La comunicazione per l’integrazione: il ruolo dei media

 copertina giacomarra di    Mario G. Giacomarra

 I movimenti di popolazioni sono fenomeni presenti nelle società umane da tempi remoti. Basti ricordare il bacino del Mediterraneo che Fernand Braudel ha avuto modo di definire “uno spazio di movimento” con riferimento già al XVI secolo. Nel corso del Novecento e in questi primi anni del XXI secolo, l’area coinvolta nei processi migratori si è allargata fino a toccare dimensioni planetarie: prima le migrazioni intercontinentali e intraeuropee, ora le migrazioni extracomunitarie verso l’Occidente.

Per comprendere l’intrinseca natura di queste ultime non basta considerare gli squilibri demografici fra aree diverse del mondo, che pure innescano in periodi e condizioni determinate processi variamente esitati; né basta fare riferimento ai fattori di espulsione, che determinano “effetti spinta” sulle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo; né ancora ai fattori di richiamo da parte dei Paesi economicamente avanzati, in cui si attivano meccanismi di offerta di lavoro nei diversi settori. Le ragioni demografiche e gli squilibri territoriali, da soli, non è detto che riescano a innescare  movimenti di popolazioni, se mancano altre condizioni, che sono riconducibili in primo luogo all’estendersi delle reti di comunicazione, reali e simboliche. Comunicazioni fisiche, le strade e i trasporti aerei, marittimi e terrestri; comunicazioni simboliche, i mass media e il recente diffondersi di Internet.

L’avvicinarsi, sul piano simbolico e dell’immaginario collettivo, di popolazioni diverse per ambienti, economie e sistemi sociali, muove processi a catena: aspettative di benessere, mobilità dalle campagne ai centri urbani, trasferimento nei Paesi avanzati, tappe segnate ora da successi, ora da delusioni, fallimenti, difficoltà di integrazione. Testimonianze dei profughi del Canale di Sicilia, avidi divoratori di televisioni occidentali, danno un’idea di quali effetti finisca col produrre ciò che parrebbe un “innocente” consumo di immaginario. Ecco perché i processi migratori appaiono sempre meno attivati solo da ragioni “strutturali”, e sempre più collegati, se non promossi, da meccanismi innanzitutto “culturali”, connessi alla comunicazione del simbolico e alla diffusione di un identico immaginario collettivo tra popoli diversi.

foto1Che cosa dobbiamo intendere per integrazione, parola buona per gli usi più diversi nel parlare quotidiano? Nei classici della sociologia l’uso non è meno ambiguo. Qui con “integrazione” si intende innanzitutto uno stato concernente l’essere stesso di una società. Per Durkheim essa è intesa come la condizione d’esistenza del sistema sociale: la “solidarietà meccanica”, preesistente ai rapporti che si instaurano con la divisione sociale del lavoro, non meno della “solidarietà organica”, può essere indicativa, al riguardo. L’una e l’altra appaiono come lo «stato variabile di una società… caratterizzato dalla tendenza e disponibilità costanti, da parte della gran maggioranza degli individui che la compongono, a coordinare regolarmente ed efficacemente le proprie azioni con quelle degli altri individui a diversi livelli della struttura della società stessa… facendo registrare un grado relativamente basso di conflitto» (Gallino 1978, 387).

Riferendoci ai processi d’inserimento di nuclei di popolazione immigrata in una società di più ampie dimensioni, a noi interessa una seconda accezione, di certo più significativa: questa privilegia la dimensione processuale del concetto di integrazione. In questo secondo senso, l’integrazione può essere intesa come «il processo con cui una parte della realtà sociale viene… destinata a quella realtà stessa… a cui tende per esigenza di crescita o per creatività culturale… Si ha così la costruzione di contesti, e di eventi in essi, che realizzano ed espandono la socialità dell’uomo» (Scivoletto 1987, 1056). Integrazione come processo, non meccanicamente orientata verso esiti predefiniti, ma dinamica, non stagnante, e in ogni caso problematica. Da qui la necessità funzionale dell’integrazione: ogni sistema sociale appare infatti tendere verso l’equilibrio delle singole parti, e dunque verso una loro integrazione progressiva.

