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La letteratura degli italo-tunisini

548165061_1217429280431413_7511418611278308952_ndi Danielle Laguillon Hentati [*]

La 4° edizione di Matabbìa 2025 si è svolta a Marsiglia con una tematica letteraria: «Scritture migranti italiane nel Mediterraneo». In questo ambito, su invito della Professoressa Silvia Finzi a cui vanno i miei più sentiti ringraziamenti, il mio contributo si propone di parlare della letteratura degli italo-tunisini, argomento di grande interesse ma poco approfondito finora, Lo scopo è quello di fissare un quadro generale che permetta di situare gli scrittori di cui parleranno in seguito i miei colleghi. Generalmente misconosciuti dal pubblico, questi autori fanno parte di una collettività originale, nata e sviluppatasi in Tunisia durante il Protettorato francese, poi in seguito alla decolonizzazione dispersasi tra Italia e Francia. I loro scritti dimostrano una forte appartenenza mediterranea, una vivida memoria plurale, come pure l’affrontare le sfide delle migrazioni, dell’identità e della trasmissione.

Si tratta globalmente di duecento testi, scritti tra il 1895 e il 2025, che comprendono romanzi, novelle, racconti biografici, poesie e teatro. Non mi è sembrato utile fare una distinzione tra letteratura «maggiore» o «minore»: qualunque sia il loro posto nel campo letterario, tutti gli autori vanno messi sul medesimo piano, senza gerarchia di valori. L’ampiezza cronologica di questo corpus ci consente di avere una visione d’insieme, di coglierne continuità e cambiamenti, di collocare tutta la produzione in una prospettiva storica e culturale più ampia. Infatti, considerati nel loro insieme, questi scritti si completano a vicenda per dare corpo a una memoria collettiva, per interrogarsi sul rapporto con l’altro e gettare luce sull’evoluzione delle rappresentazioni dopo l’indipendenza della Tunisia.

È possibile ora descrivere il percorso di questa letteratura. Inizialmente allogenica, legata ad un ancoraggio tunisino e alla singolarità di questa comunità, è poi diventata una letteratura dell’esilio, segnata dalla dispersione e dagli spostamenti. Infine, più recentemente, si è affermata come letteratura dell’immaginazione, dove la scrittura diventa spazio di memoria, proiezione e reinvenzione. Essa si sviluppa quindi attraverso tre grandi periodi storici che ne delineano l’evoluzione e la ricchezza. Il primo periodo (1895-1956) è segnato dall’emergere di una voce letteraria all’interno della comunità stabilitasi in Tunisia, nel pieno contesto coloniale. Il secondo periodo (1956-1999) è caratterizzato dalla disgregazione e dall’esperienza dell’esilio, in cui la scrittura diventa al tempo stesso memoria, testimonianza e ricerca d’identità. Infine, a partire dagli anni 2000, la creazione letteraria si è aperta maggiormente all’immaginazione, trascendendo le questioni comunitarie per diventare parte di un orizzonte universale.

Si inizierà con una panoramica generale per presentare questi autori, prima di discutere dei loro scritti sia in poesia che in prosa. Si affronteranno quindi quattro temi legati alla migrazione: letteratura e memoria, ricostruzione dell’identità, relazioni con l’altro e, infine, riconfigurazione del legame con la Tunisia. Un invito quindi a seguirmi in questo viaggio tra storia, letteratura, memoria ed immaginazione.

la-vie-litteraire-et-intellectuelle-en-tunisie-de-1900-a-1937I. Chi sono gli autori italo tunisini?

Inizieremo con un’osservazione: a partire dall’opera di Châtelain, intitolato La vie littéraire et intellectuelle en Tunisie de 1900 à 1937 [1], è stato solo nel decennio 2000-2010 che l’interesse si è finalmente rivolto a numerosi autori. Una panoramica complessiva è offerta dal libro Poeti e scrittori italiani di Tunisia [2], pubblicato nel 2007, e poi in alcuni lavori accademici, in particolare nella tesi di Alessio Loreti su La Tunisie et les écrivains italiens (1900-1950) [3]. Ma questa letteratura, pur importante, rimane difficile da ricostruire perché dispersa. È quindi praticamente impossibile per un ricercatore abbracciarla tutta, ed è per questo che non si mira all’esaustività in questa sede.

21229-poeti-e-scrittori-italia-20241107-145452-codice-fiscale-leni501Panoramica generale

Gli autori italo-tunisini sono nati in Italia o in Tunisia tra il 1848 e il 1983, e rappresentano quindi varie generazioni vissute nel Paese. Il loro percorso di vita è stato segnato da numerosi eventi storici, da esperienze uniche, ma anche dal contesto particolare della Reggenza di Tunisi sotto il Protettorato francese, ovvero in una società coloniale in cui affermare la propria italianità non era facile.

La letteratura italo-tunisina è nata su un ricco humus culturale [4],  frutto di una lunga tradizione italiana “importata”, in particolare da un’élite consolidatasi tra il XVIII° secolo e la prima metà del XIX° secolo. Si è poi sviluppata grazie ai giornali, che hanno dato agli autori la possibilità di far conoscere i propri scritti prima che fossero eventualmente pubblicati dalle case editrici.

Un altro tassello importante per arricchire questo humus è stata la scuola italiana. Essa ha avuto un ruolo decisivo nell’estendere l’istruzione alle classi sociali svantaggiate, nell’impartire l’insegnamento in italiano per uniformare il livello linguistico affrontando i dialetti, come testimonia ad esempio Rosa Canonici [5], che fu insegnante ad Hammam-Lif. Quei bambini poveri della scuola italiana sarebbero stati dei lettori, pochi tuttavia avrebbero avuto accesso alla scrittura.

Questa predominanza dei ceti istruiti si riflette chiaramente nelle professioni dei 106 autori identificati finora. Nel complesso, il 61% ha lavorato o lavora con mansioni intellettuali, il 9,5% in professioni intermedie e il 7% in professioni manuali. Tuttavia, non conosciamo la professione del 22,5% di loro.

61rbfpedmxl-_sy425_Durante il protettorato questi autori vissero a nord della linea Le Kef-Monastir, principalmente a Tunisi e nei sobborghi, tranne Achille Lumbroso a Gabès, Francesco Cucca in Kroumiria, Giuseppe Perrone, Benedetto F. Pinô alias Sicca Venier e Jeanine Bevinetto a Le Kef. Diversi articoli, cronache, lettere e vari documenti hanno permesso di ricostruire la loro vita sociale. Mantenevano relazioni interpersonali amichevoli, si incontravano alla Libreria Italiana [6] sita Avenue Jules Ferry a Tunisi e partecipavano attivamente alle conferenze tenute, presso la sede dell’Associazione Dante Alighieri o nell’Aula Magna del Liceo Carnot.

L’amore per la letteratura era anche un legame molto forte che andava oltre gli scontri franco-italiani, e persino oltre i confini della Tunisia. Creata nel 1920 da Arthur Pellegrin, Albert Canal, Mario Scalesi e Abderrahmane Guiga, la Società degli Scrittori del Nord Africa (S.E.A.N.) aveva come obiettivo «lo studio e la difesa degli interessi morali ed economici dei suoi membri, la propagazione della lingua francese e della letteratura nordafricana». Pur senza aderire alla S.E.A.N., rifiutando di usare il francese come lingua di scrittura, gli autori condurranno una riflessione approfondita su una letteratura allogena. Il dibattito sulla letteratura della Tunisia e del Nord Africa (indipendentemente dalla lingua) fu generale, come testimoniano a partire dal 1907 le lettere di Francesco Cucca, poi gli articoli di Mario Scalesi, quindi gli scritti di Guido Medina e Cesare Luccio.

Gli anni ‘50 segnano la fine della collettività e la dispersione di questa intellighenzia tra Italia e Francia. Ma, a poco a poco, grazie a convegni, social network e anche al ruolo attivo dell’Associazione Dante Alighieri a Tunisi e ai convegni Matabbìa negli ultimi quattro anni, si sono svolti incontri, si sono stabiliti contatti e si sono riallacciati legami.

In questo quadro generale, si osserva che il numero di scrittrici è aumentato: da 5 durante il protettorato a 19 dopo l’indipendenza. Ciò significa che il contesto socio economico sia in Italia che in Francia ha consentito loro di esprimersi e di realizzare il proprio potenziale, come è stato il caso, in particolare, di Francesca Tranchida, una sarta autodidatta [7]. Secondo la mia attuale ricerca, nel periodo 1881-1956, queste donne non sembrano aver partecipato alla vita letteraria della Reggenza. Erano “tutte casa e famiglia”? No, perché alcune – come Nadia Gallico Spano – si sono impegnate nell’antifascismo, pagando a caro prezzo questo impegno con prigioni e campi di concentramento. Questo capitolo delle donne italiane in Tunisia è ancora tutto da scrivere. 

