di Riccardo Putti
Antonio Marazzi pubblica nel 2012 per l’editore Carocci Uomini, Cyborg e robot umanoidi. Antropologia dell’uomo artificiale a cui segue nel 2022 sempre per Carocci Un Mondo Artificiale. Le sfide dell’uomo contemporaneo. Questi due testi hanno avuto il merito di aggiornare il dibattito dell’antropologia italiana verso una tematica che era già emersa a livello internazionale nell’ultimo ventennio del secolo passato [1], e di aprire almeno uno spiraglio su questi temi di ricerca nella antropologia accademica italiana.
I due testi usciti con dieci anni di differenza insistono sulla stessa campitura ma con prospettive diverse e anche con una evoluzione o comunque con ottiche leggermente divaricanti. Il primo insiste sull’oggetto Robot/Cyborg e le sue dis/avventure sociali, ovvero su un oggetto plurimo ma puntiforme; il secondo invece apre la prospettiva scavalcando l’oggetto specifico e assumendo come orizzonte di ricerca il landscape artificiale, l’ambiente artificiale creato dall’avvento massivo delle tecnologie digitali che, nel volgere di più o meno mezzo secolo, sono diventate prevalenti nelle società umane provocando una sostanziale riconfigurazione dei rapporti sociali e anche ovviamente del punto di osservazione.
«Andrebbe considerato che il campo di osservazione non soltanto è mutato ma si è talmente esteso da richiedere nuovi appropriati strumenti di analisi e di metodo nella raccolta dei dati» (Marazzi 2012: 15).
Già nel primo testo Marazzi aveva espresso un punto di vista generale, ma, a partire dal titolo, aveva individuato come indagine etnografica una osservazione specifica nella interazione tra Umano e Macchina nella forma delle macchine umanoidi; l’autore comunque osserva questa forma di relazione non solo nell’utilizzo sociale dei robot ma nella stessa progettazione dei sistemi robotici. Dunque l’oggetto del secondo libro è sempre la relazione umano-macchina, anche quella specifica delle macchine antropomorfi, ma immerge questa interazione nella più vasta area dell’ambiente artificiale in cui i robot sono solo una delle varie specificità.
In entrambi i testi Marazzi assume un punto di vista mai troppo schierato tra uno sguardo tecnofilo o uno sguardo tecnofobico, tende invece a far entrare in risonanza le due posizioni sempre con leggerezza e ironia che sono comunque due caratteristiche della sua comunicativa sia scritta che orale.
Mi fa piacere ricordare che di entrambi i libri curai la presentazione nel quadro del mio insegnamento di Antropologia visiva all’Università di Siena.
Uomini, Cyborg, robot umanoidi inizia con un rimando che diviene quasi un riferimento totemico al saggio Toward More Vivid Utopia di Margaret Mead (Mead 1957): il testo della Mead funge come una sorta di prospettografo di Dürer per definire il punto di fuga e al contempo incasellare questa meticolosa analisi sulla antropologia della cibernetica. Si tratta di un saggio che la Mead scrisse poco dopo la conclusione della Macy Conference 1946-1953, ciclo di conferenze che sono considerate la madre della cibernetica (Steve J. Heims 1991); la Mead vi aveva partecipato come organizzatrice, naturalmente anche Weiner, a cui dobbiamo la enunciazione del termine Cibernetica e ampiamente citato da Marazzi soprattutto in Un Mondo Artificiale, fu uno degli animatori delle M insieme a G. Bateson che fece del principio di retroazione il perno del suo lavoro in quella occasione.
Dal saggio della Mead Marazzi fa propria la convinzione che l’antropologia è nata come area di ricerca nella zona di condivisione liminale tra tre aggregati disciplinari: le Scienze biologiche, le Scienze sociali e gli Studi Umanisti. Ritornare a percorrere questi incroci della tripartizione disciplinare fornirebbe dunque le basi metodologiche e i punti di vista per comprendere il dispiegarsi tecnologico della contemporaneità [2].
