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La bomba che non c’è. Appunti su “Nuclear War: A Scenario” e “A House full of Dynamite”

26annie-jacobsen-cover-articlelargedi Giuseppe Sorce 

Una porta blindata si apre. Sfrigola nel vento giallo di una base di controllo nel deserto. Un uomo in divisa mimetica esce, inciampa. È di fretta, barcolla. Con una mano si tiene la fronte madida. Fa tre passi, poi due, crolla in ginocchio. Il terreno è duro di rocce e sabbia compatta. Si allarga l’inquadratura, si diffonde il nostro sguardo. Un ultimo sole inonda il cielo confuso di grigio.

Questa è l’ultima scena di A House full of Dynamite, film uscito lo scorso novembre co-prodotto e diretto da Kathryn Bigelow che fa eco a Nuclear War: A Scenario, un libro (2024) non-fiction [1] della giornalista americana Annie Jacobsen da poco distribuito in italiano. Perché queste due opere, che narrano uno scenario di guerra nucleare contemporanea, adesso? Cosa vogliono dirci? Hanno a che fare con il conflitto sottaciuto fra USA e Cina, o fra USA e Russia? L’intento è riportare indietro l’immaginario a quello della guerra fredda? E infine, quanto e cosa c’è a rischio per noi dell’Europa occidentale?

Tanti, numerosi interrogativi che si intrecciano con la cronaca del conflitto russo-ucraino che continua a tenerci col fiato sospeso mentre oscilliamo infelicemente fra pacifismo, interventismo, menefreghismo e pressappochismo. Il punto da cui iniziare è sicuramente il primo sollevato da Jacobsen: una guerra nucleare è una guerra senza vincitori. Nessuno saprebbe davvero quantificare il grado di distruzione planetaria causato dall’eventuale uso degli attuali ordigni nucleari, il che ci porta alla conclusione che qualsiasi esito, in un conflitto atomico, si tradurrebbe nell’estinzione dell’umanità. Lo scenario è questo. Mentre infatti tutto il testo, così come il film della Bigelow, ci racconta cosa accadrebbe secondo dopo secondo, minuto dopo minuto, dopo il lancio di un missile nucleare contro gli USA, resta sempre sullo sfondo l’idea che dietro lo scadere del tempo di reazione all’attacco (circa 20 minuti) non ci sarà più una storia da raccontare. Nessuna. Nessun personaggio, nessun luogo, nessun tempo, nessun mondo.

Due differenze notevoli fra il film e il libro in questione che, per il resto,  più o meno sulla stessa linea narrativa (il film, successivo al testo di Jacobsen, non dichiara stranamente nessun riferimento o ispirazione, che invece è palese a mio avviso, al libro): in A House full of Dynamite il missile nucleare è indirizzato a Chicago (cosa che fa più pensare a un attacco terroristico) in Nuclear War: A Scenario  su Washington, segnalando quindi un tentativo mirato di decapitation strike ossia l’intento da parte del nemico (nello scenario della giornalista è la Nord Corea, ma poco importa) di annientare il governo degli USA e con esso qualsiasi capacità di riorganizzazione politica, gestionale e militare. Sono due differenze che determinano i pensieri dei personaggi del libro e del film ma che non ne cambiano comunque la traiettoria, le dinamiche, la conclusione [2]. Ciò a cui assistiamo, nel libro e nel film, è infatti un affresco corale sulla mente umana quando è sotto attacco, predata, sull’orlo della catastrofe. Nello specifico, a esasperare tutto, il fatto che si tratti della catastrofe definitiva ossia l’apocalissi nucleare.

mv5bnjazmjq4ytutogi1yy00ytfkltlkmdqtmdewownjyme3mtu1xkeyxkfqcgc-_v1_ql75_uy281_cr00190281_Al centro quindi di entrambe le opere c’è il concetto della deterrenza nucleare e il suo fallimento come metonimia per indagare sulla fragilità, anche delle menti più preparate, di fronte al collasso. Se da un lato il volume di Jacobsen è frutto di uno studio immenso fatto di interviste, approfondimenti storici, citazioni documentali collocandosi come testo fondamentale anche da un punto di vista storico-scientifico appunto, il film di Bigelow in quanto tale affida la sua efficacia al montaggio e a certi dettagli che attraversano le tre parti in cui il film è strutturato. Il risultato, per entrambi i lavori, è che il lettore-spettatore, convinto di avvicinarsi a un’opera pseudo saggistica-documentaria-narrativa, si ritrova a fare i conti con un’esperienza horror nel senso letterale del termine.

Il realismo informativo e contestuale su cui entrambi i lavori si reggono, genera infatti un’esperienza di terrore che il fruitore non può delegare al patto narrativo, non può imputare alla fictio della messa in scena, insomma non può dimenticare una volta finito il libro o spento la tv. La Russia, in quanto altra unica grande superpotenza nucleare del pianeta, gioca in entrambe le narrazioni il ruolo che i “dati” storici, tecnologici, militari e antropologici tout court ci dicono e cioè quello di portare a compimento la distruzione del pianeta, l’apocalissi totale che in ogni caso risulta inevitabile, per entrambe le narrazioni, una volta che un primo ordigno nucleare, a prescindere da chi o cosa, viene lanciato. La reazione degli Usa viene infatti presentata come sostanzialmente automatica e inevitabile a causa di protocolli e logiche ineluttabili. Pertanto, il terrore diventa inalienabile e reale poiché si radica nel fruitore una volta che, finita la narrazione di cui ha fatto esperienza, ritorna con la coscienza nel mondo contemporaneo costellato di quei conflitti che oggi vedono le superpotenze nucleari coinvolte.