8075Perché le loro famiglie giunsero in Tunisia?

Numerosi autori richiamano alla memoria il primo esilio, quello degli antenati o dei genitori, un momento fondante nella storia familiare. Le ragioni variano a seconda dell’epoca, del percorso individuale e delle aspettative.

Così, Guido Provenzal evoca l’emigrazione del padre, che aspirava a salire nella gerarchia sociale grazie al sostegno degli esuli politici e di altri “eliminati” giunti nella Reggenza di Tunisi nella prima metà del XIX° secolo. 

«A Tunisi viveva allora [nel 1875], tra gli altri liberali intolleranti del bastone tedesco, Giuseppe Morpurgo, uomo di rara virtù e di forte ingegno, legato da vincoli di parentela e, quel che più conta, di salda amicizia col nonno. Ripetutamente egli aveva insistito perché, liquidati gli affari, rachitici e malsicuri di Pisa, mio padre venisse a Tunisi dove, a suo parere, un negoziante intelligente e attivo avrebbe potuto in breve tempo raccogliere una buona fortuna. Mancavano certo gli agi di una vita più raffinata; difettavano le mille risorse d’una vita intellettuale; ma si respiravano le aure salutari e riparatrici della libertà» [8]. 

Poi negli anni 1881-1900 le “nude braccia” lasciarono la Sicilia o la Sardegna per rimediare alla miseria e alle sventure che li avevano sopraffatti. I personaggi di Cesare Luccio, Michel Auguglioro o Rosaire Di Stefano sono emblematici. Non recalcitrarono a lavorare per guadagnare denaro e vivere dignitosamente. Tuttavia pochi beneficiarono della mobilità sociale ascendente come Giovanni Disca [9], un muratore che divenne imprenditore a Hammam-Lif, costruttore del “Palais Disca” inaugurato nel 1933. Godette allora di un fortissimo riconoscimento sociale, fu chiamato “Don Disca” con deferenza, poi fu decorato con il Nichan Iftikhar [10] dal Bey di Tunisi nel 1934.

Nella Sicilia degli anni 1920-1930, le difficoltà economiche erano aggravate dalle atrocità dei fascisti, dai crimini della mafia, dai soprusi dei nobili. I personaggi di Jean Louis Amiel, Flavien Errera, Francesca Tranchida e Jeanine Bevinetto raccontano storie drammatiche in proposito.

Infine motivi personali come tradimenti, furti, disonore oppure il futuro dei propri figli spingevano le persone a emigrare verso un avvenire più promettente. È il caso di Giuseppa La Fortuna. 

«Non è la mia Sicilia che lascio ma il declino che ci attende sotto gli occhi dei nostri figli. Non vedranno mai il padre perdere il controllo della stazione di posta. Non lo accompagneranno mai al porto a mendicare lavoro: chi vorrebbe uno storpio? I miei figli non lasceranno mai la scuola; non lotteranno mai per il privilegio di lavorare come braccianti; non arricchiranno mai un padrone che non si cura della sicurezza dei suoi minatori; non perderanno mai la vita in una galleria di zolfara mal sostenuta, come i tre fratelli di Maddalena. Mai e poi mai!»[11]. 

Wet Eye GlassesDistribuzione geografica e linguistica delle pubblicazioni

La questione della produzione letteraria italo-tunisina dal 1895 fino ai nostri giorni è complessa. Questo lasso di tempo ci pone di fronte alla dispersione spaziale dei libri: tra Tunisia, Italia e Francia, tra archivi, biblioteche, istituti ed altri; ma anche allo sparpagliamento di scritti letterari nella stampa. Oggi ancora alcuni scritti rimangono irreperibili, altri non hanno avuto l’opportunità o il desiderio di pubblicare un libro [12]. Inoltre, i nuovi metodi di pubblicazione – autopubblicazione, editoria digitale, ecc. – complicano ulteriormente la ricerca.

La distribuzione linguistica è avvenuta tra questi tre Paesi. La lingua più utilizzata è l’italiano in 137 opere, pubblicate principalmente tra Italia e Tunisia [13]. Il francese è utilizzato in 65 opere pubblicate in Francia (37) e Tunisia (21). Il dialetto siciliano è la lingua di 2 opere, il dialetto romano di una sola opera.

La lingua testimonia di come vissero gli autori fra tre Paesi, cioè il luogo di nascita, quello d’esilio e quello di cultura. Essa è il vettore della cultura familiare e individuale, dell’educazione, dell’ambiente sociale. Rivela opinioni e sentimenti, nonostante l’estrema modestia di queste storie. Gli autori nati tra il 1848 e il 1922 scrivono in italiano, lingua madre ed insieme lingua di apprendimento, ad eccezione di Scalesi. Gli autori nati tra il 1929 e il 1948 invece appartengono alla generazione dell’acculturazione. Parlavano italiano/siciliano a casa e francese in classe. Sono quindi permeati da una doppia, anzi tripla, cultura.

Gli autori di lingua italiana utilizzano una varietà di registri: la scrittura frettolosa di Giuseppe Messina, quella vivida e spesso ironica di Maurizio Valenzi, la scrittura composta in italiano standard di Nadia Gallico Spano e la scrittura letteraria e poetica di Marinette Pendola e Raffaelle Bensasson. Chi scrive in francese adotta ugualmente una varietà di registri, dallo stile familiare e umoristico di Rosaire Di Stefano a quello prolifico e ironico di Salmieri.

 foto-55II. Dalla poesia alla prosa

La diversità di questi scritti può essere compresa solo in relazione al contesto storico con cui hanno interagito. Essi riecheggiano i cambiamenti e gli sconvolgimenti che hanno caratterizzato la vita della comunità italiana durante il Protettorato [14]; poi raccontano i singoli percorsi di vita. 

Cultura italiana e poesia

Il genere letterario che emerse fin dagli albori di questa letteratura non autoctona fu la poesia. Più di trenta poeti pubblicarono raccolte mentre altri consegnarono alle stampe i loro versi in dialetto siciliano. Non intendevano liberare il linguaggio poetico, ma mantenevano il lessico “sublime” tradizionale. Il loro tema era l’amore in tutte le sue forme: per una donna nei Chants du coeur di Eugène Abita [15], per suo figlio in Parole per mio figlio di Ignazio Drago [16]. Un altro tema importante riguarda le rovine romane in Tunisia, che, pur evocando lo splendore di un’epoca remota, invitano alla riflessione sulla fine di un impero. «Qui, dove un dì brillarono / d’un popolo le gesta,/ or solo pietre e polvere / di tanta gloria resta !» [17]

Menotti Corsini è l’unico a definirsi un «novo poeta barbaro», cioè originario della «Barberia» (Tunisia) dove colloca con precisione le sue poesie, distillando nomi come il Golfo di Hammamet, l’oasi di Gammarth, la spiaggia del Kram, ecc. Certo, tutto ciò può sembrare convenzionale, corrispondente a una moda dell’esotismo per un pubblico italiano poco informato; ma in poesia, è l’unico ad ancorare i suoi versi a questa terra tunisina. I temi sviluppati sono Roma e Cartagine, la mitologia, attingendo dalla sua cultura classica, con riferimenti letterari in particolare a Leopardi, da cui riprende il tema assillante della vita che non mantiene le promesse. E il tema dell’Africa gli è caro, poiché pubblicherà tre raccolte tutte intitolate Canti d’Africa [18].

Evocare i problemi della collettività italiana era piuttosto prerogativa dei giornalisti. Soltanto due eventi storici sono menzionati dai poeti: da un lato le ripercussioni della guerra italo-turca da Giuseppe Perrone [19], dall’altro la promulgazione delle leggi razziali da Guido Medina [20]. Si può affermare infine che le difficoltà della vita quotidiana non vengano mai affrontate, se non da Scalesi.

medinaAutofiction [21], racconti di vita, testimonianze familiari

I primi racconti in prosa sono novelle e testi brevi. Tuttavia, a partire dagli anni 1920, romanzi come quelli di Margherita Sarfatti Grassini, Clarice Tartufari, Ferruccia Cappi Bentivegna o i racconti di Cesare Luccio descrivono le condizioni di vita di operai, minatori sardi e contadini siciliani, in un’ottica che può essere definita sociologica. Danno voce alle persone dimenticate, ai lavoratori anonimi, alle donne modeste.

Da parte sua, pur dipingendo un ritratto dei siciliani poveri a Monastir, poi a Hammamet [22], Guido Medina cerca un percorso spirituale, un ideale di fratellanza ecumenica in una Tunisia pacificata.

