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La fotografia nel nostro tempo liquido

f725b342-d205-405c-8947-87171c800485di Rossana M. Salerno 

Introduzione 

Viviamo in un’epoca in cui le immagini si moltiplicano a una velocità senza precedenti e, paradossalmente, faticano a sedimentarsi nella memoria. Ogni giorno produciamo, condividiamo e consumiamo fotografie in quantità sproporzionata, eppure raramente ci interroghiamo su ciò che questo flusso ininterrotto rivela del nostro modo di abitare il tempo, di costruire relazioni, di attribuire valore agli eventi. È in questo scarto tra sovrapproduzione iconica e fragilità del senso che si colloca La concezione del fotografabile nella prospettiva della sociologia del tempo della sociologa Anna Fici.

Il testo si apre con un interrogativo radicale: se potessimo scattare fotografie semplicemente sbattendo le palpebre, che ne sarebbe della concezione del fotografabile? La domanda non è provocatoria in senso tecnico, ma epistemologico. Se ogni istante fosse automaticamente registrato, la memoria perderebbe la propria dimensione selettiva. Potremmo rivedere tutto, ma forse ricorderemmo meno. La memoria, infatti, non è un archivio neutro: è interpretazione, gerarchizzazione, oblio. In un mondo in cui tutto è potenzialmente fotografabile, l’esperienza rischierebbe di essere sostituita dalla registrazione, il vissuto dalla sua documentazione immediata. Essa mette in luce come il fotografabile non dipenda dalla pura possibilità tecnica, ma dalla necessità sociale di selezionare, interpretare e attribuire valore al tempo vissuto.

Sapere che ogni sguardo coincide con una potenziale registrazione introdurrebbe una dimensione permanente di autoriflessività e di esposizione. La relazione con l’altro diventerebbe simultaneamente interazione e produzione di archivio. La spontaneità potrebbe ridursi a performance, e l’attenzione al presente potrebbe essere sostituita dalla consapevolezza della sua futura consultabilità. In termini goffmaniani, la distinzione tra scena e retroscena si assottiglierebbe ulteriormente. Il rischio non sarebbe soltanto l’accumulo, ma l’indistinzione: la perdita della differenza tra evento e non evento, tra ciò che conta e ciò che semplicemente accade, tra un tempo che possiamo definire “ordinario” e quello “straordinario”.

Da qui emerge il nodo teorico del volume: il fotografabile non coincide con ciò che è tecnicamente riproducibile, ma con ciò che una società riconosce come degno di essere sottratto all’istante che passa. È una categoria selettiva, culturalmente costruita, che implica una scelta di senso. In questo quadro, la fotografia non è analizzata come oggetto tecnico o linguaggio estetico, bensì come fatto sociale totale, capace di riflettere e insieme di modellare la struttura temporale di una collettività.

L’ipotesi centrale del libro è che il modo in cui una società percepisce, organizza e vive il tempo influisca direttamente su ciò che essa considera fotografabile. Nel trentennio postbellico, caratterizzato da un tempo lineare, cumulativo e investibile, la fotografia interveniva a consacrare passaggi condivisi: riti, tappe biografiche, conquiste sociali. Nel tempo attuale, segnato da precarietà e frammentazione, l’immagine tende invece a inscriversi in un flusso continuo, spesso orientato più alla visibilità che alla sedimentazione memoriale.

Il volume si colloca all’intersezione tra la sociologia del tempo, la sociologia dei processi culturali e la teoria della fotografia, attraversando la tradizione classica (Comte, Durkheim, Weber, Marx) e quella contemporanea (Elias, Rosa, Leccardi, Virilio), senza limitarsi a un’analisi storica della tecnica. L’elemento innovativo risiede nello spostamento dello sguardo: la questione non è il passaggio dall’analogico al digitale, ma la trasformazione temporale rende possibile – e necessario – ridefinire ciò che merita di essere fotografato.

La fotografia cattura il tempo sociale. Quando una società considera un evento “degno” di essere fotografato – un matrimonio, una promozione, una festa collettiva, un viaggio – essa sta attribuendo a quel momento un valore temporale: lo sottrae all’ordinario e lo inscrive in una narrazione “straordinaria”. La fotografia diventa così uno strumento di istituzionalizzazione del tempo: segnala passaggi, consolida riti, rende visibili le tappe di una biografia, di una narrazione.

