La casbah di Mazara. Dall’etnico all’esotico

(foto E. Grosso)

Foto E. Grosso

 di Francesca Rizzo

Il canto del muezzin puntuale richiama all’attenzione, non solo alla preghiera. Per qualche minuto si incontra, si sovrappone e si confonde con l’omelia cristiana. È un unico arcaico filo conduttore sonoro quello che si forma e si irradia da un unico luogo; coinvolge gli abitanti e i passanti ad una percezione mentale spaziotemporale, ai ritmi della vita, dei pensieri, della storia, e li guida nell’aria, verso mondi “altri” ad un passo da casa, a quella alterità, dimensionale o astratta, negata o accettata, che è comunque sempre consustanziale alla composita formazione di ogni identità, del nostro stesso essere nel mondo. Non siamo nel continente africano e per molti aspettanti non sembra di essere neanche nel continente europeo. Siamo nel cuore della Casbah di Mazara del Vallo, al centro del policromatico e polisonoro “mosaico mediterraneo”, nella terra di mezzo di quel “mare in mezzo alle terre” che è il Mar Mediterraneo, un groviglio di voci e dissonanze, che prepotentemente si fonde con le acque del fiume Mazaro e penetra all’interno della città plasmando in un rapporto simbiotico il naturale e suggestivo portocanale e la città stessa.

Lo studio antropologico-spaziale di questa parte del centro storico di Mazara nasce dal bisogno di conoscere questa realtà urbana per troppo tempo impermeabile e muove dalla convinzione che partire dalla struttura di questo luogo sostanzialmente poco indagato nelle sue dinamiche evolutive, dal modo in cui è vissuto dai suoi abitanti distinti in comunità e da tutti coloro che vi transitano, potremmo forse capire che valenza assume l’alterità da cui è stato investito nella costruzione della sua identità. Se è vero che la chiave di lettura di una città va ricercata nel suo centro storico, la memoria collettiva di Mazara passa attraverso la composita identità storico-culturale del suo nucleo più antico, la casbah (con questo termine gli abitanti si riferiscono ai due rioni storici di San Francesco e Giudecca) [1], nella quale è ancora visibile l’impronta della dominazione musulmana.

 Foto F. Rizzo

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Lo spazio urbano è per sua natura storica e antropologica un prodotto multietnico e multiculturale stratificato, un corpo che incarna ed emana memoria: chi lo percorre o lo vive respira, anche quando non li avverte consapevolmente, i ritmi e i flussi umani e temporali ad esso embricati, e dai quali è costantemente attraversato. Lo spazio che ci circonda, infatti, non è un puro e assoluto spazio euclideo, uno sfondo neutro nel quale astrattamente ci muoviamo, è un prodotto umano, esiste in quanto creazione culturale: «su di esso si proiettano tutti i sistemi di classificazione simbolica che la società ha adottato, si riflette il sistema sociale stesso; nello spazio il sistema si materializza e si rinforza continuamente»[2].

La casbah di Mazara nel suo divenire storico, identitario, sociale e culturale, assomma e racchiude in sè l’universalità dei problemi legati agli spazi urbani e l’eterogeneità propria di ogni spazio della migrazione; è il luogo in cui l’identità storica del passato si fonde con l’alterità del presente creando un microcosmo urbano locale in grado di rispecchiare gran parte delle dinamiche macrocosmiche urbane globali, continuando ad affermare la sua vocazione di luogo di incontro tra i popoli che nella storia l’hanno permeata e ne hanno determinato il carattere complesso e stratificato. È uno spazio che accoglie in forme miniaturizzate ma nette «l’eredità di una storia lunghissima e complessa». Il nucleo abitativo più antico della città, evolutosi nei secoli da quelli che furono i primi villaggi di pescatori, sorti proprio sulle rive del fiume e del portocanale, trae la sua ragion d’essere non soltanto dalla conformazione urbana e territoriale, ma anche dalla strategica posizione geografica della città a poco più di cento miglia dalle rive del Maghreb. I contatti storici tra le due sponde protrattisi ininterrottamente nei millenni hanno dato vita ad un composito circuito di scambi culturali, economici e sociali ancora attivo che ha lasciato tracce indelebili nella storia della città tutt’oggi individuabili tra le mura della Casbah e i suoi abitanti.