Tuttavia la Seconda guerra mondiale e poi l’esilio segnano una netta rottura. I traumi sono avvolti da un silenzio doloroso. Quando finalmente gli autori italo-tunisini pubblicano romanzi e memorie, scritti nei Paesi ospitanti, affrontano l’ultimo periodo di vita della comunità per colmare un vuoto, tentando di sanare le ferite e liberando la parola che si sforza di “ricostituire” con frammenti sparsi di vita. I temi dominanti riguardano gli anni trascorsi in Tunisia, l’esperienza della Seconda guerra mondiale e le partenze forzate dal loro amato Paese.

Gli anni 2000 segnano una produzione letteraria più abbondante rispetto al periodo 1956-1999: siamo passati da 11 a 20 tra romanzi, novelle, racconti (16 in italiano e 15 in francese), e da 12 a 25 memorie e storie di vita (26 in italiano e 11 in francese). Il che significa che sempre più persone/autori vogliono raccontare un percorso di vita singolare, vogliono testimoniare il malessere dei migranti, la difficoltà di adattarsi a un altro Paese, anche conoscendone la lingua ma non i codici, la dolorosa sensazione di estraneità nel confrontarsi con lo sguardo degli altri. 

«Il ritorno in patria apriva conti molto salati con la nostra identità. La lingua era uno degli scogli più ardui da superare. Con gli “italiani” non ci si capiva per nulla. […] Provavamo vergogna. I nostri padri provavano vergogna, e così le nostre madri, i nostri fratelli maggiori, i nostri parenti. Vergogna di parlare, di essere come eravamo» [23]. 

9788849711950Nel creare narratori, nell’inventare personaggi provenienti da contesti diversi, nel romanzare eventi reali o nel raccontarli decenni dopo, filtrati dalla memoria, l’immaginazione aiuta a comprendere emozioni, motivazioni e conseguenze umane. Questi scritti danno significato agli eventi storici e contribuiscono a costruire una memoria condivisa che non è più solo orale. Ormai separati gli uni dagli altri dal secondo esilio, i membri della comunità non si ritrovano più; il quadro in cui si svolgeva l’oralità è scomparso. Questi scritti permettono quindi di fissare una memoria e una storia collettive, ma anche ricordi familiari.

 III. Letteratura e memoria

Gli autori migranti contemporanei hanno vissuto poco in Tunisia, sono andati via da molto tempo. Eppure sono consapevoli di un senso di appartenenza alla Tunisia ancora molto forte, pur nella distanza fisica. Sviluppati attraverso il filo della memoria, i temi parlano dell’emigrazione di chi ha lasciato l’Italia e del primo esilio, della vita difficile per alcuni nel Paese ospitante, dell’integrazione nella comunità italiana, dell’interculturalità e dell’alterità, del secondo esilio e dello strazio, della crisi di identità. Ci si potrebbe chiedere cosa abbia spinto questi autori a scrivere un libro pensando alla Tunisia, per molti anche ad une certa età. 

Gli scopi della scrittura

Per numerosi autori migranti, questo è un libro unico. Che siano nel fiore degli anni o alle soglie della vecchiaia, tutti condividono il desiderio di riappropriarsi della propria storia. 

«[Mio padre] ha detto “Mi spieghi che differenza avrebbe fatto sapere se avevate o non avevate una nonna?” “Una differenza enorme!” ho detto, e il mio tono non esprimeva nemmeno una piccola parte dell’indignazione che continuava a montarmi dentro. “La differenza tra l’essere dei naufraghi sulla zattera di una famiglia quadrilatera persa nell’oceano e il poter intravedere una minima sponda all’orizzonte!”» [24]. 

51riph854ul-_uf10001000_ql80_Con il passar del tempo, i ricordi affluiscono alla rinfusa, costringendo ognuno a riordinare il proprio percorso e a ricercare le proprie radici per meglio collocarsi nella storia familiare. Chi invece è partito giovanissimo, conserva solo immagini vaghe, ricordi tramandati da una madre o da una nonna, come Marcello Bivona che ha pazientemente raccolto i racconti della madre [25] o Lorenzo Bonazzi che ha registrato le interviste condotte con la nonna [26].Perché l’urgenza è scrivere affinché la memoria delle famiglie e della comunità diventi duratura. Dato che costituiscono l’ultima generazione in grado di portare testimonianza diretta, spetta a loro trasmettere per resistere all’oblio. In effetti «trasmettere è un atto simbolico che ci colloca, come una genealogia, in un movimento di continuità e discontinuità» [27]. 

«Ci sono le nuove generazioni nate in “patria” che non sanno nulla di “ciò che è stato”. Siamo tornati a essere solo italiani o solo francesi e i tunisini, finalmente, solo tunisini. Ma tutti abbiamo perso qualcosa. Noi “superstiti”, nati in quella Tunisia, siamo i moderni andalusi di un’epoca perduta, l’ultima generazione che può testimoniare di un mondo che non esiste più» [28]. 

I pilastri della memoria letteraria

In questo processo di scrittura, gli autori sono ben consapevoli che la loro memoria è inaffidabile. Per questo alcuni dichiarano, fin dall’inizio, la soggettività e la parzialità dei loro scritti, come Huguette Senia-Badeau, che comincia il suo romanzo con queste parole: «La storia inizia dove la memoria di mia madre risale, raccontandomi la sua infanzia con amore e generosità» [29]. Oppure, parlando di “La Grande Guerra”, Nadia Gallico Spano avverte: «Di certi eventi troppo lontani per averne un ricordo, posso tuttavia fare una ricostruzione attraverso i racconti della famiglia che mi sono rimasti impressi» [30].

29Altri tentano di affrontare la soggettività e il filtro della memoria scrivendo una finzione narrativa in cui il narratore è “io”, o stabilendo un rigoroso quadro storico, come nel libro di Jeanine Bevinetto o nella saga di Michel Auguglioro, dove piccola e grande storia sono strettamente intrecciate. Tuttavia, nonostante le diverse scelte letterarie, tutti si affidano a vari supporti, elementi concreti e/o mezzi materiali, per invocare attivamente l’atto del ricordare.

Il primo supporto è la genealogia che presenta un duplice vantaggio: da un lato spiega la presenza della famiglia in Tunisia e ne attesta la posizione nella gerarchia sociale; dall’altro, permette di dipanare i fili della storia cronologicamente. In questo modo, i ricordi personali non sono isolati, ma legati alla parentela e ordinati. La famiglia è una matrice memoriale in cui le donne svolgono un ruolo decisivo, di fronte al silenzio della maggior parte dei padri.

Le immagini degli edifici e delle strade e con la relativa toponomastica sono poi una pietra miliare essenziale che permette una localizzazione precisa. Ogni autore ricorda i luoghi in cui ha vissuto a Tunisi: Bensasson rimane legato all’Avenue de la Marine, Huguette Senia-Badeau alla Rue des Teinturiers, Maria Bianca Pinco alla Rue de Marseille. Altri hanno immagini diverse, come Giuseppe Gabriele che ricorda ancora Takelsa, la scuola di Bir Meroua, il cimitero di Mraissa, la spiaggia di Sidi Raïs, ecc. Questi nomi costruiscono la loro geografia personale, con lo spazio che conoscevano e in cui si muovevano. Questi autori credevano di rimanere per sempre in questa splendida Tunisia dove erano nati. Ma spinti a loro volta dal vento contrario della storia, venivano strappati dalla terra natale, il che implicava anche una geografia esterna: città lasciate, mari attraversati, confini varcati, luoghi di accoglienza dove dovevano ricostruire la loro esistenza.

Un altro supporto: la datazione, resa possibile grazie alla cronologia degli eventi personali e/o storici, nonostante talvolta una certa approssimazione. Il trattamento degli eventi storici avviene solo in relazione all’esperienza di ogni persona. La conoscenza storica si limita quindi alla descrizione di fatti e situazioni, senza spiegazioni, fatta eccezione per Jeanine Bevinetto. Ma come ha scritto Paul Ricoeur: «[…] la testimonianza costituisce la struttura fondamentale di transizione tra memoria e storia» [31].

Inoltre un ricco apparato iconografico arricchisce diverse storie di vita. Le fotografie si collegano al passato, rievocando persone, luoghi, eventi, storie e sentimenti. Altri documenti, come cartoline, diplomi e certificati, gettano luce sulle loro vite sino alla fine della loro esistenza familiare in Tunisia. Offriranno alle generazioni future uno sguardo sul passato. Allo stesso modo, gli oggetti riportati dalla Tunisia contengono molti ricordi legati alle persone che li hanno posseduti: il mortaio realizzato da Gaspare, scalpellino, caro a Maria Bianca Pinco [32]; il baule, due bracciali e il pianoforte della bisnonna Virginia Montelatici [33].Questi oggetti conservano la nostalgia di in mondo scomparso per sempre.