Al di là di queste premesse il testo di Marazzi è ricco di profonde incursioni nel mondo della cibernetica pratica, nei laboratori e con esperti e ricercatori in robotica ai più alti livelli, in una etnografia raccontata sia dei colloqui con gli inventori sia dei laboratori scientifici che rappresenta una delle fertili frontiere della antropologia della contemporaneità (Candea, Matei. 2016).
Il testo è organizzato in sei capitoli a loro volta contenenti numerosi paragrafi: 1 L’antropologia e il futuro dell’uomo, dall’automa all’androide; 2 Dall’automa all’androide; 3 Culture locali e mente globale; 4 Robot, nuovi soggetti sociali; 5 L’uomo in pezzi: bionica, protesi e organi artificiali; 6 Nascita e morte a scelta. Come si intuisce dai titoli una panoramica a tutto tondo molto articolata sulle problematiche storiche, etiche e sociali introdotte dall’avvento della cibernetica e sulle sue varie articolazioni. Diventa complesso ripercorrerla grado dopo grado anche per il minuzioso incasellamento in vari paragrafi proposto dall’autore, piuttosto cercheremo di rilevare le linee generali e attraverso l’individuazione di alcuni elementi paradigmatici percorrere il senso complessivo di questo testo. In altre parole o meglio in forma di metafora sarà una sorta di passeggiata tra le vertine di una galleria soffermandoci dove lo sguardo evocherà immaginari.
La cifra evidente nel libro di Marazzi è lo spostamento di asse dell’osservazione dalla cultura occidentale (se ha ancora senso usare questo termine geograficamente caratterizzato) verso oriente e precisamente verso il Giappone come luogo di campo, luogo di osservazione etnografica del rapporto sociale con la tecnologia. È infatti attraverso una etnografia centrata sulla società giapponese che Marazzi verifica il rapporto umano-macchina. Questo punto di vista mette in risalto la diversità del rapporto con l’artificiale nella cultura shintoista che innerva la società giapponese e, con alterne vicende, dialoga con l’altra componente religiosa del Giappone, le dottrine buddiste.
«In Giappone, non vi è opposizione tra naturale e artificiale perché non vi è opposizione tra la natura da una parte e l’uomo e i suoi artefatti dall’altra. L’uomo modifica la natura, con il suo lavoro, con l’arte e la scienza, ma è lui stesso parte della natura. Alla morte, ritorna con il proprio spirito, sotto un’altra forma. Non è la creatura superiore, immagine e somiglianza del Creatore, che a lui deve rispondere delle proprie azioni. Orgoglioso e consapevole delle proprie capacità e del potere che ne ricava, in quanto parte della Comunità dei propri simili» (Marazzi 2012: 61).
Marazzi mette a fuoco questa particolare forma di relazione che congiunge le ancestrali radici dello shintoismo con l’attuale società giapponese “occidentale”; si tratta dunque di comprendere come gli obiettivi caratteristici della robotica umanoide vengono definiti in relazione al ethos della società giapponese, come concretamente diventano «realizzazione di amichevoli assistenti, badanti per gli anziani, compagni di lavoro utili in mansioni pericolose, o addirittura sostituti fatti in casa di immigranti» (Marazzi 2012: 28).
Nella trattazione del testo, trasversalmente alla suddivisione in capitoli e in paragrafi, rivestono una grande importanza sia il termine e conseguentemente il concetto di evoluzione sia il rapporto tra umano e tecnica. Queste tematiche sono chiaramente centrali per la lettura delle attuali società ma contemporaneamente investono l’essenza stessa dei Sapiens e di quella antropologia posta all’incrocio dei tre campi disciplinari di cui parlava Mead.
La tecnica affianca e sostiene ancor prima che la specie Sapiens si fosse affermata, il processo di ominazione; qui non si può prescindere dall’importante lavoro di Leroi-Gourhan che chiarisce puntualmente il ruolo della tecnica nell’ominazione. Marazzi infatti lo utilizza esplicitamente in Un Mondo Artificiale (Marazzi 2022: 52). Noi Sapiens siano un intreccio profondo tra corpo e tecnica. L’adozione di utensili litici segue la stazione eretta e la liberazione della mano che può dunque costruire gli artefatti. Artefatti che influiscono ad esempio nella alimentazione e che dunque permettono l’evoluzione biologica del corpo degli ominidi (Leroi-Gourhan 1962).