Sebbene la città sia stata costruita e ricostruita su se stessa nel tempo, e nel corso dei secoli abbia subito grandi mutazioni urbane, qui la morfologia del tessuto urbanistico e il tracciato viario conservano i caratteri propri di modelli e culture di tradizione islamica: un labirinto di strade e stradine tortuose, curve a gomito, vicoli e cortili (shāri, durub e azikka) [3] appositamente progettato per rendere più lento e difficile il passaggio dalle zone esterne e pubbliche a quelle più interne, semiprivate o private, che facilita l’isolamento rispetto all’esterno, scoraggia l’intrusione e favorisce il controllo dello spazio pubblico e di chi vi gravita dall’interno dell’abitazione. Dopo dodici secoli, la casbah è tornata ad assumere il ruolo di spazio della migrazione al centro del Mediterraneo: al suo interno i migranti provenienti dal Nord Africa, in una visione ereditaria di una più ampia cultura mediterranea, ritornano a riappropriarsi di luoghi nei quali riconoscono parte della loro cultura, dei loro stili di vita, nei quali proiettano un’autorappresentazione fisica e simbolica. Qui trova luogo la materializzazione della contrapposizione ideologica, ma anche della “pacifica convivenza” tra Occidente e Oriente, tra cristianesimo e islamismo, con il tempo diventata un dispositivo ordinatore dello spazio, collocandosi sul piano simbolico nei diversi aspetti della cultura mazarese e siciliana in generale. Un esempio è riassumibile nella piazza San Francesco, nella quale si affaccia una delle chiese barocche più belle della città con l’adiacente convento accanto alla piccola sala di preghiera musulmana. In questo luogo le spiritualità cristiana e musulmana di fatto quotidianamente si sovrappongono e confondono le loro sonorità e le loro ritualità durante le celebrazioni delle rispettive liturgie.

Foto  F. Rizzo

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È noto che gli immigrati si concentrano generalmente ai margini delle città, in quelle parti degradate del centro storico, delle aree semicentrali, nei sobborghi e negli slums. La divisione dello spazio urbano, i principi distributivi e i processi insediativi hanno però una propria storia, corrispondono a progetti di inserimento molteplici che si differenziano sulla base di fattori eterogenei: la struttura urbanistica della città (come nel nostro caso di studio), la storia migratoria e il contesto d’origine delle popolazioni immigrate, i caratteri demografici, sociali, culturali e professionali, i piani di riqualificazione urbana, il ruolo delle istituzioni, il mercato immobiliare pubblico e privato. La concentrazione spaziale, inoltre, può implicare vantaggi quali la preservazione dell’identità culturale di un gruppo, l’inserimento nel contesto sociale e lavorativo, e svantaggi quali la restrizione dei contatti sociali e con le istituzioni, lo sviluppo di stereotipi spaziali che possono influenzare negativamente la percezione della zona urbana e dei suoi abitanti. Le aree o i quartieri cosiddetti etnici, infatti, sono spesso unità spaziali e sociali a densità multietnica.

L’evoluzione dell’utilizzo e dell’identità dello spazio urbano concernente il centro storico di Mazara e segnatamente la casbah è segnato dalla data del 1968, anno in cui, da un lato, il terremoto colpì la valle del Belice e, sebbene non arrecò danni notevoli agli edifici, accelerò il già avviato deflusso della popolazione da questa parte della città; dall’altro lato, cominciarono ad arrivare in città i primi immigrati tunisini, che si stabilirono nelle parti degradate del vecchio rione storico della casbah, occupando piccoli alloggi fatiscenti in condizioni igieniche precarie e con servizi limitati in conseguenza di una serie di fattori convergenti: la modicità dei costi degli alloggi, la loro prossimità ai luoghi di reclutamento della forza lavoro – la Marina e il portocanale per coloro che lavoravano nel settore della pesca, Piazza Porta Palermo per chi si impiegava stagionalmente come bracciante agricolo – e la possibilità di appropriarsi di uno spazio urbano che ricorda molto da vicino gli ambienti dai quali si proviene poiché vi si ritrovano non solo gli aspetti architettonici e urbanistici della città araba, ma anche i propri compaesani in quanto luogo privilegiato della catena migratoria.

