Stampa Articolo

La libertà, i diritti, il lavoro, la Polizia di Stato

arton26026di Giuseppe Costantini

Libertà, una parola molto usata, e a volte anche molto abusata. Una frase che tocca con mano lo stato dell’arte di una società in cui questa parola è spesso utilizzata come specchio per le allodole, per poi vederne tradito il suo significato più profondo.

Partendo da questa considerazione cercherò di analizzarne il significato teorico, con qualche cenno all’eredità intellettuale, lasciata da alcuni importanti personaggi storici. Cercherò successivamente di calarne l’idealità, e forse a volte anche l’utopia, su ciò che realmente le società umane sono state e sono in grado di mantenere.

 Libertà è una parola che ogni essere umano usa frequentemente per evidenziare il proprio diritto di autonomia, di possibilità di dire altro, di essere altro rispetto a ciò che si vorrebbe imporre. C’è molto di vero in questo modo di pensare la libertà, in quanto l’uomo ha sempre pensato che non esiste libertà se non si è liberi di potere agire, di poter fare e non fare, di poter pensare, di potersi esprimere, di potere in breve dare voce piena a se stesso, compresa la propria sessualità e la propria religione; in sintesi, senza mai ledere la libertà degli altri, di poter scegliere e agire secondo i propri principi e riferimenti etico-morali. Universalizzandoli, la legge morale per Kant, strettamente connessa alla libertà di fare e di non fare di ciascun essere umano. Certo, potrà essere condizionato o forzato da ogni tipo di dittatura a compiere o a non compiere qualsiasi cosa, ma sarà sempre lui ad accettare a ribellarsi, anche a costo della vita.

Toqueville

Toqueville

Dirimenti in proposito le parole di Alexis Tocqueville. Affermava: «Ai miei occhi le società umane, come gli individui, diventano qualcosa solo grazie alla libertà»; una frase importante che sottolinea il carattere profondamente intrinseco alla dimensione umana della parola libertà, un modo per dire che non esiste uomo, non esiste nessuna società degna di questo nome senza la parola libertà.

Certo bisogna anche sottolineare che dalla parola libertà, come per tutte le parole archetipiche, è  difficile trarne il significato più profondo; di sicuro però si può affermare che essa non ha nulla a che vedere con la parola licenziosità, che richiama più all’irresponsabilità di chi pensa di poter fare tutto ciò che gli aggrada, senza preoccuparsi delle inevitabili conseguenze, a volte anche gravi, che si possono arrecare agli altri, dimenticando che la mia libertà finisce dove inizia la tua, una massima fondamentale, utile a delineare il campo d’azione di tutti.

Dunque, come tutte le parole dense di significato a tal punto da costituirsi modello fondamentale per il singolo, per la comunità, per il mondo intero, la parola libertà è un intreccio complesso che coinvolge ciò che di più intimo è presente nell’animo umano con la realtà esterna, con tutto ciò che il mondo esteriore rappresenta.

Quindi, quando si parla di libertà bisogna avere sempre l’accortezza di saper pesare le parole, bisogna sempre pensare a salvaguardare il necessario equilibrio tra interiorità ed esteriorità, fondamentale per gestire la propria libertà senza arrecare danno agli altri, anche perché non esiste libertà senza libertà civile, e cioè senza che tutti quanti si pongano il problema della giustizia, dei comportamenti giusti in seno alla società.

Ecco perché libertà significa anche partecipare alla vita comune, ognuno secondo le proprie virtù, secondo le proprie idee, secondo la propria legge morale, ma sempre e comunque con lo sguardo rivolto al bene collettivo, senza assumere posizioni dogmatiche, ma al contrario con animo dialogico, nella consapevolezza che solo attraverso un continuo scambio di idee e di ragionamenti si possa arrivare il più possibile vicini alla verità delle cose, si possa il più possibile fare le cose giuste, perché solo agendo con responsabilità e rispetto si innesca una spirale positiva a vantaggio del benessere di ogni singolo appartenente alla società.

In questo contesto virtuoso, la parola libertà rappresenta un elemento imprescindibile per ogni essere umano incline al buono, al bello, al giusto, e soprattutto incline a porsi sempre dei dubbi, e di conseguenza non preda di un facile conformismo, né della massificazione del pensiero ma con uno sguardo sempre direzionato alla ricerca della verità autentica delle cose.