Bernard Stiegler (Stiegler 1994) riprende il punto di vista di Leroi-Gourhan e lo approfondisce per giungere a sostenere che la tecnica struttura in profondità le società umane costruendo l’ambiente. Questa caratteristica “ambientale” della tecnologia ovvero la sostituzione dell’orizzonte dato con un ambiente costruito artificialmente, rende la tecnologia “invisibile” come l’acqua per i pesci.
«Dans les années 1930, Leroi-Gourhan met en effet en évidence que les objets techniques suivent des phylum de transformation qui, tout comme les squelettes de la paléontologie, font apparaître des lois d’évolution universalisables. “Universalisables” veut dire ici que ces “lois” sont transversales à des cultures très diverses et ne sont pas dépendantes des facteurs culturels qu’elles transcendent. Leroi-Gourhan le rend évident en étudiant des objets techniques communs à divers peuples des côtes asiatiques du Pacifique – depuis les Esquimaux jusqu’aux habitants des îles de la Sonde, en passant par la Chine» (Bernard Stiegler 1998: 188).
In alcuni passaggi tuttavia Marazzi forse implicitamente in accordo con il testo della Mead sembra incline a ritenere la tecnologia espressa dal mondo bianco più o meno occidentale e padrone del mondo come la sommità di una evoluzione generale. «In un certo senso possiamo considerare gli androidi il punto di arrivo di una lunga evoluzione che ha avuto inizio con l’uso di utensili da parte dell’uomo primitivo» (Marazzi 2012: 37).
Certamente la tecnologia cibernetica è il punto massimo di una delle direzioni umane, tra l’altro abbastanza breve rispetto alla età dei Sapiens, ma non l’unica. Forse potremmo dire che il testo della Mead velato da un positivismo di ritorno ha in qualche modo influenzato anche Marazzi in questo passaggio. Forse potremmo guardare, come fa Marazzi più chiaramente in Un mondo artificiale, ai costi “ambientali” della svolta cibernetica. Ad esempio AI e cripto valute hanno un costo energetico molto elevato, con la conseguente profonda impronta ecologica.
In questa rapsodica esplorazione del testo, ma nel breve spazio di questo omaggio non sarebbe potuto essere diversamente, vorrei gettare uno sguardo al paragrafo dedicato al Transumanesimo nel terzo capitolo. L’autore parte da Pierre Teilhard de Chardin, inventore del termine, e giunge alla successiva definizione più ampia che ne fa Julien Huxley (fratello di Aldus, cosa non trascurabile e contro cui si era scagliata la Mead):
«The human species can, if it wishes, transcend itself not just sporadically, an individual here yi one way, an individual there in another way, but in ks entirety, as humanity. We need a name for this new belief. Perhaps transhumanism will serve: man remaining man, but transcending himself, by realizing new possibilities of and for his human nature. “I believe in transhumanisgi”: once there are enough people who can truly 5ay that, the human species will be on the threshold of a new kind of existence, as different from ours as ours is from that of Pekin man. It will at last be consciously fulfilling its real destiny» (Julien Huxley 1957: 17).
Il Transumanesimo – precisa Marazzi – si è poi evoluto in una costellazione di studi con vari indirizzi di cui ci dà notizia per concludere con una considerazione svalutativa per cui «oggi il transumanesimo è una sorta di filosofia new age dai contorni ambigui» (Marazzi 2012: 58). Per quanto riguarda il transumanesimo forse vale la pena ricordare una serie performance prodotte dall’artista Stelarc che ha generato alcune immagini iconiche: la performance The Third Hand (1980) e Handswriting (1982).
Forse un po’ impietoso liquidare il transumanesimo come una moda ma questo punto di vista molto “ortodosso” si accompagna con il paragrafo dedicato all’Antropologia del Cyborg in cui Marazzi accenna a Donna Harraway senza però poi immetterla in bibliografia e conclude il paragrafo con un richiamo ai luddisti.
