CIP
di Nicola Grato
È primo pomeriggio e il mare ha il colore verde e denso della calmeria di scirocco. Passa un motoscafo veloce che sommuove, ma per poco, la superficie compatta delle acque, rondinelle in ordine apparentemente sparso punteggiano il cielo biancastro, le Isole Eolie da giorni sono scomparse dall’orizzonte ottico. Siamo a Finale, ultimo paese ad est della provincia di Palermo. Ci ha affittato la casa Isidoro, originario di qui ma residente nell’hinterland torinese. D’estate tornano i suoi figli “ovunque dispersi” e la famiglia si riunisce a Finale. Grazie allo smart working alcuni ragazzi sono ritornati in paese, in questo strano paese costiero ma tanto somigliante a un paese dell’entroterra.
Noi proveniamo da un paese dell’entroterra, quell’interno “condannato” all’eutanasia dal documento governativo del ministro Foti intitolato Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne. Rileggo l’Obiettivo 4, che qui testualmente riporto, intitolato “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”:
«Un numero non trascurabile di Aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa (popolazione di piccole dimensioni, in forte declino, con accentuato squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni) oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività. Queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita».
Sono parole note a chi per diletto, studio o semplicemente per vita quotidiana si occupa di entroterra, vive in un paese di montagna o in uno di quei posti lontani da tutto, senza l’ombra di un servizio essenziale; uno di quei luoghi, insomma, che ben rappresentano il Paese: al di là di ogni retorica su magnifiche sorti e progressive, l’Italia di oggi è quanto di più lontano dalla civiltà minima, dal decoro istituzionale, dalla coesione territoriale pensati e sanciti nella Carta costituzionale dai Padri fondatori di questa nostra Patria: Piero Calamandrei, Umberto Terracini, Teresa Mattei. Proprio la Mattei lottò molto per quel “di fatto” introdotto nell’articolo 3 della nostra Costituzione, che rileggiamo:
«È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
Oggi l’Italia è il Paese delle disuguaglianze, della emigrazione sanguinosa dai paesi e dalle città verso un Nord (Italia, Europa) sempre più tecnocratico, violentemente liberista e razzista. È il Paese nel quale, per parafrasare Isabelle Stengers [1], i poveri sono abbandonati a se stessi mentre i ricchi si mettono al riparo. È un paese fragile che si pretende forte, al centro del Mondo.
Fa male, ma ritorniamo al succitato documento ministeriale, facendo però un piccolo salto indietro al documento sulle aree interne del 2012 a cura dell’allora ministro per la coesione territoriale Fabrizio Barca. Vi leggiamo le seguenti parole:
«Crescita e inclusione sociale, dunque. L’una funzionale all’altra. Riassunte da un obiettivo ultimo che diventa la stella polare della strategia: inversione e miglioramento delle tendenze demografiche (riduzione dell’emigrazione da queste aree; attrazione di nuovi residenti; ripresa delle nascite). Questi risultati e segnatamente la ripresa demografica e di utilizzo del territorio sono anche la condizione, assieme a specifici progetti mirati, per arginare e invertire nelle Aree interne il dissesto idro-geologico e il degrado del capitale culturale e paesaggistico».
Confrontate, queste parole, con quelle del documento del 2025, notiamo proprio una inversione di prospettiva: lasciare i paesi morire, e forse sotto sotto sperare nella emorragia di persone da questi luoghi, così da sfruttare questo “capitale umano” per produrre, mercificare e disumanizzare completamente la comunità. Pazienza se moriranno campi, case, cortili che hanno una storia; luoghi da cui è passata una rivolta, sono nate nel Risorgimento piccole repubbliche dopo giorni di lotta contro gli oppressori, luoghi dove è nata la Resistenza: pazienza se le storie dei paesi e la stessa storia e il suo “progredire lento e contrastato”, come ebbe a scrivere Consolo ne Il sorriso dell’ignoto marinaio, pare oggi un divertissement per appassionati e non il sangue stesso dello Stato.
