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La luce della bellezza contro il buio del tempo nella pittura di Giuseppe Modica
Posted By Comitato di Redazione On 1 novembre 2026 @ 04:31 In Cultura,Letture | No Comments
A Roma ci vado spesso. Per le mostre, soprattutto, e per respirare l’aria del centro, mescolata alla sua bellezza che ammalia e stordisce. Lascio la campagna di Velletri e in meno di un’ora mi ritrovo dentro il raccordo. L’ultima che ho visto, alla Vaccheria, era su Andy Warhol – Forever Love. Andy, che tipo! Come ci mancano artisti così in questi tempi grigi, monotoni, senz’anima!
Settembre sta finendo. “Debbo vederne un’altra”, dico tra me e me. È sabato, c’è il sole, cosa offrono le mostre oggi? Sfoglio il sito Roma-Mostre e un nome mi colpisce: Giuseppe Modica al Mattatoio. Il fuoco nel mare [1]. Modica… sarà sicuramente siciliano. Controllo. È tra i principali esponenti della pittura metafisica italiana del secondo Novecento, una delle voci più significative della pittura contemporanea. Nato a Mazara del Vallo, quasi mio coetaneo: è del 1953. Possibile che non lo conosca? Leggo ancora che persino Leonardo Sciascia, che si comprò un suo quadro, scorse nella sua pittura una sorta di surrealismo civile. Guardo meglio alcune sue opere e mi sale un ricordo ancestrale, ripescato nel profondo della coscienza.
Io non ricordo cosa ho mangiato ieri sera, ma ho un’invidiabile memoria visiva, soprattutto per i libri, per i loro titoli e per il loro contenuto; poi riesco ad abbinare immagini e autori. A forza di guardare, leggere, spiare in librerie, bancarelle, nei pertugi della carta usata, l’occhio si addestra. E cosa viene fuori? L’ho visto, me lo ricordo in un libro di poesie di Nino De Vita. Legato anche lui a Sciascia. Sta nello scaffale in alto della mia biblioteca, insieme ai poeti siciliani a me cari. È lui: le poesie di Nino e venti sue opere. Muddichi. Il pittore mazarese accanto al poeta di Marsala. Era da un po’ che non toccavo i libri di Nino. Sono undici anni che non lo vedo, da quando andai a trovarlo nella sua casa-fortezza immersa nel verde di contrada Cutusiu. Lui che è rimasto sempre lì, a tampasiare sul confine con il mare dello Stagnone, a scrivere versi in dialetto con lo sguardo fisso sulla laguna, sul mulino Infersa, sull’imbarcadero per l’isola di Mozia.
I ricordi rimbalzano, mi tornano in mente Peppe Genna, poeta scalcagnato che sostava con la sua macchina davanti alla salina per vendere le sue sculture di tufo, e Turi Toscano, salinaro e poeta dialettale pure lui, che montava le vele al mulino. Sale e poesia. Tutto questo mi affiora dentro in un battito di ciglia ed è così che dico a mia moglie: «Preparati, voglio vederla da vicino questa mostra del mazarese». Lei, rapida come una lucertola all’apparire del sole quando si tratta di andare a Roma, è già pronta.
Nel tragitto ci scambiamo qualche riflessione. Dovremmo tornare in Sicilia, sono ormai tre anni che manchiamo. Ho scelto l’esilio, come Modica del resto. «Ha fatto bene», le dico, «è diventato famoso ed ammirato. Giù li mangia i suoi figli, quella terra: li divora se trova menti brillanti, è un classico!». «Ma dai», mi dice lei, «è così dappertutto. E poi il male di vivere ormai ci tempesta tutti».
