di Lina Novara
Le notizie che ci giungono dagli antichi documenti, da tante opere d’arte e da numerosi ex voto, attestano che il popolo trapanese è depositario di secoli di religiosità e di ininterrotta devozione verso la Madonna di Trapani, manifestate attraverso le dedizioni forti e grate verso un simulacro marmoreo che offre ai fedeli la dolce immagine di Maria come una madre che istaura con il proprio figlio un muto colloquio, fatto di amorosi sguardi.
La statua si colloca a buon diritto entro il percorso stilistico dello scultore Nino Pisano, vissuto tra il 1315 ca. ed il 1368, in un momento di notevole rilevanza nell’attività dell’artista toscano.
Sarà stata la bellezza del simulacro, il fascino emozionale da esso emanato, la fama dei tanti miracoli attribuiti alla Madonna di Trapani, a determinare, dal XIV secolo in poi, il diffondersi del culto anche al di fuori dei confini dell’isola e a richiamare ai suoi piedi re, principi, nobili, prelati e semplici fedeli che hanno voluto manifestare la loro devozione con la preghiera e con l’offerta di ricchissimi doni: la quantità e la preziosità di tali doni sono testimoniate da stampe ottocentesche che riproducono la statua interamente ricoperta di gioielli.
Sull’origine della scultura, sul suo autore, sul leggendario arrivo a Trapani si è tanto detto e scritto, ma la mancanza di fonti certe lascia molti dubbi e la problematica insoluta. Secondo quanto riferito da un manoscritto in siciliano del 1380, trascritto in italiano circa trecento anni dopo, la statua sarebbe stata realizzata a Cipro nel 733, per poi essere trasportata e venerata in Siria da dove, nel 1244, tre cavalieri templari, sotto la minaccia dei Turchi, l’avrebbero prelevata e portata via custodendola dentro una cassa, su una nave veneziana diretta a Pisa, città natale di Guerreggio, uno dei templari.
Forti tempeste costrinsero la nave ad approdare prima a Lampedusa e poi a Trapani, per essere riparata. Quando la cassa venne posta su un carro per essere imbarcata alla volta di Pisa, i buoi che trainavano il carro non si diressero verso il porto ma verso l’aperta campagna e si fermarono nella zona dove in seguito sorge l’odierno santuario.
A questo punto della storia, all’ordine dei Templari subentra quello dei Carmelitani che verso il 1250 ebbero in dono dal notaio Domenico Ribaldo e dalla moglie Palma degli Abbate, un terreno con una chiesetta dove in seguito, intorno al 1315, edificarono una nuova chiesa ed un convento con il beneplacito di Federico III d’Aragona. Cosa sia accaduto nel frattempo non è dato sapere, ma l’esame stilistico dell’odierno simulacro induce a datarlo intorno al 1360 e fa ipotizzare che nella lunga vicenda della Madonna di Trapani di statue ve ne siano state più di una.
Il simulacro in bianchissimo marmo di Carrara, oggi ospitato nel santuario dell’Annunziata, retto dai Carmelitani, rappresenta Maria in piedi con il Bambino Gesù appoggiato sul suo fianco sinistro, mentre con la mano destra sostiene la manina del figlio il quale trattiene e chiude i bordi del mantello della madre [1].
Il corpo di Maria si sviluppa attraverso una linea incurvata e sinuosa assumendo quella posa ancheggiante tipicamente gotica; il modellato è reattivo alla luce attraverso l’andamento diagonale delle curve del panneggio e lo sviluppo verticale della cascata di pieghe che scendono al di sotto del Bambino. Maria reclina lievemente il capo con una leggera torsione del collo, volgendosi verso il figlio con il quale sembra instaurare un muto colloquio; indossa una veste che viene quasi completamente nascosta dal drappeggio del manto che l’avvolge creandole sul fianco destro dei giri falcati e concentrici di pieghe: il Bambino, di dimensioni minute, è vestito con una lunga tunichetta che lascia scoperto il piede sinistro. La Vergine ha labbra sottili e uno sguardo misto di dolcezza e di mestizia: un leggerissimo velo scende dai capelli, lasciando ampiamente intravedere le lunghe ciocche [2]. Le due figure sono perfettamente levigate anche nel retro e sono ancora visibili sul marmo tracce di policromia e di dorature lungo i bordi delle vesti.
