La Libia nella memoria per leggere il presente

copertinadi Ada Boffa

A volte le riletture sono più proficue delle letture. I libri non stanno mai fermi sugli scaffali della biblioteca. In certi momenti sembrano scalpitare, chiamare, invocare di essere ricordati, ripresi in mano, riletti. In questo periodo buio, animato da disumanità e smemoratezza, sembra urgente accendere la luce della memoria storica per ricordare e ripercorrere insieme alcuni momenti del passato italiano. Questo è ciò che ho potuto dedurre nei giorni scorsi dalla partecipazione ad un convegno dedicato al tema dell’intercultura e alle buone pratiche da mettere in atto per costruire una cittadinanza consapevole. Cercando tra i miei libri e tra vecchi appunti ho rispolverato il libro di Eric Salerno, Uccideteli tutti.  Libia 1943: gli ebrei nel campo di concentramento fascista di Giado, edito da Il Saggiatore (2008). Era un libro suggeritomi dieci anni fa da una docente universitaria nel corso dei miei studi dedicati al Nord Africa. Dopo averne sfogliato le pagine e riletto alcune note fatte a margine, mi sono ritrovata a riflettere sull’importanza di ricreare una memoria condivisa fatta di suggerimenti, stimoli che possano essere d’aiuto agli avventori di internet, ai curiosi, a chi voglia spontaneamente informarsi al fine di suscitare spunti di riflessione e chiavi di lettura sul mondo attuale.

Nome. Residenza. Data nascita. Causa morte. È in quest’ ordine che l’autore del libro, Eric Salerno, riporta le vittime del campo di concentramento di Giado, in Libia. Basta soffermarsi sui nomi dei deportati, per comprendere che si tratta delle morti “minori”, in senso provocatorio s’intenda, dell’ Olocausto. È l’autore stesso ad ammettere nelle prime pagine del libro che i fatti di cui si appresta a darci notizia rappresentano una “storia nella Storia”, ovvero una storia minore che, per svariati motivi d’interesse politico-religioso, non ha mai attirato su di sé la giusta attenzione. L’olocausto degli ebrei sefarditi del Nord Africa è stato scritto nella storia, metaforicamente parlando, con una “o” minuscola, come a volerlo ritenere diverso dall’Olocausto degli ebrei europei, ashkenaziti. A conferma di ciò si spiega la mancata partecipazione degli ebrei sefarditi come testimoni delle vittime dell’Olocausto al processo Eichmann nel 1961.

Prendendo le distanze da qualsivoglia questione ideologica, Eric Salerno elabora un’opera a tutti gli effetti storiografica. L’autore ripercorre le tappe della vicenda ebraica in Libia, a partire dalla nomina di Italo Balbo sino alla sua uccisione e alla comparsa di Graziani, per mano del quale la situazione sarebbe precipitosamente cambiata. Il tutto è corredato da testimonianze orali di amici e parenti delle vittime, o da spettatori silenziosi a cui raramente è stato chiesto della presenza italiana in Libia, e che hanno preferito dimenticare. Un silenzio dunque, che ha puntato a favore dell’emblematica espressione: “Italiani brava gente!”.

A discapito dell’oblio che avvolge la vicenda libica, questo libro si pone come l’archivio storico da cui attingere per poter ricostruire alcune fasi della storia italiana. Come si vedrà nel corso della lettura, le notizie riportate dall’autore rispecchiano una realtà italo-libica che non è stata caratterizzata solamente da ombre o momenti bui. Le descrizioni che Salerno fa di Bengasi e di Tripoli dopo l’insediamento italiano, sia da un punto di vista urbanistico che da un punto di vista sociale, mostrano come i rapporti tra coloni e colonizzatori non fossero del tutto negativi, almeno per quanto riguarda i centri urbani, specialmente nell’alta borghesia. Nei resoconti delle fonti degli anni ’30 le immagini che traspaiono di Tripoli e di Bengasi sono quelle di una “dolcevita” che supera addirittura quella della madrepatria. Inoltre, attraverso quest’opera il lettore può sorprendentemente scoprire non solo che gran parte dell’attività economica nei centri cittadini era gestita da commercianti e banchieri ebraici, ma anche che molti ebrei libici avevano sposato le idee nazional-socialiste di Mussolini, tanto da volersi arruolare al fianco dei soldati italiani.

1Da qui l’abilità dell’autore che mette in risalto la contraddizione sottostante all’applicazione delle leggi razziali in Italia ad opera di Mussolini, nel 1938. Gran parte del progetto coloniale in Libia si basava difatti sull’affidamento del commercio in mano agli ebrei piuttosto che agli arabi e alle popolazioni autoctone, in modo da sedare la cosiddetta “Resistenza libica”. Fu lo stesso Graziani a parlare d’intervento italiano in Libia come obiettivo di pacificazione della Cirenaica. L’attenzione prima dell’adozione delle leggi razziali era rivolta esclusivamente alla conquista coloniale. Anche questa ha rappresentato e rappresenta tutt’ora un capitolo nero della storia italiana; il cosiddetto “Posto al Sole” di cui poco si sa, sempre in virtù di interessi maggiori, e non per il senso di sdegno e vergogna nei confronti di uno sterminio altrettanto gravoso.