Non c’è dubbio, dietro alle parole del documento del 2025 sulle aree interne c’è più del piano che ne intitola le intenzioni: c’è una politica che separa, che cerca alleanze nella follia e nel cinismo di un Trump o di un criminale come Netanyahu. Il governo Meloni ha un piano preciso di smembramento del corpo sociale a vantaggio del capitalismo cieco e selvaggio. A cosa serve il ponte sullo Stretto? A unire un Paese di paesi morti? A rivitalizzare un Sud abbandonato ai ricatti dei suoi sfruttatori, alle mafie, alle strade sconnesse e tòrte che collegano i paesi?
Sono quattrocento residenti, o trecento, mille, ma spesso i dati sono falsati: sono, appunto, “residenti”, ma chi abita davvero nei paesi? Potrei parlare di Scaletta, Sperlinga, Caltabellotta, Mezzojuso, Longi o Reitano, Leonforte; potrei parlarne da visitatore timido e rispettoso, sentendo come sento sempre tutto il dolore dell’abbandono disegnato sulla vernice scrostata delle porte, su bagli con i fichi selvatici cresciutivi, sulle imposte di una casa frequentata da piccioni e filigrane di fantasmi.
Sì, fantasmi, che esistono in questi paesi e li vedi mischiarsi ai pochi rimasti. Le tracce dei vivi che sono partiti, a ben osservare, sono innumerevoli: bisogna però allenare lo sguardo per scorgerle, provando a sentire amore e partecipazione per il destino di questi luoghi, di questi cortili, di queste case colorate di murales ma vuote.
Le bottiglie d’acqua scacciano i gatti dalle soglie, sulla porta di una casa a Forza D’Agrò c’è scritta la data di partenza di Turi Pavone, chi sarà stato mai, dove sarà andato, è tornato? Improbabile. Il disordine architettonico di Raccuja: cattive ristrutturazioni, e poi: pare non ci abiti nessuno, lucchetti dietro alle porte, capperi cresciuti rigogliosi da spacchi, fenditure dei muri. Un paese martoriato dai tanti abbandoni subiti, perché l’abbandono è un concetto astratto, ma gli abbandoni sono le partenze di chi non è più ritornato, garages sprangati, le chiese chiuse. Eppure a Raccuja come in altri paesi ci sono persone che resistono, che provano a cambiare il destino maligno dello spopolamento, che cercano di rivitalizzare questi luoghi: bisognerà comunque accompagnare questi posti alla tomba senza che i decisori politici facciano nulla?
Cielo e mare si compattano in una luce condensata, lattiginosa: lo scirocco è al suo zenit e tutto tace, ma come un interno sommovimento hanno le cose tutte, almeno questo mi costringo a credere ed è la stessa sensazione che provo camminando per le stradine sporche di un paese alto, discosto, lontano. I nomi sui portoni, i numeri civici, un bar per incalliti scrutatori del nulla. Abbaia qualche cane legato in garage e cantine, apprestano la festa di Santo Sebastiano: in piazza giocano a basket, in tavolini disposti agli incroci le persone del Comitato chiedono ai paesani un contributo per la festa ormai prossima.
Pollina è “vertici aerei precipizi”, le stradine pulite ma vuote, anziani al bar disputano sul calciomercato, passa una jeep di ragazzotti che si pianta davanti al bar e intreccia con gli avventori una ulteriore disputa sugli acquisti della squadra del cuore. Salendo per i tornanti che da Finale conducono a Pollina, boschi, frassini coi cannoli di manna, un panorama bianco e zuccherino, l’intelligenza del sapiens dispiegata in orti, recinti, coltivazioni. Lasceremo morire Pollina? Lasceremo morire Sperlinga, così internata, alta e maestosa, vestita d’altra età nei rifugi sotto il suo mastodontico castello? Lasceremo morire Sperlinga la resistente? Ne accompagneremo dolcemente il corpo disfatto dalla migrazione dei suoi giovani?
Lasceremo morire parlate, dialetti, lingue minoritarie ricchi di “religioni spente” (Carlo Levi)? Chi va via dai paesi lascia un vuoto, una voragine di saperi, conoscenze, pratiche e questa desertificazione la osserviamo quotidianamente nei nostri paesi: il bosco lasciato inselvatichire, le caditoie sporche delle strade, le vie di comunicazione sconnesse, le idee che mancano, le parole che mancano, le parole di chi è andato via. Questa è l’Italia attuale, un Paese abbrutito dalla Destra al potere dove le aree rurali sono abbandonate a se stesse mentre la Francia, ad esempio, e in generale i Paesi del Nord Europa investono sulla campagna per dare la possibilità ai cittadini di una vita più sostenibile ed ecologica.
