di Maria Sirago
Gli inglesi dalla fine del Cinquecento avevano posto la loro base nel porto di Livorno, fatto ampliare dal granduca Cosimo I de’ Medici. Il lavoro fu continuato dal figlio Francesco I, che verso il 1575 aveva dato all’architetto Bernardo Buontalenti l’incarico di ampliare la città, dichiarata porto franco a fine Cinquecento (Frattarellli Fisher, 1989). I mercanti inglesi avevano creato importanti case commerciali, estendendosi poi nelle città più importanti del regno meridionale, Napoli e Messina, dove dai primi del Seicento avevano creato una fitta rete commerciale, ampliata ulteriormente grazie ai privilegi concessi dagli spagnoli nel 1667.
A fine Seicento a Napoli vi erano tre importanti società commerciali inglesi, “G. Davies”, “G. Smith, G. Davies & G. Hawtery, e “G. Smith, R. Foot & Co.” collegate a George Davies, uno dei commercianti più importanti della comunità inglese napoletana e meridionale, nominato console della “nazione inglese” nel 1672 (Pagano de Divitiis, 1989: 11ss.). I mercanti inglesi avevano un corrispondente con la madrepatria ma ne avevano uno anche a Livorno. Numerosi viceconsoli erano stati nominati in tutto il viceregno, in primis a Gallipoli e in Sicilia, a Palermo, Messina e Trapani. (Pagano de Divitiis, 1995: 3-7).
Dopo la conquista austriaca (1707) i mercanti inglesi ebbero la riconferma dei privilegi concessi dagli spagnoli nel 1667. Nei porti principali furono nominati viceconsoli per il controllo dei traffici: si importavano soprattutto panni di lana e pesce salato (stockfish o stoccafisso e baccalà) necessario per le esigenze del calendario liturgico, importazioni di olio da Gallipoli, in Puglia (Terra d’Otranto) e uva passa da Belvedere, nella Calabria Citra, (Pagano de Divitiis, 1984), una coltivazione introdotta nel Seicento nei territori che erano appartenuti ai Sanseverino principi di Bisignano in luogo di quella dei cannameli, o canna da zucchero (Sirago, 2022).
Con la ritrovata autonomia ottenuta dopo la conquista di Carlo di Borbone il Regno rifiorì grazie alle riforme in ambito economico: fu incentivato il commercio dei regnicoli, da sempre in mano agli stranieri, fu ricostruita la flotta necessaria per la difesa delle navi mercantili e delle coste e furono ripristinati i porti più importanti, in primis quello napoletano (Sirago, 2004: 33ss. e 2023). Poi furono stipulati trattati commerciali con la Porta Ottomana (1740) e Tripoli (1741) e con alcune nazioni nordeuropee Svezia (1742), Danimarca (1748), Olanda (1753), Russia (1783) Galanti, 1968, I, 186), da cui provenivano i materiali per la flotta (legname e ferro), che si stava ricostruendo (Sirago, 2023b), e pesce salato. Una voce importante era quella del commercio inglese, gestito dai consoli e dai viceconsoli, nominati a partire dai primi del Seicento, di estrazione mercantile. Il mercante Edward Allen, nominato console nel 1725, in epoca austriaca, fu riconfermato anche da Carlo (Zaugg, 2011: 51).
Nel 1747 Allen fu sostituito dal fratello William, mercante a Messina, rimasto in carica fino al 1753, quando fallì la casa mercantile Allen e fu nominato console generale Isaac Jamineau, rimasto fino al 1760. Lo stesso anno fu inviato a Napoli anche Sir James Gray, un diplomatico di professione, appassionato cultore di arte antica, come inviato straordinario. Ottenne notizie sul commercio tra Napoli e l’Inghilterra da George Hart e Harry Porter, i principali mercanti inglesi: le navi inglesi caricavano molte merci, l’olio a Gallipoli, in Puglia, i passi (uva passa) a Cirella e Diamante, in Calabria, ed il sale in Sicilia, specie nel porto di Messina (Pagano de Divitiis, 1984, 326-330; Zaugg, 2011, 214-215). In quel periodo vi fu un incremento del commercio inglese testimoniato dal numero dei viceconsoli presenti in tutto il regno (Sirago, 2004: 87).

