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La logica del setaccio. Mobilità e disuguaglianza nell’età della globalizzazione

1_setaccio-al-tramontodi Antonio Ricci                                                 

Un mondo in movimento apparente 

Viviamo in un’epoca che ama definirsi “globale”, un tempo in cui tutto sembra in costante movimento: persone, merci, capitali, informazioni. Le distanze si sono accorciate, le frontiere sembrano dissolversi nella quotidianità digitale e la mobilità è diventata il simbolo per eccellenza della modernità. Eppure, dietro questa percezione di fluidità si nasconde un dato sorprendente: solo il 3,7% della popolazione mondiale vive oggi in un Paese diverso da quello di nascita [1].

In termini assoluti, si tratta di circa 304 milioni di persone, quasi il doppio rispetto ai 154 milioni del 1990. La crescita è significativa, ma resta limitata se confrontata con l’espansione della popolazione globale e con la retorica della “società planetaria”. La realtà, dunque, è più complessa del mito della mobilità senza confini: la maggior parte degli esseri umani continua a vivere e morire nel proprio luogo d’origine, mentre solo una minoranza attraversa le frontiere nazionali.

Questo scarto tra percezione e realtà definisce il paradosso centrale della globalizzazione migratoria: mai così tante persone hanno varcato i confini, eppure mai i confini sono stati così determinanti nel decidere chi può farlo e chi no. Nel discorso pubblico, la mobilità viene spesso evocata come segno di progresso e di libertà. Ma nella pratica quotidiana, essa è regolata da un intricato sistema di visti, permessi, muri materiali e digitali che stabiliscono non solo se ci si può muovere, ma come e a quali condizioni.

La globalizzazione, che avrebbe dovuto democratizzare l’accesso allo spazio e alle opportunità, ha invece prodotto una mobilità selettiva: aperta e accelerata per le merci e i capitali, lenta e sorvegliata per le persone. Come osservava già Saskia Sassen [2], la promessa di un mondo “senza confini” si è tradotta in una nuova gerarchia della circolazione, dove la libertà di muoversi diventa privilegio di chi possiede risorse, passaporti “forti” e competenze richieste.

Le migrazioni, in questo contesto, non sono semplicemente flussi di individui in cerca di vita migliore: sono indicatori della disuguaglianza globale, uno specchio che riflette i divari economici, sociali e politici che attraversano il pianeta. Muoversi o restare, oggi, è spesso questione di posizione nel sistema-mondo. Per pochi, la mobilità è scelta e opportunità; per molti altri, è necessità o impossibilità.

La globalizzazione, lungi dall’aver abbattuto i confini, li ha ridisegnati e resi più sofisticati: meno visibili, ma più efficaci. I flussi migratori del XXI secolo si muovono all’interno di un regime che non nega la mobilità, ma la amministra, la gestisce, la calibra secondo la convenienza dei Paesi di destinazione. È in questo spazio regolato – tra desiderio di movimento e controllo della circolazione – che prende forma la vera geografia della disuguaglianza contemporanea. 

2_the-age-of-migrationLa logica del setaccio 

Se osserviamo la mappa globale delle migrazioni internazionali, emerge un disegno tutt’altro che uniforme. I flussi si concentrano in alcune aree del pianeta: Europa, Nord America e Asia occidentale accolgono insieme la grande maggioranza dei migranti. L’Europa è oggi la principale regione di destinazione, con oltre 101 milioni di residenti nati all’estero; seguono Nord America con 61 milioni e Asia occidentale con 46 milioni.

Questa concentrazione non è casuale. Riflette l’andamento dell’economia mondiale e la divisione internazionale del lavoro [3]. I Paesi ad alto reddito, che rappresentano meno di un quinto della popolazione globale, assorbono oltre i due terzi dei migranti internazionali. In altre parole, la mobilità segue il denaro: si sposta verso i centri dove si concentrano ricchezza, infrastrutture e possibilità di inserimento economico, ma anche dove si produce la domanda di lavoro flessibile e poco tutelato.

Dietro le statistiche si nasconde una logica di selezione economica e politica. I Paesi ricchi agiscono come filtri globali, calibrando l’apertura o la chiusura dei confini in base alle proprie esigenze interne. Quando serve manodopera nei settori della cura, dell’agricoltura, dell’edilizia o della logistica, le porte si aprono, spesso con canali temporanei e contratti precari. Quando, invece, la domanda interna si riduce o l’opinione pubblica diventa ostile, gli ingressi vengono drasticamente limitati. Allo stesso modo, le economie avanzate competono per attrarre capitale umano qualificato – ricercatori, ingegneri, medici, tecnici – adottando politiche di “migrazione scelta” che premiano il merito e la competenza. In entrambi i casi, la migrazione è trattata come una risorsa da gestire, non come un diritto umano.