Passerei ora rapidamente a portare l’attenzione su due casi paradigmatici contenuti nel testo: il primo é Geminoid H1-1 di Ishiguro (Marazzi 2012: 64-65) e l’altro la Uncanny valley di Masahiro Mori (Marazzi 2012: 85). Attraverso questi due elementi paradigmatici la riflessione si sposta sul rapporto interno agli umani, il rapporto con il corpo e la sua immagine nel senso lato del termine. La tecnologia diviene in realtà una sorta di creta che plasma una creatura fatta ad immagine e somiglianza dell’umano, una sorta di doppio, un simulacro. L’approssimarsi ad una copia perfetta tuttavia genera una serie di problematiche che questi due esempi illustrano da punti diversi. La difficoltà di non essere in grado di distinguere la copia dall’originale potrebbe avere svariate cause, secondo una lettura che possiamo ricondurre al Deleuze di Logica del senso non è perché la copia imita così bene il modello che finisce per identificarsi con esso, ma piuttosto perché un modello non esiste affatto (Pietro Conte 2022: 21).
Inoltre vi è una oscillazione tra due spinte emotive una attrattiva e una repulsiva; una è attraente per la capacità di replicare artificialmente l’umano e l’altra è inquietante per l’assottigliarsi della differenza apparente tra un corpo biologicamente vivo e un corpo meccatronico privo di vita biologica che si comporta visibilmente come un corpo biologico
Geminoid HI-1 è un androide creato da Hiroshi Ishiguro, professore al Dipartimento di macchine adattive all’Università di Osaka; nel 2006 realizza una copia di se stesso che riproduce la voce e i movimenti soprattutto della testa. Negli anni vennero costruite cinque generazioni dell’androide Geminoid H e anche una variante femminile Geminoid F (copia della figlia) come strumento per studiare l’interazione uomo-robot. Ishiguro racconta che il suo obbiettivo era comprendere cosa significa umano, ovvero quali sono le sue caratteristiche salienti tali da confondere la copia con l’originale. Tale identificazione deriva in parte dall’osservazione della sincronizzazione della testa e delle labbra dell’androide con le sue. Quando Ishiguro usa il Geminoid, vede video provenienti da telecamere esterne che mostrano il campo visivo del robot e anche il suo volto. Poiché osserva le labbra del robot muoversi mentre parla e vede la sua testa muoversi quando ruota il collo, il cervello di Ishiguro inizia a trattare il robot come un’estensione del proprio corpo. La cosa più importanti per creare la copia di se stesso secondo Ishiguro era primariamente capire se stesso, in altre parole avere una visione oggettiva su se stesso, sul suo viso, sulla sua mimica implicita, sui comportamenti cinesici in rapporto con la voce.
Marazzi osserva che la accuratezza nell’implementare una mimica e una gestualità umani nella “copia” robotica genera a sua volta uno sguardo mimetico da parte degli umani. Questa attività di duplice mimesi introduce un riferimento ai neuroni specchio e al lavoro di Rizzolato già citato in vari passi del libro. Sarebbe questa identificazione di secondo livello a creare delle discrepanze tra il percepito e il movimento originale. Afferma infatti Ishiguro:
«Quando vidi il geminoide fermo, era come fossi davanti a uno specchio. Ma quando si mise a muoversi naturalmente non ero più io, anche se i suoi movimenti erano stati copiati dai miei. Ciò significa che noi non riconosciamo oggettivamente i nostri movimenti inconsci. Quando poi aziono il geminoide attraverso l’interfaccia, adatto inconsciamente i miei movimenti ai suoi. Il visitatore che parla con il geminoide, riconosce me in esso, specie se mi conosce bene. Da parte mia, ho l’impressione che parli a me. La mia esistenza non dipende dalla mia presenza, un concetto chiamato Sonzai-Kan in giapponese: il mio corpo e il mio conscio possono essere separati» (Marazzi 2012: 64).
Qualche decennio prima di questa realizzazione un altro esperto di robotica Masahiro Mori nel 1970 pubblicò su “Energy”, una rivista giapponese, Bukimi no tani, in cui descriveva una curva di attrazione/repulsione da artefatti umanoidi in relazione alla loro verosimiglianza. L’articolo non suscitò grande interesse, comunque ebbe una prima citazione in inglese da parte di Jasia Reichardt nel suo testo del 1978 Robots: Fact, Fiction, and Prediction, l’espressione giapponese venne resa con uncaney valley, destando qualche perplessità, fu definita infatti roughly dall’ Encyclopedia Britannica [3] e fantasiosa da Antonio Marazzi. Tuttavia più tardi venne pubblicato l’intero articolo con una traduzione approvata da Masahiro Mori con il titolo appunto di “The Uncanny Valley”.