Con il sisma del 1981 si assiste al propagarsi della popolazione locale dal centro alla periferia della città; è in questo periodo che si interrompono quasi completamente i contatti della stragrande maggioranza degli abitanti autoctoni con la casbah: lasciata al degrado nel disinteresse delle istituzioni pubbliche, non più transitata né illuminata, anche a causa della sua morfologia diventa riparo per spacciatori, tossicodipendenti, contrabbandieri, criminali di ogni tipo ed emarginati. Tale situazione si è ulteriormente complicata all’inizio degli anni ‘90 con l’arrivo e lo stanziamento di nuovi flussi migratori sull’onda dell’imminente guerra nei Balcani, provenienti dai Paesi della ex Jugoslavia in smembramento, ovvero gli “albanesi” o “slavi” così come vengono chiamati, per lo più serbi, kosovari e montenegrini di etnia rom (in maggioranza Khorakhané e di fede musulmana),  che si aggiunsero al piccolo gruppo rom giunto in città da Gnijlane negli anni ’70.

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La comunità rom di Mazara costituisce, il secondo gruppo etnico dopo quello dei maghrebini; indicati come “slavi” vengono menzionati dalla popolazione locale solamente attraverso stereotipi, ma in realtà pochissimi sono a conoscenza del fatto che si tratta di un gruppo rom, anche perchè molti di loro tendono a rimanere anonimi per evitare lo stigma di “zingaro”, troppo è il divario conoscitivo e troppi sarebbero quei pregiudizi da sfatare creati dai gagè (tutti i non rom). Per i rom, profughi di guerra e richiedenti asilo politico, la casbah si presentò come una sorta di rifugio di emergenza, tanto più che le case abbandonate pare fossero concesse esentasse in cambio di lavori di rinnovamento autogestiti. Questa concessione però andava a sottolineare ancora una volta l’alterità riconosciuta a questa parte della città e a suggellare quella percezione della casbah come “spazio marginale”.

Dunque, con l’arrivo dei primi gruppi di immigrati a Mazara si formò, nei locali degradati della casbah, una “colonia”, cioè la concentrazione provvisoria di un gruppo etnico in questa piccola zona funzionale a necessità lavorative corrispondenti ad entrambe le comunità. All’incremento della densità abitativa corrispose l’aumento della competizione spaziale e della percezione della distanza culturale dando vita ad un “ghetto” dai confini immateriali ma simbolici, etnici e culturali. La casbah da luogo storico e identitario della città si è trasformato in uno spazio socialmente subuniformato e stigmatizzato, topograficamente separato sotto la logica dell’appartenenza etnica. Di contro la separazione dal resto della città ne ha fatto un luogo di concentrazione per ogni forma di criminalità.

 Foto F. Rizzo

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In questo modo per molti anni, fino ai nostri giorni, il cuore della città antica è diventato uno spazio “altro” rispetto al resto della città, sconosciuto a gran parte della popolazione mazarese che, abbandonandolo a se stesso, ha contribuito a renderlo tale, connotandolo nella sua aurea di negativa alterità, sottolineata da un uso distorto dello stesso termine Casbah, in senso dispregiativo. È probabilmente il processo di inserimento socio-spaziale dei nuovi arrivati l’elemento che più degli altri ha giocato un ruolo fondamentale nella percezione di questo spazio come “altro”: la casbah che per le sue caratteristiche fisiche si configurava già come luogo dell’impronta araba della città, diventa lo spazio della migrazione, il “territorio dei tunisini” ma anche degli “slavi”. Si innesca un meccanismo percettivo per cui la presenza dello “straniero” rende estraneo anche il luogo che esso occupa e ciò che identifica. Lo storico rione di San Francesco, per esempio, rievoca uno stile di vita etnico che proietta la propria abitazione anche al di fuori degli spazi strettamente domestici, su quelle stradine, vicoli e cortili vissuti come estensione del domestico, specie dalla comunità rom, concentrata in alcune aree ben precise (via Pilazza e via Bambino – parte interna del quartiere S. Francesco); uno stile di vita dal quale il mazarese autoctono si è emancipato e per il quale spesso si indigna e si tiene alla larga – con la presunzione etnocentrica di essere migliore pur precisando di non essere razzista – dimenticando o disconoscendo la fruizione che in passato avevano degli stessi spazi i propri avi.

Intorno alla casbah cominciarono così ad innalzarsi delle simboliche barriere invisibili che portarono i suoi abitanti ad un vero e proprio processo di autosegregazione etnica come conseguenza da un lato di meccanismi di discriminazione e di rifiuto, dall’altro come dispositivo di difesa della propria identità e di emarginazione sociale, agevolato dalle caratteristiche topografiche che scoraggiano l’inclusione e facilitano la separazione tra il vecchio impianto urbano islamico e il resto della città e della società, nonché tra gli spazi privati e quelli pubblici. Si è formata quindi una medina nascosta, ri-radicata, un insieme inedito, largamente in divenire. La casbah, degradata e abbandonata dagli autoctoni, si avvia a diventare dapprima quartiere etnico, poi quartiere multietnico, dato il successivo arrivo di immigrati dall’Africa sub-sahariana, dal Bangladesh e da altri Paesi, che mantengono il processo insediativo costante e sempre aperto e alimentano l’eterogeneità di questo continuum spazio-temporale della migrazione.

