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La montagna dello spopolamento e quella del neopopolamento

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di Giampiero Lupatelli 

La breaking news del Rapporto Montagne Italia 2025

Presentando il Rapporto Montagna Italia 2025: Istituzioni Movimenti Innovazioni. Le Green Community e le sfide dei territori, pubblicato nel giugno 2025 per i tipi dell’editore Rubbettino, come secondo volume della collana Comunità Montagna che ho avuto l’onore di inaugurare pochi mesi prima con il mio Green Community Comunità verdi per abitare le Montagne, UNCEM ha gettato un sasso nello stagno.

Dei tanti contenuti del voluminoso Rapporto, l’attenzione si è subito focalizzata sulla sezione che si è proposta di discutere di “spopolamento e neo-popolamento delle Montagne italiane”, smuovendo le acque di un dibattito estivo sul declino della Montagna e delle Aree Interne, ancora largamente condizionato dallo stereotipo dello spopolamento e impegnato, caso mai, in una polemica, tanto generosa quanto irrilevante, sulla possibilità (e sulla volontà) di arrestare o meno questo declino.

La realtà, intanto, sembrava però indirizzarsi altrove, trasformando anche nella evidenza dei numeri, la lungimirante profezia di Beppe Dematteis su una “nuova centralità della montagna” lanciata dal Convegno di Camaldoli del Novembre 2019.

L’evidenza da cui il Rapporto ci propone di partire è quella che riguarda il saldo migratorio della popolazione che, nei cinque anni tra 2019 e 2023, ha registrato un saldo positivo tra le persone che hanno trasferito la propria residenza in uno dei 3.417 comuni della Montagna italiana e quelle che nello stesso periodo hanno abbandonato ognuno degli stessi Comuni. Un saldo positivo dei flussi di mobilità sociale della popolazione che ha avvicinato le centomila unità (per l’esattezza 99.574). Oltre all’evidenza del segno e al rilievo del valore assoluto del numero di nuovi abitanti della montagna, protagonisti di quel “neo-popolamento” di cui da qualche tempo abbiamo cominciato a parlare, il Rapporto avanza anche una importante considerazione sulla composizione di questo flusso.

Per la prima volta, a differenza del recente passato, questo apporto positivo non viene da lontano, e non riguarda dunque prevalentemente gli immigrati di cittadinanza straniera, quelli che già al volgere della prima decade del nuovo secolo (2009-2013) erano arrivati in montagna a compensare con un apporto di 150mila unità il flusso in uscita della popolazione di cittadinanza italiana che, con oltre 100mila unità, continuava ad abbandonare la Montagna.

33Negli ultimi cinque anni i cittadini italiani in ingresso in montagna sono stati 63.909 in più di quelli che la montagna l’hanno abbandonata, e rappresentano quasi i 2/3 del totale del saldo positivo. Anche per questo, nel Rapporto, abbiamo parlato di una “stagione del risveglio” (demografico) della Montagna; una stagione che ha seguito quella “del ripiegamento” (gli anni 2014-2018) nella quale i flussi in entrata di popolazione straniera si erano quasi arrestati e quelli in uscita di popolazione italiana erano invece proseguiti imperterriti, arrestando la novità di una precedente “stagione della accoglienza” (gli anni 2009.2013) nella quale un forte afflusso di popolazione straniera aveva reso meno evidente (e soprattutto meno critico) il permanere di un flusso migratorio in uscita di popolazione di cittadinanza dal territorio montano, entità assai significativa. 

Centomila abitanti in più sono molti o sono ancora troppo pochi?

Con la evidenza statistica che ci ha proposto, una evidenza che la comunicazione di UNCEM ha saputo trasformare in notizia: “La carica dei centomila” nelle parole di Marco Bussone, il Rapporto, ci sollecita innanzitutto a riflettere e ad argomentare su quanto questo saldo migratorio positivo di provenienza urbana e metropolitana sia un fatto davvero significativo verso il quale rivolgere non solo la curiosità e l’attenzione mediatica, per farne oggetto invece di una più sofisticata considerazione delle politiche di coesione territoriali.