foto2Qui emerge la responsabilità sociale dei media, per l’opera che ad essi finisce con l’essere affidata di agevolare o, viceversa, rallentare (e impedire persino) i processi di integrazione in atto. Sono ben note le fasi che portano alla costituzione di un tema su cui focalizzare l’interesse di target specifici di lettori. Il “ciclo di attenzione” si apre con una fase di latenza: pur esistendo tutte le condizioni che danno rilievo a un tema economico e sociale, esso può continuare per molto tempo a essere ignorato dai media e discusso solo da gruppi ristretti di esperti e specialisti, i quali non sempre riescono a farne un argomento di dibattito. Segue la fase di emergenza: se si verificano eventi rilevanti (o ritenuti tali), può accadere che coloro che fanno opinione (politici e media, in primo luogo) scoprano l’urgenza del problema e perciò stesso lo pongano ai primi posti dell’ordine del giorno nell’agenda politica o mediale, offrendogli contemporaneamente quella visibilità che prima gli era negata. È la fase in cui si vede crescere, per converso, la domanda d’informazione da parte del pubblico e i media si incaricano di mantenere alta l’attenzione, anche con scoop e/o con pseudo-eventi. La terza, infine, è la fase autoreferenziale: ora il tema «appare compiutamente formato, si autonomizza rispetto alle dinamiche d’opinione e ai problemi che lo avevano fatto sorgere, diventando relativamente indipendente dagli eventi. Ormai la sua trattazione e il suo sviluppo in questa fase sono determinati dalle interazioni fra i media e la politica» (Marletti 1991, 61-2).

Quale grado di notiziabilità è stato concesso agli immigrati in seno al processo delineato? A meno che non costituissero oggetto di cronaca nera, è dovuto passare del tempo prima che essi diventassero argomento di rilievo per il giornalismo. A meno che non facessero gridare “Al lupo! Al lupo!”, fino ai primi anni Novanta sono stati presenti solo in modo cronachistico, appunto, e non sono mai stati oggetto di un’attenta tematizzazione.

Quanto alla Raccolta, tranne che non provengano dalle questure (e dunque trattino di episodi criminosi), le informazioni sugli immigrati sono quasi inesistenti perché un giornalismo che non sia d’inchiesta non entra nel loro vissuto quotidiano. Nella Selezione, tra i criteri in base ai quali il giornale sceglie quali informazioni far diventare notizia, ce n’è uno legato all’importanza o all’interesse suscitato dal soggetto coinvolto. È chiaro che l’immigrato non è fra questi e dunque viene notiziato solo in casi eccezionali. Il Trattamento è la fase in cui si cucinano, letteralmente, gli articoli da passare poi in redazione: non può essere un caso che le stesure di articoli sugli immigrati vengano quasi sempre affidate ad apprendisti e praticanti, che possono essere anche più capaci dei professionisti, ma che certo non vengono scelti per questo. L’Editing, infine, è la fase in cui il giornale presenta le notizie, offrendole al lettore. Impaginazione, collocazione nella pagina, titolazione è raro che facciano salire in prima pagina l’immigrato nel suo vissuto quotidiano, tranne che non sia coinvolto in fatti di cronaca di grande risonanza.

foto3Stretto insomma nei meccanismi attraverso cui opera l’informazione, l’immigrato rimane buon ultimo, perché non possiede nessuna delle caratteristiche che rendano notiziabili gli eventi che lo riguardano e rimane perciò vittima di stereotipi alimentati e coltivati dai media. Una qualche presenza nell’informazione si registra solo se lo straniero rompe lo schermo televisivo, se va oltre la pagina del giornale. Sul vissuto quotidiano, sul lavoro e le condizioni di vita, sui problemi affrontati giornalmente dagli immigrati manca qualsiasi forma di attenzione. Hanno fatto eccezione due iniziative: Permesso di soggiorno, programma radiofonico trasmesso giornalmente da Rai 1, ma alle 5.50 del mattino; Metropoli, supplemento domenicale al quotidiano La Repubblica, è durato lo spazio di un mattino.

Gli ottimisti immaginano una società futura, multietnica e multiculturale, in cui un ruolo centrale sarà svolto dalle comunicazioni. L’espansione della rete delle comunicazioni, infatti, fa  pensare che la fine delle frontiere tra popoli, culture e Stati nazionali sia vicina. Alcuni arrivano a immaginare scenari in cui nell’universo delle comunicazioni si incontreranno i popoli più lontani, si aboliranno le disparità mentre si moltiplicheranno gli scambi. Ma l’attualità rivela che quegli scenari sono ancora remoti: stereotipi e pregiudizi operano ancora massicciamente negli apparati di comunicazione, nonostante le buone intenzioni e le reti di comunicazione, lungi dall’unire i popoli del pianeta, hanno creato finora nuovi sbarramenti tra coloro che vi accedono e i tanti che ne restano esclusi.