Ciò che rende ancora più terrificante la lettura e/o la visione in questione è il constatare che non c’è proprio alcun richiamo al clima di tensione e ansia inconscia dell’immaginario della guerra fredda. Al contrario, gli elementi che circondano ambedue i lavori richiamano costantemente un’idea di tempo che non è in progressione ma in reverse. Sono entrambe retro-narrazioni di un mondo (il nostro) che non esiste più nel momento stesso in cui viene raccontato. Lo scenario di una guerra nucleare, vogliono dirci entrambe le opere, può essere solo retrospettivo. Il mondo della deterrenza è un mondo spettrale, la storia della deterrenza è una storia di fantasmi. Non c’è alcuna post-apocalissi pensata o immaginata, non c’è nessuna mutazione da radiazioni, non c’è nessuna post-civiltà: in sostanza, non c’è alcuna speranza o ipotesi di salvezza.

Alla luce di ciò, il lettore-spettatore può trarre solo una unica conclusione: le armi nucleari non esistono. Sembra paradossale, ma la deterrenza atomica non prevede alcun tradimento. In breve: nessuno utilizza l’arma atomica perché sa che inevitabilmente ne subirebbe una, a un ordigno lanciato ne corrispondono centinaia controlanciati e data la natura distruttiva, nel tempo e nello spazio, dell’arma atomica, nessuno sarebbe al sicuro e chiunque potrà ne controlancerà a sua volta altre con il risultato dell’annientamento totale di tutte le forme di vita del pianeta. La deterrenza atomica quindi non può che non prevedere alcun tradimento poiché l’alternativa è la fine dei giochi dell’umanità.

Chi si azzarderebbe allora, anche il più folle dei dittatori, a lanciare un ordigno atomico sapendo che verrà distrutto da un altro ordigno atomico pochi minuti dopo? Chi attaccherebbe sapendo che verrebbe annientato allo stesso modo poco dopo? A quale scopo? No, non lo farebbe nessuno. Neanche un pazzo. No, neanche il più folle dei dittatori. No, infatti. No. Siamo sicuri? Ne siamo davvero sicuri? Allora le sorti del mondo sono in mano all’imprevedibile stravaganza umorale di un folle? Ecco che l’effetto straniante è servito: l’umanità è appesa al filo sottilissimo del principio della deterrenza, talmente sottile e fragile che si confonde con l’aria, non si vede neanche, forse non c’è proprio, forse non esiste nemmeno, forse la bomba atomica non esiste proprio ecc. Come fa il mondo a reggersi? Come fa l’umanità a esistere ancora, si chiede allora il lettore-spettatore una volta accesa la tv e assistito alle notizie sulla guerra russo-ucraina e sullo scambio di missili fra Israele-Usa-Iran. Ecco quindi l’horror vero, quello dello scenario della guerra nucleare, quello di una casa piena di dinamite.

da "House of Dynamite"

da “House of Dynamite”

Quando l’ordigno nucleare esplode su Washington, in Nuclear War: A Sceario, Jacobsen ci racconta attraverso i capitoli (ognuno rappresenta i minuti-ore-secondi successivi alla scoperta del lancio e della traiettoria del missile) cosa accade al presidente degli Stati Uniti il quale, seppur evacuato in massima fretta dalla Casa Bianca, precipita da un aereo colpito dall’onda d’urto dell’esplosione dell’ordigno atomico. Un agente che ha il compito di proteggerlo lo afferra e se lo lega attorno. Si lanciano con un paracadute. L’onda d’urto è troppo forte, i venti causati dall’esplosione fanno precipitare i due. L’agente cerca di frapporsi fra il suolo e il corpo del presidente. L’agente muore sul colpo. Il presidente è ferito mortalmente. Non può camminare. Si ritrova in un bosco. Non riesce a contattare nessuno. Non sa infatti che il mondo è già finito. Che tutto il suo mondo non esiste più. Nessuna comunicazione, nessun aiuto, nessuna salvezza. Lui non lo sa ancora e in quei secondi che lo separano dalla morte, che arriverà dal suo corpo ferito o dalle radiazioni, incendi e smantellamenti causati dall’esplosione, è agghiacciante l’immagine che l’autrice ci restituisce. Non importa che sia il presidente, non importa come arriverà la sua fine. Il punto è che è un uomo che cerca di fare appello a tutto ciò che conosce (sono il presidente, qualcuno mi rintraccerà e verranno a salvarmi), alla sua civiltà intera, alla Storia e all’umanità, non sapendo che nulla di tutto ciò che la sua mente sta elaborando, tutti gli strumenti a cui si sta aggrappando, tutte le speranze che sta riponendo, fanno riferimento a un sistema mondo-civiltà-cultura-umanità che non esiste già più.