Nella modernità novecentesca, caratterizzata da un tempo percepito come lineare, cumulativo e investibile, la fotografia funzionava come conferma del progresso individuale e collettivo. In quel contesto, si poteva parlare simbolicamente di “catturare il tempo”, perché il tempo era pensato come orientato e narrabile. Nella contemporaneità “accelerata”, invece, l’immagine tende meno a fissare passaggi e più a certificare presenze. Non tanto “questo momento conta”, quanto “io sono qui, ora”. La fotografia diventa segnale di esistenza nella fluidità baumiana. Il tempo non viene catturato: viene continuamente aggiornato e portato in extremis.

In questa prospettiva, la fotografia emerge come “specchio con memoria” della società: dispositivo relazionale che rende visibile la qualità dei legami, la gerarchia dei significati, la stabilità o la frammentazione delle cornici normative. Interrogare il fotografabile significa, dunque, interrogare il tempo sociale e le sue metamorfosi. 

oip-4Il fotografabile come costruzione sociale del tempo 

Il volume si sviluppa lungo un percorso che intreccia la teoria sociologica, i processi culturali, la storia e le analisi delle pratiche fotografiche, mostrando come la concezione del fotografabile sia inseparabile dal modo in cui una società organizza e vive il tempo.

Nel primo capitolo l’autrice ricostruisce la matrice culturale occidentale del tempo verticale e progressivo, mostrando come essa affondi le proprie radici nella tradizione giudaico-cristiana e venga successivamente riformulata in chiave laica dal positivismo e dall’etica protestante. Il tempo moderno si configura come traiettoria orientata, cumulativa, investibile: una struttura simbolica che rende plausibili biografie coerenti, carriere ascendenti, progetti di lungo periodo. In questo quadro, la fotografia emerge come tecnologia perfettamente compatibile con l’idea di progresso: seleziona, stabilizza, certifica. Non registra semplicemente il reale, ma lo inserisce in una narrazione temporale orientata verso il futuro.

Tuttavia, questa ricostruzione storica non si limita a delineare uno sfondo culturale; prepara piuttosto il passaggio teorico del secondo capitolo. Se la fotografia nasce in un contesto temporale specifico, occorre interrogarsi sulla natura stessa del tempo: è una dimensione neutra o un costrutto sociale? Nel secondo capitolo, infatti, Fici affronta la questione epistemologica della “sociologizzabilità” del tempo. Attraverso il confronto tra approccio nomotetico e idiografico e il dialogo con Elias e Rovelli, il tempo viene definito come misura del cambiamento emergente dalle relazioni. Questa svolta è decisiva: se il tempo è costruzione sociale, allora anche il fotografabile – che dal tempo dipende – non può essere considerato universale o naturale. Esso varia al variare delle configurazioni relazionali.

Su questa base teorica si innesta il terzo capitolo, che analizza la crisi della “società” come categoria omnicomprensiva e il passaggio alla sociologia dei processi. Qui la riflessione sul tempo si traduce in diagnosi del presente: globalizzazione, ipermutamento e instabilità normativa producono anomia e precarietà. Se nel primo capitolo il tempo era investibile e orientato, ora esso appare frammentato e incerto. La transizione dalla stabilità alla fluidità non è soltanto un cambiamento strutturale: è una trasformazione delle cornici di senso che regolano ciò che è degno di essere ricordato. In altre parole, la crisi della “società” come totalità coerente prefigura la crisi del fotografabile come categoria condivisa.

Il quarto capitolo approfondisce questo snodo riportando l’attenzione alle origini parallele di sociologia e fotografia nel XIX secolo. Entrambe si sviluppano in un clima positivista che attribuisce centralità all’osservazione e all’oggettivazione del reale. L’indicalità fotografica – la sua natura di traccia luminosa – viene interpretata come fondamento ontologico della sua funzione memoriale. Ma, letta alla luce dei capitoli precedenti, questa caratteristica non è neutra: la forza certificatrice della fotografia presuppone un tempo stabile e una fiducia nella continuità. La tensione ottocentesca tra tecnica e arte, evocata attraverso Baudelaire e Flaubert, riflette già un’ambivalenza: la fotografia è insieme documento del progresso e interrogativo sul senso dell’istante.