Detto in termini più spicci, quel che ci dobbiamo chiedere è innanzitutto se i centomila nuovi abitanti in più siano davvero molti o se invece rimangano ancora troppo pochi; se questa rondine riuscirà per una volta a fare Primavera. Per rispondere, dobbiamo forse interrogarci un poco più a fondo, passando dalla fredda evidenza statistica alla argomentazione attorno ai segnali che riescono a trasformare un numero nel racconto di un fatto sociale, poi nel giudizio sulle ragioni che possono averlo determinato. Ricorrere alle categorie dello spazio e del tempo, forme a priori della nostra sensibilità, ci può forse aiutare in questo sforzo ermeneutico.

Partiamo per questo dal commento con il quale il Rapporto accompagna l’evidenza dei numeri e interroga la loro articolazione ed evoluzione. Il Rapporto ci parla, per questo, di un fenomeno nuovo, asimmetrico e fragile. Che l’attrattività della montagna nei confronti della popolazione di provenienza metropolitana e urbana sia un fatto nuovo, lo abbiamo già detto, ma ci torneremo per interrogare la sua permanenza nel tempo.

1754406002691Della sua asimmetria dobbiamo invece evidenziare come si manifesti innanzitutto in una disuguale distribuzione territoriale del fenomeno che non reca alcuna traccia di una casuale variabilità probabilistica e assume invece i caratteri di una faglia strutturale. Delle 168 Comunità territoriali presenti nella Montagna delle regioni settentrionali solo 9 (appena il 5% del totale) presentano infatti un saldo migratorio negativo. All’opposto, nelle 219 comunità territoriali del centro sud, quelle che hanno un saldo negativo sono ben 128 e rappresentano quasi il 60% del totale.

Dalla asimmetria consegue anche il fatto che il saldo del flusso di persone in ingresso e in uscita nelle sole Comunità Territoriali attrattive, che, come si è detto, sono tutte o quasi localizzate nelle regioni del nord, sia ancora più elevato della media algebrica nazionale. Supera infatti le 135mila unità con un apporto medio annuo che vale lo 0,5% della popolazione residente in quei territori.

Se poi ci sofferma sulle sole 68 Comunità Territoriali più attrattive, quelle che nel quinquennio presentano un saldo superiore alle 50mila persone, l’incidenza si raddoppia e arriva a sfiorare l’1% annuo della popolazione residente. Valori che ci confortano sulla significatività e sulla consistenza del fenomeno.

Quanto alla fragilità del nuovo fenomeno migratorio, questa la possiamo leggere intanto nel suo essere maturato entro una cornice largamente inesplorata di trasformazioni radicali, aperte dalla inaspettata e singolare esplosione della pandemia che ha forse portato alla luce anche altri movimenti “tellurici” che si agitano sotto la crosta rassicurante e ordinata della società contemporanea. Come quelli che si rivolgono verso ordinamenti fondamentati della società contemporanea come è in primo luogo quello che riguarda i tempi, i modi e il ruolo del lavoro nella rappresentazione di sé e della propria rete sociale di considerazione e realizzazione della personalità.

Una fragilità che ha dunque motivazioni profonde e oscure ma della quale un primo riscontro può essere intanto testato avendo riguardo alla sua capacità di affermarsi e di permanere nel tempo. Una rondine non fa primavera, nemmeno in tempi di cambiamento climatico, e di primavere ne debbono fiorire molte, perché si possa considerare strutturale l’inversione di una tendenza che si era manifestata senza soluzione di continuità per quasi un secolo di storia nazionale. 

TAV.1

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Cosa ci dicono i dati ancora più recenti

Un segnale importante nella direzione della continuità e del consolidamento di una nuova attrattività della Montagna (o comunque di una sua porzione molto significativa) ci viene dall’aggiornamento del movimento anagrafico relativo al 2024 recentemente messo a disposizione dall’ISTAT. Una nuova base di dati che è stata ripresa e ri-elaborata da UNCM e CAIRE utilizzando la originale griglia interpretativa che legge la Montagna attraverso le geografie delle sue Comunità Territoriali. Presentando i nuovi risultati lo scorso 29 settembre in una originale bilocazione tra Reggio Emilia e Milano.