Ancora dal documento 2025:
«La sfida demografica, insieme ai fenomeni correlati dello spopolamento e dell’invecchiamento della popolazione, rappresenta una delle minacce più gravi per l’Unione Europea e, in particolare, per l’Italia. Questi processi minano la competitività e la resilienza dei Paesi membri, amplificano le disuguaglianze territoriali e generano difficoltà nella disponibilità di manodopera, nella sostenibilità dei sistemi sociali e previdenziali, e nell’accesso ai servizi essenziali».
Spopolamento e invecchiamento della popolazione sono dunque un problema di competitività ancora prima che di cittadinanza e di buon vivere, ancora una volta il dato economico finanziario sopravanza l’istanza etica, il profitto ha deturpato il volto della Patria.
Nel documento PSNAI 2025 è anche scritto più volte il proposito di migliorare i servizi e le opportunità per i giovani delle aree interne, quantomeno per quella porzione delle aree interne ancora “salvabile”. Per fare un esempio vicino, le nostre Madonie, dove negli anni gli abitanti hanno costruito aziende, i paesi sono tenuti bene, nonostante la continua minaccia di chiudere scuole, ospedali, e tagliare sui servizi essenziali.
Le buone intenzioni del Piano contrastano irrimediabilmente con gli accorpamenti delle scuole e la cancellazione dei punti di pronto soccorso, bene lo sanno comuni quali Baucina, Ciminna, Mezzojuso, Ventimiglia di Sicilia. A Villafrati ho rivisto dopo anni Ciro, che ora vive a Piacenza; ho rivisto Vincenzo, che studia a Torino. E potrei parlare di Gioele, Enrico, Santino, Federica, ragazzi che non abitano più a Villafrati perché hanno cercato e trovato una nuova vita al Nord o al Centro del nostro Belpaese. A Villafrati stanno sorgendo tanti teatri il cui polo è il Teatro del Baglio: spero forse follemente che si fermi qui il dissanguamento cui il paese è sottoposto da almeno quindici anni, spero possa essere la partecipazione che solo la cultura vera e profonda può promuovere a mettere quantomeno il seme del dubbio in chi vuole andare via. Certo non può sfuggirmi il fatto che questa speranza ce l’abbia io che un lavoro ce l’ho, mentre oggi cosa può fare una ragazza qui? Tutto considerato, però, per me è sempre spes contra spem, altrimenti siamo ridotti al rango di automi.
Si sta avvicinando un temporale e non c’è più un uccello nel cielo di Finale. Alcuni turisti siedono distrattamente al bar dopo il mare, dopo il sole. Una anziana discute con la sua badante del ritorno in uno di quei paesi alti dei Nebrodi, uno di quei paesi ultraperiferici e difficili da raggiungere. Mi piacerebbe parlare con gli abitanti di Leonforte e dire loro che devono essere “resilienti” e “disponibili alla manodopera”, come si immagina il ministro Foti nel suo Piano sulle aree interne. Ma soprattutto vorrei che riflettessimo sulla complessità (parola dimenticata, esclusa, negletta) di questo territorio Nazionale che mischia boschi lussureggianti a tetro latifondo, dolce collina e aspri campi, coste vacanziere e paesi dello scontento perenne. Scrive Matteo Meschiari nel suo Geografie del collasso: l’Antropocene in 9 parole chiave:
«Allenarsi a vedere la complessità, esercitare la complessità cognitiva di fronte a un cellulare o a una zolla di terra, cercare le tracce in superficie della complessità sepolta nel tempo profondo significa spezzare le catene, o almeno provarci» [2].