Mi rabbuio, perché il pensiero corre subito ai migranti che annegano nel Mediterraneo. Poi un sorriso leggero mi sfiora il viso: Mazara, luogo d’accoglienza. «Ci andammo tre anni fa, ricordi?». Nel cuore della città la Kasbah, l’antico quartiere arabo fondato 1200 anni fa: tunisini e marocchini insieme ai pescatori mazaresi, senza problemi. Me lo ricordo quando Capitan Ciccio pescò, trent’anni fa, il Satiro. Quell’essere mitologico del corteo orgiastico del dio greco Dioniso. Meraviglia di un tempo perduto! Il Satiro ha l’estasi di un mondo leggendario fatto di viaggi e di scoperte, con lo sguardo perso nel tempo. Magico. Oggi a galla tornano invece i corpi di poveri disperati in cerca di una vita migliore, con le sembianze di un san Sebastiano trafitto dalle frecce, come quello che ho visto in una chiesa di Erice. Frecce anche nostre, noi pavidi e indifferenti.
Siamo al Testaccio e stranamente troviamo subito parcheggio. L’ex Mattatoio è un luogo di particolare suggestione e va dato merito a chi ha pensato di restaurarlo a partire dal 2000. Nel maggio di quest’anno è tornato visibile il bellissimo gruppo scultoreo della Tauromachia in cima all’ingresso monumentale. «Si conclude un altro importante tassello della rinascita dell’Ex Mattatoio di Testaccio. Finalmente possiamo vedere restaurati e restituiti alla loro originale bellezza le facciate d’ingresso e i muri perimetrali est», ha detto il sindaco Roberto Gualtieri.
All’ingresso del Padiglione 9A, il manifesto annuncia la mostra. Sono esposte quaranta opere di grandi dimensioni, realizzate tra il 1997 e il 2026. Ci accoglie una guida di colore. «Mi chiamo Jeffrey e siccome mi siete simpatici vi faccio entrare gratis». Gli faccio notare che l’ingresso è già gratuito e lui scoppia in una gran risata. Mi piace questo modo solare di iniziare una visita che so già essere impegnativa.
Esito ad attraversare la soglia. Guardo in alto, nell’entrare, a quei ganci mastodontici dove un tempo appendevano le bestie, col sangue che colava e il rosso che si mescolava all’aria carica di morte. E invece è il blu delle grandi tele che mi assale. La prima sulla sinistra è L’apparizione San Giovanni in Laterano. La composizione è su più piani: prevalgono il cielo, le nuvole e le statue come sentinelle sospese sulla città in basso. Mi sorprendono quelle linee tratteggiate a matita rimaste scoperte sulla tela: non sono semplici tracciati tecnici o incertezze, ma l’ossatura stessa del suo pensiero visivo, la “gabbia” prospettica rinascimentale entro cui l’artista misura il caos e cerca di imbrigliare la luce. È un’architettura della mente che prova a dare un ordine rigoroso allo spazio e alla memoria. A fianco c’è un dipinto secco e lungo, ancora nuvole sopra cubi di cemento, metafora di città future o attuali, Il giorno lungo.
La profondità sorprendente del padiglione illumina le opere nei loro spazi larghi, le rende quasi animate. Sospesa sembra Piazza del Popolo, metafisica, dicono gli esperti; a me appare come una piazza al tempo del Covid. Le ombre che si vanno espandendo dicono di un sole che prende a morsi la città. Ed è un sole simile a un mulino a vento con le pale a raggi che si prende la scena nel quadro Antenne, dove linee tratteggiate si staccano verso l’alto sopra un cielo la cui luce si va oscurando finendo in un rettangolo nero. Da lì colano macchie simili a rivoli di ruggine, di terra bruciata o di calce bagnata lungo la superficie della tela. Si crea un contrasto cromatico forte e suggestivo tra il bianco abbagliante della calce e la ruggine corrotta dalla salsedine: è il marchio tangibile del tempo che spezza la perfezione gelida del quadro. Rievoca i balconi in ferro corrosi dal mare di Mazara, i muri di tufo scrostati e l’intonaco consumato dal vento meridiano. È la pittura che si fa materia viva ed esposta agli elementi.
