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La pace come utopia concreta

Posted By Comitato di Redazione On 1 gennaio 2021 @ 02:09 In Cultura,Religioni | No Comments

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Monreale, Cattedrale, Noè e la colomba, 1174

di Leo Di Simone

Il 1° gennaio 2021 la Chiesa cattolica celebra la giornata mondiale della pace, in un mondo già entrato «nella terza guerra mondiale che si combatte a pezzetti», stando alla sorprendente denuncia di papa Francesco. In concreto, tra crimini, massacri, torture, distruzioni e il proliferare di armamenti nucleari la pace non trova luogo dove posare il capo. È assimilabile al Figlio dell’Uomo, il Principe della pace di cui il mondo intero ha celebrato in questi giorni la nascita, senza tuttavia saper trarre le conseguenze di quell’evento tra i cui significati, e non per ultimo, c’è quello del dono della pace al mondo. Pace come utopia però, come valore trascendente, essendone affidata la realizzazione non alla potenza dall’alto ma alla buona volontà antropica dal basso, e dunque senza indicazioni di luoghi privilegiati dove poterla rinvenire, di isole felici che la custodiscono come un tesoro geloso. Dono prezioso, ma da conquistare. Ed è così che, a due millenni abbondanti da quell’evento che destò anche la sonnolente speranza, il luogo concreto della pace viene spostato sempre in avanti, sempre altrove, nell’ucronia di tempi migliori, in regione di utopia sempre più concreta, nonostante essa sia vissuta, testimoniata, cercata, invocata, creduta da uomini e donne, leader religiosi e semplici credenti che non si arrendono al «paganesimo dell’indifferenza» come ribadisce papa Francesco.

Che i tempi antichi, prima dell’avvento del Principe pacifico, fossero preda di Pòlemos, appellato da Eraclito «padre di ogni cosa», è un fatto narrato dalla filosofia incipiente, dai miti e dai poemi della Grecia antica. Si sperava che la guerra tra gli umani cessasse col sorgere del nuovo credo monoteista che portava a compimento e chiarificava l’antico del “primo patto”, purificandone ogni tentazione di morte che aveva avviluppato anche i figli di Abramo, di Mosè e di Davide nel manto del potere e della gloria terreni, gemellandoli dunque col pòlemos eracliteo. Un itinerario antropologico e culturale per molti versi parallelo e segnato da una comune volontà di potenza e d’istinto di morte. Non possiamo perciò dire che i due millenni dell’era cristiana siano stati tempi di pace sgorgata con lo stesso sangue pacifico e innocente di Gesù di Nazareth detto Cristo. Né che tutti i cristiani, veri o nominali, sinceri o presunti abbiano sconfessato con la prassi della vita l’arroganza e la violenza belligerante di Pòlemos. Quando si vuole attaccare il cristianesimo sul piano della prassi storica si fa di solito riferimento alle guerre di religione di cui sono macchiati da protagonisti nell’Europa “cristiana”, o andando indietro riesumando l’epopea poco edificante delle crociate. E si fa riferimento, con ciò stesso, a tempi in cui tutti erano cristiani, per cui la guerra era totale nonostante il vangelo della pace, e come tale “normale” e di conseguenza giustificata con mille artifici sul piano morale della ragione machiavellica.

Comprendiamo così che non è facile tenere viva la speranza. Andando avanti negli anni, svanite le illusioni giovanili, la prova dei fatti sembra chiuderci in un cerchio di ripetizioni immutabili, di un eterno ritorno irredimibile, per cui il così detto progresso dell’umanità rispecchia più l’apparenza che la realtà di un’epoca nuova, realmente diversa da un passato barbaro ed esecrabile. Non si lascia ingannare, però, il poeta che scrive una reiterata profezia, un vaticinio mai creduto vero, quasi ipostasi di una rediviva Cassandra:

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Questi versi accorati di Salvatore Quasimodo ci dicono che noi siamo già fuori da quella novità che la fede cristiana ha introdotto nel mondo e che consiste, nonostante tutto, nello «sperare contro ogni speranza»; la speranza nel cuore della disperazione, la speranza a dispetto della smentita dei fatti: l’essere «senza Cristo» e apparentati a Caino. E tuttavia dover nutrire speranza di pace nonostante l’assenza di pace; fede nella pace senza l’esperienza della pace. E tutto ciò a patto dell’apprendimento di un nuovo linguaggio cristiano maturato nel tempo rinnovato della sua esperienza storica, dove va presa sul serio la parola che l’essere umano è la via prioritaria della fede e che tutto l’universo della fede deve focalizzarsi sull’uomo vivente e misurarsi sulle sue attese. 