Eppure, il ruolo che i mass media e le nuove tecnologie possono e devono svolgere nei confronti del pianeta immigrazione non può essere per questo sminuito né messo da parte. Tutt’altro. Il crescere delle comunicazioni sta attivando movimenti planetari di enorme portata, ma è come se quell’opera si sia interrotta a metà e la comunicazione non abbia avuto la possibilità di produrre tutti i suoi effetti. Almeno sinora, è bene ribadire: ma per quanto tempo ancora?

È importante valutare l’immagine dello straniero offerta dai mass media, e  intervenire su di essa se necessario, perché i media non solo sono interpreti dell’opinione pubblica ma, quel che è più importante, fanno opinione pubblica, soprattutto in un periodo in cui le agenzie di socializzazione tradizionali (la scuola, la chiesa, i partiti, ecc.) sembrano non possedere strumenti adeguati per intervenire su un pubblico di massa. In tale situazione risulta ancora più evidente il ruolo dei media: da qui l’esigenza di monitorare costantemente di quali immagini degli immigrati essi si fanno veicoli, registrando e promuovendo opinione pubblica.

foto4È impressione diffusa, ad esempio, che più fanno informazione tematizzata sugli immigrati, più i media possono contribuire a creare un atteggiamento favorevole agli immigrati stessi. Siamo perciò dell’idea che i rigurgiti di razzismo e di xenofobia che, nonostante le buone intenzioni, si registrano ancora nel nostro e in altri Paesi, siano in parte dovuti a vere e proprie carenze di comunicazione. L’assenza di notizie sulle condizioni di vita, sui problemi dei luoghi da cui provengono gli immigrati, contribuisce a renderceli poco noti, facendo crescere pregiudizi, coltivare stereotipi e ingenerando, appunto, i noti episodi di xenofobia e di razzismo. Se fossimo messi nelle condizioni di conoscere le reali condizioni di vita quotidiana dei Paesi di provenienza degli immigrati, e se loro avessero accesso ai canali di comunicazione internazionali, sì da poter essere gli uni familiari agli altri, anche solo in realtà di immaginario: chissà che non potrebbero essere avviati a superamento le immagini ricorrenti dello “straniero”!

La funzione che le comunicazioni possono svolgere nei processi di integrazione degli immigrati è insomma di grande rilievo: compito che i mass media e le nuove tecnologie non possono permettersi di ignorare. Essi possono aiutare infatti a superare antichi stereotipi e a muoversi nella direzione della reale conoscenza delle loro condizioni di vita nei Paesi d’origine, dei loro universi culturali e delle loro aspirazioni per il futuro. Ancora una volta, insomma, affidiamo alle comunicazioni il miracolo dell’incontro e dello scambio interazionale che lentamente portano all’integrazione culturale, oltre che sociale.

Dialoghi mediterranei n.10, Novembre 2014
Riferimenti bibliografici
Braudel F. 1992    (a cura di), Il Mediterraneo: spazio storia uomini tradizioni, trad.it., Bompiani, Milano.
Durkheim E. 1962    Le regole del metodo sociologico (1895), trad. it., Comunità, Milano.
Giaccardi C.2005    La comunicazione interculturale, Il Mulino, Bologna.
Giacomarra M.2000    Migrazioni e identità. Il ruolo delle comunicazioni, Palumbo, Palermo.
2007    (a cura di) Isole. Minoranze migranti globalizzazione, 2 voll., Fondazione Buttitta, Palermo
Martelli S. 2007    Una comunicazione ‘multicolore’. Dati e riflessioni sull’offerta dei media rivolti a/co-prodotti dagli immigrati in Italia, in Giacomarra (2007), vol.2, pp. 17-38.
Morcellini M. 2007    Migranti. Isole nella rappresentazione dei media, in Giacomarra (2007), vol. 2, pp. 16.
Scivoletto A. 1987    Integrazione, in Demarchi Ellena Cattarinussi, Dizionario di Sociologia, Ed. Paoline, Milano
Weinreich U. 1979    Lingue in contatto (1953), trad.it., Boringhieri, Torino.
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Mario G. Giacomarra, di formazione antropologica e docente di  Sociologia della Comunicazione all’Università di Palermo, è stato  l’ultimo Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia prima della sua confluenza nella Scuola delle Scienze umane e del Patrimonio culturale. Si è occupato a lungo di migrazioni e dei processi di integrazione, mettendo a confronto i fenomeni della contemporaneità con quelli che hanno determinato le minoranze storiche galloitaliche nel XII secolo e albanesi nel XV. Tra le pubblicazioni si segnalano: Immigrati e minoranze. Percorsi di  integrazione,1994; Migrazioni e identità. Il ruolo delle  comunicazioni, 2000. Ha curato nel 2006 gli Atti del Congresso Isole. Minoranze migranti globalizzazione, promosso dalla Fondazione Buttitta.
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