Mi fermo un momento per riflettere. Sto guardando la mostra dall’ingresso: il lungo corridoio centrale vuoto, illuminato dalla luce in fondo, è una visione che potenzia in maniera clamorosa la qualità dei quadri. Le pareti bianche e le grandi tele distanziate lasciano dominare il vuoto e il silenzio. Le travi e le colonne industriali, che un tempo sorreggevano ganci e macchinari di morte, oggi incorniciano e “custodiscono” i mari, le persiane e i cieli di Modica. Osservando le pareti da questa distanza, le tele non appaiono come semplici quadri appesi, ma come vere e proprie aperture prospettiche e finestre di luce azzurra ritagliate nella pietra bianca del Mattatoio.
La mostra mi sta guardando, dentro questa cattedrale laica. Sono dentro uno spazio di meditazione, dentro un ex luogo del sangue e del dolore, inghiottito dalla pittura di Modica e restituito trasfigurato, puro e immerso nel silenzio.
Ora voglio riprendere a guardarle da vicino, le opere. Faccio un giro veloce: non mi va di elencarle tutte, non sono venuto a fare un inventario. Mi interessa cogliere l’atmosfera e la visione dell’artista.
Sulla critica d’arte ci sono le testimonianze preziose di Fagiolo dell’Arco, Sgarbi, Strinati, Simongini e di filosofi come Agamben.
Io sono qui come un siciliano in esilio che vuole dialogare con un suo conterraneo, perché è siciliano il titolo della mostra nel suo paradosso in cui le opposizioni non si distruggono, ma convivono nell’immobilità della memoria. Sciascia l’aveva capito per primo: Il fuoco nel mare è l’ossimoro giustissimo dell’anima siciliana. È un paradosso, dove l’acqua del Mediterraneo che ripara e circonda l’isola convive con il fuoco viscerale dell’Etna, in un dialogo continuo tra la luce spietata che brucia le pietre di tufo e l’oscurità profonda del mare. E siciliano è l’artista, malinconico e contemplativo, dall’elegante nostalgia meridiana che cerca la bellezza tra le pieghe dell’ombra. Non c’è il folklore nei suoi quadri, ma la luce spietata del canale di Sicilia, le pareti di tufo sbiancate dal sole, le fessure delle persiane e il mare.
Quel Mediterraneo teatro ancora oggi di tragedie e di drammi umani. Mi sembra che la lontananza dalla Sicilia sia servita e serva a Modica per raccontare la luce e l’enigma della nostra isola in maniera più acuta e lucida.
Leggo le didascalie e mi segno sull’iPhone i quadri che mi affascinano di più. Ma c’è un particolare che li riguarda tutti e che scopro ascoltando il video proiettato in una saletta: Giuseppe Modica prepara sulla tela, prima di stendere il colore, un fondo scuro, mi pare nero. Grandi maestri come Caravaggio utilizzavano questa tecnica per cavare dall’oscurità il colore. Dipingere sul nero, secondo me, significa credere che le immagini, i ricordi della Sicilia, gli specchi e le architetture affiorino dall’oscurità del passato e della coscienza.
Negli specchi di Modica non c’è mai vanità o semplice virtuosismo ottico: lo specchio è camera oscura della memoria, uno strumento capace di capovolgere la visione e far ritornare indietro nel tempo. Serve a catturare ciò che credevamo perduto: la luce accecante di Mazara, il passato, il filo perso della giovinezza. La pittura diventa così un atto di salvataggio, per strappare frammenti di vita e di bellezza al tempo che passa. Mi pare la sintesi perfetta del paradosso sciasciano del “fuoco nel mare”: l’ardore della luce che sorge e risalta proprio perché sospeso su un abisso profondo. C’è tutta la sua malinconia e il suo rigore. Di Modica, dico.
Questa percezione della profondità del nero mi fa piombare in una sorta di incubo, anche perché mia moglie mi dice che le fanno impressione i grandi ganci di metallo che pendono dal soffitto sopra le opere. Cerco di rimanere lucido. Il Mattatoio era un luogo d’urla, di rumore, di metallo che stride; voglio pensare che la pittura di Modica risponde a quel clamore con il silenzio più assoluto. Le sue stanze vuote, i suoi mari calmi, i suoi specchi che riflettono l’infinito portano una calma solenne, quasi religiosa. È proprio questo contrasto tra il ricordo del grido passato e la solennità del silenzio presente a creare una sensazione che scuote il petto. Modica è venuto qui a piantare un giardino di luce e di specchi su un terreno di sangue.