Il quinto capitolo amplia lo sguardo alle grandi tradizioni sociologiche del tempo, mostrando come ogni configurazione temporale corrisponda a specifiche forme di organizzazione sociale. Dal tempo come fatto collettivo in Durkheim al tempo come risorsa economica in Marx, fino alla razionalizzazione descritta da Elias, emerge una progressiva subordinazione del tempo alla logica dell’efficienza. L’introduzione della teoria dell’accelerazione di Hartmut Rosa segna un passaggio cruciale: non si tratta più soltanto di organizzare il tempo, ma di comprimerlo. L’accelerazione modifica la qualità dell’esperienza. Ed è qui che la riflessione si fa sistemica: se il tempo accelera, l’istante perde spessore; se l’esperienza si contrae, anche la fotografia – che dell’istante vive – cambia statuto.

Il sesto capitolo sviluppa coerentemente questa intuizione attraverso il concetto di alienazione. L’accelerazione cronica produce sradicamento e perdita di risonanza. La fotografia, che precedentemente, consolidava memoria e appartenenza, rischia ora di diventare accumulo privo di sedimentazione. L’argomentazione si approfondisce: non è la tecnologia in sé a produrre alienazione, ma la trasformazione del tempo che altera la funzione simbolica dell’immagine. La moltiplicazione delle fotografie diventa sintomo di una difficoltà a trattenere l’esperienza.

Nel settimo capitolo la riflessione si sposta sul piano culturale, analizzando la dialettica tra fotografia e arti figurative. Se l’arte si emancipa dall’obbligo mimetico, la fotografia rivendica autonomia linguistica. Questa dinamica mostra come il fotografabile non sia determinato esclusivamente dalla struttura temporale, ma anche dai sistemi di valore e dalle gerarchie simboliche. La scelta del soggetto fotografico riflette una cultura condivisa. Il capitolo funge da cerniera: integra la dimensione temporale con quella estetico-culturale, preparando il terreno per l’analisi dell’habitus.

1000327570L’ottavo capitolo, attraverso il confronto con Bourdieu, fornisce infatti la chiave empirica della stabilizzazione novecentesca del fotografabile. Le categorie di tipico, topico ed esotico non sono semplici classificazioni descrittive, ma espressioni di un habitus collettivo radicato in un tempo narrabile. Tra il secondo dopoguerra e gli anni Novanta, la fotografia amatoriale documenta ciò che socialmente conta perché inserito in un orizzonte stabile di attese e riti.

Il nono capitolo approfondisce ulteriormente questo legame mostrando come la fotografia partecipi alla costruzione dell’ideale di automiglioramento verticale. Le immagini registrano conquiste, passaggi, avanzamenti. La biografia fotografica diventa prova visibile di una traiettoria progressiva. Questo capitolo dialoga direttamente con il primo: la fotografia, nata nel segno del progresso, ne diventa archivio simbolico. Ma proprio questa funzione, letta retrospettivamente, rende più evidente la frattura contemporanea.

Il decimo capitolo analizza infatti la discontinuità attuale. Precarizzazione, dissoluzione dei legami forti ed economia dell’attenzione ridefiniscono l’esperienza temporale. Il selfie sostituisce l’autoritratto; la visibilità prende il posto della memoria; la produzione di immagini si fa immediata e circolante. Tuttavia, la conclusione non è deterministica. L’esempio della fotografia di Doisneau condivisa dopo gli attentati di Parigi suggerisce che, nonostante la frammentazione, l’immagine conserva la possibilità di riattivare comunità e memoria collettiva.

Ogni passaggio argomentativo tra un capitolo e l’altro rafforza la tesi centrale: il fotografabile non è una categoria tecnica, ma una costruzione sociale storicamente situata, intimamente legata al modo in cui una società percepisce, organizza e vive il tempo. Dunque, se il fotografabile è una costruzione sociale storicamente situata, esso implica un ribaltamento di prospettiva rispetto a una concezione ingenuamente tecnologica della fotografia. Non è la disponibilità di un dispositivo a determinare ciò che viene fotografato; al contrario, è il contesto sociale – con le sue strutture temporali, le sue gerarchie simboliche, le sue aspettative normative – a definire quali momenti siano ritenuti degni di essere sottratti al flusso dell’esperienza.

