
Viacha, comunità del dipartimento
di La Paz. Cementificio del Gruppo Gloria
del Perù, 2024 (ph. Danilo De Marco)
di Danilo De Marco
Zulema Alanes è presidente dell’Associazione Nazionale dei Giornalisti della Bolivia. Sotto la dittatura di Banzer, giovanissima militante comunista, con il nome di Rosaura.
Ricordo perfettamente la situazione boliviana nei miei due viaggi del 2002 e 2003. Assemblee popolari pregne di speranza, di partecipazione e di allegria accompagnavano le manifestazioni e le lotte per i diritti dei popoli indigeni anche nel Chapare, tropico di Cochabamba e zona cocalera. In quei miei viaggi, più di una volta mi sono unito alle assemblee assieme a Evo Morales, allora dirigente del MAS-Movimento al Socialismo.
Secondo l’analista Gregorio Lanza, ora il Chapare è diventato ‘Stato federale de facto’, con un regime di organizzazione politica governato da regole proprie. Con un presidente, Evo Morales, che è stato presidente di tutta la Bolivia, e ora ricercato con l’accusa di stupro, traffico e contrabbando. Il Chapare è diventato regione ad alto rischio, basata soprattutto sul narcotraffico. Da qui oggi viene destinato oltre del 90% della foglia di coca raccolta – tradizionalmente masticata (pechar), come afferma l’attuale vicepresidente David Choquehunca, «la foglia di coca è per noi la madre di tutte le piante, è segno di abbondanza è il nostro cosmoessere che noi chiamiamo yatiri, a cui poniamo le domande e risolviamo i nostri dubbi» – alla trasformazione in pasta per la cocaina. Gruppi armati controllano la zona, organizzano blocchi stradali pro-Evo Morales. Negli ultimi mesi si sono verificati diversi atti di violenza di crimini e di assassinii. Mercenari che fungono da guardie di sicurezza per Morales.
In Bolivia esisteva un tessuto sociale molto solido, forte di organizzazioni rappresentative e autonome, come la Central Obrera Boliviana e la Federazione Sindacale dei Minatori. Ci si ricorda ancora del progetto di alfabetizzazione mineraria che, attraverso il teatro del mitico Liber Forti, veniva portato tra i minatori. Senza dimenticare il movimento campesino Túpac Katari, che aveva lottato contro il patto militare, represso brutalmente nel sangue a Tolata e Epizana.
Zumela
«Tutto inizia con la prima presidenza di Evo Morales, dopo l’emergenza popolare del 2003, iniziata con la guerra del gas e con la guerra dell’acqua. In realtà Evo Morales è sempre stato nascosto, diciamo, nel Chapare: sindacalista delle sole 6 federazioni dei coltivatori di coca. Evo Morales non ha mai fatto nulla quando il Paese ha costretto Sánchez de Lozada a lasciare la Bolivia e fuggire negli Stati Uniti. In quel tempo cercava di articolare il suo movimento cocalero con Gheddafi, in Libia. Durante quell’emergenza popolare, chiunque avrebbe potuto essere il nuovo El Mallku (il condor) Felipe Quispe Huanca, figura che incarnava la lotta per l’autodeterminazione dei popoli indigeni, poi deceduto nel 2021. Abbiamo dato il potere a Evo Morales, ha affermato in modo critico Felipe Quispe Huanca, su un piatto d’argento, senza che lui abbia fatto nulla.
Ispirandosi in parte a quello che è stato chiamato il co-governo del Movimento Rivoluzionario Nazionalista, dopo la rivoluzione del ‘52, Evo Morales ha fatto appello alle organizzazioni sociali e con il loro appoggio ha organizzato la sua base di governo. Tutti, anche noi giornalisti, tutti, assolutamente tutti lo abbiamo sostenuto. Diciamo che Evo Morales è riuscito a proiettare la sua leadership anche grazie al forte appoggio dei media.
Fece una proposta elettorale che chiamò “il processo di cambiamento”. Ma di fatto è stato un processo che ha iniziato a decostruire quel forte tessuto sociale esistente, per prima cosa iniziando a non riconoscere i leader di quegli stessi movimenti sociali. Si considerava l’unico e solo leader».
E l’Assemblea Costituente dei Popoli indigeni…?