Francesco Cassiano da Silva, Napoli, piazza del porto e darsena, inizi del Settecento (Amirante, Pessolano, 2005)
Il regno di Ferdinando
Nel 1758 si aprì un nuovo scenario per il regno meridionale: Carlo di Borbone, divenuto re di Spagna, il 6 ottobre cedette al terzogenito Ferdinando i suoi Stati italiani istituendo un Consiglio di Reggenza, per amministrare i regni durante la minore età del giovane re, designando come Presidente della Reggenza Bernardo Tanucci (Sirago, 2019a) [1].
Durante la “reggenza” sir James Gray continuò ad espletare il suo compito di inviato straordinario e plenipotenziario. Ma nel 1764, anno della terribile carestia, chiese di tornare in patria per motivi di salute [2]. I negozianti inglesi residenti a Napoli, Giorgio Hart, Pietro Guglielmo Wilkens, Carlo Cuttler, Giorgio Tierney e i soci della ditta” Willis & Levin” ricorsero alla Segreteria di Azienda per ottenere la riconferma dei loro privilegi, specie durante la “fiera franca” di Salerno, che si svolgeva a fine settembre (Zaugg, 2011: 198). Nel 1764 fu nominato per un triennio Sir William Hamilton, giunto a Napoli il 19 novembre, che ottenne le stesse credenziali del Gray [3]. Sir Hamilton era un erudito interessato all’archeologia e alla vulcanologia, materia di alcuni suoi testi. Aveva raccolto nel suo palazzo a Pizzofalcone una ricca collezione di reperti archeologici, raccolti soprattutto nei Campi Flegrei (Sirago, 2024a), quadri, ecc., ammirata da Goethe, che la visitò, in parte venduta al British Museum. Ben presto il suo salotto divenne meta dei nobili viaggiatori soprattutto gli inglesi, accompagnati a corte o invitati nei palazzi aristocratici, un ruolo che mantenne fino al 1798, quando fuggì a Palermo con la corte, mentre arrivavano i francesi (Sirago, 2023a).
Nel secondo Settecento l’Inghilterra, la Francia e l’Olanda svolgevano un fondamentale ruolo di intermediazione tra i mercati atlantici e quelli Mediterranei. Il console Jamineau il 7 dicembre 1763 riferiva che le navi francesi erano più piccole, ma più numerose, in concorrenza con quelle inglesi nel commercio del baccalà e dei tessuti. Il traffico inglese era indirizzato verso le Americhe, l’India e l’estremo Oriente, ma dalla metà del Settecento era stato incrementato quello mediterraneo (un quarto del totale delle esportazioni e riesportazioni). Nel Mezzogiorno gli inglesi acquistavano la seta, l’olio, il sale, il vino; e il Mezzogiorno era buon consumatore di merci inglesi, specie stoffe di lana, prodotti metallurgici, pesci secchi e salati (Lo Sardo, 1989). La British factory a Napoli usufruiva di una amministrazione della giustizia efficace e soddisfacente ed era ben integrata nel circuito economico napoletano soprattutto per i crediti commerciali concessi (Zaugg, 2011: 130 e 144).
Una “ditta” molto importante era quella dei negozianti Jakson, Hart e Rutherford, a Napoli fin dal 1749 [4]. Uno dei mercanti più facoltosi era William Tierney, discendente di una famiglia anglicana di Limerick, in Irlanda. Egli nel 1749 risultava residente da più anni a Napoli. viveva a via Toledo e aveva creato la ditta “Noble & Tierney” con Thomas Noble, di Bristol. Verso il 1754 era stato raggiunto dal fratello George, che dopo la sua morte (1760) aveva ereditato la gestione dell’attività familiare (Zaugg, 2011: 201-213). Anche William Hamilton (omonimo del console inglese), a Napoli dal 1753, era un facoltoso mercante. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta era socio della ditta Smith, Hamilton & Co (Zaugg, 2011: 156).
Un altro ricco mercante era Nathaniel Torold, stabilitosi a Capri nel 1741 dove aveva fatto costruire una lussuosa dimora a Marina Grande, il Palazzo Inglese. Aveva scelto l’isola dopo la fuga da Livorno con la sua concubina, una isolana, Anna La Noce, da cui ebbe cinque figli, e l’anziano consorte, un certo Canale, ed aveva trasferito la sua “ditta” livornese a Napoli creando due società, una con i tre fratelli Palomba, Lorenzo, Francesco e Nicola, che si occupava della vendita dello stoccafisso, del baccalà e di aringhe di Fiandra trasportate dal nord con una sua nave, e una col barone Filippo Donnarumma, che si occupava del commercio del grano ma anche di altre merci come il piombo (Knight, 2007). Dopo la sua morte (1764) i beni furono sequestrati su richiesta dei soci [5]. Intanto il socio Filippo Donnarumma intentava un processo contro Anna La Noce, che aveva prodotto un falso testamento. Il Thorold però durante un viaggio in Inghilterra aveva redatto un testamento in cui nominava erede dei suoi possessi inglesi e del titolo il primogenito, Samuele Canale, che assunse il suo cognome, lasciando ad Anna e agli altri figli i beni capresi (Knight, 2007).