Possiedono anche un patrimonio immateriale che rimane nascosto dentro di loro: odori, colori e sapori che rappresentano la quintessenza della loro memoria. 

«Una totale empatia con questo Paese è sufficiente per poter ricordare: al suono di una parola o di un’espressione, al profumo di un bouquet di gelsomino o di fiori d’arancio, alla musica di un malouf o di un semplice zokra, alla promessa di un tè alla menta o di un makhroud, tutto torna» [34]. 

51dwqz0eojlInfine la lingua della scrittura riflette sia la loro quotidianità nella Tunisia cosmopolita che le abitudini e la loro cultura in generale. Infatti, nell’esperienza del ricordo individuale, la memoria è anche profondamente legata alla lingua mista che la trasmette. Spesso scritti all’incrocio di diverse lingue, questi testi postcoloniali sono caratterizzati dall’eterolinguismo, ovvero dalla compresenza di lingue diverse in un testo letterario.

Tuttavia, compilati molto tempo dopo la partenza dalla Tunisia, questi testi dimostrano i limiti della memoria che, con il tempo, mescola, filtra o addirittura dimentica. Per Giuseppe Messina, «Gli anni 50/60 furono tempi favolosi per la nostra passata gioventù, che purtroppo non torneranno mai più!…» [35], mentre per altri rimangono per sempre segnati dai gravi eventi della decolonizzazione e dall’esilio forzato.

La necessità di ricordarsi che ha spinto questi autori a scrivere le loro storie implica la riappropriazione delle loro vite. È attraverso l’atto del ricordo, un gesto iterativo e spesso spontaneo, che l’effimero si imprime, che si trasforma in un ricordo imperituro, degno di essere custodito. In questo modo, contribuiscono a trasmettere una memoria familiare, sperando che il loro ricordo perduri, come auspicava Francesca Tranchida: «Questo mio nome potrete sempre ricordare / Di Francesca mai dimenticare» [36].

 IV.  Ricostruzioni dell’identità

Le riflessioni condotte durante il processo di memoria e di scrittura portano alcuni autori a mettere in discussione la costruzione, o addirittura la ricostruzione, delle identità. 

Una pluralità di voci

Nel nostro corpus, i narratori sono sia «IO», autobiografico o “autofictionnel”, sia LUI o LEI. Sono circondati da una schiera di personaggi: parenti, vicini, amici, compagni di lavoro, conoscenti, ecc. 

«L’Io, presente allo stato puro… vede nell’altro a cui sta per rivolgersi il respiro del futuro, e a singhiozzo, al di là di ogni verbo, prima ancora che una parola venga pronunciata, prima che una frase venga tracciata, la folla dei lui o lei di cui vuole parlare, minacciata dall’immobilità, inizia a recedere nel passato come un gruppo di statue di sale che si irrigidiranno fuori dal tempo» [37]. 

38I narratori si distinguono gli uni dagli altri per la psicologia, per l’ambiente socio culturale e politico, il che conferisce una pluralità interna a questi testi. Gli autori giocano con diverse lingue (italiano, francese, arabo dialettale, siciliano, a volte giudeoarabo) e diversi registri (dal letterario al familiare, ad esempio in Salmieri o Modigliani), creando un dialogo culturale e linguistico. In questa polifonia, alcune voci narrative incarnano tensioni: tra appartenenza all’Italia e appartenenza alla Francia per via delle naturalizzazioni, tra nazionalità tunisina e/o radici tunisine.

Questa ambivalenza si riflette in modo particolare nella saga di Michel Auguglioro. 

«- Sì, ma per voi sarà più facile. Ci sono università ovunque e sarete a casa.
Michel trasalì. Quel commento gli sembrò sgradevole e inappropriato. Il “chez vous” suonava falso. Significava che i tunisini erano già nell’era post-protettorato, che stavano distinguendo tra due Paesi ormai molto separati, Francia e Tunisia: ognuno a casa propria. Ma cosa significava esattamente questo “chez vous” per i giovani, francesi o italiani, profondamente legati alla terra in cui erano nati?» [38]. 

Inoltre queste voci esprimono visioni divergenti del colonialismo, cha spaziano dall’ignoranza volontaria all’accettazione fatalistica o alla protesta. La maggior parte ha sostanzialmente ricordato la rigida gerarchia della società coloniale e il “disprezzo” (un termine ricorrente) dimostrato dai francesi verso gli altri. Al di là delle differenze, sono uniti da tratti comuni.           

Alcuni tratti comuni

In Tunisia la costruzione dell’identità individuale degli immigrati italiani iniziò nel XIX secolo, in linea con quella della Colonia italiana già insediata nel Paese, in connessione prima con l’Unità d’Italia e poi con l’Italia post unitaria: così si è passati dall’emigrato all’italiano [39]. L’italianità divenne quindi il riferimento identitario. Durante il protettorato, essa non fu messa in discussione, nonostante le differenze ideologiche, ma rimase l’identità di riferimento per coloro che costituirono una comunità significativa situata tra il potere coloniale francese e la maggioranza musulmana tunisina. Tuttavia, la loro identità si sarebbe evoluta e arricchita di altre acquisizioni.

Oltre all’italianità, i narratori hanno altri tratti comuni: il desiderio di ritrovarsi sulla base della valorizzazione delle origini, la conoscenza della lingua del gruppo che favorisce gli scambi, le stesse usanze, tutti elementi che assicurano una continuità rispetto al vissuto nella regione di origine.

Hanno anche la stessa cucina, una pratica culturale radicata in conoscenze e saperi che si tramanda di generazione in generazione, anche dopo essersi stabiliti in Tunisia. L’immigrazione italiana provocherà un incontro tra culture e abitudini alimentari diverse [40]. La cucina originale subisce così un’evoluzione, appropriandosi delle spezie utilizzate localmente e recuperando metodi di preparazione culinaria precedentemente sconosciuti, come la mloukhia [41], il borghol [42] o il cuscus. Piatto emblematico della cucina tunisina, il cuscus diventa così rappresentativo della mescolanza di culture, ma anche della convivialità. Oltre alla condivisione di conoscenze, si assiste anche allo scambio di pietanze. Diversi autori sottolineano l’importanza del condividere il cibo nella socialità all’interno della famiglia come pure tra vicini, una pratica che contribuisce a creare legami di reciprocità e ad arricchire il patrimonio culinario delle singole famiglie.

Questa diversità esistenziale è evidente non solo nell’uso delle lingue e nella cucina, ma anche nei riferimenti interculturali; tuttavia questa identità plurale dei narratori e dei personaggi viene messa in discussione dopo il secondo esilio. 

itineranceLa ricostruzione dell’identità dopo l’esilio

Lasciare la Tunisia è stata un’esperienza straziante per gli autori così come per in loro narratori. L’esilio ha portato alla perdita dell’identità che si erano forgiati e ha causato una frattura persistente, come testimonia Aline Fino Dhers: «[…] Ho sempre sentito la ferita della migrazione» [43].

Di fronte a un nuovo Paese che stenta a trovare un posto per loro come pure a una famiglia divisa, intraprendono un’indagine genealogica che forse possa consentire loro di ritrovare i loro antenati e comprendere meglio la storia familiare. 

«Sarà la quarantena da Covid a darmi il tempo di approfondire ed eccomi qua, a distanza di anni, a concludere questa ricerca storico-familiare ed il mio viaggio interiore. […] Ho cercato risposte alle tante domande che mi sono fatta, alcune le ho trovate, altre sono rimaste ipotesi» [44]. 

Questa ricerca delle origini permette loro di fare scoperte non solo storiche sulla propria stirpe, ma anche geografiche. Così Andrea De Carlo finisce per rintracciare il ramo materno di suo padre, originario di Cuneo, che viveva in Cile. Conoscere i propri antenati dà un senso di fondamento, che fornisce stabilità alla propria vita presente. Altri, invece, si rifiutano di tentare «il minimo viaggio a ritroso» [45].

Eppure molti ci provano. Aline Fino Dhers ha condotto un vero e proprio lavoro d’indagine personale che l’ha portata a Malta, in Sicilia, in Sardegna, infine in Tunisia dove «è ancora attaccata una parte della [sua] anima» [46]. Per altri, il ritorno in Tunisia, dopo un lungo viaggio interiore, dovrebbe permettere loro di comprendere la forte nostalgia per il loro Paese natale. Questo viaggio provoca spesso un’intensa carica emotiva, perché riguarda il ritrovamento delle proprie radici, dei ricordi d’infanzia, dei luoghi familiari, di volti talvolta noti. Risveglia ricordi a lungo sepolti, ma affronta anche la realtà del tempo che passa e degli inevitabili cambiamenti. 