«L’Assemblea Costituente non è un’idea di Evo Morales. L’Assemblea Costituente è il prodotto della prima marcia indigena per la vita e il territorio, una marcia dei popoli indigeni che provengono soprattutto dall’Amazzonia e che sono stati storicamente dimenticati. La Bolivia è un Paese amazzonico e non andino come viene troppo spesso considerato. Morales ha subito formato un governo molto solido ottenendo un voto senza precedenti con i 2/3 dell’Assemblea Legislativa che ha votato a suo favore. Mai in democrazia un partito politico aveva ottenuto i voti che ha ottenuto Evo Morales. Poi, avendo il controllo del Parlamento, ha iniziato a controllare il sistema giudiziario. A controllare il corpo elettorale. Quindi ha annullato l’istituzionalità democratica formale dei poteri dello Stato e ha annullato l’istituzionalità rappresentativa delle organizzazioni sociali.»
Ma la situazione economica non ne ha risentito?
«Evo Morales aveva, diciamo, una situazione molto favorevole, che era proprio quella economica. Quando è stato eletto, il Paese aveva già discusso, dopo la guerra del gas, la necessità, per esempio, di nazionalizzare il petrolio. Naturalmente era una richiesta sentita dalla popolazione. Inoltre c’era una legge sulla nazionalizzazione degli idrocarburi, che era stata approvata prima del suo arrivo. Evo Morales ha negoziato con le compagnie petrolifere e ha beneficiato dei proventi degli idrocarburi».

Viacha, comunità del dipartimento
di La Paz. Cementificio del Gruppo Gloria
del Perù, 2024.(ph. Danilo De Marco)
Qui si inserisce anche il problema delle compagnie minerarie e dell’agrobussines. Quel governo, un governo popolare e di sinistra, che ha a che fare con l’agrobusiness e l’industria mineraria? Un esempio il cemetificio Viacha, senza licenza ambientale proprio nell’Alto di La Paz. Uso di silicio e polvere mentre il governo del MAS, nega la contaminazione con il cianuro delle acque e della terra.
«Vediamo. Evo Morales ha ricevuto molti soldi come risultato della nazionalizzazione degli idrocarburi e della privatizzazione delle miniere, perché ha distrutto le miniere statali, le miniere statali tradizionali, per creare miniere cooperative. Miniere cooperativiste che oggi sfruttano le risorse naturali e lo fanno inquinando terribilmente le regioni più importanti del Paese, come per esempio Rio Chico vicino a Sucre, dove esiste una forte resistenza. Si parla… più o meno si stima che oggi in Bolivia ci siano circa 500.000 cooperatori, ma attenzione; sono guidati da piccoli gruppi potenti, comprese le imprese straniere che utilizzano le concessioni rilasciate dallo Stato».
Cooperative mi sembra sia un eufemismo…
«Cooperative che lavorano, diciamo, in un regime di sfruttamento dei lavoratori. E così sfruttano l’oro, sfruttano i principali giacimenti minerari del Paese. Si tratta di un settore che è stato indubbiamente gestito politicamente a vantaggio di una sorta di clientela elettorale che sosteneva il movimento al socialismo. E poi, per la prima volta con Evo Morales, i sindacati, le organizzazioni contadine e indigene hanno ricevuto risorse statali. Iniziando così una politica di favoritismi. Una sorta di prebenda illecita».
Ma mi pare che Evo Morales abbia anche stretto importanti patti con l’agrobusiness…?
«Ha approvato un pacchetto di leggi, le cosiddette “leggi incendiarie”, che sono state approvate durante il suo governo, per garantire l’espansione della frontiera agricola a vantaggio dell’agrobusiness. In altre parole il pacchetto di “leggi incendiarie” garantisce l’incendio di vaste aree forestali per espandere la frontiera agricola per la produzione di soia, per la monocoltura, per esportare la soia e garantire il business dell’allevamento con la prospettiva di esportare carne per sfamare la Cina…e quest’ultima sta invadendo il territorio boliviano. Progetti che Evo Morales portava avanti. Poi invasione dei territori indigeni, delle riserve nazionali che erano state delimitate dai governi neoliberali, dei parchi nazionali. La regione del Chapare, la sua base elettorale, ha “beneficiato di almeno 2.000 milioni di dollari dallo sviluppo alternativo e di 1.500 milioni di dollari durante gli ultimi dieci anni del suo governo, oltre a tutto ciò che è stato generato dall’industria della cocaina”. Di conseguenza finanziamenti importanti in strade, infrastrutture…».
Prima, chiacchierando, hai usato un termine molto forte a proposito del dire di Evo Morales alle Nazioni Unite: ecocidio.
«Evo Morales aveva una linea discorsiva molto forte, presumibilmente in difesa della natura e della Madre Terra. Tanto che è andato alle Nazioni Unite ed è riuscito a far riconoscere all’ONU la Giornata della Madre Terra. Ma proclamava una cosa e, ne praticava una contraria. Nella percezione del movimento indigeno, le politiche di Evo Morales in Bolivia stanno praticamente portando all’etnocidio, o meglio all’ecocidio. Ci sono popoli indigeni che sono in via di estinzione; in altre parole stanno persino negando il concetto di Stato plurinazionale… Esattamente! Non può esistere uno Stato plurinazionale con popolazioni indigene in una situazione di estinzione».