Mi sono fatto una precisa idea di lui: può essere che dipingendo con una geometria così rigorosa, cercando l’equilibrio perfetto tra pieni e vuoti, fra specchi e velature, lo faccia per arginare un’inquietudine interiore? La pittura come rifugio contro la frenesia, il rumore e la banalità del mondo esterno.
Torno a pensare a Nino De Vita e allo Stagnone, dove le acque basse custodi dei segreti fenici si fanno specchio del cielo. De Vita scrive nel suo dialetto marsalese denso, scarno e potente; Modica dipinge con la stessa essenzialità. Le “briciole” di De Vita sono i frammenti di un mondo antico che rischia di scomparire; quel paesaggio piatto dello Stagnone, dove la luce si riflette sull’acqua creando miraggi e illusioni visive, è la matrice naturale degli specchi e delle rifrazioni di Modica.
Ed eccoli, i quadri che mi stanno conquistando. Sicuramente quelli che “parlano” della tragedia del transito mediterraneo:
Le rotte della tragedia: un’opera imponente che affronta in modo metaforico il tema delle migrazioni e del viaggio senza approdo.
Navi da guerra in transito: le sagome scure e distanti all’orizzonte che rompono la quiete del mare, perfetta incarnazione del confine mobile tra pace e conflitto. Immobili o lentissime, sospese sulla linea sottile che separa il mare dal cielo, mi sembrano apparizioni che invitano a spingere lo sguardo e il pensiero oltre il limite della tela.
Modica rifiuta la retorica del dolore e l’urlo della cronaca televisiva: non dipinge barconi squarciati, volti disperati o corpi in mare. Dipingendo la vasta distesa d’acqua e l’orizzonte, sceglie la via della scarnificazione formale. La tragedia non viene mostrata, ma fatta percepire: è un’assenza pesante, un silenzio denso che pesa sull’acqua.
Penso alla Palestina. Ed anche alle violenze perpetrate nei Paesi con i quali abbiamo buoni rapporti come l’Egitto e che massacrano giovani come Giulio Regeni. Mi chiedo se è ancora possibile l’ottimismo, se l’arte può ancora essere d’aiuto. Possono bastare le cupolette arabo-normanne che affiorano nei quadri di Modica, oltre le fessure o le terrazze? Può ancora esistere una memoria condivisa che unisca le due sponde del mare?
Tabula rasa: dove la superficie dell’acqua si fa testimone del dolore e dell’azzeramento della storia. Una vertigine di sottrazione! Nel quadro rimangono soltanto l’acqua e l’orizzonte. L’assenza delle figure umane e la cancellazione di ogni traccia di civiltà diventano un urlo sordo. È una pittura dell’assenza inquietante: non ti mostra la tragedia, ti costringe a sentirne il vuoto immenso.
Modica ci dice che quando la storia umana tocca il punto di barbarie più cieca, la sola risposta dell’arte non può essere che il silenzio della coscienza. Un silenzio solenne, rigoroso, che chiede a chi guarda di fermarsi e interrogarsi su ciò che abbiamo distrutto e su cosa sia rimasto da salvare. È una tabula rasa che non è nichilismo, ma un azzeramento per poter ripartire: come la preparazione del fondo scuro sulla tela prima di far riaffiorare la prima scintilla di luce.
Melanconia e cielo di notte: la riflessione diretta sulla notte, con il varco dell’unica finestra illuminata al centro. Un’impalcatura di ombre silenziose che insegna la dignità di abitare la notte in solitudine, tenendo un lume acceso mentre fuori il mondo tace. Ci vedo dell’altro. In un mondo e in una notte dove tutto sembra essersi addormentato o arreso al buio della storia, quella singola finestra accesa rappresenta la presenza di qualcuno che resiste, che resta sveglio a guardare, a pensare, a custodia della memoria. È la solitudine del poeta, dell’artista, dell’uomo che non si adegua all’oscurità dilagante.