«[Mia madre] ascoltava i commenti di quanti, partiti come noi al tempo dell’indipendenza, erano tornati. I loro racconti erano sempre carichi di delusione e sconforto: “È cambiato tutto”, “Non è più la nostra Tunisi”, “Cristiani non se ne vedono più”…» [47]. 

Ovviamente il Paese è cambiato con il passare del tempo. Gli sviluppi tecnici e materiali hanno contribuito a trasformare il mondo della loro infanzia e adolescenza. Benedetto F. Pinô ne fa un inventario: la Basilica del Kef non è più utilizzata, la fontana è sparita, gli asini non trasportano più frutta e verdura per le viuzze della cittadina, con la conseguente scomparsa di scene di vita campagnola, i sentieri sono sostituiti da nastri d’asfalto invasi «dal traffico automobilistico, sempre più inquinante e rumoroso» [48], il flauto secolare è soppiantato dai transistor, ecc. E che dire del vandalismo degli uomini che, unito alle devastazioni del tempo, riduce i monumenti dell’antichità a uno stato di rovina [49]. Il viaggiatore trova quindi paesaggi e luoghi modificati, costumi diversi e, a volte, una sensazione di discrepanza tra l’immagine idealizzata della sua memoria e la realtà attuale.

Ma tornare nel Paese natale significa anche riconnettersi con una parte della propria identità, con le lingue della memoria, la cultura e le tradizioni, il che rafforza il sentimento di appartenenza. Eppure a volte è impossibile. 

«[…] nel momento in cui scrivo queste pagine, non sono mai tornata nel paese dove sono nata […] come se un divieto assoluto mi impedisse di soddisfare questo profondo desiderio. […] So di avere paura. Paura di essere delusa. […] Paura di un traboccare di emozioni. Paura dello shock che proverò» [50].           

clt7Disagio dell’emigrante, esilio interiore e sradicamento

Partendo dalla Tunisia, i narratori migranti si sono lasciati alle spalle le proprie radici, la propria vita sociale, le proprie usanze e le tombe dei cari defunti. Questa separazione ha creato un vuoto interiore, una nostalgia che ha alimentato un senso di incompletezza. Sistematisi nel loro nuovo Paese, Italia o Francia che sia, incontrano lo sguardo degli altri, che li fa sentire diversi, «marziani» [51], estranei a sé stessi. In effetti, le loro “multiple eredità” li turbano.

«E poi, in fondo, Zizo lo irritava con il suo sermone romantico sul modo di stare seduto con il culo tra due sedie. Va bene quando ce ne sono solo due. Un vago amalgama di marrani sbarcati dallo scalo toscano, sefarditi indigeni arrivati prima dell’Islam, vandali forse convertiti, immersi nel bagno musulmano di un protettorato francese, lo aveva reso un ebreo non circonciso e un ateo, un ebreo goy insomma, né tunisino né italiano ma francese per legge e per educazione, francese per sintesi e per passione» [52]. 

Sperimentano quindi una dualità tra l’identità ereditata e quella che devono ricostruirsi per integrarsi. Essendo diventati cittadini di un altro Paese, i genitori provano difficoltà ad adattarsi. Inoltre un divario si crea con i figli che vengono educati in un ambiente completamente diverso che incoraggia nuovi comportamenti. 

«Papà, da parte sua, viveva in un mondo molto più introverso. Ma, oltre a doversi adattare a una nuova vita, a nuove abitudini e a nuovi principi morali, dovette affrontare una rivolta impensabile nella società da cui proveniva. Una rivolta guidata dalle sue figlie, che rivendicavano libertà per lui inconcepibili» [53].  

Oltre alle nuove libertà, i figli e le figlie colgono al volo l’opportunità di studiare. Così Jeanine Bevinetto spiega la sua testardaggine nel farsi un posto in questo Paese «superando tutti gli ostacoli, con la feroce volontà di riuscire» [54]. Per altri queste incertezze hanno alimentato una ricerca incessante di punti di riferimento e appartenenza prima di ritrovare una unità identitaria. «Le lotte interiori per capire chi fossi sono state numerose e i dilemmi dolorosi. Oggi accetto la mia discendenza siciliana e la mia cultura francese» [55].

È quindi l’autoriflessione, poi il meccanismo della scrittura a condurli a riconoscere la loro ricchezza culturale e a stabilire e rivendicare la loro diversità esistenziale.

 V.  Rapporto con l’altro

Vivere tra due mondi in un contesto coloniale significa confrontarsi costantemente con tensioni tra assimilazione e resistenza, dominio e affermazioni identitarie, che a volte producono prospettive contrastanti, ma anche opportunità di evoluzione personale. La società coloniale è molto gerarchica e compartimentata dal punto di vista etnico, sociale e religioso. I colonizzatori spesso lanciano uno sguardo segnato da superiorità e diffidenza, riducendo l’altro a stereotipi. 

«Così era la vita. Dall’alto della piramide dove troneggiavano i francesi, il disprezzo si riversava sugli italiani e sui siciliani, poi sugli ebrei, situati appena al di sopra degli indigeni che, incapaci di disprezzare nessuno, vivevano in una nascosta ostilità verso tutti gli altri» [56].   

61ifhszy7blLa percezione degli altri

Ai tempi del protettorato in Tunisia vivevano diversi gruppi etnici: «arabi», francesi, maltesi, greci, polacchi, rifugiati russi venuti in seguito alla Rivoluzione d’Ottobre, profughi spagnoli dopo la guerra di Spagna, ecc.

Come le altre minoranze europee, ad eccezione di quella francese, la comunità italiana costituiva un gruppo intermedio in una società segmentata lungo linee etniche che interagivano con divisioni sociali ed economiche. Questa posizione intermedia tra colonizzatori e colonizzati è chiaramente avvertita da alcuni narratori o personaggi che provano un certo disagio. Così, poco dopo il suo arrivo a La Goulette negli anni ‘80 dell’Ottocento, Giuseppe Gugliaro fu raccomandato dal cugino Agostino a un ingegnere francese per essere assunto nel cantiere del canale, scavato per la costruzione del porto di Tunisi. 

«Giuseppe provò un certo imbarazzo nel passare accanto a quegli uomini, tutti arabi, per il fatto di essere un privilegiato. Sentì il peso dei loro sguardi, immaginò i loro commenti nel vedere un “europeo”, un rumi, passare direttamente davanti a loro. Giuseppe sorrise tristemente, pensando di aver “fatto un salto di qualità” ottenendo quel privilegio, che era piuttosto relativo, ne era ben consapevole» [57]. 

Gli italiani guardavano ai colonizzatori con un misto di rifiuto, resistenza, adattamento o fascino, impressioni che mutarono nel tempo. Considerando che la Francia li aveva spossessati della Tunisia, inizialmente si dimostrarono ostili nel loro complesso. Alcuni conservarono il ricordo di questa forte inimicizia, come la nonna di Lorenzo Bonazzi: «[…] consideravo i francesi nostri nemici giurati» [58]. Ma la comunità era caratterizzata dall’eterogeneità dei suoi cittadini e dall’ambivalenza nei rapporti con la madrepatria e il colonizzatore. Infatti, mentre l’élite rimaneva italiana, le classi lavoratrici erano potenziali candidate alla naturalizzazione francese, perché la nazione del protettore poteva assicurare loro mezzi di sussistenza o una promozione sociale nell’amministrazione, nei cantieri edili o in agricoltura.

Gli italiani si sentono vicini agli Europei con cui condividono la religione cristiana, il cibo e lo stile di abbigliamento. Negli scritti, tuttavia, le altre minoranze compaiono solo attraverso pochi individui. Per gli italiani, infatti, «l’altro» è soprattutto «l’arabo». I rapporti con gli «arabi» sono difficili da instaurare, soprattutto a causa dei pregiudizi. Così, la bambina, protagonista di La riva lontana, ascolta gli adulti che le hanno «detto più volte di non fidarsi degli arabi» [59]. Allo stesso modo, per il giovane Nathanaël Montefiore, gli arabi sono «ladri, bugiardi e fanatici. […] Non si lavano mai e puzzano» [60]. Saranno le loro esperienze personali ad aprire loro gli occhi.

Mentre le relazioni interpersonali esistono al lavoro, nei bar o per le strade del quartiere, sono rare nell’intimità delle case e delle famiglie. La vicinanza emotiva, la familiarità, l’impegno affettivo e l’apertura sono riservati solo alle famiglie allargate e a pochi amici. In campagna, tuttavia, i rapporti tra italiani e tunisini sono meno distanti. Così, quando Rosaria Gugliaro partorisce a Besbessia, sono Habiba, una vicina, e la “vecchia Khadija”, una levatrice, ad assisterla [61].