Inteso come sviluppo integrale della persona, e non solo come mero dato economico, il progresso umano ha avuto una evoluzione sempre più ampia nel corso della storia tramite la conquista di spazi sempre maggiori di libertà anche a costo della propria vita, andando contro corrente rispetto al pensiero considerato maggioritario, alcuni a un livello tale da essere definiti eretici; i creatori di scandalo, dagli artisti agli scienziati. Penso che per quanto attiene l’Italia, esemplare sul piano formativo ed educativo è la ‘nostra Costituzione’. Dovrebbe diventare materia di insegnamento dalla prima elementare e, senza interruzione alcuna, sino all’Università, penetrandone man mano, in base alle diverse fasi di crescita, il significato di ciascun articolo rapportandolo all’insieme.

Piero Calamandrei

Piero Calamandrei

Piero Calamandrei asseriva che la Libertà è come l’aria, ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare: mai parole più sagge potevano essere proferite per descrivere l’importanza della libertà di ogni singola persona, ed è per tale motivo che  a causa di atteggiamenti insipienti, o peggio ancora a causa dell’indifferenza nei confronti della cosa pubblica, si può rischiare di far restringere a poco poco gli spazi da essa conquistati nel corso della storia, spazi la cui assenza rende sterile la cittadinanza, la priva di quella autocritica necessaria per difendersi da conformismo e omologazione. Ma spazi di libertà significano soprattutto spazi in cui abitano i diritti e avendoli anche i doveri.

Una cittadinanza attiva è il sale della democrazia, ed è quindi attraverso la difesa dei propri spazi di libertà che ogni essere umano, avendo la possibilità di essere se stesso, rifiutando ogni forma di forzata omologazione, avrà la possibilità di condividere la cosa pubblica senza discriminazioni o diseguaglianze; di vivere in una società di democrazia praticata e non fittizia.

Riguardando gli intimi domini dell’animo umano, e quindi la coscienza, il pensiero, il sentimento,  la libertà umana è un principio attuabile senza tradirne l’autentico significato  solo se gli uomini di una comunità abbiano imparato a migliorare se stessi, a rispettare le idee altrui attraverso una discussione libera e in una condizione di parità, senza mai assurgere a posizioni di arrogante superiorità, ma nei confronti di tutti con grande capacità di ascolto alla quale si accompagna una buona dose di umiltà. Quella di chi pensa che per poter comprendere appieno il mondo che ci circonda bisogna inevitabilmente dare valore al pensiero dell’altro/altri, consapevoli anche di un arricchimento, che può anche essere un cambio di asserzione o riflessione su un aspetto delle ‘cose’ della vita, derivante da prospettive diverse dalla nostra. Non disattendere quindi il principio che c’è sempre da imparare qualcosa di nuovo, e soprattutto non è detto che ciò di cui siamo convinti, sia in realtà la cosa giusta, la cosa vera.

Considerando, peraltro, che la ricerca della verità rappresenta il dato fondamentale per l’uomo che vuole essere veramente libero, perché solo la verità rende liberi, e ancor di più, solo l’uomo incline alla continua ricerca della verità dà valore profondo e nobile alla parola libertà.

Di contro l’atteggiamento di chi è incline a chiudersi in se stesso, nelle proprie stantie convinzioni, assecondando solamente i propri meri interessi e le proprie, a volte, becere passioni, non sarà mai un uomo veramente libero, bensì schiavo del proprio ego, della bramosia del vacuo potere, della cupidigia, del fanatismo; un uomo legato. In catene.

Orbene, partendo quindi da queste considerazioni si può affermare che la libertà attiene, probabilmente, al bene più prezioso dell’uomo, un bene necessario perché riguarda la possibilità di vivere una vita non assoggettata a forme inique di costrizione, di controllo, di repressione, un bene necessario perché attraverso di esso ogni uomo avrà la possibilità di emanciparsi secondo le proprie attitudini, senza nessun tipo di discriminazione o diseguaglianza.

Un concetto, quest’ultimo, talmente importante, che è stato ben evidenziato dal secondo comma dell’art. 3 della nostra Costituzione, che afferma: «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana….».

Ma le cose stanno realmente così? Rimossi gli ostacoli di cui parla questo articolo? Immediato il rimando alla politica che un poco prossimo al nulla fa per rimuoverli, sicché negli ultimi tempi diseguaglianze economiche e conseguenti discriminazioni sono aumentate vertiginosamente, creando inoltre le condizioni per un concentramento della ricchezza nelle mani di un numero sempre più esiguo di persone.

Tanti i motivi. Uno su tutti, il tema del lavoro. Centrale e su esso non si può più tacere, perché dal lavoro dipende la libertà di ogni singolo essere umano di vivere dignitosamente, dipende la possibilità di emanciparsi, la possibilità di affrancarsi anche da situazioni di degrado, tutte questioni che incidono negativamente anche sull’effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese, e quindi che incidono sfavorevolmente sulla propria libertà e sulla qualità della vita comunitaria e sociale.