Dall’analisi stilistica risulta che la statua si colloca nel momento in cui l’attività dello scultore Nino Pisano raggiunse vertici elevati. L’inclinazione un po’ manierata della figura, derivante dalla contemporanea scultura gotica francese – attraverso la quale l’artista dà fluidità alla composizione – il movimento delle pieghe, l’affettuoso intenso sguardo di Maria, filtrato dalla lezione di Giovanni Pisano, conferiscono all’opera grande naturalezza e umanità e ne fanno una «tra le più alte realizzazioni dell’artista», come la definì lo storico dell’arte Stefano Bottari nel 1956 [3]. Qualche rigidità nel giro falcato delle pieghe e qualche incertezza nella resa della mano sinistra non escludono la partecipazione di collaboratori di Nino e, forse, anche del fratello Tommaso.
L’opera è riferibile alla produzione matura del maestro, ossia all’ultima fase della sua attività che lo vede impegnato nella realizzazione del gruppo dell’Annunciazione per S. Caterina a Pisa: con l’angelo annunziante la Madonna trapanese condivide la struttura del corpo e del panneggio, mentre alla figura della Vergine pisana la accomunano il gruppo di pieghe del fianco sinistro, la tipologia del viso affilato e della capigliatura, il ruotare della testa sul collo arcuato, la posa della mano destra, il modellato pittorico delle vesti e anche l’esecuzione un po’ incerta delle mani.
Ma è anche nella Madonna del latte di Pisa e nella Madonna di Orvieto, di più robusta composizione, entrambe attribuite al padre Andrea con la collaborazione di Nino, che sembrano potersi ravvisare numerosi collegamenti con la statua di Trapani.
La grande devozione che la Madonna di Trapani ha suscitato nei secoli e il diffondersi del culto anche fuori dai confini dell’isola hanno contribuito alla fortuna di marmorari, intagliatori, scultori in corallo, alabastro e pietre dure, che hanno riprodotto il simulacro in vari materiali e varie dimensioni, ma anche alla fortuna della città stessa e dell’ordine carmelitano, soprattutto nei secoli XVII e XVIII. Catalani, fiamminghi, genovesi, cavalieri di Malta, nord-africani e quanti, di tutti i ceti sociali, orbitarono attorno al porto di Trapani, diffusero il culto e l’immagine della Madonna in Italia, in tutto il bacino del Mediterraneo e persino nei Paesi del Nord Europa. Tale diffusione, nonché la bellezza dell’opera, il fascino emozionale da essa suscitato, determinarono l’affermarsi nel secolo XV, con Francesco Laurana e Domenico Gagini, di un modello iconografico seguito ed applicato dagli scultori dei secoli successivi, anche se nessun artista è riuscito ad eguagliare l’originale nella sua dolce espressione [4].
Come notava Filippo Meli nel 1934, sebbene fosse espressamente richiesto di imitare il modello trapanese, «la libertà dell’artista restava sempre libera ed autonoma» di esprimersi secondo il proprio stile e la propria sensibilità artistica [5]. Significativa a tal proposito è la richiesta dell’arciprete della chiesa Madre di Erice, Paolo Gammicchia, fatta nel 1469 a Francesco Laurana di «construere, facere et complere imaginem gloriosissimae Virginis Mariae … ad instar et similitudinem imaginis marmoreae B. M. Virginis. Quae est in conventu S. Mariae Annunciatae extra civitatem Drepani» in sostituzione di una statua precedentemente commissionata allo scultore e mai pervenuta ad Erice perché trattenuta a Palermo dagli officiali di quella città. Il Laurana si impegna quindi a scolpire una nuova statua «melioratam imaginis hujusmodi praedictae civitatis Drepani», e a completarla e rifinirla ad Erice, entro il 25 marzo festa dell’Annunciazione.