Più recentemente, anche grazie all’incremento di locali commerciali, servizi di ristorazione, microstrutture alberghiere, a una serie di piccoli interventi pubblici mirati, di “maquillage” urbano non programmati (ripristino degli impianti di illuminazione, servizio capillare di pulizia delle strade, piccoli lavori pubblici di arredo con l’introduzione di vari manufatti in ceramica in tutto il centro storico, così come nel resto della città), messi in atto dall’attuale amministrazione, coadiuvata dalle operazioni antidroga e anticriminali delle forze dell’ordine, al fine di migliorare lo spazio urbano in questione e renderlo fruibile in una politica di promozione turistica della città, quest’area ha goduto e continua a godere di interventi decorativi volti a rendere più gradevole l’aspetto e a migliorarne la vivibilità. Quanto era prima connotato nel segno della estraneità e della separatezza, appare ora convertito esoticamente, nella fascinazione turistica prodotta dai richiami mitici alla mediterraneità architettonica della medina di chiara origine araba. I confini del ghetto si sono così pian piano quasi del tutto dissolti e allo stato attuale possiamo parlare della casbah come di un’enclave multietnica, in cui il gruppo etnico maggioritario è quello dei tunisini, seguito dalla comunità rom e dai piccoli gruppi provenienti dall’Africa sub-sahariana e dalla Romania. In questa fase di transizione, ancora del tutto sperimentale, con i processi in corso in forma di laboratorio in progress, un peso rilevante è assunto dagli orientamenti politici, dall’atteggiamento delle istituzioni pubbliche, e dalle ricadute favorevoli che essi hanno nel mercato immobiliare (si assiste a una sensibile crescita degli investimenti nella zona da parte della popolazione autoctona).

 Foto F. Rizzo

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Quest’immagine della casbah non nasce come una visione oggettiva scevra da ogni forma di potere e di azione, appare legata ad un’azione ideologica programmatica e a precisi interessi economici, è la ricostruzione/riformulazione (ancora in atto) dell’alterità di uno spazio socialmente e culturalmente stigmatizzato attraverso uno spazio immaginato i cui segni sono stati reinterpretati e risemantizzati nelle attività di recupero e di valorizzazione in chiave turistica: la casbah non esisterebbe in quanto tale ma come luogo “altro”, una «creazione dell’altro e dell’altrove […] utile a forgiare l’identità del turista», per usare le parole di Aime [4]. Sia la storica conformazione urbanistica che l’attuale componente umana, ovvero la medina abitata dagli immigrati, nonché la messa in scena di eventi volti alla promozione del prodotto/luogo sul piano internazionale, vengono considerati una forma sincretica di comunicazione strategica e spaziale promotrice di sviluppo, in funzione di un unico e predominante destinatario: il turista. L’organizzazione dei grandi eventi annuali e di risonanza internazionale, come per esempio il “Blue Sea Land”[5], promuovendo la mediterraneità della città, fungono da strumento attrattivo e occasione di conoscenza dello spazio riqualificato della casbah, una sorta di espositore pubblicitario significativo per la promozione dell’immaginario collettivo. Questi assumono un ruolo fondamentale nell’esportare e connotare la città come luogo esemplare di multiculturalità e integrazione culturale, ma nonostante l’enorme sforzo organizzativo sembra non riescano a coinvolgere attivamente i membri o almeno alcuni rappresentanti delle comunità etniche che vivono nel quartiere. Gli eventi pubblici nei quali le due comunità sono protagoniste sono soprattutto modeste manifestazioni di carattere associativo/ricreativo per lo più realizzati con i pochi mezzi a disposizione dalla “Casa Comunità della Speranza”, concreti momenti di contatto tra immigrati e autoctoni durante i quali si cerca di dare vita ad un potenziale spazio della conoscenza interculturale.