Tra il 1756 e il 1763, durante la “Guerra dei Sette anni”, i mercanti napoletani cercarono di inserirsi nel commercio con Londra e l’Inghilterra e le Americhe (Pirolo Sirago, 2017, e Sirago, 2019b) sotto la supervisione di Gianbattista Albertini, principe di Sanseverino, ambasciatore a Londra. Il mercante e armatore messinese Gaspare Marchetti, residente a Londra, aveva costituito una società con il leccese Lucio La Marra e i commercianti napoletani Nicola Palomba e Gennaro Rossi, interessati al «commercio con l’Oceano». Il Marchetti acquistò alcune navi tra Castellammare, un porto dove si costruivano vascelli a partire dalla fine del Cinquecento (Sirago, 2024b) o nei cantieri sorrentini di Meta e Carotto, anch’essi dediti alle costruzioni di grosse imbarcazioni, armate con cannoni (Sirago, 2024c) con cui iniziò un proficuo commercio con la Martinica francese (Sirago, 2019: 512ss. e 2022).
La fine della Guerra dei Sette Anni (1756-1763) attestò la supremazia marittima e coloniale della Gran Bretagna, che estese la sua influenza in tutto il Mediterraneo e nel Levante, malgrado i tentativi della Francia, ugualmente interessata al commercio mediterraneo. Il porto più frequentato dagli inglesi era quello di Livorno, strettamente connesso con quello napoletano, dove la British Factory dopo la carestia del 1764 ampliò il suo raggio di azione. I porti italiani, soprattutto quello napoletano quelli del regno meridionale e il porto di Messina erano indispensabili non solo per esportare prodotti nazionali, il pesce salato, il piombo, lo stagno, il sale ma anche come mercato di sbocco dei prodotti coloniali e asiatici riesportati dall’Inghilterra.
Il governo inglese era preoccupato anche per la crescita dell’industria tessile nel Mezzogiorno, dovuta all’azione riformistica, che produceva stoffe di qualità ordinaria per le divise dei soldati, per il clero, i servitori e il popolo, limitando l’acquisto di tali prodotti prima importati dalla Gran Bretagna. Sir Hamilton si attivò subito, inviando numerose notizie tra il 1765 e il 1766 sui porti, la flotta, le truppe, il commercio. Il mercato napoletano era molto importante per gli inglesi, che vi vendevano non solo il pesce salato ma molte materie prime. Sotto la protezione di Hamilton le “case commerciali” inglesi (sei negli anni Sessanta) prosperarono: il ricco mercante George Hart, uno dei membri più influenti della British Factory napoletana, che aveva fornito molte notizie a Sir Grey, aiutò il ministro nella ricerca di notizie sullo stato del Regno da inviare a Londra (Pagano de Divitiis Giura, 1997: 99-236).
Un facoltoso mercante era Giacomo Markell, in società con i fratelli Pantaleone [6]. I fratelli George ed Edmund Noble erano invece interessati al commercio dell’olio in Gallipoli, per cui avevano chiesto spesso garanzie per poter effettuare i loro carichi: nel 1793 avevano rinnovato ad Hamilton le suppliche, poiché venivano caricate prima le navi che dovevano trasportare l’olio nella capitale partenopea, con gran danno per le navi britanniche [7].
Dopo la ratifica del trattato di alleanza anglo-napoletana (1793), che sanciva l’entrata in guerra del regno contro la Repubblica Francese, ai francesi fu intimato di andare via entro 20 giorni, il che permise agli inglesi di ampliare i loro affari.
Un cospicuo ramo di commercio era quello del rifornimento della flotta inglese di stanza nel Mediterraneo. La società “Macaulay Mackinont & Co.” si inserì subito in questi traffici diretti dai due soci, nominati “Agenti per l’approvvigionamento della Squadra Britannica” che acquistavano viveri in Sicilia e nel regno franchi di dogana [8], malgrado le rimostranze dei mercanti siciliani [9]. Anche alla società “Macaulay Mackinont & Co.” venivano affidati importanti incarichi, come il trasporto di una nuova tinta per “Regia Azienda” di San Leucio [10].
