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La Palestina tra rivendicazione territoriale d’insediamento e anticolonialismo
Posted By Comitato di Redazione On 1 novembre 2026 @ 04:21 In Letture,Politica | No Comments
Federica Stagni, ricercatrice per la Scuola Normale Superiore di Pisa, si occupa dei movimenti contro le demolizioni e gli sfratti in Israele e Palestina. Da una ricerca empirica, svolta durante i viaggi nei territori occupati e in Israele, in un periodo compreso tra il 2016 e il 2024, muove il libro Resistenze in Palestina Dalla Nakba al 7 ottobre (Meltemi, Milano, 2026), raccogliendone tutte le testimonianze.
L’autrice racconta l’esperienza di diversi movimenti in modo da dare spazio a tutte le resistenze, con l’intento dichiarato di dimostrare che il colonialismo d’insediamento non è una forma di dominazione statica, ma utilizza dispositivi di controllo differenti a seconda delle aree: a Gaza, attraverso il genocidio; nel ‘48, attraverso processi di assimilazione e marginalizzazione; nei territori occupati della Cisgiordania e di Gerusalemme est, tramite espropriazione continua ed espulsioni forzate. a queste forme plurali di dominio corrispondono forme altrettanto plurali di resistenza, radicate nelle specificità materiali, politiche e relazionali di ciascun contesto.
Stagni sottolinea fin dalla Introduzione la necessità di bene individuare la situazione che ha generato e, soprattutto, caratterizzato l’insediamento israeliano in territorio palestinese, nonché la nascita e lo sviluppo dello Stato di Israele per arrivare all’attualità e alla situazione ingenerata dall’attacco del 7 ottobre, che ha modificato radicalmente la vita in Israele e Cisgiordania.
L’autrice afferma che, se da un lato ci sono sicuramente delle dominazioni all’interno della società israeliana, verso gli israeliani mizrahi o etiopi, per esempio, dall’altro lato nei confronti della popolazione palestinese il tipo di dominazione non è etno-nazionale, bensì coloniale. Il paradigma del “colonialismo d’insediamento” diventa quindi cruciale non solo perché crea una linea di divisione tra nativi e coloni, ma anche perché indica chiaramente l’origine storica delle disuguaglianze in quei territori. Non si tratta di identità: si tratta di asimmetrie di potere.
Il movimento sionista, ad esempio, enfatizzava l’autodeterminazione ebraica in risposta a secoli di persecuzioni, inquadrando il diritto a uno Stato-nazione in termini religiosi e nazionalisti. Ciò ha portato a una narrazione che ha costruito l’identità ebraica come legata a una specifica rivendicazione territoriale, giustificata da testi religiosi e successivamente utilizzata per legittimare la colonizzazione della terra palestinese [1].
Allo stesso modo, l’identità palestinese, in risposta all’insediamento sionista e alla Nakba, si è modellata attraverso la resistenza anticoloniale, che non può essere ridotta a un’identità nazionale come quella sviluppatasi nella creazione degli Stati-nazione occidentali. Nel caso palestinese lo svilupparsi di un’identità nazionale con la conseguente rivendicazione di uno Stato-nazione è il risultato di un processo storico segnato dal colonialismo d’insediamento.
Il libro esamina le diverse forme di resistenze al colonialismo d’insediamento in Palestina, mettendo in luce come le forze anticoloniali e decoloniali si manifestano attraverso movimenti sociali distinti. Le strategie e riflessioni messe in campo da questi attori politici sono probabilmente osservabili in altri contesti di colonialismo d’insediamento, come in Sudafrica, Australia, Stati Uniti, Sud America, Canada, Algeria e Sahara Occidentale.
L’interpretazione del sionismo attraverso le lenti del colonialismo di insediamento ha importanti implicazioni politiche: gli strumenti tradizionali della risoluzione dei conflitti (compromesso territoriale, negoziati, misure per la costruzione della pace e il rafforzamento della fiducia) risultano inefficaci in una situazione di colonialismo di insediamento, che richiede invece un processo di decolonizzazione che smantelli l’ideologia e la struttura destinate a riprodurre la dicotomia colono/nativo.