In diverse famiglie italiane era presente la servitù autoctona: custodi, autisti, domestiche (Salmieri, Modigliani, Errera, Pinco, Jésupret o Auguglioro), o semplicemente donne che aiutavano quando si faceva il bucato (Senia Badeau). Questi personaggi secondari servivano le famiglie, ma negli scritti rimangono in disparte, senza un’esistenza personale.

Dopo la Seconda guerra mondiale, nonostante le crescenti tensioni sociali e politiche, i rapporti tra i gruppi etnici si evolvettero, almeno per i giovani, come attestano Giuseppe Messina e Mario Meo: 

«Durante le festività religiose ma anche in altre occasioni come matrimoni, nascite, cresime e funerali, ovunque si usasse fare degli inviti ai parenti, l’invito si allargava anche ad amici e vicini, qualunque fossero le loro religioni» [62]. 

Tuttavia, questa testimonianza rivela i limiti delle relazioni con gli «arabi», la mancanza di familiarità nella vita quotidiana. La casa rimane uno spazio familiare molto privato e chiuso.

C'era una volta... La mia TunisiPercepirsi come l’altro

Diversità, comprensione dell’altro e umanità sono le chiavi di lettura di alcuni racconti di autori migranti. L’incontro con l’altro avviene senza alcuna riluttanza, non in uno spirito ecumenico come in Monastir, terre de Tunisie di Guido Medina, ma in uno spirito di grande apertura al prossimo. La loro socievolezza permette di andare incontro all’altro, di comunicare con lui e, possibilmente, di sviluppare con lui legami profondi. Allora l’accettazione diventa reciproca, perché sono gli uomini a decidere, in coscienza.

Così Piero Memmi [63], piccolo proprietario terriero, narra nei suoi brevi racconti autobiografici la vita nella campagna del Cap Bon. Si rappresenta in totale osmosi con la gente del villaggio, di cui condivide la vita e di cui parla la lingua, avendoci vissuto fin dall’infanzia. Ritrae personaggi accattivanti, uomini e donne, contadini e artigiani, il cui tempo trascorre tra occupazioni professionali, usanze e feste varie. Piero Memmi è come l’altro. Allo stesso modo, Michele Gugliaro ha la stessa umanità del suo amico nazionalista Habib Khayati, anche se non condividono le stesse idee.

Questi sguardi incrociati riflettono una profonda disuguaglianza sociale, ma rivelano anche la complessità di un’identità in costruzione: lacerata, a volte alienata, ma anche capace di reinventarsi fondendo elementi dei due mondi. La società coloniale appare così come uno spazio di confronto, ma anche di mescolanza culturale e identitaria.

 VI.  Riconfigurazione del legame con la Tunisia 

Fin dall’antichità la Tunisia non ha smesso di nutrire l’immaginario collettivo. Dalla leggenda di Didone, da quella di Annibale fino ai racconti dei viaggiatori europei, questo piccolo territorio nel cuore del Mediterraneo è stato costantemente investito di significati simbolici. Cartagine incarna un mito fondatore, il deserto alimenta fantasie di esotismo e infinito, mentre la medina, i souk e le oasi hanno a lungo fatto da sfondo a una Tunisia onirica, plasmata dallo sguardo dell’Altro. Ma al di là delle rappresentazioni imposte, la Tunisia è anche reinventata dai suoi stessi scrittori. Come è diventata uno spazio immaginario per gli autori italo-tunisini? 

progetto-senza-titolo-63Dalla terra promessa al Paese perduto

Come già detto, i migranti italiani giunsero in Tunisia, alcuni attratti da uno spazio di libertà che non avevano più negli Stati italiani nella prima metà dell’Ottocento, altri – la maggioranza – desiderosi di una vita migliore. La Tunisia aveva allora la fama di essere una terra promessa, una «piccola America» [64], una «Cornucopia» [65], un «Giardino dell’Eden» [66]. Gli autori hanno narrato il duro lavoro dei loro antenati immigrati per dissodare e coltivare, per costruire. Gli sforzi dei loro antenati e poi i propri spiegano l’attaccamento viscerale alla terra. Giuseppe Gabriele scrive:  

«Quella terra, non più sfruttata dai tempi degli antichi romani, diede risultati favolosi, tanto che venne ribattezzata “la terra dell’abbondanza”, e sino al ‘64 la chiamai così: era la mia terra» [67]. 

Eppure, durante tutto il protettorato, i tunisini non smisero mai di lottare affinché il loro Paese diventasse indipendente e sovrano, padrone della propria terra, senza alcuno spirito di condivisione. La decolonizzazione costrinse le minoranze a lasciare la Tunisia. Fu un dolore straziante, un dolore sordo che non li avrebbe mai abbandonati. Marcello Bivona scrive che sua madre ha lasciato lì il suo cuore quando se n’è andata. Dopo queste partenze forzate, hanno serbato la sensazione di aver perso il loro Paese natale, il mondo della loro infanzia e giovinezza. 

La Tunisia, nuovo spazio immaginario

La dispersione degli italiani negli anni 1950 portò alla morte della comunità e ne frantumò la memoria. Da allora in poi, cercarono di vivere in un ipotetico “altrove”, senza guardarsi indietro. Solo negli anni ‘90 emergono i primi ricordi: della loro infanzia felice, mitizzata, della loro vita in una Tunisia sognata, cosmopolita e benevola. Raccontando le loro storie passate, gli autori migranti si riconnettono idealmente con quel Paese della loro infanzia. Da argomento tabù, la Tunisia diventa un tema ricorrente. Da “terra promessa” si evolve verso un nuovo immaginario. La letteratura allogenica viene trasformata in letteratura dagli autori migranti. La perdita della memoria cede il passo al diritto alla memoria, a cui la scrittura conferisce una nuova dimensione.

Questi autori costituiscono ormai un gruppo per il quale la memoria collettiva è, secondo Pierre Nora, «il ricordo o l’insieme dei ricordi, consapevoli o meno, di un’esperienza vissuta e/o mitizzata da una comunità che vive con un’identità il cui senso del passato è parte integrante» [68].

Tuttavia, dopo la «Rivoluzione del gelsomino» e le «Primavere arabe» è emerso un rinnovato interesse. Autori italiani o francesi si stanno focalizzando sulla Tunisia, in cerca di un nuovo spazio in cui vivere, di una visione stimolante per proiettare un futuro diverso. 

«Da tutta la vita volevo un posto che mi appartenesse e cui appartenere, l’avevo cercato a Torino, quando smarrita correvo al mercato di Porta Palazzo per vedere altri volti, colori più familiari, sentire parlare altre lingue, respirare odori e sapori che la mia anima anelava. A Tunisi ho trovato subito il mio ambiente, la mia dimensione […] Mi sono subito sentita vicina a quel popolo, avevo voglia di mescolarmi con loro, mimetizzarmi pur dichiarandomi libera» [69]. 

Questo nuovo immaginario si nutre non solo di una visione ispiratrice, ma anche di un multiculturalismo desiderato per scappare ad una sola cultura. Ciò è particolarmente evidente nei racconti di viaggio e nei romanzi i cui autori non hanno precedenti personali o familiari con la Tunisia. 

«Rue de la Croix […] nella vecchia città di Lione […] Da lì è partito il mio viaggio senza ritorno verso il sud, verso quello che credevo la terra del “sole dei morenti” mentre è diventata un’alba nuova» [70]. 

La Tunisia si rivela così molto più di uno spazio geografico: è un territorio immaginario dalle molteplici sfaccettature, un Paese in continua costruzione attraverso lo sguardo dell’altro ma anche attraverso le sue storie. Ogni libro aggiunge una strategia a questo immaginario, a volte idealizzato, a volte contestato, ma sempre vivo. La rivoluzione del 2011 ne ha offerto un’illustrazione lampante, proiettando la Tunisia come simbolo di un possibile rinnovamento democratico nel mondo arabo. 

9788897264521Conclusione

In definitiva, gli scritti di questi autori riflettono una traiettoria letteraria e storica unica: nati in un contesto coloniale e nutriti dall’esperienza dell’esilio, si sono successivamente aperti all’immaginario e all’universale. La loro diversità di generi e voci compone una memoria plurale, intrecciando identità, trasmissione e relazioni con l’Altro.

Considerati nel loro insieme, questi testi vanno oltre la dimensione puramente comunitaria per costituire un patrimonio letterario mediterraneo, il cui studio non solo ci permette di comprendere meglio un aspetto ancora poco noto della storia culturale, ma anche di esaminare questioni ancora attuali: migrazione, esilio, memoria e creazione. Si tratta quindi di una letteratura al tempo stesso radicata e in continuo mutamento, fragile perché dimenticabile, ma preziosa in ciò che rivela e trasmette. 