Se tale teoria rispetti i criteri “scientifici è dibattito ancora presente. Di fatto è una teoria che ha trovato apprezzamenti in diversi ambiti disciplinari, come dice lo stesso Mori in una intervista rilasciata a Nanorri Kageki e pubblicata con il titolo “Uncanney Mind” in Robotics & Automation Magazine, vol.19, n.2, 2012-06:.112 rubrica Turnig Point.
«NK: There is a debate on whether the uncanny valley is a scientific concept or not. What is your view on this?
MM: I have read that there is scientific evidence that the uncanny valley does indeed exist; for example, by measuring brain waves scientists have found evidence of that. I do appreciate the fact that research is being conducted in this area, but from my point of view, I think that the brain waves act that way because we feel eerie. It still doesn’t explain why we feel eerie to begin with. The uncanny valley relates to various disciplines, including philosophy, psychology, and design, and that is why I think it has generated so much interest. However, I never imagined that it would gain such a magnitude of interest when I first wrote about it. Pointing out the existence of the uncanny valley was more of a piece of advice from me to people who design robots rather than a scientific statement» (Nanorri Kageki).
Al di là delle questioni formali e/o di traduzione ed escludendo un esplicito riferimento di Masahiro Mori a Freud, è purtuttavia interessante scavare in questo gioco dei significanti; scavando infatti appare un implicito legame semantico come radice comune tra Uncanney (Perturbane)/ burkini. Infatti il Perturbante di Freud nasce dalla lettura del testo di Ernst Jentsch Sulla psicologia del perturbante. Il saggio dello psicologo Jentsch fa esplicito riferimento ad un racconto di E. T. A. Hoffman: L’uomo di sabbia (Der Sandmann). In particolare si riferisce all’episodio dell’innamoramento di Nathanael per Olimpia che lui scambia per una donna ma che in realtà era un automa. Il racconto di Hoffman è del 1815 ed è ambientato in un luogo fantastico più o meno Germania e/o Francia alla fine del Settecento quando gli automi meccanici avevano raggiunto il fulgore di robot con AI oggi. Inutile dire che il caso è senza dubbio interessante anche se Masahito Mori rivendica in maniera netta di non aver avuto/voluto nessun legame con la nozione di Freud.
Possiamo comunque concludere questo sguardo sul lavoro di Masahito Mori con le parole di W.A. Borody (Borody 2013) quando afferma:
«for Masahiro Mori, who is also the author of The Buddha in the Robot (1981), the same compassion that we ought to offer to all living beings, and Being itself, we ought to offer to humanoid robots, which are also dimensions of the Buddha-nature of Compassion».
Il secondo testo Un mondo Artificiale è uscito tre anni fa nel 2022 ed è, a differenza del primo, una sorta di riflessione complessiva sulla contemporaneità tecno-digitale. Insomma entrano in gioco non solo i robot umanoidi ma, superata la fase della “singolarità”, Marazzi riflette sulla iper connessione digitale che connota la contemporaneità. Una sorta di cavalcata sulle problematiche legate alla proliferazione delle tecnologie digitali a tutto campo. Il testo è organizzato in quattro capitoli: Lingue e culture in pericolo; Naturale e artificiale; Corpo a Corpo; e Terra o Marte.
In questo testo Antonio Marazzi stende un velo critico sul progresso tecno-digitale e le sue fughe in avanti soprattutto verso le illusioni spaziali. La fuga verso altri mondi, dopo avere devastato quello originario con una pratica del “prendi i soldi e scappa” compiuta da gruppi di investimento internazionali, ormai mostra i segni di una definitiva resa dei conti con il pianeta.
