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La conoscenza che muove “dalle” storie, ovvero come raccontare il tempo delle migrazioni

Migrare (ph. Bruno Madeddu)

Migrare (ph. Bruno Madeddu)

di Ada Bellanova [*]

Le mal du pays, un racconto 

Stasera il telefono squilla e tu non rispondi. Neppure Viorica risponde. È una cosa che mi rende ansioso. Mi accanisco, mi affanno a comporre il numero ogni cinque minuti. Pigio di nuovo. Niente. Il cuore accelera. Cerco di vederti seduta sul divano con un gomitolo nelle mani e il gatto sul bracciolo. Il volume della televisione forse è alto e non senti, Viorica invece è in cucina che prepara da mangiare e neppure lei si accorge della musichetta del cordless che chissà dove avrete buttato. Maledico mentalmente le telenovelas, il tuo rifiuto di un apparecchio acustico, mi rammarico che il gatto non sappia avvisare visto che è l’unico ad aver sentito e ha sicuramente le orecchie dritte e gli occhi accesi, protesto tra me e me per lei e il suo italiano incerto, lo sfrigolio dell’olio e le canzoni rumene per farsi compagnia. Oh no, non ce l’ho mica con la Romania, intendiamoci. È che lei, Viorica, non è di molto aiuto in questi casi, e non so se agevolerebbe la comunicazione, anche se rispondesse. 

Deve essere così, che tu sei tutta concentrata su una storia d’amore, ti asciughi gli occhi davanti alla donna abbandonata, agli interni sudamericani di fazende, al caffè e ai biscotti e alle trame delle zie, delle sorelle, delle cugine, e alla crudeltà della madre padrona. Così impara l’italiano Viorica? Con quei dialoghi improbabili e con le tue frasi in dialetto?

Non potevamo trovare una badante italiana? Ma non ci sarebbe venuto nessuno: trasferirsi da te, accudire, pulire, cucinare, a tempo pieno… E poi devo ammetterlo, lei è straordinaria quando ti pettina e ti veste. Con amore. Come se non lo facesse per soldi. Manco vestisse sua madre. Che invece sta lì, dall’altra parte del mondo, forse curata, chissà, da qualcun altro. Che cosa strana è la vita.

Riprovo. Ora è occupato. Forse potrebbe essere, non so, che lei ha sollevato la cornetta per chiamare i suoi e ora sta lì, in piedi davanti allo specchio dell’ingresso, con il gatto che le si striscia sui piedi. Perché le si è affezionato subito il gatto e lei ha una grande dolcezza mentre ripete «Pisica, pisica, Miau». Può essere che sta lì a guardarsi la faccia e a controllare le rughe d’espressione mentre ride perché sta parlando con sua figlia, che le sta raccontando che ha fatto i compiti e che sente la sua mancanza, ma che andrà tutto bene, e lei risponde che sì, andrà tutto bene. Cose così credo si dicano madre e figlia lontane. Oppure: «Hai mangiato, tesoro?» Tu lo chiedi sempre. «Uagno’, hai mangiato?» E certo che ho mangiato, sono sempre il primo a mangiare qui al ristorante, prima che arrivino i clienti, ma tu non te lo ricordi, e non serve che te lo ripeta, che urli nel telefono perché la mia quotidianità ti arrivi, dall’altra parte del mondo. Non senti. Non senti quasi più nulla. Così devo rassegnarmi al tuo elenco delle cose di cui mi dovrei nutrire, che fanno bene ad un uomo della mia età, e alla protesta calma che se ci fossi tu cucineresti per me fritti e polpette, peperoni, sughi. Giaccio ogni volta prostrato dal menu, manco avessi mangiato davvero tutto quello che tu mi dici.

A pensarci bene il cibo è sempre stato il nostro argomento preferito in tutti questi anni di distanza. Senza rendermene conto, ho provato a tenere a mente tutti i tuoi trucchi. È stato questo il nostro solo esplicito alfabeto di tenerezza, un cordone ombelicale che mi lega a te, pure ora che i miei capelli si sono fatti grigi, a te e alla mia terra.

