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L’ Occidente immaginato

Posted By Comitato di Redazione On 1 novembre 2021 @ 00:43 In Cultura,Migrazioni | No Comments

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di Davide Accardi

Come acutamente osservato da Ciccozzi nello scorso numero di Dialoghi Mediterranei, commentando la vicenda di Saman Abbas, il rapporto tra Occidente ed Oriente segue sempre lo stesso pattern, quello che accusa l’Islam di essere la sola causa di certi crimini opposto a chi, invece, ne esclude qualsiasi responsabilità.

Non stupisce che un tema così liquido, come quello dello scontro Occidente-Oriente sia presentato in maniera semplicistica, nell’impossibilità (o mancanza di volontà) di comprenderne in pieno la natura inevitabilmente sfumata e complessa dell’argomento. Del modo in cui certe categorizzazioni rispondano ad arbitrarie scelte politiche ed ideologiche, Ciccozzi ha già scritto magistralmente. Vorrei, dunque, soffermarmi su un particolare tema emerso dal contributo dell’autore: il concetto di Occidente.

La costruzione dell’identità: una prima premessa

La costruzione di un’identità è un processo le cui origini sono antichissime. Sembra infatti essere qualcosa di talmente radicato in noi da poter essere presente fin da quando esiste l’agire collettivo, da quando, cioè, è stato necessario distinguere un dentro ed un fuori. Altrettanto difficile sembra essere il tentativo di quantificare un numero approssimativo di identità possibili: le molteplici possibilità offerte dalla nostra società rendono sostanzialmente impossibile tracciare le combinazioni tra le varie identità. È però indubbio che alcune identità siano, ontologicamente, arrivate prima di altre: l’identità-Io e l’identità-Noi come teorizzate da Elias. Egli, infatti, colloca queste due identità primigenie in tempi antichissimi:

«La Repubblica romana dell’antichità è un classico esempio di uno stadio di sviluppo in cui l’appartenenza alla famiglia, alla stirpe o allo Stato, ossia l’identità-Noi del singolo aveva un peso superiore a quello di oggi nell’equilibrio Io-Noi» [1].

71nni2vjdvlIl concetto di Occidente risponde alla medesima logica di inclusione/esclusione ed è, per così dire, il frutto ultimo di tale processo di costruzione dell’identità, partito da quelle di Io-Noi di Elias. Essendo di lunga durata il processo che ha portato al concetto di Occidente, è ovviamente passato da una fase intermedia, ovvero l’identità nazionale.

Se, come abbiamo visto, la creazione di identità è un fattore costante della storia dell’uomo, quella dell’identità nazionale è, ovviamente, assai più recente. Nei primi dell’800 essa assume un ruolo centrale all’interno del dibattito pubblico e non solo. L’avvento dell’idea di nazione e, di conseguenza, di quello di identità nazionale porta con sé diversi temi mai affrontati prima ma anche, ed è ciò che ci interessa di più, un nuovo modo di costruire un’identità a posteriori.

La costruzione dell’identità: una seconda premessa

L’Occidente, come viene pensato e come si rappresenta, è un enorme contenitore dentro al quale dall’800 in poi, sono confluiti gli Stati-nazione, a loro volta dei contenitori che tenevano insieme milioni di persone sulla base di una presunta identità condivisa, l’identità nazionale [2].  Come ben descritto dal grande storico Renan, le identità nazionali poggiano le loro basi sull’unità di alcuni elementi fondamentali e condivisi; una stessa lingua ufficiale, stesse leggi, territori delimitati da confini etc. [3].

61ii5uhydmlOvviamente Renan, storico di transizione e spettatore privilegiato di un periodo di grande cambiamento, quello seguito alla caduta del secondo impero napoleonico, non cadde nel tranello di credere che davvero certi elementi bastassero a definire l’identità nazionale di ciascuno di noi, né pensava che tali caratteri fossero davvero così omogenei come le élites politiche volevano far credere. Renan, infatti, più che far discendere l’identità nazionale dall’unità di usi, costumi, confini, ne individua l’origine in quello che chiama accumulo di passato, ovvero l’invenzione di un passato comune che facesse da confine culturale tra un’identità-Noi e un’identità-Voi.