In tutto questo Marazzi trova ancora lo spazio per una articolazione analitica nei primi tre capitoli. Il primo sulle Lingue ci suggerisce alcune suggestioni: l’importanza del preservare la diversità linguistica come la stessa biodiversità; la necessità di una lingua di comunicazione comune che permetta un semplificata circolazioni delle informazioni: la lingua dell’impero mi domando?. Tuttavia per la sua estensione globale come lingua veicolare l’attuale inglese genera inevitabilmente dei sottoprodotti linguistici “globish” (Marazzi 2022: 17).
Questa lingua comune è di fatto l’inglese anche perché veicolo della trasformazione digitale. Veicolo non solo superficiale ovvero tra umani ma volgendo uno sguardo in profondità verso i linguaggi profondi quelli che permettono il dialogo tra gli umani e le macchine chiamate linguaggi di programmazione dove Inglese e logica binaria si mescolano in una particolare forma di linguaggio. Gli assembler sono linguaggi che variano da macchina a macchina, ogni CPU ha bisogno di un suo specifico assembler che copi la sua architettura. Al contrario degli umani che hanno un cervello unico ma che generano una varietà di linguaggi che possono tradursi a vicenda, le macchine hanno bisogno di vari linguaggi perché le CPU sono diverse e non possono interpretare altri linguaggi se non il proprio.
Qui per espandere la riflessione verso altre ipotesi che la vetrina di questo capitolo ci lascia intravedere, ci viene in soccorso la vituperata fantascienza. Facciamo dunque riferimento a Ted Chiang, pseudonimo di Chiang Fengnan, uno scrittore statunitense e al suo racconto La storia della mia vita (Ted Chiang 2025) divenuto poi anche un film per il regista Denis Villeneuve, Arrival. Il racconto parla di alieni e umani dal punto di vista di una linguista che deve trovare il modo di comunicare. Il racconto si concentra sul linguaggio alieno e sul modo di concepire il tempo (Crivelli 2018). La citazione esplicita dell’ipotesi di Sapir-Whorf serve a sostenere che ad ogni lingua corrisponde una percezione del tempo differente. Il linguaggio alieno scritto non è la replica della oralità ma un linguaggio indipendente. L’intera proposizione è “scritta” nel medesimo tempo ovvero senza ricorrere ad una costruzione sequenziale ma proiettando una figurazione bidimensionale che contiene tutti gli elementi. Si tratta di semasiografica: una scrittura non fonetica che veicola direttamente un significato. Non corrisponde a parole proferite, bensì a concetti. I caratteri (logogrammi) non hanno una direzione: sono circolari ovvero palindromi. Questo tipo di scrittura è utilizzata, ad esempio, nelle icone di comunicazione digitale, nella notazione musicale e nella notazione matematica. Se osservassimo una pagina di “codice” come catalogheremmo quella scrittura che non è fonetica almeno per la parte ricevente, ma anche scrivente dato che oggi con AI macchine scrivono pagine di codice per altre macchine?
Nel secondo capitolo il riferimento cardine, a mio avviso, è a Turing ma non al cosiddetto test ma a quella invenzione molto più impostante di Turing conosciuta come la macchina di Turing (Marazzi 2012: 40). Qui vale la pena un approfondimento perché se molto spesso si sente parlare del test sulla Macchina c’è spesso una nebbia di incertezza.
Prima di tutto è da chiarire che la Macchina di Turing non è una macchina concreta, non ha ingranaggi né valvole (al tempo, nel 1936, non c’erano ancora i transitor), non è servita a decriptare i messaggi di Enigma. È una macchina astratta la cui creazione è contenuta in un articolo del 1936 On Computable Numbers, with an Application to the Entscheidungsproblem (Sui numeri computabili, con un’applicazione al problema della decidibilità).
L’articolo risolse negativamente il “problema della decidibilità” di Hilbert, dimostrando l’esistenza di problemi per i quali non esiste un algoritmo in grado di fornire una risposta in tempo finito ma al contempo crea i presupposti teorici per l’invenzione dei moderni computer con la distinzione tra hardware e software fondando di fatto la cosiddetta “architettura di von Neumann”. Così Giuseppe Longo descrive l’operazione di Alan Turig in una sorta di lettera aperta.