In primo luogo, il fotografabile è legato al tempo. In una società che percepisce il tempo come progressivo, lineare e cumulativo, ciò che viene fotografato tende a coincidere con le tappe di un percorso: nascita, matrimonio, carriera, successi. L’immagine non registra semplicemente un evento, ma lo inserisce in una narrazione orientata verso il futuro. La fotografia funziona come certificazione simbolica di un avanzamento. In questo quadro, il fotografabile è coerente con una cultura dell’investimento e della pianificazione.

Quando il “tempo” muta – come accade nella tarda modernità segnata dall’accelerazione e dalla precarietà – cambia anche la selezione del fotografabile. Se il futuro appare opaco e il tempo non è più investibile, l’immagine non celebra più il progresso, ma segnala la presenza. Il selfie, l’istantanea condivisa, la fotografia “di flusso” non sanciscono una tappa, bensì testimoniano un attimo. Il fotografabile si frammenta perché si frammenta l’esperienza del tempo. Non è la tecnologia dello smartphone a produrre questa trasformazione; è la nuova configurazione temporale a ridefinire il senso della fotografia.

In secondo luogo, il fotografabile è storicamente situato perché dipende da cornici normative condivise. In periodi di forte integrazione sociale, esiste un consenso relativamente stabile su ciò che conta: riti di passaggio, luoghi simbolici, momenti collettivi. In contesti caratterizzati da anomia o pluralizzazione dei valori, questa condivisione si indebolisce. Il fotografabile diventa più individualizzato, talvolta effimero, spesso orientato alla visibilità piuttosto che alla memoria. L’immagine riflette la qualità dei legami sociali: dove i legami sono forti, la fotografia consolida appartenenze; dove i legami sono deboli, essa tende a performare identità.

Infine, considerare il fotografabile come costruzione sociale significa riconoscere che esso è relazionale e interpretativo. Ciò che una società decide di fotografare non è semplicemente ciò che accade, ma ciò che viene riconosciuto come significativo. Il significato, a sua volta, è prodotto da strutture culturali, economiche e simboliche che mutano nel tempo. L’immagine non è neutra: è inserita in un sistema di attese, in una grammatica collettiva del valore.

In questa prospettiva, la fotografia non può essere compresa solo attraverso l’analisi dei suoi dispositivi o delle sue tecniche. Essa deve essere letta come pratica sociale che rende visibile la configurazione temporale di un’epoca. Il fotografabile diventa così una categoria analitica capace di rivelare il modo in cui una società organizza l’esperienza, attribuisce importanza agli eventi e costruisce memoria. Cambiando il tempo sociale, cambia inevitabilmente anche ciò che scegliamo di trattenere nell’immagine. 

mini_magick20190215-6638-1q8bl0aConclusione 

Il volume della sociologa Anna Fici propone un’analisi sistematica del rapporto tra il tempo e la concezione del fotografabile, collocandosi all’interno della sociologia della cultura e della comunicazione. L’ipotesi di fondo – secondo cui ciò che una società considera degno di essere fotografato dipende dalla struttura temporale dominante e dalle cornici normative condivise – viene sviluppata attraverso un percorso che integra teoria sociologica classica e contemporanea, storia della fotografia e analisi dei processi di trasformazione socio-economica e culturale.

Nella fase della modernità novecentesca, caratterizzata da una relativa stabilità istituzionale e da una concezione progressiva del tempo, la fotografia svolge una funzione di registrazione e consolidamento delle tappe biografiche e collettive. Il fotografabile si struttura attorno a categorie riconoscibili e relativamente condivise, coerenti con un tempo investibile e pianificabile. L’immagine fotografica si configura come strumento di memoria e di certificazione simbolica.

Nel contesto della tarda modernità, segnato da accelerazione sociale, precarizzazione del lavoro, trasformazione dei legami e digitalizzazione della comunicazione, muta la relazione tra esperienza e immagine. Il tempo breve e discontinuo incide sulla definizione stessa della salienza degli eventi. Il fotografabile tende a frammentarsi; l’immagine digitale assume nuove funzioni, tra cui quella paralinguistica e quella di segnale di presenza all’interno di reti sociali mediate. La memoria non è più esclusivamente raccolta, ma anche prodotta e immediatamente condivisa.