Questa dinamica può essere riassunta nella “logica del setaccio”: trattenere ciò che è utile, respingere ciò che appare superfluo. È un meccanismo che si traveste da efficienza economica, ma che in realtà istituzionalizza una disuguaglianza di fondo. I Paesi del Nord globale selezionano e “filtrano” la mobilità in base ai propri bisogni, scaricando sui Paesi d’origine i costi sociali della partenza — perdita di popolazione giovane, dispersione di competenze, frammentazione familiare.

In questo modo, la migrazione diventa uno strumento funzionale al mantenimento dell’ordine globale, più che una via di emancipazione. Non si tratta di negare il valore individuale dell’esperienza migratoria – fatta spesso di coraggio, adattamento e resilienza – ma di riconoscere che, nel quadro sistemico, essa risponde a una logica economica asimmetrica: quella che consente ai Paesi più forti di accedere al capitale umano altrui senza metterne in discussione i propri confini.

La “logica del setaccio” non è solo una politica migratoria: è una filosofia della globalizzazione. Essa afferma che tutti possono muoversi, ma solo se il loro movimento serve a qualcosa o a qualcuno. Il resto – chi scappa da guerre, povertà o crisi ambientali – viene lasciato ai margini, in un limbo di invisibilità e attesa. E così, mentre celebriamo un mondo apparentemente in movimento, scopriamo che il movimento stesso è profondamente diseguale: accelerato per pochi, rallentato o negato per molti. 

3_immigrazione-per-continenti-2L’Europa: tra attrazione e disparità 

Con oltre cento milioni di stranieri residenti, l’Europa continua a rappresentare il principale polo di attrazione migratoria del pianeta. È il continente che più di ogni altro ha costruito, nel tempo, la propria identità sul movimento: quello delle merci e delle idee, ma anche quello delle persone. Tuttavia, la sua attuale configurazione migratoria racconta una storia meno armoniosa.

L’Europa è oggi un continente attrattivo e, al tempo stesso, diviso, in cui la mobilità interna ed esterna contribuisce tanto alla crescita economica quanto alla polarizzazione sociale e territoriale. Nel quadro europeo si osserva una geografia della disuguaglianza migratoria. L’Europa occidentale e settentrionale – Germania, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi, Scandinavia – esercitano una forte capacità di attrazione, grazie a economie dinamiche, sistemi di welfare robusti e opportunità di lavoro, specie nei settori della sanità, della logistica, della tecnologia e dei servizi. Questi Paesi assorbono non solo lavoratori provenienti da fuori del continente, ma anche – e sempre di più – cittadini europei provenienti dal Sud e dall’Est, in un flusso costante di capitale umano.

Al contrario, l’Europa centro-orientale e balcanica vive un lento ma costante processo di svuotamento demografico. Milioni di giovani e lavoratori qualificati lasciano Romania, Bulgaria, Polonia o Croazia per cercare migliori condizioni di vita altrove. È una migrazione interna che raramente fa notizia, ma che modifica in profondità la composizione sociale del continente: mentre l’Ovest importa forza lavoro, l’Est esporta popolazione e competenze.

4_emigrazione-per-continenti-2Questa dinamica, a lungo incoraggiata dall’idea di una “libera circolazione dei cittadini europei”, si è rivelata una mobilità asimmetrica, che integra i mercati ma disintegra i territori. Gli stessi meccanismi che rafforzano l’economia continentale accentuano, infatti, le disuguaglianze regionali: le aree più ricche concentrano capitale umano, innovazione e crescita, mentre le regioni periferiche subiscono il peso dell’emigrazione e del declino demografico.

In questo senso, l’Europa appare come uno specchio della globalizzazione: un sistema apparentemente integrato ma sostanzialmente gerarchico. Il diritto alla mobilità, lungi dall’essere una conquista universale, diventa uno strumento di competizione tra territori, capace di ridefinire la distribuzione di opportunità e risorse. L’Unione Europea, nata come progetto di coesione, rischia così di trasformarsi in uno spazio di selezione, dove il valore della mobilità dipende dal punto di partenza e dal capitale – economico, educativo o simbolico – che ciascuno porta con sé. 