«Non è una macchina che si fa umana, ma un uomo che si fa macchina. Hilbert voleva la certezza assoluta della deduzione nella “potenziale meccanizzabilità della matematica”, pretendeva, cioè, la completezza deduttiva dei sistemi per il calcolo formale? Ebbene, ecco un uomo che si riduce a macchina per effettuare la deduzione logico formale: tu, matematico, ti fai macchina deduttiva formale. E così, descritta matematicamente la macchina per calcolare, definisce formalmente una funzione non calcolabile, che sfugge quindi alla meccanica deduttiva. Come Gödel, distruggi dall’interno il programma formalista: dici esattamente cos’è la nozione di calcolo e … ne fai vedere l’incompletezza, ovvero descrivi una funzione che sfugge al calcolo» (Longo 2021:186 187).
Non una macchina che si fa umana bensì un umano che si fa macchina. Ecco svelato il segreto dei computer.
Nel capitolo Corpo a Corpo Marazzi centra l’attenzione al padre della Cibernetica e lo cita in riassunto in questo passaggio fondamentale che potremmo mettere come conclusione di questa navigazione tra scogli e insenature dei due ultimi libri di Antonio Marazzi.
«We are the slaves of our technical improvement and we can no more return a New Hampshire farm to the self-contained state in which it was maintained in 1800 than we can, by taking thought, add a cubit to our stature or, what is more to the point, diminish it. We have modified our environment so radically that we must now modify ourselves in order to exist in this new environment. We can no longer live in the old one. Progress imposes not only new possibilities for the future but new restrictions». ―Norbert Wiener, The Human Use Of Human Beings: Cybernetics And Society, 1988: questa frase non è contenuta nella prima edizione del 1950».
Una riflessione – scrive Marazzi – tanto più valida ora, trascorsi alcuni decenni, profetica, da parte di uno dei maggiori protagonisti dell’avvio di quella affermazione dell’artificiale destinata a farsi sempre più diffusa (Marazzi 2022: 71).
Grazie Antonio di averci regalato con questi tuoi due libri questo campo di ricerca.
Dialoghi Mediterranei, n. 72, settembre 2025
Note
[1] Negli Stati Uniti è del 1992 la presenza di un sub focus group Cyborg Antropology al congresso annuale della AAA (Downey, Gary Lee, Joseph Dumit, and Sarah Williams. “Cyborg Anthropology.” Cultural Anthropology 10, no. 2 (1995): 264–69. http://www.jstor.org/stable/656336. Precedentemente nel 1985 Donna Harraway aveva pubblicato A Manifesto for Cyborgs: Science, Technology, and Socialist Feminism in the 1980s in the Socialist Review ISSN 0161-1801, un periodico edito dal Center for social research and education, Oakland, Calif., 1978-2001. Tradotto in Italia nel 1995 Donna Haraway, Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, a cura di L. Borghi, introduzione di R. Braidotti, Milano, Feltrinelli, 1995
Nel 1999 Katherine Hayles aveva invece pubblicato How We Became Posthuman Virtual Bodies in Cybernetics, Literature, and Informatics, The University of Chicago Press vincendo il premio René Wellek Prize della American Comparative Literature Association.
[2] Tuttavia il testo della Mead contiene anche altre considerazioni: una sorta di fiducia acritica nella tecnologia e la convinzione che in qualche modo sia frutto di un continuum lineare di evoluzione culturale e tecnologica di cui rappresenta la vetta. Inoltre la proposta della coppia oppositiva utopia /distopia come sistema di giudizio sulle possibili rappresentazioni del futuro. E una cervellotica domanda: come mai l’umano sia più propenso a descrivere un futuro fosco, infernale e nefasto piuttosto che un mondo in cui la pace e la convivenza pacifica siano trionfanti. Eppure lei convinta che ‘Warfare is only an invention – not a biological necessity’ (Margaret Mead 1940) si dimentica che è semplice descrivere quello che si è vissuto/visto ad esmpio l’allora recente sviluppo dell’orrore atomico su popolazioni civili.