Il tempo della guerra nucleare ha già attaccato dal futuro, un futuro di solo qualche secondo, il tempo retrospettivo del mondo pre-esplosione. Nello scenario della guerra nucleare la civiltà è una questione di secondi. Ciò che ci suggeriscono le due opere è infatti l’idea che la civiltà, intesa come l’umanità e tutta la sua storia, entri in una fase di collasso già dal momento in cui sugli schermi delle stanze del potere e della gestione della difesa viene segnalato il volo e la traiettoria del missile che porta le testate atomiche. Nessun sistema di nessuna potenza può con sicurezza intercettarlo. La civiltà è una questione di secondi, è l’illusione della deterrenza. Una volta svelatane la fallacia, uomini, donne, capi, militari, ministri, super agenti, tutti e tutte vedono crollare il proprio pensiero. Questo è ciò che ci racconta il libro e il film. La bomba non esiste, il collasso della civiltà invece sì ed è a un passo.

In A House full of Dynamite un bambino gioca con un pupazzetto, è un piccolo dinosauro. Nelle ultime scene del film lo stesso pupazzetto è sulla scrivania della madre, una funzionaria del dipartimento della difesa. Guarda gli schermi e sa che il mondo sta per finire mentre l’inquadratura indugia ancora sul piccolo dinosauro poggiato vicino un computer. È il simbolo di tutta la storia, di tutto lo scenario di guerra nucleare, di tutto il film e di tutta la Storia della vita sulla Terra. Siamo a un passo, da sempre.

da "House full of Dynamite"

da “House full of Dynamite”

In conclusione, Nuclear War: A Scenario e A House full of Dynamite non sono due opere casuali. Non sono cioè frutto di un esercizio narrativo, di un divertissement fantascientifico o post-apocalittico. Sono due opere che ci parlano del presente. Il collasso e il crollo che questi due lavori paralleli indagano non sono successivi alla possibile deflagrazione di uno e più ordigni atomici, non sono neanche contingenti a uno stato di tensione strettamente bellica fra due o più Paesi. L’immaginario di queste due opere non è infatti distopico, post-punk, cyberpunk, né militaresco o ucronico. A mio avviso ciò che viene raccontato è il crollo del tempo lineare del progresso e gli effetti nella nostra psicologia e immaginario di specie.

Il punto non è sopravvivere a un conflitto atomico su larga scala, cosa impossibile, ma gestire il lento e imprevedibile sconquassamento dell’immaginario nel qui e ora dell’Antropocene, familiarizzare con l’idea che il mondo in cui siamo cresciuti, con i suoi equilibri, le sue risorse, le sue narrazioni, i suoi patti impliciti, è già finito, mentre un altro mondo e altre civiltà sono a un passo. Da qualche parte sono già arrivate. Sarebbe meglio cominciare a farci i conti. 

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026 
Note
[1] Non-fiction è qualsiasi documento o contenuto multimediale che tenta, in buona fede, di trasmettere informazioni riguardanti esclusivamente il mondo reale anziché essere fondato sull’immaginazione. Un testo non-fiction in genere mira a presentare argomenti in modo obiettivo, basandosi su informazioni storiche, scientifiche ed empiriche. Tuttavia, una parte della produzione non-fiction si estende in un territorio più soggettivo, includendo opinioni sostenute sinceramente su argomenti del mondo reale. Spesso riferendosi specificamente alla prosa, quella che possiamo definire “saggistica” è uno dei due approcci fondamentali alla storia e alla narrazione, in contrasto con la pura narrativa di finzione che è in gran parte popolata da personaggi ed eventi immaginari. Gli autori di non-fiction possono mostrare le ragioni e le conseguenze degli eventi, possono confrontare, mettere in contrasto, classificare, categorizzare e riassumere le informazioni, mettere i fatti in ordine logico o cronologico, dedurre e trarre conclusioni sui fatti, ecc. Possono utilizzare immagini, grafici o tabelle, diagrammi, diagrammi di flusso, riassunti, glossari, linee temporali, indice dei contenuti, titoli, sottotitoli, parole in grassetto o corsivo, note a piè di pagina, mappe, indici analitici, etichette, didascalie, ecc., per aiutare i lettori a trovare le informazioni utilizzate a sostegno del testo prodotto dall’autore (Wikipedia).
[2] https://anthropocenist.substack.com/p/una-casa-infestata-da-demoni.

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Giuseppe Sorce, laureato in lettere moderne all’Università di Palermo, ha discusso una tesi in antropologia culturale (dir. M. Meschiari) dal titolo A new kind of “we”, un tentativo di analisi antropologica del rapporto uomo-tecnologia e le sue implicazioni nella percezione, nella comunicazione, nella narrazione del sé e nella costruzione dell’identità. Ha conseguito la laurea magistrale in Italianistica e scienze linguistiche presso l’Università di Bologna con una tesi su “Pensare il luogo e immaginare lo spazio. Terra, cibernetica e geografia”, relatore prof.  Franco Farinelli.

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