6_lafrica-la-mobilita-della-necessitaL’Africa: la mobilità della necessità 

Se l’Europa incarna la mobilità dell’attrazione, l’Africa rappresenta la mobilità della necessità. Con 46 milioni di emigrati e soltanto 29 milioni di immigrati, il continente africano continua a perdere energie giovani, competenze e capitale umano. In molti Paesi, la migrazione non è una scelta ma una strategia di sopravvivenza, un modo per sfuggire a condizioni economiche stagnanti, instabilità politica e, sempre più spesso, a crisi climatiche che compromettono la sicurezza alimentare e il futuro delle comunità locali [4].

L’immagine dell’Africa come continente “in fuga” è spesso caricaturale e riduttiva, ma non priva di fondamento. Ogni anno milioni di persone si muovono all’interno del continente – spesso da aree rurali a città in rapida crescita – oppure verso destinazioni esterne: Europa, Medio Oriente, Nord America. Tuttavia, più dell’80% della mobilità africana avviene entro i confini continentali, segno che la migrazione africana non è un “esodo verso il Nord”, ma un processo regionale complesso, fatto di spostamenti brevi, reti familiari e strategie di adattamento.

Nella narrazione pubblica europea, questa mobilità viene spesso ridotta a un “problema di sicurezza”. I flussi dal Sahel o dal Corno d’Africa sono percepiti come emergenza o minaccia, e gestiti come questione di controllo. Ma in realtà la migrazione africana è il sintomo più evidente di un disequilibrio strutturale: un continente giovane e ricco di risorse naturali, ma privo di strumenti adeguati a trasformare tale ricchezza in sviluppo inclusivo.

Le politiche europee di esternalizzazione delle frontiere, attuate a partire dagli anni Duemila, hanno ulteriormente aggravato questa dipendenza. Accordi con Paesi come Libia, Niger, Tunisia o Marocco hanno trasferito a Sud il compito di bloccare i flussi migratori, in cambio di aiuti economici e cooperazione. Così, l’Africa è diventata una zona cuscinetto del confine europeo, pagata per fermare ciò che l’Europa non vuole vedere: il volto umano della propria disuguaglianza.

Più che un problema da gestire, la mobilità africana dovrebbe essere interpretata come una domanda di giustizia globale. È la conseguenza di rapporti economici ineguali, di un ordine mondiale che continua a estrarre risorse senza restituire opportunità. Parlare di “migrazioni africane” senza affrontare le cause profonde – dalla dipendenza economica al cambiamento climatico – significa ignorare la natura sistemica del fenomeno. 

7_lasia-il-modello-della-temporaneitaL’Asia: il modello della temporaneità 

In Asia, la relazione tra sviluppo e mobilità assume contorni ancora più complessi. È il continente dove si concentrano le economie più dinamiche del pianeta, ma anche le forme più rigide di gestione della forza lavoro migrante.

Le monarchie del Golfo Persico – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Oman, Bahrain – accolgono milioni di lavoratori stranieri, in gran parte provenienti da India, Bangladesh, Filippine, Nepal o Pakistan. In molti di questi Paesi, la popolazione migrante supera quella nazionale, ma a queste persone non è riconosciuto lo status di cittadini né diritti sociali duraturi.

Il sistema della kafala [5], o sponsorizzazione, lega il lavoratore al datore di lavoro, impedendogli di cambiare impiego o di stabilirsi permanentemente. Si tratta di una forma di mobilità rigidamente controllata, funzionale a un modello di sviluppo fondato su manodopera temporanea, flessibile e priva di tutele. Il lavoratore è ospite solo finché serve: un ingranaggio sostituibile di un’economia che si regge sulla sua precarietà.

Parallelamente, l’Asia meridionale ed orientale resta un’area di partenza massiccia. India, Bangladesh, Filippine, Indonesia e Cina alimentano flussi continui di emigrati che lavorano nei cantieri, nelle fabbriche, nelle navi o come personale domestico in tutto il mondo. Le rimesse [6] – il denaro inviato ai Paesi d’origine – costituiscono una risorsa vitale per molte economie nazionali, ma anche un vincolo: finanziano il consumo e sostengono le famiglie, ma non risolvono le cause strutturali della partenza.

La mobilità asiatica rivela così una doppia contraddizione: è indispensabile al funzionamento dell’economia globale, ma resta temporalmente controllata e socialmente subordinata. Si tratta di una mobilità che arricchisce gli Stati e impoverisce gli individui, che stabilizza le economie ma precarizza le vite. Come in un gioco di specchi, l’Asia esporta lavoratori e importa disuguaglianza, offrendo al mondo il paradigma perfetto di un capitalismo che si regge sul movimento, ma regola chi può muoversi e come. 