«Within a culture as complex as our own, wich draws on the inheritance of so many earlier and partly recorded pasts and which now has available an even larger number of incomparable and imaginatively stimulating “presents”, from accounts of the peoples whose lives were part of a different stream -in Africa, in the Orient, and in the New World- it is obvious that we may live not only on different visions at different periods but also on different and incompatible visions at the same time. Part of the excitement and the difficulty of the modern world, which makes the artist feel that he has no whole context within which to create his personal, special new vision and which makes the scientist turn to the anonymous writing of science fiction nightmares, is just the way in which different sorts of utopias -one man’s dream and another man’s nightmare- jostle each other even within the confines of one political speech or one brief editorial, as we yearn for a past, rage at or delight in the present, or promise or threaten a future» (Mead 1957: 957).
Interessante notare come Mead se la prenda con la fantascienza non solo nel passo citato ma anche più avanti dove espressamente critica alcuni scrittori.
«…as the horrid creations of a Wells, an George Orwell, or an Aldous Huxlev unroll before our horrified eyes» (Mead 1957: 958).
[3] https://www.britannica.com/topic/uncanny-valley
Riferimenti bibliografici
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Chiang Ted, 2025, Storie della tua vita e altri racconti (Stories of Your Life and Others, 2002), Ne/oN,, traduzione di Marinella Magrì
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https://www.academia.edu/36131699/_ARRIVAL_RICONOSCERE_IL_TEMPO
Heims, Steve J., 1991, The Cybernetics Group London: MIT Press, 1991 tr it. Gian Marco Fidora, I cibernetici Editori Riuniti 1994
Huxley Julien, 1957, New Bottles for New Wine, Chatto & Windus, London
Leroi-Gourhan, 1977, Il gesto e la parola Einaudi ed originale Le Geste et la Parole. I, Technique et Langage, Parigi, A. Michel, (coll. Sciences d’aujourd’hui), 1964; Le Geste et la Parole II. La Mémoire et les rythmes, Parigi, A. Michel, (coll. Sciences d’aujourd’hui), 1965.
Longo G., 2021, Matematica e Senso, Mimesis
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Mead Margaret, 1940, Warfare is only an invention – not a biological necessity’ ASIA, XL ripubblicato
1957, Toward More Vivid Utopia “Science” 8 Nov 1957 Vol 126, Issue 3280: 957-961
Mori, Masahiro, 1970, Bukimi no tani “Energy”, 7(4): 33–35
1981, The buddha in the robot: A robot engineer’s thoughts on science and religion, trans. Charles S. Terry. Tokyo: Kosei Publishing Co. (Originally published in two volumes, Mori Masahiro no Bukkyō Nyūmon and Shingen (1974)
Masahiro Mori, Karl F. MacDorman e Norri Kageki, 2012, The Uncanny Valley, in IEEE Robotics & Automation Magazine, vol. 19, n. 2: 98-100
Nanorri Kageki, 2012, Uncanney Mind in Robotics & Automation Magazine, vol.19, n.2, 2012-06: 12
StieglerBernard, 1994, Technics and Time, 1: The Fault of Epimetheus Galilée. 2023 ed it. a cura di P. Vignola La tecnica e il tempo. Vol. 1. La colpa di Epimeteo. Roma: Luiss University Press2023)
1998, Leroi-Gourhan: l’inorganique organisé, Les cahiers de médiologie 2 N° 6: 187 – 194
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Riccardo Putti, già professore aggregato oggi in quiescenza, attualmente continua ad insegnare Antropologia visiva (Unisi) e Umanistica digitale SSBDEA- Unipg. Ha contribuito a fondare il Laboratorio di Antropologia e Fotografia della SSBDEA-Unipg che oggi coordina. Nel recente passato prossimo si è interessato del rapporto umano/macchina; ha curato insieme a Alberto Mazzoni (Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa) la mostra: “Nexus L’incontro tra macchina e umano nell’immaginario, nella tecnica e nella scienza contemporanei”, Palazzo Medici Riccardi Firenze (2016). Nel 2019 è stato Professor Visitante Internacional al Departamento de Antropologia da Faculdadede Filosofia, Letras e Ciências Humanas da Universidade de São Paulo con un Ciclo de Palestras “O sexo dos robos no cinema. Autore di vari filmati di antropologia visiva, oggi lavora preferibilmente con la fotografia analogica di grande formato in BN.
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