L’evoluzione dei processi migratori che in queste circostanze abbiamo raccontato propone per il 2024 alcuni tratti che si sovrappongono largamente a quelli che si sono manifestati negli anni immediatamente precedenti, in quella che il Rapporto ha voluto chiamare la “Stagione del Risveglio”; presentano però anche alcuni elementi di novità degni di nota. Innanzitutto, è in evidenza il valore del saldo positivo dei movimenti migratori (TAV.1) che, con quasi 35.000 unità, è largamente superiore (del 40%) alla media del quinquennio precedente. L’incremento è in larga misura imputabile alla ripresa di flussi in ingresso da parte della popolazione straniera; il saldo di questi flussi ammonta infatti a circa 22.000 unità (TAV.2), cifra che triplica il valore medio del quinquennio precedente. Quanto alla popolazione di cittadinanza italiana, il saldo è di 12.000 unità (TAV.3) ed è perfettamente allineato a quello medio del quinquennio precedente.

TAV. 2

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A rafforzare la portata sulla natura non occasionale di questo processo valgono anche considerazioni sul rilievo che questo nuovo saldo migratorio di segno positivo esprime nei confronti della dimensione complessiva del movimento migratorio, in ingresso e in uscita, che ha investito le nostre Montagne. Sempre nel 2024 hanno trasferito la propria residenza in uno dei comuni montani del Paese oltre 265mila persone, a fronte delle 231mila circa che dalla montagna si sono trasferite altrove; il saldo positivo di quasi 35mila unità rappresenta il 13,0% del valore totale del flusso in ingresso, valore che sale al 16,2% quando si misuri un saldo di quasi 15mila unità su un flusso totale di ingressi nelle montagne del Nord (quelle di più rilevante e sistematica attrattività, come si è detto) su un flusso totale in ingresso di circa 153mila unità in quelle regioni e in quell’anno. Una frazione (da 1/6 a 1/5 del flusso totale) decisamente significativa per attribuire al saldo il valore di una tendenza strutturale e non di una oscillazione probabilistica.

TAV. 3

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Il dato del 2024 non conferma solo la linea di tendenza generale. Conferma anche le forti differenze presenti nella diffusione territoriale dei fenomeni e il loro carattere sistematico, esprimendo ancora una volta la antinomia tra la nuova attrattività delle montagne del Nord (e questa volta un po’ anche del Centro) contro il permanere dell’esodo antico dalle montagne meridionali, solo in parte compensato dalla piccola ripresa di intensità nell’afflusso di popolazione straniera.

Delle 387 Comunità Territoriali, quelle che presentano un saldo positivo totale sono ora 285 (erano 247 nel quinquennio precedente), mentre resta sostanzialmente immutato il numero delle Comunità Territoriali che hanno un saldo positivo per la componente italiana, che sono infatti 224 contro le 228 del quinquennio precedente. 

Le Comunità Territoriali più attrattive

Entro questa cornice interpretativa che conferma la faglia che separa l’attrattività delle montagne del nord e del centro dall’esodo che segna le montagne meridionali, un esercizio di sicura utilità è quello di soffermare lo sguardo sulle Comunità Territoriali che esprimono con maggiore intensità ed energia i propri caratteri di attrattività.

Tanto più utile, nella visione di un neo-popolamento governato, in questa sua seconda stagione, dopo quella che nella prima decade aveva visto come protagonista la popolazione straniera, piuttosto dai fattori di attrazione (pull) espressi dalle Montagne come luoghi di destinazione, piuttosto che da quelli di spinta (push) in provenienza dalle crisi climatiche, alimentari e di sicurezza, che investono le regioni di provenienza delle migrazioni di più lungo raggio.

Le Comunità territoriali nelle quali il saldo migratorio della sola popolazione di cittadinanza italiana è stato in media superiore all’1% annuo della popolazione residente, erano 10 nell’intervallo 2019-2023. Cinque di queste erano in Emilia-Romagna, due in Liguria e una ciascuna in Piemonte, Lombardia e Trentino-Alto Adige.