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Betlemme, graffito di Banksy

Ci accorgiamo con costernazione che le parole religiose non hanno prodotto pace al mondo, sono state senza risonanza nello spessore reale dell’esperienza umana, e non l’hanno spaccata per fecondarla di un imperativo pratico e salvifico da realizzare qui e adesso. Abbiamo diluito nelle forme spiritualeggianti della “meditazione” una Parola potente che promette «pace come un fiume» che travolge i potenti e annega i violenti, che libera prigionieri ed oppressi e reca ai miseri il lieto annunzio [1]. In questo momento della nostra storia le provocazioni a una “meditazione” totalmente nuova sono improcrastinabili, ci assediano, ci interpellano a nuovi consigli di intervento attivo, costi quel che costi, per acquisire il dono della pace. C’è, purtroppo, ancora un cristianesimo infantile che sopravvive in larga misura e che in questo tempo di paure sembra trovare nuovi adepti e sempre vecchi difensori devoti. Un cristianesimo di bandiera incapace di ripensare le verità della fede in un quadro culturale totalmente diverso da quello del passato in cui bastava far tacere i cannoni e le armi nel giorno di Natale per credere di aver reso omaggio alla pace. Ma noi, di che pace possiamo parlare? Ci basta parlarne ed essere pacifici o invece saremo beati perché saremo stati “operatori di pace”? Per secoli e secoli le feste natalizie hanno fatto risuonare nelle orecchie dell’umanità la parola della pace e nonostante questo le guerre non si sono estinte. E non a dispetto dei cristiani ma con tutte le benedizioni di rito e le giustificazioni ideologiche che non hanno tenuto conto della Parola che fonda il cristianesimo e che è una Parola contro.

Dalla cattedra di una tale Parola, sempre inattuale, noi cristiani apprendiamo la lezione sull’opera della giustizia come contenuto della speranza messianica di pace. La pace come riconciliazione radicale tra gli esseri che simbolicamente la Parola raffigura nella familiarità tra il lupo e l’agnello, tra il vitello e il leoncello, e contempla nel bambino che mette la mano nella buca dell’aspide senza pericolo. Tanto ardisce la speranza messianica, da considerare la natura più ostile riconciliata con l’umanità [2]. Una pace totale non tanto come assenza di conflitti, ma come riconciliazione sostanziale fra gli esseri, a partire dagli umani. È l’immagine del Regno che aspettiamo, del Regno inaugurato nel sangue pacifico di Cristo sparso per tutti sul Gòlgota del mondo e che attende la sua attuazione universale per l’opera di quanti hanno assimilato ed assimilano, per consanguineità, le sue coordinate fondamentali: la giustizia e la pace. Le due parole più usate ed abusate dall’astuzia umana, fino allo svuotamento del loro contenuto. Perché questo vediamo, ed è questo che corrode la nostra speranza: che giustizia e pace vengono cercate, non si sa con quanta e con quale retta intenzione, separatamente, mentre esse sono sulla terra, insieme, il nome stesso del Regno di Dio, il suo impegno per la salute umana.

La pace cristiana, nella sua dinamica, è una lotta: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada» (Mt 10,34). Queste parole del Cristo solo apparentemente sembrano contraddire la predilezione esclusiva per la pace, perché per la pace si deve combattere, si deve lottare con la spada della giustizia. Volere la pace vuol dire paradossalmente assumere posizione di lotta tra le parti che si contendono il potere del mondo. Non si può ottenere pace se non lottando, questo è il segno tragico della nostra situazione. Non si può invocare pace sorvolando sull’ingiustizia che è fomite di lotte e discordie, di rivendicazione di diritti negati e di soprusi perpetrati con la forza di leggi umane inique e di armi di distruzione e di soggezione. Né si può operare la giustizia senza la pacificazione che solo l’equilibrio della bilancia dei diritti universali può ratificare. La separazione di pace e giustizia ha provocato la pletora della retorica più retriva, tramite l’astuzia della loro spiritualizzazione in “idea” o in “virtù”; idee e virtù riempite tanto di spirito egotico da diventare insignificanti per l’uomo contemporaneo e non meno per un certo cristianesimo che con tale procedimento ha svuotato di contenuti il Vangelo. E un Vangelo svuotato, religioso, privo della sua carica esplosiva, è estremamente utile a mantenere il mondo così com’è, cioè in stato di belligeranza e di plateale ingiustizia, in balìa dei potenti e dei ricchi. Come se si potesse parlare di pace solo in senso soprannaturale, di quiete eterna dopo la morte, come premio per una vita combattuta tra stenti e miserie; ed è così che si è svuotato il Vangelo ed è stato reso scipito il suo sale che è stato buttato in terra e calpestato dagli uomini. Oggi viene chiesto a noi cristiani che ci riteniamo portatori di un antichissimo messaggio di pace, in che senso questa piccola parola può modificare la vita dell’umanità, per rendere giustizia all’opera della creazione e rendere vero il messaggio di pacificazione e di fratellanza universale di cui parla la nostra Scrittura.