Che è una contraddizione… perlomeno per un governo popolare, di sinistra e indigeno. Assieme ad una povertà crescente e un grado di corruzione…a tutti i livelli.
«Diciamo che il governo indigeno sta promuovendo non solo l’agrobusiness ma anche progetti transgenici che sono stati, quanto meno contrastati per molti anni. Il tessuto sociale indigeno viene distrutto, così come il tessuto sociale contadino, perché oggi l’agrobusiness ha il controllo totale, ad esempio, sull’economia familiare contadina. Anche se l’economia familiare contadina è in realtà quella che nutre la popolazione. Certo, ci sono molti, moltissimi casi di corruzione attribuiti al governo di Evo Morales, poi sono proseguiti, che ha usato il denaro generato da una situazione favorevole in termini di idrocarburi, per gestire le organizzazioni e i loro leader attraverso meccanismi di corruzione. Ha diviso e fracassato assolutamente tutte le organizzazioni sociali e spaccato il MAS. L’unica cosa che formalmente rimase in piedi fu la Central Obrera Boliviana. Ma una centrale operaia boliviana al servizio del suo regime».

Evo Morales prima della sua elezione a presidente durante un’assemblea popolare (ph. Danilo De Marco)
Insomma un paese al servizio di Evo Morales…e il ruolo della stampa, quella stessa che inizialmente lo aveva sostenuto?
«Poco dopo essere salito al potere Evo Morales ha iniziato una campagna sistematica di attacchi ai media e ai giornalisti. Ma forse è stato dopo la sconfitta alle urne, nel 2019, quando ha consultato il Paese per cambiare la Costituzione per una rielezione a tempo indeterminato, che ha progettato una campagna più sistematica. Attraverso il suo ministro della Presidenza, Juan Ramón Quintana, ha messo in atto quella che ha definito “la campagna del cartello della menzogna”. Ha realizzato un documentario per screditare i media indipendenti che denunciavano la corruzione nel suo governo, o che rendevano visibili i leader che resistevano. Quindi, attraverso questa campagna che ha chiamato “il cartello delle bugie”, ha cercato di applicare una legge contro le bugie, perché presumibilmente i media non erano con lui. Non erano con lui! Allora erano bugiardi. Responsabili della sconfitta subìta che lui ha ignorato. Nonostante il popolo avesse detto no alla rielezione, ha ignorato il risultato del plebiscito, che era vincolante. E poiché aveva il controllo del sistema giudiziario, ha fatto approvare dalla Corte Suprema di Giustizia una sentenza che gli ha permesso di essere ancora candidato nel 2019. Ma tutto lasciava presagire che per la prima volta sarebbe stato sconfitto, dopo tre governi consecutivi, e aver quindi postulato la rielezione a tempo indeterminato come “diritto umano”. Tanto che il suo vicepresidente, Álvaro García Linera, avvisò che secondo la sua percezione, se non si votava per Evo Morales per un ulteriore mandato, il sole si sarebbe spento. Il sistema giudiziario, gestito dall’altra fazione del MAS ora al governo con presidente Arce Catacora, ha risposto a Evo Morales dicendo che la sua rielezione non ha nulla a che vedere con i diritti umani. Di conseguenza si è verificato quello che tutti conosciamo come l’esilio, o meglio la fuga, in Messico e in Argentina, di Evo Morales».
E l’altra fazione del MAS che ora sta governando con molti ministri che governavano con Evo Morales? I blocchi stradali poi attorno a Cochabamba e nel Chapare? Le infinite code anche di giorni per recuperare gasolio… un’economia che va a rotoli…Cosa succederà alle presidenziali fra qualche mese?