Se spostiamo l’attenzione al più recente 2024 le Comunità Territoriali delle Montagne italiane che presentano identici caratteri di più forte attrattività raddoppiano quasi di numero, diventando diciannove. Un poco cambia anche la loro dislocazione geografica che, pur mantenendo sempre una forte caratterizzazione “nordista”, spinge la propria presenza anche nelle regioni dell’Appennino centrale. Al Nord sono sempre cinque le Comunità Territoriali fortemente attrattive dell’Emilia-Romagna, alle quali se ne aggiungono però altre quattro in Piemonte, tre in Liguria, due in Lombardia e una in Veneto. Nelle regioni centrali Comunità Territoriali molto attrattive sono presenti ora nel Lazio con due unità mentre anche Toscana e Umbria registrano la presenza di una Comunità Territoriale molto attrattiva in ciascuna regione.

Solo tre di queste diciannove Comunità Territoriali del 2024 erano già nella top ten del quinquennio precedente, a testimoniare di una certa volatilità del fenomeno che accompagna una sua estensione quantitativa che è anche diffusione territoriale.

Degno di nota è anche il fatto che il valore medio del saldo migratorio in ciascuna Comunità Territoriale (riferito alla sola componente degli italiani sulla quale abbiamo particolarmente focalizzato la nostra attenzione) passa dal valore di 1.383 persone all’anno nel periodo 2019 2023 alle 2.780 unità del 2024 (+63,9%). 

hq720Piccoli ma non da soli

Un’ultima ma non marginale considerazione riguarda le geografie scelte dal Rapporto per l’analisi e la rappresentazione dei dati operata per aggregati sovra-comunali, le 387 Comunità Territoriali della Montagna, appunto. Una scelta che ci spiega, tra l’altro, la distanza – concettuale prima ancora che nella evidenza empirica – riguardo al contributo del CNEL alla redazione del Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne, quello che ha parlato appunto di “spopolamento irreversibile” e della esigenza di politiche che lo accompagnino, scatenando le polemiche che tutti conosciamo. C’è un punto di quel passaggio del PSNAI che è eloquente e che forse avrebbe meritato attenzioni (e censure) ancora maggiori: «ogni comune deve poter valutare in quale di queste quattro tipologie si colloca……».

E qui casca l’asino: ogni valutazione, ogni decisione e ogni azione per lo sviluppo territoriale non può riguardare il singolo comune. Lo esprime già con chiarezza l’ordinamento, quando all’art. 13 della Legge sui piccoli comuni che affida la promozione dello sviluppo all’azione necessariamente associata dei comuni e tanto più dovrebbe esserne consapevole, per propria natura come per intenzione espressa, una azione come quella della SNAI.

Certo, il declino potrebbe sembrare irreversibile anche ad alcuni dei comuni, singolarmente intesi, che appartengono alle Comunità Territoriali di maggiore successo: ma sarà proprio il successo delle Comunità Territoriali a cui appartengono a consentire a questi comuni più periferici di trovare una propria collocazione, diversa dalla eutanasia alla quale il documento CNEL, nemmeno troppo larvatamente, allude.

Piccoli, ma non da soli, ci è capitato di scrivere in un’altra occasione, si può aspirare alla prosperità. 

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025

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Giampiero Lupatelli, economista territoriale, laureato nel 1978 in Economia e Commercio all’Università di Ancona studiando con Giorgio Fuà e Massimo Paci, dal 1977 opera nell’ambito della Cooperativa Architetti e Ingegneri di Reggio Emilia (CAIRE) dove si è occupato di pianificazione strategica e territoriale concentrando la sua attenzione sui temi della rigenerazione urbana e dello sviluppo locale delle aree interne e montane. Ha collaborato con Osvaldo Piacentini e Ugo Baldini nella direzione di importanti piani e progetti territoriali di rilievo nazionale e regionale. È Vice-Presidente di CAIRE Consorzio, fondatore dell’Archivio Osvaldo Piacentini per cui è direttore della Rivista “Tra il Dire e il Fare”, componente del Tavolo Tecnico Scientifico per la Montagna presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, membro del comitato scientifico della Fondazione Montagne Italia, della Fondazione Symbola e del Progetto Alpe del FAI, oltre che del Comitato di Sorveglianza di Rete Rurale Nazionale. Ha recentemente pubblicato il volume Fragili e Antifragili. Territori, Economie e Istituzioni al tempo del Coronavirus, per i tipi di Rubbettino editore.

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