L’analisi non attribuisce tali trasformazioni a un fattore unico, ma le colloca nell’intersezione tra mutamenti strutturali (mercato del lavoro, globalizzazione), trasformazioni culturali (ridefinizione dei legami, individualizzazione) e innovazioni tecnologiche (digitalizzazione e piattaforme social). La fotografia viene considerata come indicatore sensibile di tali processi, in quanto pratica diffusa e culturalmente situata.

Il testo ricostruisce in modo coerente la traiettoria che conduce da una concezione relativamente stabile e normativa del fotografabile a una configurazione contemporanea caratterizzata da pluralizzazione, fluidità e ridefinizione delle funzioni sociali dell’immagine. La fotografia emerge come dispositivo relazionale, attraverso cui è possibile osservare le trasformazioni della memoria, dell’identità e dell’esperienza temporale nella società occidentale contemporanea.

Il libro non propone una storia della fotografia in senso tecnico, né una mera ricostruzione estetica dei suoi linguaggi. Esso assume la fotografia come dispositivo sociale situato, cioè come pratica inscritta in un determinato ordine temporale, economico e simbolico. In questa prospettiva, la fotografia diventa un indicatore privilegiato delle modalità con cui una società organizza il tempo, distribuisce il valore e stabilisce ciò che merita di essere conservato.

Dal punto di vista sociologico, il primo grande snodo è la concezione occidentale del tempo lineare e progressivo. L’orizzonte giudaico-cristiano, poi laicizzato dal positivismo e dall’etica protestante, ha prodotto una struttura temporale verticale: il tempo come cammino, come accumulazione, come miglioramento. In tale contesto, la fotografia si afferma come tecnologia coerente con una cultura dell’investimento. Essa stabilizza il reale, lo trasforma in traccia, lo rende cumulabile. Il fotografabile coincide con ciò che segna uno “step” nella progressione biografica o collettiva: riti, conquiste, tappe riconosciute socialmente.

La stabilità istituzionale del secondo dopoguerra – lavoro prevedibile, welfare, progettualità di lungo periodo – rende possibile una concezione relativamente condivisa del fotografabile. In termini bourdieusiani, esiste un habitus sufficientemente coeso da orientare le scelte: ciò che è tipico, topico o esotico si impone come degno di essere sottratto all’ordinario. La fotografia non è ancora flusso, ma marcatura simbolica del tempo. Essa distingue tra quotidiano e straordinario, tra ciò che scorre e ciò che resta.

9780231148344La svolta si produce con l’emergere della tarda modernità. L’accelerazione sociale descritta da Hartmut Rosa – nelle sue dimensioni tecnologica, sociale ed esistenziale – altera la qualità del tempo vissuto. Il tempo non è più accumulabile, ma compresso; non è più investibile, ma saturo. L’overload informativo e la precarizzazione del lavoro producono una contrazione del presente: le aspettative non si proiettano più stabilmente nel futuro e il passato perde forza normativa.

In questo quadro, la concezione del fotografabile si frammenta. Se in passato l’immagine interveniva a consacrare passaggi riconosciuti, oggi essa tende a inscriversi in una forma di visibilità immediata. La fotografia diventa appunto visivo, segnale paralinguistico, prova di presenza. Non marca più una differenza tra ordinario e straordinario, ma documenta la continuità del flusso. La memoria non è più raccolta, ma prodotta performativamente per il pubblico dei legami deboli.

Dal punto di vista teorico, il testo mostra come questa trasformazione non possa essere letta in chiave deterministica tecnologica. Il digitale non è la causa, ma il vettore di una mutazione più profonda: la ridefinizione della struttura temporale e delle condizioni di stabilità sociale. In tal senso, la fotografia si configura come variabile dipendente di un mutamento culturale più ampio, ma al tempo stesso come dispositivo che contribuisce a consolidarlo.

Un ulteriore elemento sociologicamente rilevante riguarda il rapporto tra alienazione e immagine. La tradizione della Scuola di Francoforte – da Marx a Rosa – consente di interpretare l’accumulo compulsivo di fotografie come sintomo di una difficoltà di risonanza con il mondo. Se il tempo è colonizzato dall’urgenza e dall’efficienza, l’immagine rischia di diventare sostituto dell’esperienza. L’atto fotografico non interrompe più il flusso, ma lo alimenta. E tuttavia il testo non riduce la fotografia a mero epifenomeno della crisi. L’esempio della circolazione dell’immagine di Doisneau dopo gli attentati di Parigi mostra che la fotografia può ancora attivare memoria collettiva e generare comunità simbolica. In questo senso, la dimensione relazionale dello “specifico fotografico” – il suo legame con un presente condiviso – rimane una risorsa.