Pendente con Madonna di Trapani in corallo, sec. XVII, Museo regionale di Trapani “Agostino Pepoli” inv. 5338
Numerose furono le copie in marmo, anche di dimensioni più ridotte, che potremmo definire artigianali, di minore pregio e talvolta mediocri sia dal punto di vista tecnico che stilistico, ma non mancarono le miniaturistiche riproduzioni su orecchini, pendenti e oggetti devozionali e le statuette-ricordo in alabastro, in corallo, in avorio, realizzati nei secoli XVII e XVIII dai maestri trapanesi specializzati nella lavorazione di tali materiali, che i visitatori del santuario amavano portare con sé. Secondo Nobile sul finire del ‘600 se ne potevano contare 5.000 [6].
A richiedere copie in marmo o in legno riproducenti il simulacro furono chiese, conventi e comunità religiose, soprattutto carmelitani, ma spesso privati o semplici fedeli di ogni rango volevano possedere una statua per il culto della veneratissima Madonna di Trapani.
In tutte le riproduzioni sono presenti i connotati iconografici della statua trecentesca, come il giro falcato delle pieghe sul fianco destro della Madonna, il panneggio che scende sotto la figura del Bambino, il lieve hanchement e il leggero inclinamento del capo, ma sempre diversi sono i volti che nessuno degli scultori è riuscito ad imitare e a rendere uguale, nell’espressione, a quello del modello originale.
Se rilevanza è stata data dalla storiografia alle numerose copie in marmo del famoso simulacro, poco considerate sono state le riproduzioni lignee presenti in molte chiese della Diocesi e non solo [7]. Tra esse vengono qui presentate statue lignee inedite, di cui la più antica è riferibile agli inizi del secolo XVI. Si tratta di una Madonna con Bambino, conservata nell’Episcopio di Trapani, che rappresenta Maria in piedi con il Bambino Gesù tenuto sul braccio sinistro, mentre avvicina la mano destra a quella sinistra del Figlio, quasi per volergliela tenere. Gesù amorevolmente accosta il suo viso a quello della Madre e appoggia il piccolo braccio sinistro sul busto di Lei.
Ad una osservazione complessiva la statua potrebbe essere riferita al consueto modello iconografico di una stante Madonna con Bambino, ma ad un attento esame risulta che il simulacro riproduce, sia pure in forme fortemente irrigidite, la statua marmorea della Madonna di Trapani, custodita nel santuario dell’Annunziata.
Le differenze che immediatamente balzano agli occhi stanno nella colorazione delle vesti: la tunica che traspare al di sotto del mantello bianco di Maria è di colore rosso come la tunichetta del Bambino che è avvolto in un rigido mantello di colore blu. Lo stesso blu ritorna nei risvolti del manto di Maria, i cui bordi sono impreziositi da una guarnizione, a guisa di tessuto operato. Il modellato delle due figure è profondamene segnato in verticale da rigide pieghe parallele e, in diagonale, dall’andamento delle curve del panneggio. Nell’opera sono ripetuti, sia pure in forme convenzionali e irrigidite, i connotati formali della statua di Nino Pisano come il duplice giro falcato delle pieghe sul fianco destro della Madonna, la postura delle due figure e la posa delle mani, il lieve hanchement visibile soprattutto dal retro.
Poco somigliante all’originale è il volto di Maria, la cui espressione nella statua lignea risulta stereotipata, ma tuttavia gentile e sorridente; dell’opera non si conosce la provenienza né, allo stato attuale delle ricerche, si hanno dati documentari. L’ignoto scultore si è sicuramente ispirato al simulacro marmoreo – come era in uso o veniva espressamente richiesto dai committenti – e, secondo la propria sensibilità artistica, ha rivisitato il linearismo e l’hanchement gotici in termini di rigidità e convenzionalità.