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Sciarpa disegnata da Pablo Picasso per il Festival mondiale dei giovani per la pace a Berlino, 1951

La trasposizione dei significati religiosi in significati antropologici è la sfida che la Chiesa dei nostri giorni sta vivendo, la lotta pacifista che il papa attuale ha ingaggiato sin dall’inizio del suo ministero petrino, riutilizzando le armi pacifiche che altri suoi predecessori avevano forgiate perché si attuasse il Regno di giustizia e di pace secondo lo statuto evangelico. «Non abbiamo certo bisogno di una spiritualità pseudocontemplativa, che pretenda di ignorare completamente il mondo e i suoi problemi e si dedichi apparentemente alle cose di Dio, senza interessarsi alla società umana» sentenziava agli inizi degli anni ’60 del secolo scorso Thomas Merton, lo scomodo monaco americano. «Ogni spiritualità cristiana autentica, perfino quella del contemplativo cristiano, si occupa e deve profondamente occuparsi dell’uomo, perché “Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio” (Ireneo di Lione). Lo spirito cristiano è quello della compassione, della responsabilità e dell’impegno. Non può rimanere indifferente alla sofferenza, all’ingiustizia, all’errore, alla falsità. […] A fronte di una politica internazionale basata sulla deterrenza nucleare e sull’imminente possibilità del suicidio globale, nessun cristiano può restare indifferente, nessun cristiano può permettersi una pura accondiscendenza inerte e passiva alle formule convenzionali di cui lo nutrono i mass media» [3]. Il contenuto infuocato degli scritti sulla pace di questo outsider del monachesimo cattolico, in un momento cruciale della storia del XX secolo quale fu la crisi cubana del 1962 che vide affrontarsi Stati Uniti e Unione Sovietica col rischio di una guerra nucleare, circolò per parecchio tempo su fogli ciclostilati, visto il divieto dei vertici del suo ordine e della gerarchia cattolica americana ad interessarsi del problema. 

Quel contenuto era di una verità e di una novità incredibili. Metteva i cristiani di fronte alle proprie responsabilità sul tema della pace mondiale. Affermava che non bastava essere privatamente e tranquillamente pacifici. Bisognava essere “operatori di pace”. I suoi superiori però erano convinti che i monaci dovessero stare in ginocchio, indifferenti al corso delle cose del mondo, in uno stato di atarassia non propriamente cristiano; tutte le decisioni dovevano essere prese per loro, non da loro. Si trattava di un genere di passività blasfema per un uomo del temperamento di Merton che aggirò il divieto della pubblicazione degli scritti sulla pace inviandoli per lettera a politici, intellettuali e uomini di chiesa come il cardinal Montini, arcivescovo di Milano, e papa Giovanni XXIII che era un suo lettore ed estimatore e intratteneva con lui un rapporto epistolare. Da una testimonianza postuma di monsignor Loris Capovilla, segretario del papa, si può pensare sia stato possibile che gli scritti di Merton, e la lettera da lui scritta a Giovanni XXIII sulla crisi cubana, «abbiano avuto influenza per la stesura della Pacem in terris» [4], la lettera enciclica fuori ordinanza che non si rivolse, come di consueto, solo ai fedeli cattolici ma a tutti gli uomini e donne di buona volontà, anche non cristiani [5].

Era accaduto che cinque giorni dopo aver avviato il Concilio l’11 ottobre 1962, il papa si era trovato di fronte allo stallo della crisi cubana e alla nefasta possibilità di una guerra nucleare. Il papa, da fine diplomatico, intuì immediatamente che le due grandi potenze si erano infilate in un vicolo cieco, da cui nessuna delle due poteva recedere senza perdere la faccia. Allora compì un gesto imprevedibile che stupì il mondo: mandò un telegramma ad entrambi i capi di Stato, ma non a nome del magistero cattolico, ma a nome delle famiglie dei rispettivi popoli che chiedevano a gran voce la pace. Decise di parlare ai capi dei popoli con la voce dei loro stessi popoli. Il gesto del papa ebbe un impatto mediatico immediato ed eclatante e, benché non riconosciuto ufficialmente né da Kennedy né da Kruscev, concretamente offrì una via d’uscita onorevole per entrambe le parti. La guerra fu così scongiurata. L’enciclica cominciò ad essere redatta nei giorni immediatamente successivi, quando il papa sapeva già di essere malato e del poco tempo che gli restava da vivere. Probabilmente gli scritti di Merton, già in suo possesso, ne agevolarono la stesura.