Migrare (ph. Bruno Madeddu)

Migrare (ph. Bruno Madeddu)

Mi chiedo che vita può essere quella di Viorica. Chiusa in casa, a provare a decodificare il tuo linguaggio, restando paziente ai tuoi capricci. Oh lo sai che sei capricciosa a volte! E non esce mai. Solo ogni tanto la domenica si mette il fazzoletto in testa e va a pregare in chiesa. Da don Lorenzo. Pure se lei è ortodossa. Si assicura che tu stia bene, ti porta la Bibbia e il rosario, ti fa felice con queste attenzioni da credente, e esce, lei incontro agli sguardi curiosi del paese, nell’aroma di pane e ulivi, sale silenziosa alla chiesa madre e si mette in fondo, per fare il suo segno della croce, che l’ultima volta a Natale mi ha riportato indietro, a te che cercavi di insegnarmi – ero piccolo, tre quattro anni forse – e io sbagliavo e sbagliavo, e poi sbagliavo apposta.

Da qualche mese si ritrovano tra le siepi della stazione lei e una sua amica: una mezz’ora per raccontarsi la vita in rumeno, la distanza, i progetti. Me l’ha detto mia cugina. La gente le sta a guardare, lo sai? E le trova esotiche, come trova esotici gli ambulanti africani alla festa del patrono, o la famiglia di cinesi che ha aperto un negozio di abbigliamento dove c’era la più grande rivendita di lavatrici e bombole a gas, prima che in tutte le case arrivasse il metano. Tutti esotici. Un’irruzione di mondo, più graduale che a Roma, si intende, più cauta che a Milano o a Torino, ma comunque una multicolore variazione. Che si allunga nei campi dove non vanno più a raccogliere le olive e i pomodori, stagione dopo stagione, le donne di casa – dopo aver pulito le labbra di latte dei figli insonnoliti, stipate loro, due fazzoletti e un panino, nelle corriere di seconda mano –, ma neri nerissimi ragazzi dalle gambe lunghe e qualche sikh dal turbante arancio. Una variazione che finisce negli asili, nelle scuole. E lo racconta mia cugina, dice che insegnare è sempre più difficile, ma che l’italiano resiste, si allunga, si accorcia, si stropiccia, ma resta, e qualche volta commuove che lo parli pure Qiang, il figlio di Simona Chen che però chissà come si chiama davvero. 

E io? Io come lo parlo? Come rispondo quando mi chiedi «Uagno’, hai mangiato»? Quanto resiste dentro di me la lingua di un tempo?

Non rispondi, non ancora. Ora mi riprende l’ansia che sia successo qualcosa. Mi arrabbio, mi infurio, perché una madre anziana deve stare con il suo unico figlio e non a mille e mille chilometri di distanza. Potresti portarti il gatto. Cercherei una signora italiana per farti compagnia. Verrebbero i miei figli a trovarti, sono sicuro. Sarebbe tutto diverso. Non queste telefonate stentate, tutta quest’ansia ogni volta che non rispondi. E invece no. Invece, alla mia proposta, con calma, tu dici che stai bene lì, che tuo marito l’hai seppellito lì, che la tua terra sta lì.  Piuttosto, perché non ritorno io…

Ich bin. Io sono. Chi sono? Giusto: perché non ritorno io? La metro, il ristorante, il vino… Bitte e Dankeschön. La scuola di musica qui di fronte da cui mi arrivano giorno dopo giorno melodie e insegnanti. La gente, tutta la gente che viene qui ad assaggiare la cultura italiana. Quanto tempo è passato. Quanta strada.

Quando sono partito avevo vent’anni, non ne potevo più di terra e conigli, di trecce di pomodori; alla radio, alla tv parlavano di un mondo che lì non c’era. Tutte le possibilità che vuoi… Sei tu che mi hai fatto così, con quest’ansia addosso, con questa voglia di cambiare. E poi siamo partiti in tanti, non ricordi? Scompartimenti interi sui treni. O le macchine cariche come carri alle fiere, che guidavamo con un occhio chiuso e l’altro aperto per tutta la notte e poi ancora, per arrivare, senza neanche sapere dove, senza neanche sapere bitte. Perché non ritorno? Per la fatica che ho fatto a imparare questa lingua per esempio: è stata terribile per mesi, o forse anni, la caverna di incomunicabilità. Poi per questa strada che ora è come fosse mia, perché tutti dicono «Andiamo da Domenico». Proprio in italiano lo dicono. Per i miei figli che lì tra gli ulivi hanno conosciuto solo i mesi d’agosto, beati e liberi, gli occhi dei parenti addosso, tutti a dire ‘i tedeschi’, e ora neppure le estati vorrebbero, sai. Vogliono altre cose. Dimenticano l’italiano. Il dialetto suona a loro oscuro come una lingua morta.