L’opera mostra vaghi riferimenti alla scultura lapidea dei primi del ’500 che afferisce principalmente al linguaggio degli scultori operanti in Sicilia sulla scia dei Gagini e di Laurana e in particolare al modellato duro e legnoso di Bartolomeo Berrettaro. Interessante appare tuttavia, nell’ambito della scultura lignea, la somiglianza fisionomica tra il volto della statua di Trapani e quello della Sant’Orsola (inizi sec. XVI) della chiesa di S. Orsola di Polizzi Generosa, riferita ad un ignoto scultore madonita e a Juan De Matta [8]; questo riferimento indurrebbe a pensare ad una possibile circolazione di opere o di maestranze, in ambito locale.
L’impostazione compositiva della Madonna ricalca inoltre quello della Sant’Oliva, in particolar modo nell’innesto della testa sul collo cilindrico, nella mandibola pronunziata e nell’acconciatura a casco con attaccatura dei capelli sulla fronte a bande simmetriche e regolari con scriminatura centrale. Il cromatismo appesantito da forti ridipinture e mortificato dai segni del tempo ha tuttavia alterato la fisionomia originale dell’opera [9].
Un’altra Madonna di Trapani lignea, degna di nota, è quella che nel 1788 Francesco Nolfo (1741-1809), appartenente ad una rinomata famiglia trapanese di scultori, scolpiva sul legno, apponendovi la firma e la data sulla base. Si tratta di una delle copie più somiglianti iconograficamente all’originale ed una fra le più pregevoli eseguite in legno. Lo scultore, entrato nel 1791 a far parte della Congregazione di S. Filippo Neri che aveva sede nella chiesa dei padri Filippini, dedicata a S. Giovanni, volle espressamente che su un altare della stessa chiesa fosse collocata la sua statua della Madonna di Trapani [10]. La statua è ora custodita nella chiesa di S. Nicola, sede del Museo Diocesano.
Nella fiorente bottega trapanese di Francesco Nolfo, venivano inoltre prodotte piccole statuine in avorio e in legno riproducenti la Madonna di Trapani, che venivano poi diffuse in tutta la Sicilia.
Benigno da Santa Caterina nel suo manoscritto Trapani Profana riferisce che nella casa di Alessio Ferro «Vi è una bellissima Statua di Maria Santissima di Trapani, che si conduce per la Città l’ultimo giorno del Festino», alludendo ai festeggiamenti in onore della Madonna che duravano tre giorni dal 13 al 16 agosto [11].
Nella odierna chiesa del Sacro Cuore di Gesù a Trapani, è conservato un simulacro della Madonna di Trapani in sughero e legno, che poggia su una base poligonale sul cui recto si trova la seguente iscrizione con caratteri in oro, GLORIA ET ADVOCATA DREPANENSIUM; nel verso si legge invece, BERARDO XXVI 1837. Quest’ultima iscrizione fa riferimento a Giuseppe Berardo Ferro XXVI, figlio primogenito di Berardo XXV, nato nel 1772 o 74 e morto nel 1836 o 7. Era nipote, per parte di madre, di Alessio Ferro presso la cui casa si trovava la statua indicata da padre Benigno; per parte di padre era nipote di Luigi di Ferro, la cui linea familiare terminò nel casato Fardella della Ripa.
Giuseppe Berardo, uomo colto, studiò con passione la storia dell’arte, fu amico di pittori, tra cui Giuseppe l’Errante, scrisse le biografie dei trapanesi illustri e una Guida per gli stranieri in Trapani, ma soprattutto sostenne e, assieme ad altri benemeriti, fondò la Biblioteca pubblica di cui fu il massimo promotore il mecenate Giovan Battista Fardella di Torrearsa (1764-1836) [12].