foto-4-giovanni-xxiiiIn questa giornata mondiale della pace la Chiesa cattolica dovrebbe fare memoria della Pacem in terris, insieme a uomini e donne di buona volontà di tutto il mondo. L’Enciclica costituisce uno dei primi tentativi nell’evo contemporaneo di ripristino dei contenuti del Vangelo sine glossa, per dirla con san Francesco d’Assisi. Pubblicata in occasione della Pasqua l’11 aprile del 1963 può essere anche considerata il testamento spirituale di papa Giovanni. Denota una grande attenzione alla gente e ai “segni dei tempi”. Per il papa il termine evangelico “segni dei tempi” stava a significare le situazioni concrete, l’attenzione alla cultura corrente, il modo di pensare e di vivere della gente comune. Ad esempio la promozione della donna, la maturazione sociale e politica del mondo del lavoro, l’indipendenza dei popoli in un tempo in cui si stava esaurendo il colonialismo politico. In questa cornice il papa ridisegnò il problema della pace nel mondo. Importanti e innovative furono le distinzioni tra grandi ideologie e movimenti storici, tra errore ed errante, ma soprattutto la Pacem in terris ci ha aiutato a capire che cosa è la guerra e che cosa è la pace vera. La pace non è solo il tacere delle armi ma si fonda su quattro grandi pilastri: la verità, la giustizia, l’amore (solidarietà), la libertà. Non c’è pace se non c’è verità. Per la verità astratta si sono fatte le guerre, anche di religione, e si sono bruciati gli eretici.

Per papa Giovanni la verità è quella dell’uomo, della persona umana in quanto persona umana, non in quanto bianco, benestante, colto, sano. Dal non riconoscimento del valore della persona umana deriva la mortificazione della giustizia e hanno origine le grandi sperequazioni e disuguaglianze. La pace inoltre si fonda sulla solidarietà, che non è una virtù facoltativa, ma, soprattutto per i popoli più fortunati, un dovere di giustizia. Ultimo pilastro della pace è la libertà. Ma la libertà di cui continuamente ci riempiamo la bocca non è la libertà in sé, ma la “nostra” libertà: è la libertà della parte più fortunata del mondo, cresciuta per la mancanza di libertà degli altri. Non è un caso che le nazioni più forti ricorrano, per risolvere i problemi, alle soluzioni violente, alle guerre che sono, dice la Pacem in terris, al di fuori della ragione umana [6]. La libertà coincide poi con la non violenza, che non è viltà o quietismo, ma la scelta più autenticamente umana, perché riconosce le ragioni di chi ha ragione, anche dei più deboli, e quindi orienta veramente verso la pace. L’Enciclica infine descrive il compito che spetta anche alla comunità cristiana: cercare i modi di risolvere i problemi senza la violenza, per essere di aiuto ad un autentico cammino di pace e di libertà per tutti.

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Renato Guttuso, disegno

Cosa resta oggi della Pacem in terris oltre la feconda influenza sulla Costituzione conciliare Gaudium et spes il documento conciliare che emette una condanna esplicita della guerra? [7] Successivamente ad essa e negli anni più recenti sono sorte nuove posizioni dei papi nei confronti della guerra, come quella che sostiene la liceità dell’ingerenza umanitaria, fatta valere durante le guerre dei Balcani e in Rwanda, e si assisterà anche ad una progressiva minimizzazione della Pacem in terris, per recuperare la nozione di guerra giusta. Ciò che conta, a mio parere, nonostante i prevedibili rigurgiti di revisionismo, è che la Pacem in terris mostri ancora la sua attualità in quello che potremmo chiamare il “metodo messianico”, ossia il diritto di contestare violenti ed oppressori chiamando a discorso la verità così come essa si mostra nei “segni dei tempi”. Ed è metodo che chiama a discorso anche la laicità, abbattendo la distinzione tra laico e religioso che è distinzione mirata all’asservimento all’ordine esistente, perché chi vive con spirito messianico non si preoccupa di quelle distinzioni per trarne un vantaggio o un primato, ma unicamente del bene da fare nella verità. Vale a supportare questo assunto il ragionamento del primo papa cui il turbine evangelico aveva rivoluzionato la vita sia civile che religiosa: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto» [8]. E chiunque opera per la giustizia non può che essere in costante lotta contro gli operatori di iniquità e di ingiustizia. Qui si innesta e fiorisce la linea messianica della pace che è pienezza e compimento della giustizia. Perché è la pace che tira fuori la giustizia dalla sua fredda e impersonale nomia, dalla sua rigida postura regolatrice, dal suo disegno delimitante, ponendola in atteggiamento cordiale di riconciliazione amorevole, di reciprocità creativa. Di questa giustizia oggi abbiamo più che mai bisogno, dopo secoli di retorica, per una nuova pace.