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025 
[*] Testo presentato al Convegno della IV edizione di Matabbia: Da una riva all’altra, da una lingua all’altra, da un immaginario all’altro: Scritture migranti italiane nel Mediterraneo, Marsiglia, 11-13 settembre 2025.
Note
[1] Yves Châtelain, La vie littéraire et intellectuelle en Tunisie de 1900 à 1937 (Paris: Librairie P. Geuthner, 1937).
[2] D. Laguillon Hentati et S. Finzi (dir.), Écrivains et poètes italiens de Tunisie. Scrittori e poeti italiani di Tunisia (Tunis: Finzi éd., 2007).
[3] Alessio Loreti, La Tunisie et les écrivains italiens (1900-1950), (Alessio Loreti © Marseille 2024).
[4] Vedasi il capitolo di presentazione, in Danielle Laguillon Hentati et Silvia Finzi (dir.), Écrivains et poètes italiens de Tunisie. Scrittori e poeti italiani di Tunisia:.9-30.
[5] Rosa Canonici, Testimonianza diretta. Tunisi, ottobre 1938 (Napoli: Libero, 1999).
[6] ”Appunti. Quasi una autobiografia”, Ignazio Drago, Parole per mio figlio, A cura di N. Cencini (Ancona: Casa editrice Il Lavoro Editoriale, 2003): 107.
[7] Danielle Laguillon Hentati, “De la remémoration à l’écriture: le cas Francesca Tranchida” (Tunis: Revue IBLA, n° 233-234, 2024) : 59-75.
[8] Giulio Provenzal, Ricordanze tunisine (Roma: Tip. Dell’Unione Cooperativa Editrice, 1908?, Estratto da: Rivista d’Italia, a.11, fasc.10, ottobre 1908): 605-616.
[9] Jean Louis Amiel, Palais Disca(Paris:Éditions Le Lys bleu, 2024): 179.
[10] Il Nichan Iftikhar è un’antica onorificenza tunisina creata all’inizio del regno di Ahmed I Bey, bey della Reggenza di Tunisi dal 1837 al 1855. Questa prima onorificenza tunisina fu conferita per premiare i servizi civili e militari a cittadini sia tunisini che stranieri. Fu conferita fino all’abolizione della monarchia husseinita, avvenuta il 25 luglio 1957.
[11] «Ce n’est pas ma Sicile que je quitte, mais cette déchéance qui nous guette sous les yeux de nos fils. Jamais ils ne verront leur père perdre la direction du relais de poste. Jamais ils ne l’accompagneront sur le port pour quémander un travail: qui voudrait d’un infirme? Jamais mes fils ne quitteront l’école; ne se battront pour le privilège de travailler comme journaliers; n’enrichiront un patron qui se fiche de la sécurité de ses mineurs ; ne perdront la vie dans une galerie de soufrière mal étayée, comme les trois frères de Maddalena. Jamais». Françoise Gallo, La Fortuna (Paris: Liana Levi, 2019): 112. N.B. Tutte le traduzioni dal francese sono mie.
[12] 12 autori hanno pubblicato scritti o poesie nella stampa, particolarmente i poeti in dialetto siciliano.
[13] Cioè 93 in Italia, 33 in Tunisia, 5 in altri Paesi: Algeria, Libia, Belgio, Egitto, Polonia.2 hanno pubblicato sull’internet. Infine 4 sono rimasti inediti fin’ora.
[14] Danielle Laguillon Hentati, «La collectivité italienne de Tunisie entre mémoire et littérature», Revue de l’Institut des Belles Lettres Arabes (Tunis: IBLA, 1/2019, n°223): 65-89.
[15] E. Abita, Les chants du cœur (Paris: La Caravelle, 1932).  
[16] Ignazio Drago, Parole per mio figlio (Tunis: Il Ghiblì, 1930).
[17] Ercole Labronio, “Nova Carthago”, in Sotto le ceneri, Impressioni e ricordi- Istantanee. Scene e Sonetti barbareschi dal vero (Roma: Tip. Dell’Unione cooperativa editrice, 1896): 10.
[18] Menotti Corsini, Canti d’Africa, (Florence: L’Arte della stampa, 1923); Canti d’Africa: liriche, Illustrazioni di Luigi Melandri (Milano: Casa editrice sociale, 1926); Canti d’Africa, 2° ed. (Firenze: L’arte della stampa, 1930).
[19] Giuseppe Perrone, La guerra italo-turca e la sommossa tunisina. Canti patriottici (Tunis: Stamperia L. Soraci, 1913).
[20] Guido Medina, Il grido d’un Italiano (Tunis: Hadida, 1938); Le cri d’un Italien, Rééd en français (Paris: Éd. Parisis, 1939).
[21]Autofiction (voce Treccani): Termine francese coniato nel 1977 dallo scrittore francese Serge Doubrovsky (in riferimento al suo romanzo Fils), composto da auto(biographie) (‘autobiografia’) e fiction (‘narrazione di fantasia’).
[22] Guido Medina, Monastir, terre de Tunisie (Tunis: Imp. Artypo, 1940), Hammamet, verger des cantiques (Tunis: Aloccio, 1943).                                             
[23] Marcello Bivona, L’ultima generazione (Nardò: Besaeditrice, 2025): 158-159.
[24] Andrea De Carlo, La geografia del danno (Milano: La Nave di Teseo editore, 2024): 12.
[25] Marcello Bivona, L’ultima generazione (Nardò: Besaeditrice, 2025).
[26] Lorenzo Bonazzi, Al di là del mare. Una storia italiana tra due sponde del Mediterraneo (Ancona: ae affinità elettive, 2024).
[27] «Transmettre est un acte symbolique qui nous inscrit comme une généalogie dans un mouvement de continuité et de discontinuité». Aline Fino Dhers, Itinérance.Histoire d’une migration familiale en Méditerranée 1860-1958 (Paris: L’Harmattan, 2019): 202.
[28] Marcello Bivona, L’ultima generazione, cit.: 190.
[29] «L’histoire commence là où remonte la mémoire de ma mère qui m’a raconté son enfance avec amour et générosité.» Huguette Senia- Badeau, Entre Sicile et Tunisie (Paris: Société des Ecrivains, 2009): 5.
[30] Nadia Gallico Spano, Mabrùk. Ricordi di un’inguaribile ottimista (Cagliari: AM&D Edizioni, 2006): 89.
[31] « […] le témoignage constitue la structure fondamentale de transition entre la mémoire et l’histoire ». Paul Ricoeur, La mémoire, l’histoire, l’oubli (Paris: Seuil, 2000): 26.
[32] Maria Bianca Pinco, Il mortaio di Gaspare (Roma: ATS Italia editrice, 2024).
[33] Rosamaria Maggio, Migrazioni italiane in Tunisia. Storia dei Montelatici dagli inizi dell’Ottocento (Wroclaw: Amazon Fulfillment, 2025).
[34] «L’empathie totale avec ce pays nous suffit pour que, au détour d’un mot ou d’une expression, au parfum d’un bouquet de jasmin ou de fleurs d’orangers, à la musique d’un malouf ou d’une simple zokra, à la promesse d’un thé à la menthe ou d’un makhroud, tout revienne». Michel Auguglioro, ʺAvant-proposʺ, in La Partenza Trapani-Tunisi (1881-1907) (Tunis: Éd. Carthaginoiseries, 2008): 10.
Il malouf costituisce un genere di musica arabo-andalusa derivato dalla tradizione di Siviglia, introdotta nel Maghreb dai rifugiati musulmani andalusi ed ebrei sefarditi dopo la ReconquistaLa zokra è uno strumento musicale tunisino che termina con due corna di pecora; si suona con la bocca, senza sacca, come il clarinetto. Il makhroud è un dolcetto tradizionale tunisino che viene preparato sovrapponendo uno strato di pasta a base di semola di grano duro e uno strato di pasta di datteri.
[35] Giuseppe Messina, Tunisia. La mia Africa (Testo dattiloscritto gentilmente fornito dall’autore, 2018): 41.
[36] “Un pensiero alle persone anziane come mè”, in Francesca Tranchida, I Miei Primi Novantanni (S.i., S.d. 1995?): 10.
[37]«je, présent à l’état pur…elle voit dans l’autre auquel elle va s’adresser le souffle du futur et par à-coups, en deçà de tout verbe, avant même qu’aucun mot ne soit prononcé, qu’aucune phrase ne soit tracée, la foule des il ou elle dont elle veut parler, menacée d’immobilité, commençant à reculer vers le passé comme un groupe de statues de sel qui se figeront hors du temps». Carmen Licari, L’école bleue (Tunis: L’Or du temps, 2005): 25.