Si ha notizia che la statua della Madonna di Trapani fu donata alla precedente chiesa del Sacro Cuore di Gesù (a chiesa nova) dai baroni della Ripa e fu collocata nella cappella di sinistra, dedicata alla Madonna di Trapani [13]; è presumibile che sia la stessa opera di cui riferisce Padre Benigno e che, attraverso passaggi ereditari, dai Ferro sia pervenuta ai Fardella della Ripa i quali l’hanno poi donata alla chiesa. Stando sempre alle notizie di padre Benigno si trattava di un simulacro processionale che riproduceva la statua trecentesca conservata nel santuario dell’Annunziata: questo spiega il motivo per cui la maggior parte del materiale è sughero, cioè per essere più leggero e più facile da trasportare.
Il diffondersi del culto della Madonna di Trapani anche nei dintorni della provincia di Trapani, ha fatto sì che alcune copie lignee si trovino in alcuni Comuni della provincia di Palermo come Capaci, Cinisi e Terrasini.
Una precisazione va fatta a proposito della statua lignea venerata nella chiesa di S. Rocco (o Beata Pina Suriano) di Capaci come Madonna del Carmelo o del Carmine, ma che in realtà corrisponde ai canoni iconografici della Madonna di Trapani. Fonti documentarie riferiscono che la nobildonna trapanese Anna Maria Riccio Barlotta nel 1772, in occasione del suo matrimonio con don Ignazio Pilo e Migliaccio, Conte di Capaci e Marchese di Marineo, portò in dote, maritali nomine, una statua della Madonna di Trapani [14]. Il simulacro venne collocato nella chiesa della palazzina nobiliare in contrada Ciachea di Capaci, ma agli inizi del secolo XIX (ante 1832) fu trasferita nella chiesa di S. Rocco dove venne venerata come Madonna delle Grazie di Trapani. Intorno agli anni ’30 del Novecento don Antonino Vassallo, rettore della chiesa di S. Rocco, ne mutò il titolo in quello del Carmelo volendo incentivare la devozione carmelitana.
Su “Art Around You. Il portale dell’Arte italiana” si legge che la statua «è registrata nel Patrimonio Culturale Italiano con numero di catalogo 1900121289 ed è classificata come bene storico-artistico»; contestualmente viene erroneamente descritta come «statua raffigurante la Madonna del Carmelo, databile alla seconda metà del XIX secolo e ascrivibile all’ambito artistico siciliano» [15].
A confermare che l’opera sia invece la Madonna di Trapani, portata a Capaci dalla contessa trapanese, sono gli stemmi delle famiglie Riccio e Barlotta, posti nel plinto della statua. L’odierno simulacro, sebbene i colori siano alterati e vivaci, è ascrivibile all’ambito di bottega trapanese della seconda metà del Settecento, come rielaborazione lignea della celebre trecentesca Madonna di Trapani.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
Note
[1] Sulla statua si vedano: M. Burresi, Andrea, Nino e Tommaso, scultori Pisani, Milano 1983; V. Scuderi, La Madonna di Trapani e il suo Santuario, Trapani 2011.
[2] L. Novara, Nino Pisano, in L. Sarullo, Dizionario degli Artisti Siciliani, Scultura, a cura di B. Patera, Palermo 1994, ad vocem.
[3] S. Bottari, Una scultura di Nino Pisano a Trapani, Firenze 1956.
[4] H. W. Krufft, Die Madonna von Trapani und Ihre Kopia, in Mittelungen des Kunsthistorisches Institut in Florenz, III, Firenze 1978; G. Cassata, Le copie piccole e preziose della Madonna di Trapani, in Materiali preziosi della terra e del mare, nell’arte trapanese e della Sicilia occidentale tra il XVIII e il XIX secolo, catalogo della mostra, Trapani, Museo Regionale Pepoli, 15 febbraio-30 settembre 2003, Palermo 2003: 109-114.
