La Carta dı Lampedusa

vaccaro1di   Giovanna Vaccaro

Dal 31 Gennaio al 2 Febbraio, a Lampedusa si è tenuta una tre giorni di discussione sul documento definitivo della Carta di Lampedusa. Il primo giorno è stato dedicato alla presentazione delle diverse realtà italiane ed internazionali giunte sull’isola per partecipare al processo di scrittura e nello stesso pomeriggio si sono ascoltate anche le voci locali più rappresentative.

Il primo intervento è stato quello della prima cittadina Giusy Nicolini, la quale affermando che sia necessaria quanto possibile una diversa idea di accoglienza, ha auspicato che Lampedusa possa porsi, un giorno, come esempio per tutte le isole di frontiera del mondo raggiunte da quanti sono costretti a lasciare il loro Paese per salvarsi la vita o garantirsene una migliore. È intervenuto poi il rappresentante dell’associazione dei piccoli imprenditori di Lampedusa. Nel suo discorso, egli ha messo in rilievo le criticità della vita sull’isola, in primis la mancanza di un ospedale che costringe i lampedusani a spendere non poche risorse economiche per raggiungere Palermo e avere una consulenza specialistica, o in alternativa ad aspettare mesi prima di poter accedere alle visite garantite nel poliambulatorio, unica struttura di assistenza medica presente sull’isola. Tutti i medici specialisti che vi lavorano dipendono dall’Asl di Palermo e raggiungono l’isola con cadenza settimanale, compreso lo specialista in chirurgia, il quale presta servizio presso il poliambulatorio solo una volta a settimana, determinando un tempo di attesa ulteriormente lungo anche per coloro che hanno necessità di operarsi.

Altro intervento della prima giornata di discussione è stato quello del rappresentante del collettivo Askavusa, da anni impegnato in diverse iniziative e attività di sensibilizzazione sul tema dell’immigrazione, nella difesa dei diritti dei migranti e nella denuncia delle gravi condizioni del sistema di accoglienza dell’isola. Il rappresentante ha ribadito quanto le attuali politiche migratorie siano la palese espressione della politica di militarizzazione di tutta la Sicilia, ricollegandosi anche alla questione dell’installazione del MUOS a Niscemi.

Un’altra importante voce dell’isola a cui si è dato spazio è stata quella delle madri. La prima di queste, riferendosi al problema della mancanza dell’ospedale, ha iniziato il suo intervento dicendo che «non si nasce e non si muore a Lampedusa». Ha raccontato il grande sforzo che la nascita di un figlio rappresenta per una donna, sia in termini economici che emotivi. Infatti le future madri per poter partorire, sono costrette a lasciare l’isola un mese prima del termine, spesso accompagnate da una familiare o parente perchè il marito deve rimanere sull’isola a lavorare. Il mese di permanenza a Palermo comporta, oltre al sacrificio di essere lontane da casa, anche una spesa molto alta, alla quale va sommata quella dei viaggi di andata e ritorno.

Le “mamme di Lampedusa”, che si sono attualmente raccolte in un gruppo formatosi attorno al problema scolastico del loro figli che frequentano la scuola elementare, hanno poi parlato delle croniche criticità: dal doppio turno con cui i bambini devono frequentare le lezioni perché la struttura non è sufficientemente grande per accogliere tutte le classi, al problema dell’agibilità dell’edificio. Esse hanno con forza ribadito l’importanza di affermare eguali diritti per tutti senza distinzione di nessun tipo.vaccaro2

La seconda giornata dell’iniziativa è stata interamente dedicata alla discussione della bozza provvisoria della Carta di Lampedusa, frutto di una scrittura condivisa (durata diversi mesi) attraverso l`utilizzo di web conference, mailing list e docuwiki. A seguito di un’ intera giornata di confronto tra le numerose realtà italiane e straniere su ciascun punto, in modo da apportare modifiche e integrazioni in modo collettivo, finalmente, in tarda serata, il documento definitivo della Carta di Lampedusa ha visto la luce.

Infine nella terza giornata, la discussione si è concentrata sulle proposte di iniziative concrete da parte dei diversi partecipanti per iniziare a dare applicazione a quanto enunciato nella Carta, che è il risultato di un processo costituente partito dal basso che vuole ridisegnare una nuova geografia senza confini e una mappa dei diritti per tutti.