E poi per la casa, il futuro pure se ormai non sono più un ragazzo, le infinite possibilità, il nome dell’Italia a brillare nel piatto. Sto bene. Non fosse che certe volte quando mi arrivano le verdure mi innervosisco a non trovare i nostri pomodori. Ci dovrei essere abituato dopo tutti questi anni, che dici? E invece mi arrabbio: inveisco contro questi pomodori nordici che non hanno nessuna colpa. Neppure un vago ricordo del sapore della polpa nel frutto appena staccato dalla pianta ci trovo. E a volte mi arrabbio pure perché qui non c’è luce dorata nei mattini di primavera e gli uccelli hanno un altro verso, anzi, a volte non cantano proprio. Le strade sono ampie, i palazzi alti… Scaltri e fieri, i passeri tedeschi planano a beccare le molliche in silenzio. Ma che dico? Che sciocchezza gli occhi che si inumidiscono. Deve essere la musica che arriva dalla scuola di fronte. E poi sono momenti: passano. Ce li avrà pure Viorica, pure i cinesi del negozio di abbigliamento ce l’avranno, pure i ragazzi neri nei campi. 

Finalmente Viorica risponde. Dice che ti sei addormentata davanti ad un film. Non so come ma la capisco. Dice che lei era sotto la doccia. Mi dispiace, dice. Non la svegliare, dico. Mi avvisa che ha preparato le sarmale, che me le farà assaggiare la prossima volta. Il cibo, di nuovo…           

Sorrido.

Mentre le chiedo di salutarti, accenno col mento al professore di musica che è appena entrato, perché mi dica che melodia è quella che arriva dal pianoforte oltre le finestre aperte.

«Lizt» dice. «Le mal du pays» dice.

Ma io il francese mica lo conosco… 

brunerA cosa serve un racconto 

Le migrazioni contemporanee costituiscono uno dei fenomeni più studiati dalle scienze sociali. Demografi, sociologi, economisti e antropologi ne descrivono le cause, i percorsi, le trasformazioni del lavoro, le reti transnazionali, le dinamiche della cura, gli effetti demografici e linguistici e i processi di integrazione. Da questi studi emerge un quadro sempre più articolato di un’Europa nella quale persone, affetti e responsabilità attraversano continuamente i confini.

Che cosa può aggiungere, allora, un racconto? Non può – e infatti non pretende – di offrire ciò che la ricerca ha già spiegato. La finzione narrativa non rappresenta semplicemente la realtà studiata dalle scienze sociali, né traduce in immagini concetti già disponibili. Essa costruisce una diversa forma di conoscenza. Essa opera su un piano differente: non offre una dimostrazione, ma costruisce un’esperienza di senso. Attraverso personaggi, dialoghi, silenzi e memorie, rende percepibili le tensioni affettive, le ambivalenze e le reciproche dipendenze.

Saggio e racconto rappresentano due regimi di verità differenti, come sostiene Bruner [1], rispondono a domande differenti. Se il saggio può rispondere alla domanda «che cosa stanno diventando le migrazioni in Europa?» il racconto, invece, risponde a una domanda diversa: «che cosa significa vivere quelle trasformazioni?». Costruisce cioè un diverso accesso all’esperienza, mostra come i processi storici prendano forma nelle relazioni quotidiane, nei gesti della cura, nelle parole scambiate e nei silenzi che le interrompono, produce una forma di conoscenza diversa e complementare rispetto al sapere scientifico.

Inoltre – questa volta è doveroso ricordare Ricoeur [2] – il racconto configura la realtà, collega eventi dispersi. Solo quando la vita assume la forma di una storia riusciamo a comprenderla.

Martha Nussbaum afferma [3] che la narrativa non è semplice intrattenimento, essa mostra la complessità del singolo caso, costringendoci a guardare il particolare, rende accessibili esperienze, dolori e punti di vista lontani dai nostri, coinvolge le emozioni come strumenti di conoscenza.