[5] F. Meli, Madonna con Bambino; percorso stilistico di un gruppo marmoreo nei secc. XV e XVI, in «Arte Cristiana», LXI, 1964: 243-250.
[6] V. Nobile, Il tesoro nascosto, Palermo 1698.
[7] Tra le varie copie lignee si ricorda la Madonna di Trapani, di Giuseppe Scuderi (seconda metà del secolo XVII), custodita nella sagrestia della chiesa cattedrale di S. Lorenzo Martire. La statua viene portata in processione il 16 agosto, giorno in cui la Chiesa e la città di Trapani celebrano la loro patrona. Nella chiesa del Carminello si conserva una statua lignea sulla quale lo scultore M. Quartana appose la sua firma e l’anno 1900. Un’altra statua lignea (1908 ca.) si trova nella chiesa dedicata a Maria SS. di Trapani di Rilievo (Misiliscemi).
[8] Cfr. R. Termotto, Scultori e intagliatori lignei nelle Madonie. Un contributo archivistico, in Manufacere et scolpire in lignamine – scultura in legno in Sicilia tra Rinascimento e Barocco, a cura di T. Pugliatti, S. Rizzo, P. Russo, Catania 2012: 244- 257.
[9] Si auspica che un opportuno restauro possa ridare vita ai colori originari e offrire spunti per un riesame e una più approfondita rilettura stilistica.
[10] Francesco Nolfo, formatosi nella bottega del padre Antonio, viene considerato uno dei maggiori scultori trapanesi del Settecento. Trasferitosi a Napoli dove lavorò presso la bottega del trapanese Niccolo Pecorella che era giunto in quella città per volere di Carlo III, eseguì statuine in avorio raffiguranti la Madonna di Trapani. Ritornato a Trapani, nella sua fiorente bottega oltre a piccole sculture in avorio e in legno vennero prodotte opere in legno tela e colla, tecnica nella quale la famiglia Nolfo era specializzata, tra cui alcuni gruppi dei Misteri. Cfr. I. Bruno, Nolfo Francesco, in L. Sarullo, Scultura, vol. III, cit., 1994, ad vocem.
[11] Benigno di Santa Caterina, Trapani nello stato presente profana e sacra; Parte I, Trapani profana (1810), ms. 200, Trapani, Biblioteca Fardelliana, copia dattiloscritta.
[12] G. M. Di Ferro, Guida per gli stranieri in Trapani, Trapani 1825; Idem, Biografia degli uomini illustri: dall’epoca normanna sino al corrente secolo, Trapani 1830.
[13] Cfr. F. Auci, La vecchia chiesa del Sacro Cuore di Gesù (‘a chiesa nova), Trapani 2002.[14] Cfr. www.facebook.com/profile.php?id=61571689569952; www.facebook.com/share/p/1DFPaHvZ8n/
[15] Cfr. www.artaroundyou.it/it/lista-opere/4024850-madonna-del-carmelo-ambito-siciliano/
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Lina Novara, laureata in Lettere Classiche, già docente di Storia dell’Arte, si è sempre dedicata all’attività di studio e di ricerca sul patrimonio artistico e culturale siciliano, impegnandosi nell’opera di divulgazione, promozione e salvaguardia. È autrice di volumi, saggi e articoli riguardanti la Storia dell’arte e il collezionismo in Sicilia; ha curato il coordinamento scientifico di pubblicazioni e mostre ed è intervenuta con relazioni e comunicazioni in numerosi seminari e convegni. Ha collaborato con la Provincia Regionale di Trapani, come esperto esterno, per la stesura di testi e la promozione delle risorse culturali e turistiche del territorio. Dal 2009 presiede l’Associazione Amici del Museo Pepoli della quale è socio fondatore. Ha recentemente pubblicato con M. A. Spadaro, Il liberty a Trapani. Architetture e protagonisti della modernità (ed. Kalos).
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