Il colonialismo di insediamento è stato a lungo il quadro ideologico di riferimento del movimento di liberazione palestinese nella sua analisi del sionismo, nell’articolazione delle strategie di resistenza e nella formulazione delle alleanze internazionali [2].
L’idea di Palestina unitaria, pensata in netto contrasto con la natura esclusivista e suprematista dello Stato ebraico, venne declinata secondo le due principali correnti di pensiero della Resistenza [3]. La prima, rappresentata da al-Fatah, prevedeva la creazione di uno Stato palestinese indipendente come tappa precedente alla creazione di una entità araba federata. Lo Stato unitario e democratico di Palestina avrebbe garantito agli ebrei israeliani la piena cittadinanza, la partecipazione su basi di parità alla vita politica e all’accesso alle risorse e avrebbe permesso la libera espressione religiosa e culturale di tutti i gruppi e le comunità [4]. I sostenitori della seconda corrente di pensiero, nella quale possiamo annoverare sia organizzazioni panarabiste come il Fronte di liberazione arabo e al-Saiqa, sia organizzazioni di ispirazione marxista-leninista come il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina e il Fronte democratico, ritenevano che, considerato il legame storico tra la Palestina e il mondo arabo, sarebbe stato possibile creare uno Stato democratico palestinese solamente in seguito alla vittoria della rivoluzione araba, alla liquidazione delle entità statali artificiali create dal colonialismo e all’eliminazione dell’entità coloniale sionista nella regione. A questo punto, la lotta anticoloniale palestinese si sarebbe fusa a quella araba e la Palestina liberata sarebbe stata parte integrante di uno Stato arabo unificato [5].
A partire dalla metà degli anni Settanta, il nuovo equilibrio di potere nato dalla guerra del 1973, l’espulsione dell’OLP prima dalla Giordania (1970-71) e poi dal Libano (1982), l’accordo di pace tra Israele ed Egitto, la pressione degli alleati arabi e internazionali dell’OLP per una soluzione negoziata nonché l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti a Israele, insieme all’indebolimento militare e all’isolamento politico dell’OLP, determinarono la sostituzione progressiva del progetto di liberazione anticoloniale con quello della costruzione statuale senza liberazione [6].
Emergono allora due posizioni contrapposte in seno al movimento nazionale. Per la corrente di maggioranza – incarnata da Fatah e anche dal Fronte democratico – non è possibile preservare l’obiettivo strategico dello Stato unitario e democratico senza passare per una tappa intermedia in cui, anche attraverso negoziati, si edifichi un’autorità nazionale su qualsiasi porzione di territorio liberato in modo da soddisfare il minimo dei diritti nazionali palestinesi, ovvero la creazione di un’entità palestinese sovrana e indipendente su parti della Palestina. Secondo l’altra corrente di pensiero, alla luce dei rapporti sfavorevoli alla Resistenza, ogni accordo negoziato con Israele per la costituzione di uno “staterello”, accerchiato da Israele da una parte e dai regimi arabi reazionari dall’altra, avrebbe comportato la liquidazione della Resistenza e la rinuncia ai “diritti storici” dei palestinesi alla liberazione totale e al ritorno dei rifugiati.
La soluzione dello Stato unico all’interno del discorso anticolonialista lasciò progressivamente il posto alla soluzione dei “due Stati per due popoli” inquadrata all’interno del discorso della costruzione statale, del compromesso territoriale e del riconoscimento politico da raggiungere attraverso negoziati bilaterali sponsorizzati dagli Stati Uniti [7].
L’egemonia del discorso sionista sancita dagli Accordi di Oslo ha creato una serie di distorsioni del modo in cui molti, soprattutto in Occidente, percepiscono la natura del conflitto. Una di queste distorsioni consiste nella riduzione della storia palestinese all’occupazione militare israeliana di Cisgiordania e Striscia di Gaza nel 1967, ignorando la lunga storia della colonizzazione sionista della Palestina che affonda le sue radici alla fine dell’Ottocento e assume proporzioni catastrofiche con la pulizia etnica del 1948. Un’altra distorsione avviene riducendo geograficamente la Palestina alla Cisgiordania e alla Striscia di Gaza, che rappresentano solo il 22% del territorio della Palestina sotto il Mandato britannico, e riducendo demograficamente i palestinesi ai soli abitanti di questi territori, ignorando quelli con la cittadinanza israeliana e coloro che vivono nei campi profughi e in diaspora [8].