In questa operazione «il valore dell’alterità viene evidenziato come un motore principale per lo spostamento a fini ricreativi» [6], poichè lo sguardo esterno del soggetto/turista ricerca, interpreta e giudica l’esperienza del luogo attraverso le sensazioni e le sollecitazioni o suggestioni a cui è sottoposto. Il processo di “turisticizzazione” e promozione dei luoghi, infatti, il cosiddetto space packeging, cerca di coinvolgere positivamente la persona offrendo un’esperienza percettiva significativa, pertanto la componente visuale viene enfatizzata attraverso immagini legate alla creazione di sistemi complessi di significati culturali. Questo sistema segnico veicolato attraverso le immagini di agenzie pubblicitarie, guide, oggetti architettonici, pannelli lungo i percorsi e altri materiali, però, spesso tende a corroborare e confermare rappresentazioni, iconografie e narrazioni che la cultura ospitante attribuisce alla cultura ospitata, a beneficio del consumo del turista. Quello che una volta era incontro e scoperta tra due culture diverse, oggi è anche uno strumento di redditività che influisce nella stessa definizione di identità del Paese ospitante. La spazialità di questo micromondo di cose, di case e di persone diventa uno spazio simbolo che da un lato ingloba e viene inglobato allo stesso tempo nell’opera di riqualificazione e risemantizzazione, dall’altro lato è capace di «neutralizzare il valore significativo di buona parte del tessuto urbano e rendere semioticamente esistente solo ciò che gli si conforma stilisticamente o ciò che conferma l’immagine (e i valori) della città» [7], la quale si riforma e rimodella a partire dai suoi oggetti e spazi simbolo.

 Foto F. Rizzo

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La memoria culturale del luogo e la memoria culturale degli uomini che lo vivono diventano oggetto di un testo semiotico, il contesto urbano casbah/ centro storico, ora possibile, formalizzato e fruibile, oltre che plasmato in immagini e immaginario collettivo di meta turistica esotica inglobata in un contesto familiare – “un angolo di Maghreb”, così viene definita sulle recensioni del noto TripAdvisor dai turisti che l’hanno visitata – attraverso la ridefinizione semantica e antropologica del senso del “qui” e dello “altrove”.

Insomma l’esperienza dell’esoticità ad un passo da casa e senza lunghi viaggi, facilmente accessibile, ma anche facilmente abbandonabile: è così che l’immaginario turistico viene concepito e preconfezionato. In questo modo, però, si proiettano sul territorio significati fuorvianti, che non gli appartengono del tutto e che rischiano di alimentare stereotipie che nel tempo potrebbero innescare negli abitanti sentimenti contrastanti – per altro già avvertiti e manifestati – e meccanismi di tutela della propria privacy induttori di un’autosegregazione maggiore. È così che nel periodo estivo di maggiore afflusso turistico, in quei vicoli e in quelle stradine vissute come estensione dell’abitazione, ci si sente “invasi” da turisti/paparazzi affetti da “instagrammiana” voracità, per cui si è costretti a tutelare quei bambini più piccoli che normalmente giocano, mangiano, dormono in strada, mentre è possibile notare le donne musulmane che escono o entrano in casa cercando di schivare gli obiettivi delle fotocamere.

In questo grande “quartiere-museo dell’alterità” a cielo aperto, si diventa consapevolmente o inconsapevolmente – a seconda dell’umore e delle attività che si stanno svolgendo – parte di esso, recitando ognuno un ruolo che sui social network rende protagonisti dei viaggi altrui, gli abitanti incastonati negli oggetti architettonici e artistici e proditoriamente immortalati da immagini pubblicate come trofeo della vacanza esperita. I social network, Instagram primo tra tutti, giocano una funzione fondamentale in tale meccanismo di “appropriazione turistica” e possono facilmente fornirci un esempio tangibile di quanto stiamo cercando di spiegare. Grazie a questo dispositivo mediatico, una delle icone del soggiorno a Mazara e della visita alla casbah sta diventando l’immagine di una casa, abitata da una famiglia tunisina, decorata con i colori tipici del Maghreb, quasi sempre immortalata con un’anziana donna di etnia rom che passa le sue giornate seduta davanti casa.