Dobbiamo comunque continuare ad alimentare la speranza e ad inventarci nuove strategie, perché nonostante tutto il lavoro fatto la pace ci appare ancora vestita di utopia concreta. Non sono da sottovalutare, né da demonizzare, come fa un anacronistico cattolicesimo integrista, gli sforzi compiuti da papa Francesco in questi ultimi anni della nostra travagliata storia proprio in direzione della speranza. Nonostante la crisi della globalizzazione, lo scontro economico sempre più fragoroso fra Cina, Russia e Stati Uniti, le guerre che costellano il pianeta, i fondamentalismi religiosi con i relativi atti terroristici, le insanabili povertà di tanti popoli che gridano vendetta, la fuga dei migranti dagli inferni dei loro paesi, papa Francesco non dispera di poter riannodare le fila di una fratellanza universale, di una pacificazione planetaria dei popoli.

L’Enciclica Fratelli tutti è stata chiamata «una nuova Pacem in terris» in cui Francesco lancia il sogno di una rinnovata fraternità tra i popoli e le persone: fraternità religiosa, politica, economica, sociale; un sogno simile a quello di Martin Luther King, il cui nome è citato alla fine accanto a quello di san Francesco, Gandhi, Desmond Tutu, Charles de Foucauld. Un documento che esplicita ulteriormente i temi trattati nel precedente Documento sulla Fratellanza umana. Per la pace mondiale e la convivenza comune, del febbraio 2019, firmato ad Abu Dhabi insieme al Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb. Lo approfondisce in tutte le sue implicazioni e lo propone al mondo come l’ideale per il momento presente. Dalla fraternità religiosa può sorgere una fraternità universale, un movimento di pace capace di attraversare popoli e nazioni [9]. In una parte del settimo capitolo il papa si sofferma, poi, sulla guerra: essa non è «un fantasma del passato», sottolinea, bensì una minaccia costante e rappresenta la negazione di tutti i diritti, il fallimento della politica e dell’umanità, la resa vergognosa alle forze del male. Inoltre, a causa delle armi nucleari, chimiche e biologiche che colpiscono molti civili innocenti, oggi non si può più pensare, come in passato, ad una possibile “guerra giusta”, ma bisogna riaffermare con forza: mai più la guerra! E considerando che viviamo «una terza guerra mondiale a pezzi», perché tutti i conflitti sono connessi tra loro, l’eliminazione totale delle armi nucleari diventa «un imperativo morale ed umanitario». Piuttosto, suggerisce il papa, con il denaro che si investe negli armamenti, si costituisca un Fondo mondiale per eliminare la fame [10]. E poi, ancora un riferimento ai “segni dei tempi” che mostrano chiaramente come la fraternità umana e la cura del creato formano l’unica via verso lo sviluppo integrale e la pace.

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Venezia, Bambino naufrago, di Banksy

Ora, per ritornare alla nostra utopia, ci rendiamo conto che neanche l’entusiasmo buono di Papa Francesco la dissipa. Essa permane nella sua concretezza e pesa come un macigno sulle coscienze di benpensanti e benintenzionati tra i quali il sottoscritto che sta cercando di trovare il bandolo della matassa ponendo sul tavolo la domanda retorica: «perché non siamo capaci di fare pace e instaurare la fratellanza universale?». La risposta ho cercato di darla più sopra, citando le cause che impediscono la pace riconciliante. Ma ad un certo punto mi viene il sospetto che papa Francesco venga tradito proprio da quel mondo “religioso” citato nel Documento sulla Fratellanza umana, quella «fraternità religiosa» dalla quale può sorgere una «fraternità universale» e un «movimento di pace capace di attraversare le nazioni». Dalla postazione in cui mi trovo non ho sentito risuonare sul bacino del Mediterraneo voci assonanti con quella di Francesco nella richiesta di liberazione dei pescatori mazaresi detenuti in Libia – Cirenaica per essere precisi – indebitamente, per un atto arbitrario di pirateria indegno di questo tempo “civilizzato”. Nessuna voce religiosa s’è levata dalla riviera nordafricana in segno di solidarietà o per esortare i correligionari rapitori alla ragionevolezza e all’operazione della giustizia e della pace. Perché così agendo i rapitori libici si sono tirati fuori da qualsiasi forma di relazione civile e hanno agito secondo canoni di legge tribale, che può andar bene per loro ma che costituisce una dichiarazione implicita di guerra per chi come l’Italia e l’Europa ne subiscono l’onta. Salvo il fatto che né l’Italia né l’Europa hanno percepito la cosa come una dichiarazione di guerra, stante lo stesso atteggiamento tranquillo e silenzioso dei dirimpettai d’oltremare. In questi casi si invoca il principio del “politicamente corretto”, anche davanti a scorrettezze plateali. Ma qualche voce religiosa, protesa da qualche minareto, me la sarei aspettata, almeno per dar seguito e concretezza al mirabile Documento sulla Fratellanza umana. Per la pace mondiale e la convivenza comune che reca anche la firma del Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb. Altrimenti, perché si firmano i documenti? 