Il recupero del paradigma del colonialismo di insediamento, che pone al centro la dicotomia colono/nativo, permette di uscire dalla “paralisi concettuale” impostaci dalla soluzione due popoli-due Stati e dalla “retorica della coesistenza” [9], invertendo la tendenza del movimento nazionale palestinese a prediligere l’obiettivo dell’autorità para-statale che coesiste al fianco dell’insediamento coloniale israeliano all’obiettivo della decolonizzazione. L’analisi del sionismo come colonialismo di insediamento è incompatibile con l’idea di coesistenza o con la possibilità di raggiungere un qualsiasi accordo che conservi la struttura e l’ideologia coloniale e mantenga operativa la logica di eliminazione dei nativi [10].
Le narrazioni eccezionaliste che hanno pervaso la narrazione sionista della costituzione dello Stato di Israele, e che hanno di riflesso permeato la condizione palestinese in un’aura essa stessa di eccezionalità, hanno finito con l’ingenerare una costruzione narrativa per cui i processi storici e politici al lavoro in Palestina e Israele sono descritti come fondamentalmente “unici”, un’accezione che si è trasformata negli anni di fatto in una maschera per annebbiare le costanti ingiustizie e oscurare la miriade di connessioni tra la Palestina e la comunità globale [11].
La verità è che il conflitto tra Israele e Palestina rappresenta un asse centrale della geopolitica contemporanea che coinvolge sia gli attori direttamente interessati che le potenze globali desiderose di esercitare un’influenza nella regione. L’intervento degli Stati Uniti ha contribuito a prolungare le violenze e distogliere l’attenzione dalla ricerca autentica di una soluzione pacifica. Parallelamente, potenze come Russia e Cina, mosse da interessi strategici, hanno ostacolato il raggiungimento di una soluzione definitiva. Da parte sua, l’UE non è riuscita ad affermarsi come mediatore efficace a causa di ostacoli interni e della mancanza di una politica estera coesa, fattori che ne limitano l’incidenza sul processo di pace [12].
La Palestina condivide un legame più profondo e storico con il Sud del Mondo (o Sud Globale), fondato proprio sulla lotta comune contro il colonialismo e per l’autodeterminazione. Se prima del 7 ottobre i Paesi del Sud Globale avevano mostrato una certa coesione nel votare a favore dell’applicazione dei meccanismi del diritto internazionale alla questione Israele-Palestina, in seguito tali modelli di voto si sono consolidati ulteriormente. Inoltre, anziché limitarsi a sostenere le iniziative palestinesi in sede di organismi internazionali, diversi Paesi del Sud Globale hanno iniziato a promuovere iniziative proprie all’interno di tali istituzioni [13].
Il testo di Federica Stagni però focalizza maggiormente su ciò che è accaduto e accade all’interno dei confini dei territori di Palestina e Israele, dedicando il capitolo più corposo del testo alla narrazione e analisi dei movimenti femministi. Lo studio del femminismo palestinese rivela una complessa interazione tra nazionalismo, aspirazioni a uno Stato-nazione e dinamiche sociopolitiche di una nazione senza Stato. L’attivismo delle donne palestinesi è stato comunque, da una prospettiva storica, profondamente legato alla lotta di liberazione nazionale.
Una lotta caratterizzata anch’essa dalla violenza. Nel dibattito sui movimenti pro-palestinesi, si è dedicata particolare attenzione al ruolo della violenza di Hamas e alla legittimità della violenza come strumento contro un attore coloniale in un quadro anticoloniale. Viene citato spesso Fanon laddove si ritiene che l’uomo colonizzato si libererà attraverso e per mezzo della violenza [14]. Tuttavia, sottolinea l’autrice, questo sacrificio è più disperato che eroico e, nel contesto del genocidio in corso in Palestina, il prezzo imposto alla popolazione di Gaza è stato ed è eccessivamente alto.
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