Lavori in corso. Melanconia: la prospettiva della galleria buia col pavimento a scacchiera che si spalanca in fondo sull’azzurro del mare. È il quadro che rispecchia la struttura a navata del Padiglione del Mattatoio. Modica traccia una galleria d’ombra, severa e rigorosa, che spinge la vista lungo una fuga prospettica inesorabile. Ma al termine di quella struttura solida si spalanca l’azzurro accecante del Mediterraneo. È la sintesi di tutta la sua opera: la galleria non è una prigione, ma il cannocchiale attraverso cui l’uomo può finalmente contemplare l’infinito del mare e del suo destino.
Mare alto è uno scorcio di rara intensità e bellezza che mi capovolge il cuore, perché è un angolo caldo che mi porta alla mia città, Trapani, verso Torre di Ligny, ma tutte le stradine siciliane che muoiono sul mare hanno questo straziante effetto. E Modica lo coglie ma vi aggiunge anche le cupolette arabe, per dirci, immagino, la vicinanza, il dialogo necessario in questo Mediterraneo lacerato.
Non posso trascurare, nella sua totale assenza di presenze umane, il grande quadro con il nudo di donna, Atelier, melanconia con figura: il corpo che riempie il vuoto dell’esistenza, la bellezza terrena che “abita” finalmente la struttura geometrica della pittura. Convivono rigore matematico della composizione e sensualità fragile della presenza umana. Una meraviglia!
Faccio ancora un giro veloce per scattare altre foto con il mio iPhone. Mi soffermo sui dettagli. Uno in particolare, il teschio. Nascosto tra i libri e gli strumenti dell’atelier, affiora l’elemento del teschio: la tradizionale ‘Vanitas’ che rinvia alla lezione altissima di Antonello da Messina e all’iconografia rigorosa di Albrecht Dürer. In quel minuzioso dettaglio si condensa il senso profondo della sua pittura: davanti all’inesorabile trascorrere degli anni e alla fragilità dell’esistenza, l’arte rifiuta di cedere e trasfigura il memento mori in un esercizio di pura contemplazione.
È quasi ora di pranzo e mia moglie freme. Riassumo mentalmente quello che ho visto e cerco di dare un giudizio sulla mostra. Al di là delle etichette critiche come quella di “Nuova Metafisica” che spesso rischiano di dire tutto e nulla, ciò che resta è un’esperienza d’ordine e di sospensione. La pittura di Giuseppe Modica non ricerca il consenso facile: è un’arte esigente, governata da un rigore quasi ossessivo che a tratti può apparire persino severo, ma che non concede nulla alla banalità. È un lavoro che si deposita lentamente. Resta la sensazione di aver visto un artigiano della luce che, con la pazienza di chi lavora la terra, continua a scavare nel buio per salvare dall’oblio ciò che di più fragile abbiamo: la memoria dei luoghi e la dignità del nostro tempo.
Sulla soglia del Padiglione c’è Jeffrey che mi viene incontro. Il suo sorriso mi fa tornare in mente l’enigmatico sorriso della maschera fenicia di Mozia. Quel riso arcaico, scolpito nella terracotta per esorcizzare la morte e la notte, e che sembra oggi depositarsi sulle stanze e sui mari di Modica. È il medesimo sorriso di chi ha attraversato il tempo, il mare e l’esilio, sapendo che la bellezza, la memoria e la dignità del lavoro sono l’unica e vera vittoria sull’oblio.
Approfitto della sua disponibilità per chiedergli se il maestro Modica è rintracciabile. Mi dice che, se voglio attenderlo, viene di solito nel primo pomeriggio. «D’accordo», rispondo.