Il fotografabile non è una categoria estetica, ma una categoria storica. Esso dipende dalla configurazione del tempo sociale, dalla stabilità delle istituzioni, dalla qualità dei legami. Quando il tempo è verticale e cumulativo, il fotografabile si concentra sugli step della biografia. Quando il tempo è accelerato e discontinuo, il fotografabile si disperde nel presente continuo della visibilità.

Interrogarsi su che cosa sia fotografabile e che cosa non lo sia significa spostare l’attenzione dal piano tecnico a quello simbolico e normativo. Dal punto di vista strettamente materiale, quasi ogni porzione di realtà può essere registrata; tuttavia, la possibilità tecnica non coincide con la legittimazione sociale. Il fotografabile non è l’insieme di ciò che può essere riprodotto visivamente, ma l’insieme di ciò che viene riconosciuto come significativo all’interno di un determinato orizzonte culturale. Esso costituisce, in tal senso, una categoria selettiva che riflette gerarchie di valore, strutture temporali e configurazioni relazionali proprie di una società storicamente situata.

In contesti caratterizzati da forte integrazione normativa e stabilità simbolica, la selezione del fotografabile tende a concentrarsi su eventi istituzionalizzati: riti di passaggio, celebrazioni pubbliche, tappe biografiche considerate socialmente rilevanti. L’immagine assume allora una funzione certificativa e memoriale: sottrae all’effimero ciò che è già riconosciuto come dotato di senso collettivo. Ciò che non rientra in tali cornici – il quotidiano banale, l’esperienza marginale, il dolore privato non ritualizzato – rimane ai margini della rappresentazione, non perché invisibile, ma perché privo di riconoscimento simbolico condiviso.

Al contrario, in contesti segnati da pluralizzazione dei valori, accelerazione temporale e indebolimento delle istituzioni, la soglia del fotografabile tende ad ampliarsi e a frammentarsi. L’ordinario diventa oggetto di documentazione, l’istante si sostituisce alla tappa, il sé prende il posto dell’evento collettivo. Tuttavia, anche questa apparente democratizzazione non è neutra: essa risponde a nuove logiche normative, quali la visibilità, la performatività identitaria e l’economia dell’attenzione. Il fotografabile contemporaneo non coincide con tutto ciò che accade, ma con ciò che può circolare, essere riconosciuto, generare interazione.

Ciò che non è fotografabile, dunque, non è semplicemente ciò che sfugge all’obiettivo, ma ciò che non trova collocazione nelle strutture simboliche dominanti. Può trattarsi di esperienze non condivisibili, di eventi non traducibili in linguaggio visivo, o di dimensioni dell’esistenza che resistono alla spettacolarizzazione. Il confine tra fotografabile e non fotografabile è, pertanto, un confine sociale prima ancora che percettivo: esso varia nel tempo, riflette rapporti di potere, esprime inclusioni ed esclusioni.

In questa prospettiva, il fotografabile si configura come indicatore della qualità dei legami sociali e di un’epoca temporale ben precisa. Analizzarlo significa comprendere come una società organizza l’esperienza, attribuisce importanza agli eventi e decide quali frammenti di realtà meritino di essere trattenuti come memoria e quali, invece, possano essere lasciati dissolversi nel flusso dell’esistenza.

550x820Il fotografabile coincide, dunque, con ciò che una società riconosce come degno di essere sottratto al flusso dell’esperienza per essere stabilizzato. Non tutto ciò che accade diventa ricordo; analogamente, non tutto ciò che accade diventa immagine. La selezione fotografica è già un atto di interpretazione sociale: essa traduce in forma iconica le gerarchie simboliche e temporali di un’epoca.

Nei periodi caratterizzati da forte integrazione normativa e da un regime temporale lineare e progressivo, il fotografabile tende a concentrarsi su riti, passaggi, conquiste, eventi collettivi. La fotografia partecipa alla costruzione di una memoria condivisa che rafforza appartenenze e continuità. L’immagine certifica l’inserimento dell’individuo in una traiettoria riconosciuta dal gruppo, contribuendo a stabilizzare un ordine temporale investibile e narrabile.