Promossa per iniziativa del Progetto Meltingpot all`indomani dei naufragi del 3 e 11 ottobre in cui hanno perso la vita più di 600 persone tra bambini, donne e uomini, la Carta di Lampedusa si pone come «un patto che unisce tutte le realtà e le persone che lo sottoscrivono nell`impegno di affermare, praticare e difendere i principi in essa contenuti, nei modi, nei linguaggi e con le azioni che ogni firmatario riterrà opportuno utilizzare e mettere in atto». La Carta di Lampedusa non è una dichiarazione degli Stati e dei governi e non è neppure una carta dei diritti dei migranti, ma il risultato di un processo costituente dal basso che vuole affermare la radicale necessità di trasformazione dei rapporti sociali, economici, politici e culturali che caratterizzano l`attuale sistema di negazione e impoverimento dei diritti.

Per questo, se nella prima parte vengono enunciate le libertà di movimento, di resistenza, di scelta , nella seconda parte, la Carta, aprendosi ad un confronto diretto con l’attuale sistema,afferma i punti necessari per un suo complessivo cambiamento: in primis la necessità della smilitarizzazione dei territori e la riconversione delle risorse sino ad oggi investite in tal campo, oltre che un ripensamento generale sull’accoglienza e l’abolizione del sistema dei visti.

Si è ribadito infatti come un’analisi delle politiche dell’immigrazione non possa più prescindere da una riflessione sulla militarizzazione, soprattutto in questo momento in cui la flotta della Marina impegnata nell’operazione “Mare Nostrum” pattuglia il Canale di Sicilia, rendendo ancora più evidente questa connessione. Al di là delle ingenti spese mensili (circa 12 milioni di euro) che affidano all’esercito la gestione dell’immigrazione, questa operazione militare determina una esternalizzazione della frontiera, la quale, oltre a non permettere controlli su quello che accade, sta già producendo effetti molto negativi sui diritti dei richiedenti asilo. In particolare, risultano preoccupanti le identificazioni da parte dei funzionari del Ministero dell’Interno presenti sulla nave San Marco, per cui accade che alcuni dei migranti soccorsi in mare, raggiungano poi il suolo italiano/europeo già con un provvedimento di espulsione.

Altro punto fondamentale della Carta di Lampedusa è la necessità della chiusura dei CIE e di tutti i centri della detenzione amministrativa e dell’accoglienza contenitiva. Questo sistema di prima assistenza e ospitalità dei migranti sta mostrando ormai da anni la sua incapacità di offrire percorsi reali di accoglienza e di integrazione, ponendosi troppo spesso come lo spazio, da una parte, della violazione dei diritti fondamentali dei migranti, e dall’altra, degli interessi economici degli enti privati che gestiscono i centri. E ancora, la Carta di Lampedusa, enunciando la libertà di partire, di restare, di costruire liberamente il proprio progetto di vita, afferma il diritto di tutti al lavoro, alla casa, all’istruzione e all’accesso al welfare.

Tutti questi aspetti e, in primo luogo, la stretta relazione tra le politiche di militarizzazione e quelle immigratorie, sono stati più volte ribaditi nel corso della tre giorni che si è voluta simbolicamente tenere nellisola italiana in cui il peso di rappresentare la frontiera, si avverte ormai da anni in tutte le sue forme: dalle morti di chi cerca di raggiungere la Fortezza Europa a poca distanza dalle sue coste, alla drammatica detenzione dei richiedenti asilo nel Centro di prima accoglienza di contrada Imbriacola, passando per la presenza massiccia di militari e forze dell’ordine che costituisce circa il 10% della popolazione (la quale conta 6000 abitanti).

Lampedusa è stata dunque scelta come luogo simbolico da cui far partire questo processo di trasformazione della realtà per poter ridisegnare una nuova geografia senza confini, a cominciare dal rovesciamento dell´immagine di quest´isola, frontiera liquida del Mediterraneo.

Dialoghi Mediterranei, n.6, marzo 2014
La versione definitiva del documento è già scaricabile sul sito www.meltingpot.org. Chiunque, individuo o associazione, condivida i principi contenuti, potrà sottoscriverla.

 

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