Arriva con la moglie, che è anche curatrice artistica della mostra, e con un amico, il poeta Roberto Didier. Convenevoli e apprezzamenti, qualche foto. Non gli chiedo quasi nulla, solo se ha nostalgia di Mazara. «Ci torno ogni anno, per due mesi», mi risponde. «Ho uno studio nella mia casa di famiglia, a Bocca Arena, di fronte al mare». Mi verrebbe da dirgli se Sciascia sia stato fondamentale per la sua carriera, ma non lo faccio. Ho già un’idea in merito.
Nel mondo della cultura – e in particolare dell’arte contemporanea – un grande nome come Leonardo Sciascia può concedere al massimo una porta aperta, un’attenzione iniziale, un articolo sul giornale. Ma se dietro quella porta non c’è una pittura dotata di rigore, mestiere, poesia e verità profonda, l’interesse svanisce in fretta. Sciascia non era un mercante d’arte né un critico a pagamento: era un uomo dalla rigorosa e inflessibile onestà intellettuale. Se si è speso per Modica, è perché ha visto nelle sue tele qualcosa che lo ha profondamente colpito e in cui ha riconosciuto la sostanza stessa della Sicilia.
Dagli anni ‘80 a oggi, in un mercato dell’arte dominato da mode passeggere, dall’arte concettuale spesso improvvisata e dal clamore dei mercati, un pittore come Modica – silenzioso, faticoso, legato al banco di lavoro, alla pittura ad olio e alla lentezza delle velature – rischiava di rimanere isolato o incompreso. In questo senso, il ruolo di critici qualificati e di scrittori è stato fondamentale non per “crearlo”, ma per difenderlo e spiegarlo. Un artista come Giuseppe Modica emerge perché possiede un talento e una disciplina fuori dal comune.
Gli guardo le mani. Forti, nodose, segnate, simili a quelle di chi lavora le zolle sotto il sole spietato di Sicilia – rivelano una verità che spesso l’intellettualismo della critica d’arte rischia di dimenticare: la pittura, quella vera, è un mestiere antico e un lavoro fisico duro, faticoso, di pura maestranza. Che lo porta a diventare uno dei più significativi rappresentanti della cosiddetta Nuova Metafisica, ad essere docente titolare di pittura all’Accademia di Belle Arti, ad esporre, invitato da Vittorio Sgarbi, nel 2011 alla Biennale d’Arte di Venezia e a vivere varie esperienze internazionali, dall’Australia alla Francia e alla Cina.
Modica lavora con i pigmenti, con i leganti, scavando il colore dal fondo nero e stendendo velatura su velatura con una pazienza infinita. Se è vero che bisogna assecondare i tempi del grano o della vite, Modica fa la stessa cosa con la pittura: le sue opere non nascono dall’impulso del momento; domandano mesi di sedimentazione, lunghe attese nello studio affinché i pigmenti ad olio si consolidino e la luce finisca per posarsi sulla tela come il pulviscolo o il sale sulle pietre.
Sia nei suoi dipinti sia nel suo portamento, in quelle mani antiche, ho colto una fierezza autentica che rifiuta le scorciatoie dell’arte concettuale contemporanea. Quelle mani rivelano che dietro ogni bagliore di luce e ogni gioco di specchi non risiede soltanto un rimando colto o un’idea teorica, ma il lavoro paziente di bottega, la fatica fisica del mestiere e una devozione quasi monastica.
Guardando le sue mani capisco che Modica non si è mai staccato dalle sue radici, per coltivare per tutta la vita la terra della pittura, della memoria e della luce.
Mi sta simpatico Modica. Io amo la poesia e la sintonia che sento con lui non è casuale: io cerco nella parola e nella poesia ciò che lui cerca nella pittura, con i suoi fondi neri e le sue luci scavate a forza. Si lavora sulla stessa materia prima: la memoria, la nostalgia meridiana, l’amore per i dettagli minimi e il bisogno di riscattare la bellezza dal buio del tempo. La pittura di Modica è poesia muta.
E la simpatia finale per l’uomo, per il suo lavoro silenzioso, per questo artigiano della luce, è il segno più bello che quell’incontro è stato vero. La sua mostra mi piace e sono felice di averla visitata.
Torniamo a Velletri, io e mia moglie, stanchi ma sereni.
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