È sufficiente dare uno sguardo ai livelli di disoccupazione per rendersi conto che la situazione è davvero sconfortante, per non dire tragica. Milioni di persone muoiono di fame. I politici insistono sulla ricerca del lavoro. Ma il lavoro in un Paese – anzi direi in gran parte del mondo definito ‘civile’ – come il nostro, manca. E il governo mancando di visione si affida soltanto alle parole.

Come ci si può sentire realmente e pienamente liberi, se le condizioni di precarietà lavorativa, non solo di molti giovani, ma purtroppo anche di molte persone che hanno quasi raggiunto l’età pensionabile, non sono in grado di garantire una vita dignitosa a se stessi e ai propri cari. Come può un giovane essere libero di costruirsi una famiglia se il reddito precario che percepisce non gli consente di poter accedere ad un mutuo, ma finanche non gli permette di riuscire a coprire i bisogni primari di se stesso e quindi di un’eventuale famiglia?

e2vfxw1x0aiorsw«L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro…», questo è quello che recita la prima parte dell’art. 1 della nostra Costituzione. Quando i nostri padri costituenti pensarono a queste precise parole, lo fecero per ribadire che una Repubblica democratica si basa su esso in quanto condizione necessaria di libertà, di dignità personale, di diritti, insomma il lavoro dovrebbe essere il comune denominatore di ogni singolo individuo, la base di partenza per costruire il proprio avvenire, contribuendo in tal modo allo sviluppo di una società più equa e più giusta.  

Quando parliamo del connubio lavoro e libertà, però, vi è sempre la necessità di tenere gli occhi bene aperti, vi è sempre la necessità di approfondire i diversi contesti, e sì, perché se da un lato il lavoro è certamente condizione necessaria di libertà, dall’altro lato potrebbe essere condizione di coercizione, di asservimento, e finanche di sfruttamento. Basta dare uno sguardo alle tante situazioni di caporalato a cui sono costretti gli immigrati che arrivano nel nostro Paese, basti pensare che nel mondo vi sono ancora tanti uomini, donne, e finanche bambini, che schiavi di una povertà assoluta vengono sfruttati alla stregua di oggetti, costretti a lavorare faticosamente e in modo quasi disumano pur di non morire di fame, basti pensare alle delocalizzazioni di tutte quelle  aziende che emigrano nei Paesi dove il costo della manodopera è più basso.

Viviamo ormai in un contesto in cui il lavoro umano non è più quel generatore di senso, quell’occasione di autorealizzazione per sviluppare in pieno i propri talenti, le proprie capacità, così come pensato dai nostri padri costituenti, e tutto questo perché la centralità della personalità umana in ambito lavorativo non viene più vista come valore da tutelare. L’esaltazione del profitto a tutti i costi ha reso l’uomo non il fine da tutelare ma lo strumento per tutelare gli interessi economici dei pochi, e non importa se ciò determina una progressiva riduzione dei diritti della moltitudine degli uomini.

Il periodo storico che va dalla seconda metà degli anni ’60  fino ai primi anni ‘80 del secolo scorso, è stato uno snodo fondamentale per quel che attiene il tema dei diritti e delle libertà conseguenti, un periodo in cui  i  movimenti di protesta del ’68, e le battaglie sindacali, hanno fatto emergere nel discorso pubblico una nuova sensibilità per quel che riguarda il tema dei diritti civili dell’uomo, questi ultimi intesi come elementi necessari all’emancipazione di ogni singolo essere umano.

Una stagione, questa, fondamentale, basata su una maggiore partecipazione politica, che ha dato anche notevole impulso a rivendicazioni dei diritti in ambito lavorativo, contribuendo significativamente nella conquista dello Statuto dei lavoratori.

Finanche la Polizia di Stato, che in quel periodo si chiamava Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, è stata positivamente investita da questa nuova visione del mondo, da questa nuova ventata di libertà e democrazia; difatti con la legge 121/81 il Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza viene finalmente smilitarizzato assumendo la denominazione di Polizia di Stato, diventando de facto la prima forza di Polizia civile dello Stato Italiano.