Quando, invece, il regime temporale si trasforma – sotto l’effetto dell’accelerazione, della precarizzazione e della frammentazione dei legami – anche i quadri della memoria collettiva si indeboliscono. In assenza di cornici condivise stabili, la selezione del fotografabile tende a individualizzarsi e a orientarsi verso la visibilità immediata più che verso la sedimentazione memoriale. La fotografia non scompare, ma muta funzione: da dispositivo di consolidamento della memoria collettiva a segnale di presenza nel presente.

In questo orizzonte di senso, il fotografabile si rivela un indicatore privilegiato della qualità dei legami sociali e della configurazione temporale di una società. Esso rende osservabile, attraverso le immagini, il modo in cui una collettività organizza il proprio rapporto con il tempo, con il passato e con il futuro. Cambiando il regime temporale, cambiano i quadri della memoria; cambiando questi, muta ciò che viene riconosciuto come degno di essere fotografato.

La fotografia, allora, non è soltanto un mezzo tecnico o un linguaggio estetico: è un dispositivo sociale che rende visibile la struttura temporale di un’epoca. E il fotografabile diventa la soglia attraverso cui una società decide cosa trattenere, cosa ricordare e, implicitamente, cosa lasciare scivolare nell’oblio.

Interrogarsi sulla fotografia e sul fotografabile significa, infine, non solo la differenziazione terminologica ma soprattutto chiedersi: “il come, il quando, il dove, il perché e il cosa” una società decide e non di essere “ricordato” – “archiviato”. E questa decisione non è mai neutra: essa rivela la struttura profonda dell’ordine temporale e sociale in cui viviamo. 

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Riferimenti bibliografici
Bauman, Z. (2000). Liquid modernity. Polity Press.
Berger, P. L., & Luckmann, T. (1966). The social construction of reality. Anchor Books.
Bourdieu, P. (1979). La distinction. Critique sociale du jugement. Les Éditions de Minuit.
Durkheim, E. (1912). The elementary forms of religious life. Free Press.
Elias, N. (1984). Über die Zeit [Time: An essay]. Basil Blackwell.
Giddens, A. (1990). The consequences of modernity. Polity Press.
Leccardi, C. (2009). Sociologie del tempo. Laterza.
Luhmann, N. (1991). Soziale Systeme. Suhrkamp.
Marx, K. (1867). Das Kapital. Otto Meissner Verlag.
Rosa, H. (2013). Social acceleration: A new theory of modernity. Columbia University Press.
Weber, M. (1905). The Protestant ethic and the spirit of capitalism. Routledge.

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Rossana M. Salerno, ha studiato presso la Facoltà di Sociologia dell’Università degli studi di Trento, si laurea in Sociologia Territorio ed Ambiente nel settembre 2008. Prosegue i suoi studi con il Master I in Comunicazione, Educazione ed Interpretazione Ambientale presso il Dipartimento Ethos e Dismot dell’Università degli studi di Palermo. Nel 2010 vince il Dottorato di Ricerca in Sociologia, seguita dal prof. Salvatore Abbruzzese nello svolgimento delle attività di ricerca, presso la Libera Università “Kore” degli studi di Enna. Nel 2013 diviene membro di diverse associazioni accademiche nazionali ed internazionali e nel 2014 consegue il Dottorato di Ricerca in Sociologia dell’Innovazione e dello Sviluppo. Nel 2016 si specializza con il master universitario internazionale di II livello in Sociologia – teoria, metodologia e ricerca – interuniversitario Roma tre, La Sapienza di Roma e Tor Vergata sotto la tutela direttiva del prof. Roberto Cipriani. Nel 2017 è impegnata come “Researcher” in Francia in partenariato con A.R.S – Università di Lille2 (France) e Università Kore degli studi di Enna. Ad oggi è autrice di testi ed articoli sulla Sociologia della Religione, del Territorio e dell’Ambiente. Nel 2023 riceve da parte della Scuola di Medicina e Chirurgia di Palermo con sede presso il Policlinico Universitario “Paolo Giaccone” un incarico a contratto di docenza in Sociologia dei processi culturali e comunicativi in ambito lavorativo.

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