[38] «Oui, mais pour vous, ce sera plus facile. Il y a des facs un peu partout et vous serez chez vous. «Michel tiqua. Cette réflexion lui parut désagréable et déplacée. Le “chez vous” sonnait faux. Il signifiait que les Tunisiens étaient déjà dans l’après-protectorat, qu’ils faisaient la distinction entre deux pays désormais bien séparés, la France et la Tunisie: chacun chez soi. Mais que voulait dire exactement ce “chez vous” pour des jeunes, Français ou Italiens, attachés profondément à cette terre qui les avait vu naître?» Michel Auguglioro, Besbessia. L’odeur des fenouils sauvages. La partenza 2 (Tunis: Éd. Carthaginoiseries, 2009): 282.
[39] Danielle Laguillon Hentati, “Italiani di Tunisia: lingua e identità (1816 – 1896)”, in Finzi Silvia (dir.), L’Unità italiana vista dalla riva sud del Mediterraneo (Tunisi: Ed. Finzi, 2012): 65-82.
[40]Danielle Laguillon Hentati, “De la mémoire gustative chez quelques auteurs italo-tunisiens”, Communication en distanciel, Colloque international ˮLe patrimoine culinaire dans les pays du bassin méditerranéen: diversité, originalité, innovationˮ, sous l’égide de l’Association Méditerranéenne pour la Pédagogie et la Citoyenneté, Tunis3-4-5 novembre 2023. – Actes du colloque en cours de publication.
[41] La mloukia è un piatto popolare in Tunisia. Si tratta di uno stufato a base di foglie di iuta (corchorus olitorius L. della famiglia delle malvaceae), ridotte in polvere, e carne di manzo, cotto a fuoco lento per lungo tempo.
[42] Il borghol (chiamato anche bulgur) è un prodotto a base di grano duro, privato della crusca, precotto al vapore ed essicato. Viene spesso cucinato come stufato con agnello e ceci.
[43] «[…] j’ai toujours ressenti la blessure de la migration» Aline Fino Dhers, Itinérance.Histoire d’une migration familiale en Méditerranée 1860-1958: 13.
[44] Rosamaria Maggio, Migrazioni italiane in Tunisia. Storia dei Montelatici dagli inizi dell’Ottocento, cit.: 49.
[45] «le moindre voyage à rebours». Rosaire Di Stefano, À flanc de Bou-Kornine, (recueil de souvenirs), 2ème éd. Revue et corrigée (Ragusa: Les Publications Di Stefano, auto-édition, 2002): 33.
[46] «Une partie de [son] âme est encore attachée». Aline Fino Dhers, Itinérance.Histoire d’une migration familiale en Méditerranée 1860-1958: 70.
[47] Marcello Bivona, L’ultima generazione, cit.:30.
[48]«par une circulation automobile, de plus en plus polluante et bruyante», Sicca Venier, “Amar le Maraîcher”, Nouvelles bambochades tunisiennes (Tunis: Mélanges, Clairefontaine, 2002): 50.
[49] Sicca Venier, “Méditation archéologique”, Nouvelles bambochades tunisiennes,cit.: 135-140.
[50]« […] à l’heure où j’écris ces pages, je ne suis encore jamais retournée dans le pays où j’ai vu le jour. […] comme si un interdit absolu m’empêchait de satisfaire ce désir profond.[…] Je sais que j’ai peur. Peur d’être déçue. […] Peur d’un trop-plein émotionnel. Peur du choc ressenti» Jeanine Bevinetto, De Tunisie en France: Itinéraire d’une famille sicilienne (Domptin:Éditeur Dop communication, 2023): 180.
[51] «martiens». Rosaire Di Stefano, À flanc de Bou-Kornine, cit.:126.
[52]«Et puis au fond, il l’agaçait Zizo, avec son sermon romantique sur comment tenir assis le cul entre deux chaises. Passe encore quand il n’y en a que deux. Un amalgame flou de marranes débarqués de leur escale toscane, de séfarades indigènes d’avant l’islam, de Vandales convertis peut-être, immergés dans le bain musulman d’un protectorat français, l’avait fait juif incirconcis et athée, juif-goy en somme, ni tunisien ni italien mais français par la loi et l’éducation, français de synthèse et par passion». Robert Modigliani, Le bâton et l’eau chaude (Paris: L’Harmattan, 2009): 158.
[53]«Papa, quant à lui, vivait dans un monde beaucoup plus replié sur lui-même. Mais, outre le fait de devoir s’adapter à une nouvelle vie, à de nouvelles habitudes, à d’autres moeurs, il a dû faire face à une fronde, impensable dans la société d’où il venait. Celle menée par ses filles qui revendiquaient des libertés inconcevables pour lui» Jeanine Bevinetto, De Tunisie en France: Itinéraire d’une famille sicilienne, cit.: 165.
[54] «en franchissant tous les obstacles, avec la volonté farouche de réussir» Jeanine Bevinetto, De Tunisie en France: Itinéraire d’une famille sicilienne, cit.: 173.
[55] «Les combats intérieurs pour apprendre qui j’étais, furent nombreux et les dilemmes douloureux. Aujourd’hui, j’assume ma lignée sicilienne et ma culture française». Huguette Senia-Badeau, Entre Sicile et Tunisie, cit :5.
[56] «Ainsi allait la vie. Du sommet de la pyramide où trônaient les Français, le mépris dégoulinait en cascade sur les Italiens et les Siciliens puis les Juifs surplombant de peu les indigènes qui, ne pouvant mépriser personne, vivaient dans une hostilité cachée pour tous les autres» Robert Modigliani, Le bâton et l’eau chaude, cit.: 102.
[57] «Giuseppe éprouvait une certaine gêne à passer devant ces hommes, tous Arabes, d’être un privilégié. Il sentait le poids de leurs regards, imaginait leurs commentaires en voyant passer, avant eux, directement, un ʺEuropéenʺ, un Roumi. Giuseppe sourit tristement en se disant qu’il était ʺmonté d’un cranʺ en obtenant ce privilège, tout relatif, il en était bien conscient». Michel Auguglioro, La Partenza Trapani-Tunisi (1881-1907): 99.
[58] Lorenzo Bonazzi, Al di là del mare. Una storia italiana tra due sponde del Mediterraneo (Ancona: affinità elettive, 2024): 30.
[59] Marinette Pendola, La riva lontana (Palermo: Sellerio, 2000): 53.
[60] «Voleurs, menteurs et fanatiques. […] Jamais ils se lavent et ils sentent mauvais». Robert Modigliani, Le bâton et l’eau chaude, cit.: 105.
[61] Capitolo “Besbessia”, in Michel Auguglioro, La Partenza Trapani-Tunisi (1881-1907), cit.: 257-266.
[62] Mario Meo, C’era una volta la mia Tunisi, (Romagnano al Monte: Book Sprint Edizioni, 2025):.31.
[63] Lucia Valenzi, Piero Memmi dal Capo Bon alle lotte contadine nell’agro nocerino-sarnese (Napoli: Tempi moderni Edizioni s.r.l., 1987).
[64] «petite Amérique». Jeanine Bevinetto, De Tunisie en France: Itinéraire d’une famille sicilienne, cit. : 31.
[65] «Corne d’abondance». Sicca Venier, “Offrande maraîchère”, Nouvelles bambochades tunisiennes, p. 46.
[66] «jardin d’Eden». Agnès Jésupret, Les os noirs (Paris: Liana Levi, 2024): 19.
[67] Giuseppe Gabriele, Quel centimetro in meno, cit.: 41.
[68] La mémoire collective «le souvenir ou l’ensemble de souvenirs, conscients ou non, d’une expérience vécue et/ou mythifiée par une collectivité vivante de l’identité dans laquelle le sentiment du passé fait partie intégrante». Pierre Nora, “La mémoire collective”, in La nouvelle histoire sous la direction de Jacques Le Goff (Paris: Retz-CEPL, 1978): 398.
[69] Rosina Ferrato, Tunisi, la città nascosta. Una guida emozionale (Torino:Neos Edizioni, 2021): 8-9.
[70] Ilaria Guidantoni, Corrispondenze mediterranee. Viaggio nel sale e nel vento (Sestri Levante: Oltre edizioni, 2015): 7.

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Danielle Laguillon Hentati, già professoressa d’italiano nelle scuole superiori francesi. Animatrice di progetti culturali e co-responsabile del Club Histoire (2003-2009) al Lycée Pierre Mendès-France di Tunisi. Membro del gruppo di ricerca “Memoria degli Italiani di Tunisi”. Ricercatrice in storia contemporanea studia la storia dell’insegnamento e la storia degli Italiani in e di Tunisia. Autrice di numerosi articoli sugli autori italo-tunisini.

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