Una svolta necessaria che ha segnato uno spartiacque importante sul tema delle libertà degli appartenenti alla Polizia di Stato; difatti con la legge 121/81 non solo viene ridisegnato il sistema della Pubblica Sicurezza, ma soprattutto viene avviato, per la prima volta, il percorso di sindacalizzazione di un corpo delle Forze dell’Ordine, sancendo finalmente quei diritti e quelle libertà, come ad esempio quella sindacale, che purtroppo fino ad allora erano state negate.

liberta-sindacali-polizia-1024x955-1La legge 121/81 ha sancito una vera e propria svolta democratica per la Polizia di Stato, e per l’intero Paese, una rivoluzione culturale che ha dimostrato che solo attraverso la centralità dell’uomo, solo attraverso la consapevolezza degli appartenenti alla Polizia di Stato nel mettersi al servizio di tutti i cittadini, si poteva dare finalmente il via ad un processo trasformatore in grado di abbattere ogni divisione con la società civile, al fine di garantire la sicurezza di ogni singolo individuo nella piena libertà della fruizione dei diritti sanciti dalla nostra Costituzione. Un cambiamento epocale che, trasformando radicalmente l’idea di sicurezza, rendendola degna di un Paese realmente democratico, ha messo sullo stesso piano la sicurezza e la libertà intendendole come due facce della stessa medaglia.

Tuttavia, se tale legge ha rappresentato un passaggio storico importante per la democrazia, e le libertà del nostro Paese, in realtà ad oggi rimane incompiuta sotto il profilo delle piene libertà sindacali degli appartenenti alla Polizia di Stato, che di fatto hanno diritto di associarsi in sindacati ma non possono iscriversi a sindacati diversi da quelli del personale di polizia, e non possono neanche assumere la rappresentanza di altri lavoratori.

Ad oggi le lavoratrici e i lavoratori di questa Istituzione non possono iscriversi, ad esempio, alle Confederazioni sindacali CGIL – CISL – UIL, che quarant’anni fa hanno contribuito a quel processo trasformatore che ha portato alla sindacalizzazione della Polizia di Stato. Siamo quindi in presenza di un vulnus che di fatto, limitando la libertà delle poliziotte e dei poliziotti in ambito sindacale, non dà attuazione al principio di libertà di organizzazione sindacale di cui all’art. 39 della Costituzione.

Sostanzialmente  la legge 121/81, seppur ha rappresentato un tassello nevralgico in direzione di maggiore democrazia e libertà, ad oggi rimane una legge che non ha dato piena attuazione a quelle motivazioni che spinsero il mondo confederale, e parte del mondo politico, alla smilitarizzazione della Polizia e alla sindacalizzazione della stessa, le cui finalità sottendevano non solo ad una maggiore democratizzazione dell’apparato, ma anche ad una maggiore integrazione con la società civile; e dunque la previsione di una libertà sindacale circoscritta da divieti ben precisi, difatti  rappresenta un limite evidente alla piena e completa inclusione delle lavoratrici e dei lavoratori di Polizia al mondo Confederale, e più in generale alla comunità circostante.

All’inizio del discorso ho evidenziato che la libertà è una parola molto usata e a volte anche molto abusata, una frase come già detto provocatoria, ma che torna utile per delineare il quadro della società contemporanea in relazione al tema in ispecie, e gli esempi sopra citati evidenziano che quando si parla di esso, siamo in presenza di una questione molto controversa, poiché descrivere la libertà come qualcosa d’immutabile che risiede in noi in modo incondizionato.

Le esperienze storiche del passato ci hanno dimostrato come essa sia un valore non acquisito per sempre, e se al giorno d’oggi sembra strano parlare di servitù, o peggio ancora di schiavitù, come fosse qualcosa che non riguarda più la società odierna, la domanda se siamo veramente liberi, è sempre attuale. E parlando di schiavitù ma anche per quanto sinora argomentato, non troverei errato affermare che la tragica dannosità delle nostre azioni sia estendibile all’intero mondo. Una metafora, per questo.

Probabilmente, interrogarsi su una questione dirimente come la libertà ci aiuterà a non perdere mai di vista la condizione reale delle nostre società, ci aiuterà a non offuscare la nostra ragione, ci permetterà di fronteggiare, di analizzare, di saper selezionare nel giusto modo, ciò che accade nei nostri contesti abituali, e più in generale ciò che accade nel mondo.

Forse, per concludere questa mia riflessione, ricordare il pensiero di Don Giussani, che invita ad imparare a giudicarsi perché da ciò scaturisce l’inizio della liberazione, aiuta, secondo il mio punto di vista, a comprendere meglio cosa è la libertà e quando si è realmente liberi, sempre attraverso una profonda conoscenza della realtà delle cose. 

Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025 

________________________________________________________

Giuseppe Costantini, laureato in Servizi Giuridici, ama la filosofia ed è impegnato nel mondo del lavoro e del sindacato. Già presidente del Consiglio Generale Nazionale della UIL Polizia, attualmente ricopre l’incarico di componente del medesimo Consiglio, il Sindacato di riferimento valoriale della Confederazione UIL all’interno della Polizia di Stato.

______________________________________________________________

                                                          

 

 

    

   

   

Print Friendly and PDF
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Politica. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>