Sarebbe giusto ricordarsi della nostra storia nazionale per comprendere le problematiche che urgono e non derubricare territorio interi del nostro Paese a luoghi da accompagnare alla morte senza neanche il tentativo di invertire la rotta suicida intrapresa dal post capitalismo tecnologico. Sarebbero queste parole di Calamandrei da ricordare sempre quali monito per i decisori politici ed economici del nostro Paese e per tutti noi cittadini:
«Voi lo sapete: in Italia (…) ogni borgo, ogni svolto di strada, ogni collina, ha un volto, come quello di una persona viva: non vi è curva di poggi o campanile di pieve che non si affacci nel nostro cuore col nome di un poeta o di un pittore, col ricordo di un evento storico che conta per noi quanto le gioie o i lutti della nostra famiglia. Non si tratta di letteratura, si tratta di vita» [3].
Parole queste potenti, necessarie. I fatti di Alcara Li Fusi, il Risorgimento anticipato nel Corleonese da Francesco Bentivegna, e anche qui, a Finale, le torture subìte dal marinaio rivoltoso Gerbino per estorcergli informazioni sul nascondiglio dei rivoltosi cefaludesi Màranto, Spinuzza, i fratelli Botta.
Il dimenticato poeta di Galati Mamertino Ferraù, il poeta Giacomo Giardina di Godrano, Rosolino Gallina poeta pecoraio di Baucina, gli storici senza titolo accademico che si affannano a comporre disparati pezzi del mosaico di ogni paese: archivi parrocchiali, archivi fotografici privati, storie e paremiologie, canzoni e motti popolari: La storia “piccola” che nutre la grande la vedi, eccome, tra le strade di Pollina, Mistretta, Scaletta e Savoca, Ciminna e Villafrati.
Con Vincenzo Consolo ci domandiamo: «teniamo noi la chiave, il cifrario dell’essere, del sentire e risentire di tutta questa gente?», siamo sicuri che i paesi remoti vogliano essere accompagnati alla morte, non c’è una strategia, culturale innanzitutto, di riscatto di queste “zone depresse”?
Il temporale non è arrivato, c’è solo un vento ora forte di scirocco che ha divelto un paio di tavolini di plastica del bar. È un vento che increspa poco la superficie del mare ma sommuove i pensieri, crea connessioni tra fatti lontani nel tempo e nello spazio, ma confonde anche, turba il cuore. È notizia di ieri dell’ennesimo naufragio sulle coste di Lampedusa, una varcuzza che “attentava ai confini nazionali”. “Almeno ventisette morti”, “continuano le ricerche dei dispersi”. La mente è ottenebrata, così il cuore, ma non deve mai mancare il lavorio ininterrotto di chi ancora crede nella realizzazione di una concreta coesione sociale in questo Paese seppure in un’epoca di “passioni tristi”.
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
Note
[1] Cfr. Isabelle Stengers, Nel tempo delle catastrofi. Resistere alla barbarie a venire, Rosemberg & Sellier, Torino 2012: 37.
[2] Matteo Meschiari, Geografie del collasso: l’Antropocene in 9 parole chiave, Piano B, Prato 2021: 61
[3] Piero Calamandrei, Un incontro con Piero della Francesca, Edizioni Henry Beyle, Milano 2018: 15
______________________________________________________________
Nicola Grato, laureato in Lettere moderne con una tesi su Lucio Piccolo, insegna presso le scuole medie, ha pubblicato tre libri di versi, Deserto giorno (La Zisa 2009), Inventario per il macellaio (Interno Poesia 2018) e Le cassette di Aznavour (Macabor 2020) oltre ad alcuni saggi sulle biografie popolari (Lasciare una traccia e Raccontare la vita, raccontare la migrazione, in collaborazione con Santo Lombino); sue poesie sono state pubblicate su riviste a stampa e on line e su vari blog quali: “Atelier Poesia”, “Poesia del nostro tempo”, “Poetarum Silva”, “Margutte”, “Compitu re vivi”, “lo specchio”, “Interno Poesia”, “Digressioni”,“larosainpiù”,“Poesia Ultracontemporanea”. Ha svolto il ruolo di drammaturgo per il Teatro del Baglio di Villafrati (PA), scrivendo testi da Bordonaro, D’Arrigo, Giono, Vilardo. Nel 2021 la casa editrice Dammah di Algeri ha tradotto in arabo per la sua collana di poesia la silloge Le cassette di Aznavour. Con Giuseppe Oddo ha recentemente pubblicato Nostra patria è il mondo intero (Ispe edizioni).
_________________________________________________________________________________












