autoritario, basato sull’espansione di un de-controllo controllato di emozioni e di anomie anomiche di tutti su tutti già anticipato all’interno dei media analogici (i vecchi mass-media) e – ora – espanso nei social digitali. Così si afferma l’espansione globalizzata di un autoritarismo senza autorevolezza diffuso dalla e praticato nella comunicazione digitale. Quella che era la personalità del soggetto – con autonomia, scrittura, interiorità – sembra necessitare di altri strumenti euristici e ancor più trasformatori o terapeutici. Forse descritti dalla prossima ricerca sul corpo d’occhio, in quanto l’ottica è il terreno di conquista da parte delle attuali intelligenze più o meno artificiali.
Secondo l’interpretazione classica, la personalità è un’organizzazione più o meno durevole di forze che determinano il comportamento dell’individuo nelle più varie situazioni. La coerenza che si determina manifesta un modello di personalità – e anche di identità – tendenzialmente fissa e compatta. Essere identici nei contesti differenti era il presupposto dell’io. Tutto questo svanisce nelle correnti digitali. L’identità si pluralizza, procede in segmenti ubiqui e temporanei, si movimenta in senso transitivo. Per cui l’autonomia responsabile è sempre meno basata su un io stabile, e sempre più incorporata da un multividuo le cui scelte non sono più governate da un io solido e sedentario. Da qui l’inedita angoscia feroce diffusa dall’anomia ottica. Le fessure dell’io sono percorse dai flussi ottici di un super-io che investe l’es e viceversa; tale processo continuo a doppio senso è quasi impossibile da districare.
Alla fine, riprendo quanto detto sulla “perversa alleanza” tra es e super-io. Una sorta di specchio nero dei social che si spezza in tanti frammenti, moltiplicando l’oscurità del soggetto e deformando i suoi lineamenti. Diversamente da quello “pulsionato” di Lacan e da quello illuminato di Freud (wo Es was soll Ich werden), la conclusione della mia esplorazione sui flussi visuali della personalità digitale è la seguente: dove è l’es, lì sarà non più l’io, bensì il super-io.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
Riferimenti bibliografici
Adorno, T.W. Minima Moralia, Torino, Einaudi, 1954
—– The Authoritarian Personality (con Frenkel-Brunswik-Levinson-Navit Sanford), New York, Harper&Brothers, 1950
Benjamin W., Parigi capitale del XIX secolo, Torino, Einaudi, 1986
Canevacci, M., La linea di polvere, Meltemi, Milano 2017
Muller-Doolm, S., Adorno. A Biography, Cambridge, Polity Press, 2005
Turkle, S., Life on the Screen: Identity in the Age of the Internet, New York, 1995
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Massimo Canevacci, docente di Antropologia Culturale presso l’Università di Roma “La Sapienza”, come Visiting Professor è stato invitato in diverse università europee, a Tokyo (Giappone), Nanjing (China). Dal 2010 al 2017, è stato Professor Visitante in Brasile: lorianôpolis (UFSC), Rio de Janeiro (UERJ), São Paulo (ECA/USP – Instituto de Estudos Avançados IEA/USP). Tra i suoi libri: La Linea di Polvere. Meltemi, Milano, 2017; Meta-feticismo, Roma, Manifesto Libri, 2022; Stupore Indigeno, Napoli, Mar dei Sargassi, 2023; Cittadinanza Transitiva, Milano, Meltemi, 2024.
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