«La mia percezione non è molto incoraggiante. Penso che vivremo un periodo di forti scontri politici e sociali. Quello che è successo di recente con i blocchi stradali o le marcie, organizzati da Evo Morales, creando milioni e milioni di danni a tutti, ne è una dimostrazione. Oltre un mese di blocchi in cui 24 giornalisti che coprivano i fatti sono stati gravemente colpiti. Almeno otto hanno ricevuto minacce di morte, tre sono stati cosparsi di benzina e minacciati di essere dati alle fiamme. I sostenitori di Evo Morales, che sono pronti a tutto, hanno bloccato le strade con la dinamite, hanno attaccato la polizia e i giornalisti con pietre lanciate a ondate dalle colline. È stata creata un’intera struttura quasi militare che agiva con le bombe molotov. E pare che molti dei leader che guidavano il blocco fossero armati. Quindi pensiamo che una struttura politica parallela possa esistere, per di più militarizzata o paramilitare, che può davvero mettere sotto pressione l’intero Paese. Dobbiamo affrontare il periodo della post-verità che colpisce la Bolivia, la regione e il mondo. Dobbiamo affrontare noi stessi e la disinformazione, naturalmente, e dobbiamo essere capaci di recuperare, di proiettare nuovi leader, di salvare i vecchi leader come, per citarne uno solo, Oscar Olivera, leader della Guerra dell’acqua e a cui è stato assegnato anche il Goldman Environmental Prize nel 2001 ( il Nobel dell’ambiente), che si sono allontanati dalla politica perché non volevano essere divorati dal governo di Evo Morales».
Proprio in questi giorni l’ex ministro degli Esteri Fernando Huanacuni ha dichiarato che, anche se intendono arrestare il nostro fratello Evo Morales, continuerà ad essere anche dal carcere, il nostro unico candidato. Anche senza il MAS!
«In questo momento c’è un mandato con ordine di cattura per Evo Morales, ci ricorda Gregorio Lanza, per le accuse di contrabbando, stupro, relativamente a un episodio in cui ha avuto rapporti sessuali con una ragazza di 15 anni che ha ingravidato e da cui è nata una bambina, e i suoi collaboratori che stanno cospirando con le risorse del narcotraffico. Pertanto, questo mandato d’arresto non può essere eseguito perché Evo Morales sarebbe protetto nel Chapare. Tutto lascia pensare che il Chapare sarà la roccaforte da cui Evo Morales agirà. In questa situazione il Chapare sarà la ridotta di Evo Morales per l’azione politica, da dove già emette costantemente dichiarazioni. Ha un programma domenicale sulla sua stazione radio Casa Chun Coca, accusando il governo di Catacora Arce, di gestire una strategia per condizionare le sue possibilità elettorali e la su attività politica, e impedirgli di ritornare presidente».
Zulema come concludiamo questa chiacchiera!
«Posso dire che la tua percezione iniziale è corretta. Purtroppo, in poco meno di 20 anni, quasi la metà della democrazia che abbiamo ottenuto dal 1980 ha avuto una battuta d’arresto molto, molto dura. Credo che la Bolivia sia stata un’enclave molto importante del cosiddetto “socialismo del XXI secolo” e l’idea che tutti avevamo, che ci sarebbero potuti essere cambiamenti sostanziali per la costruzione di un altro tipo di democrazia, con il primo presidente indigeno dell’America Latina. Recuperare la nostra autostima, la nostra dignità, rivendicare i nostri diritti e rafforzare la nostra capacità di mobilitazione, riarticolazione come società nel suo complesso dopo il tradimento subito, quello che viene già chiamato “il progetto indigeno frustrato”. La Bolivia è un Paese molto politicizzato con una lunga storia di resistenza ai regimi militari – non dimentichiamoci del tentativo di Che Guevara – e i movimenti sociali hanno sicuramente anche meccanismi di ricostituzione. Con certezza posso affermare che la leadership di Evo Morales, creando un ambiente a lui asservito, è stata quasi dittatoriale, allineandosi con i peggiori esempi: da Ortega in Nicaragua a Maduro in Venezuela. Ecco perché penso che Evo Morales abbia tradito il mandato per cui fu eletto e sia il principale responsabile del fallimento boliviano.
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
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Danilo De Marco, fotografo e giornalista indipendente da ormai più di 25 anni, ha collaborato con i più importanti quotidiani, settimanali e mensili italiani: dal Corriere della Sera alla Repubblica, dall’Unità al Manifesto, Internazionale, Avvenire, Carta ecc…In Francia con Le Monde, Le Monde Diplomatique, Nouvelle Observator, Lire ecc…In Austria e Germania con Di Press, Süddeutsche ecc…In Messico La Jornada. Ha camminato mezzo mondo: dal Tibet al Messico, dalle montagne dei Kurdi in Turchia e Iraq a quelle degli U’wa in Colombia, fino alle Ande dell’Ecuador. Dalla valle del Narmada in India ai tamil dello Sri Lanka, dai campesinos della Bolivia al Brasile dei Sem Terra, dalle foreste del Congo a quelle dell’Uganda: e tanto altro. Molte esposizioni fotografiche, i libri, che raccontano soprattutto le R/Esistenze attraverso il mondo dei popoli ingiustificatamente sottomessi alla legge del più forte.
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