Gli interventi di restauro si potrebbero inquadrare nell’ambito di un’ estetica dell’identificazione che tende ad «affermare la presenza di un’identità architettonica passata. […] All’opposto, dal lato di un’estetica della contrapposizione potremmo istintivamente pensare a tutti quegli interventi che inseriscono all’interno di un tessuto urbano con un suo stile un oggetto architettonico percepibile come estraneo, come altro o quantomeno non immediatamente proprio» [8]. Il caso dell’estetica della contrapposizione si attua attraverso il processo di richiamo mitico ad una idea convenzionale della mediterraneità, esaltata dall’arte della ceramica e dall’arredamento urbano che essa costituisce nelle sue diverse forme. Sui paramenti murari e sulle più diverse superfici dei vicoli e dei cortili del centro storico e di tutta la città sono disposte opere in ceramica, vasi, pannelli descrittivi, bassorilevi, i testimoni di una dinamica di dominanza artistico-semantica che probabilmente, se perdurerà negli anni, porterà all’ “invenzione di una tradizione”[9], quello dell’arte della ceramica come eredità dell’artigianato locale, sostenuta dal contesto di matrice araba ovvero dal paesaggio architettonico e dall’ambiente domestico che nell’immaginario collettivo sono divulgati attraverso i colori tipici, con la predominanza dell’azzurro e del bianco e delle forme, dei motivi decorativi geometrici e stilizzanti, gli arabeschi appunto, delle ceramiche di cui è permeato. Mazara, infatti, non è tra i centri siciliani storicamente produttori di ceramica, qui in passato non erano presenti laboratori artistici di manufatti in ceramica invetriata, ma erano attestate soltanto industrie di laterizi e stoviglie, i cosiddetti “stazzoni”, le cui fornaci, per quanto residuali, sono ancora visibili e in attività, in alcune aree del territorio poco distanti dal centro storico abitato.

Quindi, se è vero che con gli arabi arrivarono in Sicilia e si diffusero in tutti i Paesi del Mediterraneo le ceramiche e la raffinata cultura figurativa di produzione vascolare, la presenza delle opere ceramiche nella casbah non fa che enfatizzarne e attualizzare il suo legame urbanistico e storico, riaffermando la continuità con il passato e con un’immagine consolidata della propria identità. Tuttavia, la continuità che si manifesta a livello del piano dell’espressione si correla ad una discontinuità a livello del piano del contenuto e viceversa. Inoltre, in questo gioco di “traduzione dell’alterità” in una presunta “tradizione” «non va sottovalutata la capacità di questi oggetti di tessere trame complesse con i luoghi in cui vanno a situarsi: proprio in virtù del gioco traduttivo progettato o retroattivo (l’aura di contesto che ogni oggetto architettonico potente emana), continuamente si mette in moto un meccanismo di potenziale “indigenizzazione” dell’oggetto estraneo o di riconfigurazione complessiva dell’immagine del paesaggio architettonico “autoctono”, fino al punto da far sembrare naturale la compresenza del vecchio e del nuovo» [10] Accade pertanto che la presenza della ceramica come significante spaziale della città, dei suoi luoghi storici, al di fuori del suo senso estetico di arredo ornamentale ha poco in comune con la casbah in quanto spazio della migrazione e con i suoi abitanti, i quali ne gradiscono l’impatto visivo, nonché il miglioramento nella vivibilità di tali spazi, anche se per certi aspetti infastiditi da certe invadenti e esorbitanti presenze.

 Foto F. Rizzo

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L’uso dello spazio urbano pubblico, seppure in modalità diverse, è una delle forme più evidenti della visibilità dei migranti nelle città e nei quartieri. «Nell’ambito dei fenomeni di prossimità e appropriazione territoriale, si moltiplicano le insegne delle associazioni straniere e dei negozi frequentati dagli stessi immigrati. Si tracciano sui muri scritte e segnaletiche nella lingua nativa degl’immigrati, fino a sovrapporre una nuova originale toponomastica di vicoli e slarghi parallela a quella dei locali, fino a rifunzionalizzare e risignificare gli stessi ambienti di vita in comune con gli autoctoni» [11]. Già da tempo, infatti, sono sorti in alcuni punti strategici del centro storico dei veri e propri luoghi di incontro e di interazione tra gli immigrati della città, due dei quali li possiamo definire ormai  “tradizionali” nella vita quotidiana dei maghrebini, spazi in cui un tempo si andava a cercare il lavoro, oggi rifunzionalizzati dagli stessi immigrati come luoghi storici della loro presenza in città, ovvero la piazza Porta Palermo, dove in passato si svolgeva l’ingaggio della forza lavoro del settore agricolo, oggi luogo di ritrovo e di acquisto di alimenti – qui si trova una delle macellerie halal presenti in zona che vende anche alimenti vari e tipici prodotti mahgrebini, e un negozio di articoli vari, i cui proprietari sono entrambi di origine marocchina – e la piazza Regina o “Marina”, così come viene localmente identificata, con i suoi bar lungo il molo, in cui da sempre si ritrovano i marinai di tutte le etnie, e due dei quattro circoli o associazioni ricreative gestite da tunisini, dove gli immigrati bevono il tradizionale tè, la birra o altre bevande, fumano il narghilé, giocano a carte e chiacchierano. «Gli immigrati tunisini hanno ricreato a Mazara gli stessi spazi e gli stessi luoghi destinati al tempo libero propri del paese di origine, […] come se fossero in Tunisia. […] La partecipazione alla vita sociale consiste dunque nel frequentare i circoli tunisini o i bar del porto» [12]. Nella stessa piazza Regina si trovava anche un bar il cui proprietario era rom, un vero e proprio luogo di incontro interetnico; chiuso da un paio di mesi, al suo posto è stata immediatamente aperta una macelleria da un altro membro della stessa comunità.