Per tutte queste ragioni propongo a chi legge il racconto Le mal du pays e non un saggio. Un emigrato italiano che, dopo anni di lavoro in Germania, ha raggiunto una stabilità economica e professionale, tenta di mantenere un dialogo con la madre anziana rimasta nel paese d’origine e assistita da una badante proveniente dall’Europa dell’Est. Dietro questa trama essenziale si intrecciano alcune delle trasformazioni più profonde che hanno interessato l’Italia e l’Europa negli ultimi decenni.

ricoeurPer lungo tempo il racconto dell’emigrazione italiana è stato costruito intorno a un movimento unidirezionale: la partenza, il sacrificio, la nostalgia, l’eventuale ritorno. Oggi quello schema non basta più. L’Italia continua a essere un Paese di partenza, soprattutto per molti giovani e professionisti, ma è divenuta anche luogo di approdo per persone provenienti da altre aree del mondo, chiamate spesso a svolgere lavori di cura, assistenza e servizio. Nel racconto questi due movimenti si incontrano nello spazio più intimo della famiglia: la madre del protagonista vive grazie all’assistenza di una badante dell’Europa orientale, che a sua volta ha lasciato nel proprio Paese una figlia affidata ad altri. La cura diventa così una catena che attraversa confini, lingue e generazioni. È il tema delle global care chains, elaborato dalla sociologa Arlie Russell Hochschild [4].   La madre anziana viene assistita da una donna che, per poter prendersi cura di lei, ha dovuto interrompere la cura quotidiana di sua figlia. La cura insomma non viene prodotta, ma trasferita da una famiglia a un’altra. Il protagonista paga qualcuno affinché faccia ciò che lui non può fare. La badante, però, affronta una situazione analoga.

L’esperienza migratoria, tuttavia, non è raccontata soltanto come distanza geografica. Essa modifica il senso di appartenenza, ridefinisce le relazioni, cambia il volto delle comunità. Il paese del Sud che il protagonista conserva nella memoria non coincide più con quello che continua a esistere. Le sue strade sono percorse da nuovi abitanti, da lingue diverse, da biografie che richiamano, con segno rovesciato, quelle degli italiani emigrati nel Novecento. La domanda – quali lingue si parlano oggi nei paesi italiani? – non riguarda soltanto la comunicazione quotidiana, ma la possibilità stessa di riconoscersi in una comunità che cambia.

donne-globaliAnche la nostalgia assume qui un significato diverso da quello tradizionale. Non è soltanto il rimpianto per un luogo lontano, ma la consapevolezza che quel luogo non è rimasto immobile. Chi parte cambia; ma cambia anche chi resta, e cambiano gli spazi dell’appartenenza. L’emigrato e la madre finiscono così per abitare due forme diverse di lontananza: lui vive altrove, lei vive in un paese che non è più esattamente quello che entrambi ricordano. La nostalgia non riguarda solo la distanza dal luogo d’origine, ma la distanza tra luogo ricordato e quello realmente esistente: non è – solo – spaziale, è temporale. Il paese d’origine non è semplicemente lontano; è cambiato. È abitato da nuove presenze, da nuove lingue, da nuove forme di appartenenza che interrogano tanto chi è partito quanto chi è rimasto.

Il racconto invita a osservare come le migrazioni abbiano ormai assunto un carattere circolare e reciproco. Le storie degli italiani all’estero e quelle dei nuovi immigrati in Italia non sono esperienze separate, ma parti di una stessa geografia umana, nella quale il lavoro, gli affetti e la cura attraversano continuamente i confini. La vicenda del protagonista diventa così occasione per riflettere su un’Italia che continua a partire mentre accoglie, che invecchia mentre si rinnova, e che ritrova nelle biografie degli altri domande che un tempo appartenevano ai propri emigranti.

Se il discorso scientifico tende necessariamente a ricondurre l’esperienza entro categorie analitiche – emigrato, badante, anziano, famiglia transnazionale, catena della cura –, con questa narrazione invece voglio compiere un altro movimento: restituire la singolarità delle vite, mostrare ciò che eccede ogni classificazione, rendere visibili le ambivalenze, le contraddizioni e i legami che nessuna categoria riesce a esaurire. Il protagonista non è soltanto un emigrato italiano che ha trovato in Germania una stabilità economica e professionale. È, nello stesso tempo, un figlio che sperimenta la distanza dalla madre, un uomo che affida a un’altra donna il compito della cura, una persona sospesa fra un luogo nel quale vive e un luogo che continua ad abitare nella memoria. Allo stesso modo, la badante proveniente dall’Europa orientale non incarna soltanto una figura del lavoro migrante. La sua presenza rinvia a un’altra assenza: quella della figlia rimasta nel Paese d’origine. Le due biografie non vengono accostate per costruire una simmetria morale o una facile equivalenza fra esperienze migratorie differenti. Vogliono mostrare come le migrazioni contemporanee producano nuove geografie degli affetti e della responsabilità. Ma vogliono anche rendere visibile un paradosso della contemporaneità.