La British Factory a metà Settecento
- La ditta di Jakson, Hart e Rutherford, presente a Napoli fin dal 1749.
- La ditta di “Noble & Tierney”: William Tierney, un mercante facoltoso, discendente di una famiglia anglicana di Limerick, in Irlanda, residente a Napoli dagli anni ’40, residente a via Toledo; Thomas Noble, di Bristol, verso il 1754 era stato raggiunto dal fratello George, che alla sua morte (1760) ereditò la società.
- La ditta Smith, Hamilton & Co: Hamilton (omonimo del console inglese inviato a Napoli nel 1764) era un facoltoso mercante, presente a Napoli fin dal 1753.
Nel 1795 la British Factory era ben rappresentata, con numerosi mercanti, tra cui Samuel Ragland, Henry Season e Alexander Macaulay, le ditte Degen & Schwartz, Cutler & Heigelin, Falconnet & Gibbs, George & Edmund Noble, Vallin & Warington. (Zaugg, 2011: 203ss.).
In quel periodo i viaggiatori, specie quelli inglesi, facevano capo a Sir William Hamilton che li introduceva a corte e li invitava in casa sua, a Pizzofalcone, dove aveva raccolto una ricca collezione di reperti archeologici, che suscitarono la meraviglia di Wolfgang Goethe, quando venne a Napoli, nel 1787 (Goethe, 2018: 231-232). Uno dei più attenti e curiosi viaggiatori fu Henry Swinburne, arrivato a Napoli nel 1786, dove fu accolto da sir Hamilton, con cui condivideva la passione per l’archeologia. Attratto dai discorsi dell’amico, decise di partire “alla scoperta del Sud” compiendo un viaggio avventuroso per tutto il Meridione, raccogliendo notizie di quello che rimaneva della Magna Grecia studiata sui classici. I dettagliati appunti raccolti durante il lungo viaggio gli fornirono la materia per l’opera che lo rese famoso ed apprezzato tra i viaggiatori del tempo, Travels in the Two Sicilies, tradotto in diverse lingue.
La British Factory nel 1795
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Mercanti |
Ditte |
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Samuel Ragland |
Degen & Schwartz |
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Henry Season |
Cutler& Heigelin |
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Alexander Macaulay |
George & Edmund Noble |
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William Eppes Routh di Poole |
Vallin & Warington |
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George Scott |
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Gioacchino Murat Maresciallo di Francia e re di Napoli ordina la presa di Capri, 1808, Johan Heinrich Schmidt, Musee Marmottan Monet, Paris
Il Decennio francese (1806-1815) e il secondo periodo borbonico (1815-1861)
Quando i francesi conquistarono Napoli (1806) rimasero solo alcuni mercanti inglesi associati con quelli francesi; alcuni riuscivano a commerciare anche in Sicilia, soprattutto a Messina, malgrado la normativa sancita dal Blocco Continentale, imposto da Napoleone il 21 novembre 1806, in cui si proibiva l’approdo delle navi inglesi e americane in tutto il regno meridionale (D’Angelo, 1988). Dal 1806 si era aperto un periodo complesso, il Decennio Inglese in Sicilia, dove si era rifugiata la corte borbonica con l’appoggio degli inglesi (D’Angelo,2020) ed il Decennio Francese a Napoli, con i re Giuseppe Napoleone e Gioacchino Murat. Nel 1806 gli inglesi avevano occupato Capri, da dove controllavano il golfo partenopeo, liberata da Murat due anni dopo (Sirago, 2008; Barra, 2011).
Il commercio inglese a Napoli ebbe una ripresa solo dopo la fine del blocco continentale, nel 1811. Quell’anno fu nominato un viceconsole britannico, il mercante Richard Walker, che stipulò accordi commerciali volti alla riapertura dei porti alle navi inglesi. Nel febbraio del 1811 giunse a Napoli Samuel Rogers, uno dei maggiori poeti romantici del tempo, che descriveva la ricca colonia inglese, frequentata da Jane Elizabeth Harley, contessa di Oxford, e di Mortimer e lord Frederick Montagu, probabilmente a Napoli per curarsi, che gli indicarono i luoghi più interessanti della città (Salerno, 2015). Uno dei siti più deliziosi era la Villa Reale, una passeggiata costruita lungo la spiaggia di Chiaia tra il 1778 e il 1780 da Carlo Vanvitelli su modello del Paseo del Prado, edificato a Madrid dal re Carlo, ampliata nel 1807 (Alisio, 1993).