Si tratta dunque di luoghi pubblici frequentati esclusivamente da uomini, restando la vita sociale delle donne per lo più relegata agli spazi domestici della casbah, nei vicoli e cortili abitati da famiglie tunisine, celati da veri diaframmi di tessuti, spesso quelli tipici importati dalla Tunisia, stesi su corde legate da un capo all’altro dello spazio antistante la soglia di casa o appena dopo l’ingresso del cortile aperto, quasi come a “velare” appunto lo spazio privato e semiprivato, femminile, dagli sguardi pubblici, come usano fare le donne con il loro corpo e con se stesse. Un’eccezione è costituita da quelle giovani e meno giovani che è sempre più frequente incontrare per le strade, presso la villa comunale o a passeggio nel Lungomare. L’unico fast food etnico [13] esistente nella casbah e a Mazara, gestito dalle donne di una famiglia tunisina, prepara specialità gastronomiche della cucina maghrebina ed è un polo di attrazione turistica, oltre ad essere un vero e proprio simbolo dell’emancipazione economica femminile tunisina, ostentato con orgoglio dalla proprietaria. Data la presenza di queste attività possiamo parlare di “marketing interculturale”, ovvero un processo di comunicazione e scambio che si attua tra il produttore, il fornitore e il cliente nell’ambito di una società plurietnica, utile al contatto tra culture diverse, alla interazione interculturale, alla valorizzazione di tutte le identità, nonché al contrasto della segregazione degli immigrati.

 Foto F. Rizzo

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La casbah di Mazara, dunque, è inevitabilmente un luogo contraddittorio e “altro” rispetto al contesto urbano che lo circonda; in essa possiamo individuare caratteri di estraneità e mescolanza di alterità/identità etnica e culturale che si trova spazialmente e socialmente al centro della marginalità ed è attualmente interessata da una serie di mutamenti materiali e simbolici. Da un lato, è in atto una riqualificazione spaziale e semantica che, enfatizzando ancora di più il richiamo ad un’idea collettiva di presunta mediterraneità attraverso un processo artistico-semantico, vuole mettere fine al degrado di questa area sottraendola alla morsa della microcriminalità e riconvertendola in parte in elemento di attrazione turistica presentato in chiave esotica. Nel tentativo di ridare dignità e fruibilità al nucleo dell’identità storica della città, si promuove la riappropriazione da parte degli autoctoni che a lungo hanno ignorato l’essenza identitaria di tali luoghi e che oggi sempre più spesso sembrano improvvisarsi “turisti” tra i turisti, facendosi reporter in avanscoperta di questo “pezzo d’Africa” sotto casa.

Dall’altro lato, in quanto spazio storico delle catene migratorie e nucleo residenziale privilegiato dagli immigrati che vivono al centro della città ma se ne tengono quanto più possibile in disparte, la casbah è il punto di snodo di complessi meccanismi socio-spaziali e di importanti processi di metamorfosi generazionali. Qui ritroviamo quelle comunità marginali che vivono negli “interstizi” del sistema mondo, uno di quelli che H. K. Bhabha chiama “luoghi della cultura”, ovvero spazi in cui si costruisce una nuova società attraverso un processo di germinazione di forme innovative di partecipazione sociale ma anche di conflittualità culturale. Non c’è dubbio che la complessa realtà urbana multiculturale di Mazara, nel suo laboratorio antropologico a cielo aperto che è la casbah, ci permette di analizzare da vicino, mediante l’incrocio di orizzonti socio-culturali, dinamiche migratorie transnazionali qui condensate in versione miniaturizzata e locale, che stanno dando vita a esperienze nuove, uniche e originali.