8_le-americhe-il-confine-come-strumento-di-regolazione-economica-e-simbolicaLe Americhe: il confine come strumento di regolazione economica e simbolica 

Nelle Americhe, la disuguaglianza migratoria prende la forma del confine. Il Nord America, con 61 milioni di immigrati (pari al 16% della popolazione), è una delle regioni più aperte e, al tempo stesso, più restrittive del pianeta. L’America Latina, invece, conta 46 milioni di emigrati, spesso diretti verso gli Stati Uniti o l’Europa.

La frontiera tra Stati Uniti e Messico – oltre tremila chilometri di barriere, deserti e stazioni di sorveglianza – è il simbolo materiale e politico di questa frattura. Essa divide non solo due Paesi, ma due economie e due visioni del mondo. Da un lato, un Nord che dipende strutturalmente dalla manodopera migrante per l’agricoltura, l’edilizia, i servizi e la cura; dall’altro, un Sud che continua a perdere popolazione giovane, istruita e intraprendente.

Il confine, tuttavia, non è solo una linea geografica: è un dispositivo di selezione. Regola la quantità e la qualità della mobilità, distingue tra lavoratori temporanei “utili” e migranti irregolari “di troppo”. La retorica della sicurezza – fatta di muri, tecnologie di sorveglianza e accordi di respingimento – serve a nascondere un dato strutturale: senza la mobilità dal Sud, l’economia del Nord non funzionerebbe.

È il paradosso della globalizzazione migratoria: si chiudono le frontiere ma si aprono i cantieri. Mentre il discorso politico si concentra sull’esclusione, il mercato continua a integrare. Il confine, quindi, non blocca la mobilità: la rende controllata, sfruttabile, conveniente. Nel continente americano, come altrove, la migrazione non è un’anomalia ma una parte integrante del sistema economico, un modo per mantenere il Nord competitivo e il Sud dipendente. 

9_loceania-il-volto-liberale-della-selettivitaL’Oceania: il volto liberale della selettività 

L’Oceania, con oltre un quinto dei residenti nati all’estero, sembra incarnare il mito della società aperta. In Australia e Nuova Zelanda, la migrazione è presentata come segno di dinamismo e modernità. Ma dietro l’immagine cosmopolita si cela una rigida selettività economica. Il modello migratorio oceanico [7] si fonda su criteri meritocratici: si accolgono lavoratori altamente qualificati, studenti internazionali, investitori, professionisti della sanità o dell’innovazione tecnologica. In altre parole, la mobilità è un privilegio che si guadagna col curriculum. Al contrario, chi fugge da guerre, disastri o povertà si scontra con politiche restrittive: respingimenti in mare, detenzioni offshore, accordi di contenimento con Paesi terzi.

Questo sistema produce una forma di inclusione condizionata: aperta ma selettiva, efficiente ma ineguale. L’Oceania diventa così il laboratorio avanzato di una governance migratoria che il resto del mondo osserva e, in parte, imita: accogliere solo chi è utile, escludere chi è considerato un costo. Sotto l’apparenza liberale, il modello australiano mostra la continuità di fondo che attraversa l’intero ordine globale: apertura per chi può contribuire, chiusura per chi cerca protezione. È il volto gentile della disuguaglianza: quello che trasforma la libertà di muoversi in una questione di merito e di convenienza. 

71652vnq2gl-_uf10001000_ql80_Conclusione: la disuguaglianza che si muove 

Se guardiamo al mondo dei 304 milioni di migranti internazionali, la tesi generale emerge con chiarezza: la mobilità non cancella la disuguaglianza, la sposta. Il movimento delle persone, anziché ridurre gli squilibri tra Nord e Sud, tra ricchi e poveri, tra chi ha possibilità e chi ne è privo, li redistribuisce in modo funzionale all’ordine economico esistente.

La libertà di circolare – spesso celebrata come conquista della modernità globale – non è un diritto universale, ma un privilegio concesso solo a chi dispone delle giuste credenziali: economiche, culturali o geografiche. Una risorsa distribuita in modo ineguale, regolata da passaporti, visti e condizioni socioeconomiche. In un mondo che ama definirsi “aperto”, la possibilità di muoversi è diventata il nuovo indicatore della disuguaglianza globale.

I confini non sono più soltanto linee tracciate sulle mappe: sono istituzioni politiche, dispositivi di governo che selezionano, filtrano e graduano i diritti. Non tutti i passaggi di frontiera hanno lo stesso valore né la stessa difficoltà: c’è chi attraversa il mondo con un clic e chi rischia la vita per farlo. Il confine non divide soltanto Stati, ma categorie di persone, distinguendo tra mobilità desiderata e mobilità tollerata, tra viaggiatori globali e migranti economici.