Dopo la Restaurazione re Ferdinando tornò a Napoli scortato dalla flotta inglese. In quel periodo la Gran Bretagna divenne la potenza dominatrice dei mari e riacquistò un ruolo preponderante nella rete commerciale mediterranea, dove inviava i prodotti delle sue fabbriche. Il console generale sir William a’Court, tornato dalla Sicilia, ricevette dai mercanti inglesi stabilitisi a Napoli un memoriale in cui chiedevano che fossero ripristinati gli antichi privilegi risalenti alla fine del Seicento. Il 26 settembre 1816 fu ratificata la Convenzione commerciale, ampliata anche a francesi e spagnoli, che penalizzava fortemente la marina mercantile meridionale (Pintaudi, 2024). Così molti mercanti inglesi che si erano trasferiti in Sicilia tornarono a Napoli, mantenendo stretti contatti con i mercanti rimasti in Sicilia. Essi continuarono ad importare pesce salato, cotone, prodotti manifatturieri tessili, coloniali (caffè, cacao, te, zucchero), rum, pepe, ferro e materie prime industriali (Pintaudi, 2024:33), consumati prevalentemente a Napoli.
Dal regno esportavano prodotti agricoli, come l’olio pugliese, e semilavorati, usati nelle lavorazioni industriali. I mercanti inglesi agivano come consegnatari delle merci, provvedendo localmente alla loro vendita o reintroducendole nel circuito commerciale. Le navi scaricavano le merci nel porto napoletano proseguendo verso un porto pugliese per caricare grano o in uno di quelli siciliani per caricare soprattutto lo zolfo, tornando in Gran Bretagna (Dawes, 1990: 34-35). Già nel primo decennio dopo la Restaurazione i mercanti inglesi erano divenuti i primi partner del regno (Pintaudi, 2024: 34-35).
La pace favorì anche gli armatori napoletani, che ampliarono il loro raggio di azione, iniziando a costruire grossi brigantini a Castellammare e nella penisola sorrentina, a Meta e a Piano grazie alle franchigie concesse (Passaro, 2020: 49). Poiché la convenzione del 1816 suscitò le proteste degli armatori napoletani con i decreti del 15 dicembre 1823 e del 30 novembre1824 furono riformate le tariffe doganali in vigore, per favorire gli armatori napoletani (Pintaudi, 2024: 27ss.) che con i nuovi brigantini ricominciavano a commerciare col Mar Nero, col Mar Baltico Pirolo Sirago (2017) e con le Americhe (Sirago, 2019).
La rete dei mercanti era simile a quella del secolo precedente, un sistema di conoscenze, basato su rapporti informali o familiari o di amicizia, legati spesso alle principali ditte britanniche. I fratelli Close, mercanti di carbone a Manchester, erano arrivati a Napoli dopo il 1815, fondarono case commerciali a Napoli, Messina e Palermo. I Turner di Manchester e di Londra, nel 1802, aprirono una casa commerciale a Palermo, in società con Prior e un’altra a Napoli nel 1814. Il mercante Oates di Leeds aveva attivato case commerciali a Messina e a Palermo. I mercanti inglesi, tramite i rapporti personali e familiari, riuscivano a diversificare i loro affari, un sistema necessario perché ogni ramo del commercio presentava elementi di rischio (Dawes, 1989: 77). Una delle richieste più importanti era quella di materie prime e macchinari a causa della limitata industrializzazione del regno. Anche il carbone era necessario per alimentare i macchinari a vapore per le industrie e le caldaie per le navi e locomotive. James Close nel 1848 ebbe un contratto per la fornitura di carbone annuale alla Regia Marina per 80.000 cantara di carbone (Dawes, 1990: 868-869).
Una figura importante è quella dell’ingegnere navale Thomas Richard Guppy, nativo di Bristol, trasferitosi a Napoli con la famiglia nel 1849. L’anno dopo creò una società con John Pattison, un qualificato ingegnere inglese, con cui nel 1852 fondò la società Guppy & Co., vicino Pietrarsa (De Rosa, 1968), divenuta in breve la più importante officina metalmeccanica napoletana, ottenendo nel 1855 un appalto per la fornitura di “minuterie” per la Regia Flotta, che dette nuovo impulso alla nascente industria metalmeccanica napoletana (iniziata a partire dal 1840 con la costruzione dell’opificio di Pietrarsa (De Rosa, 1968).