La triste vicenda dei pescatori mazaresi, cristiani e musulmani, non riguarda la pace e la convivenza comune? Sulle barche mazaresi cristiani e musulmani non hanno forse vissuto da fratelli? Loro sì hanno messo in pratica i principi della fratellanza umana, non i loro governanti, non tutti i loro correligionari, non tutti i capi religiosi e politici alcuni dei quali hanno accolto con onori regali papa Francesco durante la sua visita negli Emirati Arabi. Eppure questi ultimi avrebbero potuto pronunciare una parola risolutiva per la tristissima vicenda dei nostri pescatori; loro e qualche “amico” europeo che ha altri interessi da tutelare prima che la libertà e la pace. E allora si fa finta di fare la pace e di stare in pace, almeno fino a quando vengono tutelati interessi particolari, consolidati da tradizione, mai messi in discussione in un consesso veramente democratico, veramente civile, veramente universale. Ancora ci si trastulla con le logiche tribali e coloniali che non contemplano una pace ampia ma una pace interessata, fondata per lo più sul sangue e mantenuta per timore del sangue. Alla pace manca un respiro ampio, pulito, onesto, rigenerante. Chi farà da garante? Le grandi istituzioni, le antiche tradizioni? Adesso l’ONU è soltanto una sigla insignificante, né possiamo citare la Pax romana che aveva pretesa di universalità ma che si fondava su prove di forza ed era subordinata, anch’essa, ad una logica di egemonia e di dominio. Probabilmente sono queste le coordinate di pace che custodiamo ancora nell’inconscio collettivo dell’Occidente, per cui non siamo capaci di pensare una pace alternativa. Anche la Pax americana e la Pax sovietica si sono conformate a questo paradigma. Se solo facciamo memoria del nostro recente passato ci accorgiamo che la sopraffazione della cultura di guerra è stata spaventosa e le sue propaggini sono giunte fino al presente. Per liberarcene non bastano accomodamenti superficiali, è necessaria la conversione, parola quanto mai controversa anche nell’universo cristiano. Significa, in termini più laici, abolire il vecchio, ma proprio spazzarlo via del tutto… mentre di solito si pretende di fare riforme lasciando intatto ciò che c’era prima: consuetudini, privilegi, alleanze… e secondo il monito evangelico si cuciono toppe nuove su un tessuto liso…

La pace cristiana che papa Giovanni e papa Francesco hanno prospettato non è una pace diversa da quella che l’umanità cerca. È semplicemente la pace della creatura umana che ha vinto in sé l’istinto e il principio del bellum omnium contra omnes, della guerra di tutti contro tutti, che poi sembra essere il principio cardine di questa cultura contemporanea che tutto fonda sulla competizione e l’antagonismo che sono le facce moderne di Pòlemos che le ha mutate col mutare dei secoli e delle culture. Fin quando questa nostra cultura dell’antagonismo finalizzato al profitto, alla speculazione, alla frode, alla prevaricazione manterrà intatti i suoi parametri, nessuna vera pace sarà possibile. Tutto questo è il vecchio mentre lo si vuol far passare per nuovo! Le forme spericolatamente tecnologiche gli danno una patinatura nuova ma la sostanza è il vecchio egoismo umano che pur di emergere non si fa scrupolo di calpestare tutto e tutti. Volere la pace vera, invece, significa cercare le radici delle cose e degli uomini e creare lì armonia profonda, nel punto dove accadono le scelte importanti, personali e collettive. Il di più della pace evangelica consiste soltanto nel mettere in luce l’altro volto dell’uomo: il volto dell’amore, dell’amicizia, dell’uguaglianza, della solidarietà, antidoti contro quel residuo di arcaico che nella struttura antropica è l’aggressività. Un aiuto a far emergere la consapevolezza più profonda dello spirito umano in cui risiede il principio di armonia per vivere in pace con sé, con i propri simili, con la natura, con l’universo intero e… non per ultimo con Dio. 