In questa prospettiva, la migrazione rivela il funzionamento profondo della globalizzazione: i Paesi ricchi trattengono ciò che serve – forza lavoro, capitale umano, competenze, giovani energie – e scaricano sui Paesi di origine i costi sociali, demografici e affettivi della partenza. È una forma di scambio diseguale che, anziché riequilibrare, perpetua le distanze. L’emigrazione diventa così una sorta di “valvola di compensazione” delle crisi del Sud, ma anche un meccanismo di alimentazione del Nord: fornisce risorse umane senza modificare la struttura di potere che ne determina la partenza.

Questa è la logica nascosta della globalizzazione: un mondo in movimento che perpetua, sotto forme nuove, le stesse disuguaglianze che dichiara di voler superare. Le frontiere non scompaiono, ma si trasformano in strumenti di gestione della forza lavoro, in barriere flessibili che si aprono o si chiudono secondo le esigenze dei mercati e delle politiche interne. La retorica della mobilità illimitata copre, in realtà, un regime di mobilità condizionata, in cui la libertà di spostarsi è concessa solo a chi possiede le credenziali richieste dal sistema economico globale.

Ripensare la mobilità significa, allora, ripensare la giustizia globale. Significa interrogarsi non solo su chi può partire, ma su chi è costretto a farlo; non solo su chi riesce ad arrivare, ma su chi non può permetterselo. La vera libertà, in questo senso, non consiste soltanto nel diritto di muoversi, ma anche – e forse soprattutto – nel diritto di restare. Restare in un luogo che offra sicurezza, lavoro, dignità e prospettive; restare non per mancanza di alternative, ma per scelta.

In un mondo che misura il valore delle persone in base alla loro utilità economica, restituire alla mobilità il suo significato umano e politico è un atto di resistenza. Vuol dire riconoscere che la circolazione delle persone non può essere trattata come una variabile di mercato, ma come una questione di diritti e di equità.

Solo quando il movimento sarà davvero libero – e la stanzialità non sarà più una condanna – potremo dire di vivere in un mondo dove la globalizzazione non è sinonimo di disuguaglianza, ma di giustizia condivisa. 

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026 
Note
[1] International Organization for Migration, World Migration Report 2024, IOM, Ginevra 2024.
[2] Saskia Sassen, Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economia globale, Il Mulino, Bologna, 2018.
[3] Hein de Haas, Stephen Castles, Mark J. Miller, The Age of Migration: International Population Movements in the Modern World (6ª ed.), Guilford Press, New York, 2020.
[4] African Development Bank, African Economic Outlook 2023: Mobilizing Private Sector Financing for Climate and Green Growth, Abidjan, 2023.
[5] https://www.terrasanta.net/2019/05/si-scrive-kafala-si-legge-schiavitu/.
[6] World Bank, Migration and Development Brief 38, Washington DC, 2023.
[7] Australian Department of Home Affairs, Migration Program 2023–24 Report, Canberra 2024. 
Riferimenti bibliografici
 Zygmunt Bauman, Vite di scarto, Laterza, Roma-Bari, 2007
Hein de Haas, Stephen Castles, Mark J. Miller, The Age of Migration: International Population Movements in the Modern World (6ª ed.), Guilford Press, New York, 2020
Hein de Haas, How Migration Really Works: A Factful Guide to the Most Divisive Issue in Politics, Penguin Books, London, 2023.
Thomas Piketty, Capitale e ideologia, La Nave di Teseo, Milano, 2020
Saskia Sassen, Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economia globale, Il Mulino, Bologna, 2018
Abdelmalek Sayad, La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, Raffaello Cortina, Milano, 2002
Wallerstein Immanuel, Il sistema mondiale dell’economia moderna. Vol. I-II, Il Mulino, Bologna, 1978-1995.

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Antonio Ricci, PhD in Storia dell’Europa presso l’Università “La Sapienza” di Roma, è vicepresidente del Centro Studi e Ricerche IDOS, un’istituzione di riferimento in Italia per gli studi sulle migrazioni e le politiche migratorie. Ha svolto ricerche approfondite sull’immigrazione in Italia e sull’emigrazione italiana, collaborando con esperti nazionali e internazionali. Le sue pubblicazioni e i suoi studi offrono analisi dettagliate delle dinamiche sociali e culturali legate alla migrazione in Italia e in Europa, contribuendo alla comprensione di un fenomeno in continua trasformazione.

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