nussbaum-giustizia-poeticaL’Italia continua a essere, insieme, terra di emigrazione e di immigrazione. Il figlio partito e la donna arrivata da lontano condividono, pur nelle profonde differenze delle rispettive condizioni, l’esperienza di una vita distribuita fra più luoghi, di affetti che attraversano le frontiere, di una cura esercitata sempre anche a distanza. La Germania e il paese del Sud poi – ma anche la Romania – non sono luoghi separati, ma nodi della stessa rete di mobilità europea. L’emigrato italiano e la badante dell’Est occupano posizioni diverse all’interno dello stesso sistema migratorio. Le vite delle persone si svolgono contemporaneamente in più Paesi, attraverso telefonate, rimesse, viaggi, ricordi, responsabilità familiari. Non esiste più una netta distinzione fra chi parte e chi resta. È l’Europa, non quella delle istituzioni, ma quella delle vite quotidiane. Il ristoratore italiano in Germania, la madre nell’Italia del Sud, la badante dell’Europa orientale, la figlia rimasta nel paese d’origine: sono tutti parte della stessa geografia umana. Le frontiere politiche esistono ancora, ma le relazioni di cura, di lavoro e di appartenenza le attraversano continuamente. Ostinatamente.

Con un racconto ho voluto provare a restituire la complessità delle vite. Sono convinta che, se percepiamo che esistono delle persone dietro i fenomeni, nei fenomeni, e che queste persone non sono dati, allora forse possiamo imparare ad affrontare i problemi in maniera più umana o almeno più civile.

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
[*] Qui il podcast a cura di Francesco Marino per approfondire il contenuto dell’articolo. 
https://www.spreaker.com/episode/ada-bellanova-le-mal-du-pays–74755699
Note
[1] Bruner J. S., La mente a più dimensioni, trad. it. a cura di R. Rini, Laterza, Roma-Bari 2005; La fabbrica delle storie. Diritto, letteratura, vita, trad. it. a cura di M. Carpitella, Laterza, Roma-Bari 2015.
[2] Ad esempio Ricoeur P., Temps et récit, Edition du Seuil, Paris 1983.
[3] Nussbaum M. C., Giustizia poetica. Immaginazione letteraria e vita civile, a cura di C Greblo, trad. it. a cura di G. Bettini, Mimesis, Milano 2012.
[4] Si veda in particolare Ehrenreich B-Russell Hochschild A. Global Woman: Nannies, Maids, and Sex Workers in the New Economy, Granta Books, London 2003, di cui esiste una traduzione italiana: Ehrenreich B-Russell Hochschild A., Donne globali. Tate, colf e badanti, trad. it. a cura di V. Bellazzi e A. Bellomi, Feltrinelli, Milano 2004. 
Riferimenti bibliografici
Bruner J. S., La mente a più dimensioni, trad. it. a cura di R. Rini, Laterza, Roma-Bari 2005.
Id., La fabbrica delle storie. Diritto, letteratura, vita, trad. it. a cura di M. Carpitella, Laterza, Roma-Bari 2015.
Ehrenreich B-Russell Hochschild A. Global Woman: Nannies, Maids, and Sex Workers in the New Economy, Granta Books, London 2003, di cui esiste una traduzione italiana: Ehrenreich B-Russell Hochschild A., Donne globali. Tate, colf e badanti, trad. it. a cura di V. Bellazzi e A. Bellomi, Feltrinelli, Milano 2004.
Nussbaum M. C., Giustizia poetica. Immaginazione letteraria e vita civile, a cura di C Greblo, trad. it. a cura di G. Bettini, Mimesis, Milano 2012.
Ricoeur P., Temps et récit, Edition du Seuil, Paris 1983.

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Ada Bellanova insegna in un liceo. Già PhD presso l’Università degli studi di Siena e poi all’Universitè de Lausanne, autrice della monografia Un eccezionale baedeker. La rappresentazione degli spazi nell’opera di Vincenzo Consolo (Mimesis 2021), oltre che di diversi articoli sull’autore. Si interessa di permanenza del mondo antico nel contemporaneo, di ecocritica, della percezione dei luoghi, dei temi della memoria, delle migrazioni e dell’identità. Scrive narrativa. 

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