L’autore non si dilunga molto sulla Resistenza, ma se ne serve come antefatto storico da mostrare al fine di avvalorare la propria indagine sull’attuazione delle leggi razziali in Libia. Se prima dunque ebrei ed italiani vivevano fianco a fianco, specialmente nei salotti borghesi di Tripoli e di Bengasi, tanto da tessere rapporti d’interesse ma anche di amicizia, la situazione cambia radicalmente dopo il 1938. Sono sempre le fonti a dimostrare il cambiamento repentino, nonché l’assurdità del male che di lì a poco si sarebbe scatenata nei campi di lavoro di Giado e di Agebadia. La testimonianza più calzante citata da Salerno che esplica al meglio la contraddizione della logica antisemita è quella riguardante Italo Balbo. Se per anni quest’uomo aveva tessuto legami d’amicizia con gli ebrei:

«Le esclamazioni ostili di questa assemblea mi hanno urtato e non poco perché io non faccio alcuna distinzione fra italiani cattolici e italiani ebrei. Siamo tutti italiani e aggiungo che sin dalla mia adolescenza a oggi ho avuto soltanto tre veri e sinceri amici; e volete sapere chi sono questi amici? Ebbene, tutti e tre sono ebrei» […]

d’un tratto dovette rispondere agli ordini del Duce, e lo fece non senza perplessità:

«[…] “ Gli ebrei sono già morti: non c’è bisogno d’infierire contro di loro, tanto più che gli arabi, tradizionalmente nemici degli ebrei, dimostrano ora di compassionarli. Non posso essere sospettato di debolezza, se, come tutti ricordano, non ho esitato due anni fa a ordinare la fustigazione i pubblici mercati di ebrei, anche di buona condizione sociale, colpevoli d’aver assunto un atteggiamento di indifferenza passiva di fronte a precisare disposizioni del Governo. Ma debbo francamente rappresentare la reale situazione nei suoi termini esatti. Mi permetto pertanto di consigliarTI di dare al Governo della Libia l’autorizzazione ad applicare le leggi razziali con modalità consigliate dalla specialissima locale».
Generale-Graziani

Generale Graziani

La storia ha voluto che Balbo morisse “accidentalmente” in un combattimento aereo. Ecco dunque che grazie alle fonti riemerge una storia parallela fatta da uomini. L’autore dedica ampio spazio a questo genere di documenti all’interno del libro. Li ripone lì, senza noiosi preamboli, proponendo semplicemente la parola scritta così com’era in origine, lasciando intatta la forza del messaggio. Si evince chiaramente la volontà di Salerno di creare un’opera storiografica in cui gli attori protagonisti sono la Storia e le fonti. Accanto ad esse vi sono anche testimonianze fotografiche che riproducono quel che resta oggi dei campi di lavoro di Giado e di Kasr el-Haj, oltre a scene di vita quotidiana dell’Hara, il quartiere ebraico di Tripoli.

Infine l’autore, da buon storico, conclude il libro facendo parlare le fonti, senza ricercare alcun finale inquisitorio. Ciò che colpisce delle ultime pagine, corredate esclusivamente da documenti ufficiali, è il silenzio. Una scelta sicuramente voluta dall’autore, in quanto al termine del libro il lettore si ritrova faccia a faccia con fonti storiche di penosa brutalità umana. Un silenzio che, si badi bene, non deve essere scambiato per omertà o omissione, così com’è accaduto altre volte riguardo la faccenda libica. Stavolta il silenzio è quello delle fonti storiche, delle testimonianze, degli elenchi dei deportati; un silenzio più che mai assordante.

Si dimentica troppo facilmente. Nella maggior parte dei casi ci sono aneddoti storici sconosciuti ai più e conservati nella memoria di pochi studiosi, ricercatori o appassionati di storia. Quello che manca è la conoscenza diffusa e condivisa, quello che serve è raccontare affinché molti ancora possano ascoltare ed imparare.

Dialoghi Mediterranei, n.35, gennaio 2019
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Ada Boffa, attualmente insegnante d’italiano L2 ed esperta di Studi Berberi, ha conseguito il titolo di Laurea Magistrale in Scienze delle Lingue, Storie e Culture del Mediterraneo e dei Paesi islamici, presso l’Università degli studi di Napoli “L’Orientale”, discutendo una tesi in Lingua e Letteratura Berbera: “Temi e motivi della letteratura orale berbera: racconti tuareg dell’Aïr”, svolta in collaborazione con tutor esterno presso l’Università di Parigi, INALCO. Ha partecipato al convegno ASAI, Africa in movimento (Macerata 2014), presentando un paper sulla favolistica tuareg.
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