In conclusione, a guardar bene, la casbah di Mazara è un’area fisicamente identificabile e multietnicamente densa, strettamente legata alla stratificazione storica e migratoria non solo della città ma dell’intero Mediterraneo. È un crocevia di paradossi, un luogo talmente denso di memoria da racchiudere in sè l’identità e l’alterità dei mazaresi, la marginalità del centro, l’ordine del caos, il globale nel locale, l’etnicità nella multietnicità, un luogo sfuggente nelle sue ombre e nei suoi intricati percorsi, una piccola medina che sembra volere accogliere e raccogliere i popoli del mondo. Una realtà multietnica ancora in fase embrionale ma preludio del mondo che verrà, avendo tutti i presupposti per diventare effettivamente il centro di un dialogo quotidiano interculturale e interreligioso che vada oltre il dualismo “noi” autoctoni/ “loro” immigrati.

Dialoghi Mediterranei, n.15, settembre 2015
Note
[1] Il termine “Casbah” deriva dall’arabo qaṣaba che significa “cittadella, rocca, fortezza”, ad indicare un centro fortificato, una costruzione cinta da mura difensive, spesso solcata da stradine sulle quali si affacciavano abitazioni private. In base a questa descrizione si potrebbe ricondurre l’utilizzo del termine per indicare determinati rioni storici, alla notizia di una fortezza araba che F. Napoli riprende da G. G. Adria. Tale fortezza, di cui nel 1500 vi erano già solamente le rovine, sorgeva al centro dei due quartieri storici, nei pressi della piazzetta del Marchese, oggi conosciuta anche come piazzetta F. Modica, collocata nella via Porta Palermo, l’arteria viaria che divide il rione San Francesco dal rione Giudecca e dal rione San Giovanni. Cfr. F. Napoli, 1939: 31
[2] B. Fiore (a cura di), La ricerca folklorica. Contributo allo studio della cultura delle classi popolari, n. 11, aprile 1985: 3
[3] E. Guidoni, 1978
[4] M. Aime-D. Papotti, 2012: XIV
[5] Il “Blue Sea Land” è organizzato dal Distretto produttivo della pesca, insieme alla Regione Siciliana e il Patrocinio del Ministero degli Affari Esteri, il Ministero dello Sviluppo Economico e il Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali. «Unisce in un unico luogo i distretti produttivi e le filiere agro-ittico-alimentari di Italia e Sicilia, dei Paesi del Mediterraneo, dell’Africa e del Medio Oriente allargato, e promuove al mondo le eccellenze gastronomiche del gusto e le peculiarità culturali tipiche di ogni area». Nel suo ultimo programma del 2014 si presenta come «una grande fiera multiculturale in cui i visitatori hanno modo di interagire, conoscere, assaporare i prodotti esposti provenienti da diverse parti del mondo e, inoltre, partecipare ad incontri seminariali, dibattiti prodotti da enti, istituzioni ed organizzazioni del settore agro-ittico-alimentare: il Mar Mediterraneo e i suoi sapori tipici, nelle oltre venti lingue dei paesi partecipanti, sono il filo conduttore di uno spettacolare palcoscenico dei popoli che avrà il suo cuore pulsante nell’Expo allestita nella Casbah di Mazara del Vallo». (www.bluesealand.it)
[6] M. Aime-D. Papotti, 2012: XVIII
[7] F. Sedda-P. Cervelli, 2006: 175
[8] Idem: 177-178
[9] Cfr. E. J. Hobsbawn-T. Ranger, L’invenzione della tradizione, Torino, Einaudi, 1987
[10] F. Sedda-P. Cervelli, 2006: 178
[11] A. Cusumano, 2006: 6
[12] K. Hannachi, 1998: 69-70
[13] Il fast food è stato aperto con l’aiuto del CRESM. Negli anni, infatti, l’amministrazione comunale ha approvato la realizzazione di progetti CRESM finanziati dal Fondo Sociale Europeo e dal Ministero del Lavoro
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Francesca Rizzo, laureata in Beni demoetnoantropologici presso l’Università degli studi di Palermo, è laureanda in Studi storici, antropologici e geografici presso la stessa Università. È impegnata nel volontariato culturale  e in attività di ricerca etnografica sul territorio. È interessata ai temi dell’antropologia dello spazio e dei processi migratori.

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