La numerosa comunità inglese scelse come residenza il quartiere di Chiaia, antico villaggio di pescatori, che si stava trasformando in un ridente quartiere borghese. Qui vennero costruiti molti lussuosi alberghi per soddisfare l’elegante élite britannica.
Nel quartiere furono aperti Coffee Houses, luoghi di ritrovo e “Gabinetti di lettura” con giornali e libri inglesi. Si praticava anche il culto anglicano, officiato nella casa dell’ambasciatore, e fu costruito un cimitero inglese all’interno di quello di Poggioreale. Nel 1861 la Comunità inglese ottenne da Giuseppe Garibaldi di poter edificare a via San Pasquale una chiesa ancora in funzione (Dawes, 1989).
Conclusioni
La comunità inglese ha avuto una notevole influenza nella città partenopea. Sono stati costruiti alberghi con ogni comfort dedicati agli inglesi nella Riviera di Chiaia e nel nuovo Corso Vittorio Emanuele. Si è diffusa la moda inglese, i cui vestiti erano venduti in appositi negozi, come Gutteridge, fondato a fine Ottocento. L’agenzia turistica londinese Cook ha aperto una filiale a Chiaia a fine Ottocento e ha sponsorizzato la costruzione della funicolare del Vesuvio. Le città turistiche campane, in primis Sorrento, Capri e Ischia sono state prescelte per il loro soggiorno, divenendo sempre più “alla moda” (Dawes, 2003).
L’apporto dell’Inghilterra è stato importante anche per la nostra nascente industria metalmeccanica. In effetti, re Ferdinando II nel 1840 ha creato l’Officina di Pietrarsa con una scuola di macchinisti per sottrarsi al giogo inglese. Ma l’apporto inglese è stato importante per la sua realizzazione. L’Opificio è stato chiuso dopo l’Unità per la mancanza di commesse statali, rendendo necessario l’apporto di fabbriche come la Guppy, fondata verso il 1850 (De Rosa, 1968).
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Note
[1] Archivio di Stato, Napoli, d’ora in poi ASN, Casa Reale Antica, 856, «Istruzioni di Carlo III emesse nel lasciare Napoli», con istituzione del Consiglio di Reggenza, senza data ma ottobre 1758.
[2] ASN, Esteri, 679, 31/6/1764; ibid., 31/6/1764 e 9/19/1764.
[3] ASN, Esteri, 679, 19/11/1764, lettera di Tanucci, e 27/1/1767.
[4] ASN, Esteri, 679, 8 e 27/5/1766, Hamilton a Tanucci.
[5] ASN, Esteri ,679, 21/8/1764; id., 7/9/1764.
[6] ASN, Esteri, 682, 29/7/1775.
[7] ASN, Esteri, 681, 17/10/1793.
[8] ASN, Esteri, 673, 18/10/1793, 10/4 e 4/7/1794, 674, 30/3/1795.
[9] ASN, Esteri, 674, 16/3/1796.
[10] ASN, Esteri, 674, 10/10/1795.
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Sitografia
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www.lombardiabeniculturali.it/fotografie/schede/IMM-3g010-0015017/
https://revistas.uca.es/index.php/cir/article/view/489
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Maria Sirago, dal 1988 è stata insegnante di italiano e latino presso il Liceo Classico Jacopo Sannazaro di Napoli. Dal primo settembre 2017 è in pensione. Affiliazione: Nav Lab (Laboratorio di Storia Marittima e Navale), Genova. Membro della Società Italiana degli Storici dell’Economia, della Società Italiana degli Storici, della Società Napoletana di Storia Patria, Napoli, della Società Italiana di Storia Militare. Ha scritto alcuni saggi e numerosi lavori sulla storia marittima del regno meridionale in età moderna. Tra gli ultimi suoi studi si segnalano: La scoperta del mare. La nascita e lo sviluppo della balneazione a Napoli e nel suo golfo tra ‘800 e ‘900, edizioni Intra Moenia, Napoli, 2013; Gente di mare Storia della pesca sulle coste campane, edizioni Intra Moenia, Napoli, 2014; Il mare in festa Musica balli e cibi nella Napoli viceregnale (1503-1734), Kinetés edizioni, Benevento, 2022.
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