Questa consapevolezza permette anche di individuare ciò che più immediatamente provoca l’inimicizia tra gli esseri umani in quell’«aiuola», per dirla con Dante, «che ci fa tanto feroci» [11]: la barriera del sapere. Ormai la conoscenza delle cose non è più a nostra disposizione ma passa attraverso manipolazioni vaste e complesse, filtri ideologici e censure politiche. I problemi seri non vengono mai posti in primo piano e vengono affrontati in maniera controversa o en passant. Ciò che ha risalto mediatico è il gossip, il frivolo, l’evasivo, il divertissement che distrae dall’obiettivo, ciò che non ha nessuna sostanza educativa e formativa. In genere, chi detiene le chiavi del sapere è legato al potere e da questo è manipolato e controllato perché lo divulghi cum grano salis. Al polo opposto c’è qualche raro vero sapiente, libero, indipendente, che non ha strumenti per farsi ascoltare, e anche se dice la verità non è creduto perché la sua è una voce fuori dal coro. Ora, e lo dico in prospettiva pedagogica, dobbiamo fare tutto il possibile perché la conoscenza sia in funzione dei problemi seri dell’uomo, tra i quali la pace.

foto-7Mi ha fatto molto bene leggere di recente la Lettera ad un amico arabo di André Chouraqui che è stato un instancabile ed autorevole testimone della possibilità di dialogo tra diversi universi culturali. Ebreo d’Algeria, educato alla cultura francese ed europea, con le sue traduzioni in francese dell’Antico e del Nuovo Testamento e del Corano, e con i suoi numerosi studi ha cercato di riavvicinare l’ebraismo, l’islam e il cristianesimo. In una lunga lettera dialoga con il suo fraterno amico arabo, amico di sempre e da sempre, ricordando l’infanzia vissuta insieme a Gerusalemme, gli anni dell’Università frequentata insieme a Parigi, la separazione per via della persecuzione nazista e il ritorno in patria per combattere una guerra assurda tra ebrei e arabi di Palestina per «rafforzare la supremazia britannica». Quella guerra, che poi si concluderà invece col rafforzamento del neonato Stato di Israele, formalmente li aveva resi da fratelli nemici, instaurando un ossimorico «antisemitismo arabo». «Anche tu eri semita» dice Chouraqui all’amico arabo, «benché appartenessi a quel ramo della famiglia musulmana, i palestinesi, che si distingueva in seno al mondo arabo per la sua grande apertura al mondo e per la cultura. Semiti lo eravamo per adozione e per scelta. Avevamo finito per persuaderci, nel corso dei nostri anni di università, di essere dei giovani francesi simili a tutti gli altri, degli occidentali di vecchia data. La guerra ci rivelò a noi stessi. Ebrei ed arabi, eravamo essenzialmente dei semiti» [12].

Leggendo quella lunga storia che narra anche delle dominazioni straniere in Palestina lungo i secoli: romani, bizantini, arabi, egiziani, mamelucchi, turchi, inglesi; delle oppressioni cui fu soggetto il popolo arabo da parte di un «feudalesimo arabo»; dell’impegno sovrumano degli esuli ebrei che provenivano dalla grande diaspora, si comprendono meglio le ragioni di tutti, e quanto assurda sia una guerra che ancora oggi si fonda su rivendicazioni etniche di parte. La pace si può attivare anche in virtù di un sapere che approfondisce le ragioni proprie ed altrui, un sapere che è balsamo per le ferite ataviche e luce per un cammino futuro. Mi piace chiudere queste inattuali riflessioni per l’inizio di un nuovo anno con la chiusa stessa del libro di Chouraqui, per rendere omaggio ad un uomo autentico che per tutta la sua vita è stato un “operatore di pace”, che in essa ha sperato e l’ha misticamente contemplata come utopia concreta:

«Vedo la moltitudine dei giovani arabi in tutta l’immensità di Dar-el-islam. E grido: associamo i nostri sforzi, uniamo le nostre volontà per ingaggiare in questo secolo crudele la vera lotta dell’uomo nuovo. Al di là di queste parole, al di là dei canti, si apre nei nostri deserti l’universo inesplorato del silenzio. È là che si trova lo spirito che ispirò Mosè, Gesù, Muhammed. È là che si prepara e si annuncia la vera resurrezione dei morti; è là che si edificano i nuovi cieli, una nuova terra, la terra degli uomini, attorno alle tue mura, Gerusalemme, nella luce del nostro ritrovarci» [13].
Dialoghi Mediterranei, n. 47, gennaio 2021
Note
[1] Cfr Is 61,1ss.
[2] Is 11,4-9: «La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento; con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio. Fascia dei suoi lombi sarà la giustizia, cintura dei suoi fianchi la fedeltà. Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà. La vacca e l’orsa pascoleranno insieme; si sdraieranno insieme i loro piccoli. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide; il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi. Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare».
[3] T. Merton, La pace nell’era postcristiana, Ed. Qiqaion Comunità di Bose, Magnano (BI) 2005: 238-239.
 [4] Narro la vicenda nel mio libro Il romanzo di Thomas Merton, un umanista cristiano nell’era poscristiana, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2018: 201-204.
[5] Ioannes PP. XXIII, Litt. Enc. Pacem in terris de pace omnium gentium in veritate, iustitia, caritate, libertate constituenda, [Venerabilibus fratribus Patriarchis, Primatibus, Archiepiscopis, Episcopis aliisque locorum Ordinariis pacem et communionem cum Apostolica Sede habentibus, clero et christifidelibus totius orbis itemque universis bonae voluntatis hominibus], 11 aprilis 1963: AAS 55(1963): 257-304.
[6] Pacem in terris n. 4: «Una deviazione, nella quale si incorre spesso, sta nel fatto che si ritiene di poter regolare i rapporti di convivenza tra gli esseri umani e le rispettive comunità politiche con le stesse leggi che sono proprie delle forze e degli elementi irrazionali di cui risulta l’universo; quando invece le leggi con cui vanno regolati gli accennati rapporti sono di natura diversa, e vanno cercate là dove Dio le ha scritte, cioè nella natura umana. Sono quelle, infatti, le leggi che indicano chiaramente come gli uomini devono regolare i loro vicendevoli rapporti nella convivenza; e come vanno regolati i rapporti fra i cittadini e le pubbliche autorità all’interno delle singole comunità politiche; come pure i rapporti fra le stesse comunità politiche; e quelli fra le singole persone e le comunità politiche da una parte, e dall’altra la comunità mondiale, la cui creazione oggi è urgentemente reclamata dalle esigenze del bene comune universale».
[7] Il Concilio Ecumenico Vaticano II, a differenza dei precedenti Concili, non ha emesso condanne. L’unica condanna l’ha emessa contro la guerra, proprio nella Costituzione Gaudium et spes che tratta dei rapporti della Chiesa con il mondo contemporaneo.
 [8] At 10: 34-35.
 [9] Cfr. M. Borghesi, «Osservatore Romano», 13 ottobre 2020.
 [10] Cfr. Lettera Enciclica Fratelli tutti del Santo Padre Francesco sulla fraternità e l’amicizia sociale, nn. 255-262.
 [11] Paradiso XXII, 151.
 [12] A. Chouraqui, Lettera ad un amico arabo, Medusa, Milano 2007: 106.
 [13] Ivi: 270.

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Leo Di Simone, teologo, scrittore, esperto di musica liturgica e di arte sacra, ha insegnato Antropologia culturale e Liturgia presso la Facoltà Teologica di Sicilia (Palermo), l’Istituto di Scienze Religiose di Mazara del Vallo e l’Istituto Teologico di Scutari (Albania). È presbitero della Diocesi di Mazara del Vallo e docente stabile di teologia presso la Scuola Diocesana di Teologia. Nella stessa Diocesi coordina il progetto “Operatori di pace” e dirige l’Ufficio Diocesano per i Migranti. Tra le sue pubblicazioni, si segnalano i seguenti volumi, editi da Feeria (Panzano in Chianti): Liturgia secondo Gesù. Originalità e specificità del culto cristiano. Per il ritorno a una liturgia più evangelica (2003)Vexilla Regis. La croce dipinta di Mazara del Vallo. Icona pasquale della liturgia (2004); Beato Angelico. L’estetica del Verbo incarnato (2004); Le rotte dei Misteri. La cultura mediterranea da Dioniso al Crocifisso (2008); Liturgia medievale per la Chiesa postmoderna? La questione del “rito antico” nel racconto del “rito romano” (2013). Ha curato, per i tipi de Il Colombre, il volume Trasfigurazione. La Basilica Cattedrale di Mazara del Vallo. Culto Arte e Storia (2006). L’ultimo suo volume è un saggio biografico su Thomas Merton: Il romanzo di Thomas MertonUn umanista cristiano nell’era postcristiana, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani (2018).

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