Come notato anche da Hobsbawn, l’invenzione dell’identità nazionale è relativamente recente e si fonda, per l’appunto, su tradizioni inventate, un passato comune arbitrariamente inventato dalle élites politiche e culturali, un insieme di pratiche che si propongono di inculcare determinati valori e norme di comportamento nelle quali è implicita la continuità con il passato. Ogni società ha accumulato una riserva di materiali in apparenza antichi: per rinsaldare vincoli nazionali, per connotare la fisionomia di partiti e classi sociali. Una sorta di ingegneria sociale e culturale ha dunque caratterizzato l’affermarsi delle nazioni moderne, che hanno legittimato la loro storia più recente cercando radici nel passato più remoto, al fine di rendere il cambiamento in atto, giustificabile e inevitabile. Il medesimo processo messo in atto nell’800 per creare un sentimento, un’identità nazionale, venne utilizzato, come vedremo, anche per l’Occidente.

Uno spazio senza luogo

Sempre Renan, individuò alcuni degli elementi unitari che contribuivano alla creazione dell’identità nazionale, tra i più importanti: la lingua, il territorio, la religione, le leggi. Tali elementi, la cui unità in ambito nazionale era già problematica da dimostrare nell’800, risultano essere inadeguati a descrivere, da soli, cosa sia l’Occidente. Si potrebbe dire, ad esempio, che la lingua ufficiale dell’Occidente sia l’inglese, ovvero la più diffusa? Sarebbe problematico affermarlo non solo perché – e non tengo conto nel computo di importanti forme di regionalismo come il basco o l’irlandese – in molti Paesi l’utilizzo dell’inglese è limitato al linguaggio scolastico o del mondo di internet (come Spagna ed Italia) ma anche perché tale lingua non è parlata in egual modo in tutto l’Occidente. L’inglese resta la lingua internazionale per eccellenza, usata per farsi capire tra membri di nazioni diverse che, per l’appunto, entro i propri confini parlano la propria lingua, non l’inglese.

che-cos-e-una-nazioneNon si può nemmeno affermare che l’Occidente abbia dei confini chiari e, soprattutto, stabili. Prova ne sia la ritrosia di alcuni di considerare l’America latina parte dell’Occidente nonostante sia, per certi versi, più occidentale di altre nazioni che comunemente consideriamo occidentali come il Giappone o la Russia. E cosa dire degli ex Stati dell’Urss, come le Repubbliche baltiche, passati in un solo colpo dall’essere parte dell’Oriente comunista a far parte integrante e, ormai, consolidata dell’Europa?

Né si può dire che vigano ovunque leggi ispirate ai medesimi princìpi, come alcuni Stati degli Stati Uniti in cui è prevista la pena di morte o come alcune democrazie particolarmente autoritarie come l’Ungheria di Orban, dimostrano.

Più spesso è stata proposta la religione come elemento identitario dell’Occidente, opposto al concetto di Oriente e Medio Oriente. Anche questa interpretazione sembra però forzata, non tanto e non solo perché dentro l’Occidente esistono diverse confessioni e traduzioni della tradizione dottrinale del cristianesimo, né perché in realtà quasi il 40% della popolazione europea si dichiari ateo o agnostico [4], quanto perché le opposizioni all’entrata in Europa della Turchia non mossero affatto le loro motivazioni sulla base della diversa fede professata in Turchia, quanto sull’esistenza di pratiche, come la pena di morte, contrarie ai valori dell’UE.

Infine, perfino una delle correnti più diffuse e accreditate sull’identità occidentale, ovvero che essa sia da ricercare nell’ambito di una economia capitalistica di stampo liberale, pur avendo diversi aspetti interessanti, presenta non poche criticità. La Cina, infatti, da quasi 40 anni adotta un particolare sistema economico frutto di una commistione tra economia di mercato e pianificazione statale centralizzata. Anzi, ad onor del vero, da molte parti si ritiene che l’imporsi della Cina come prima potenza economica mondiale sia da ricercare proprio alla sua parziale apertura, filtrata attraverso la lente comunista, al capitalismo [5]. Nonostante essa sia nel punto economicamente più vicino alla nostra tradizione, la Cina continua ad apparirci come il grande baluardo orientale, irrimediabilmente distante da noi.

Dall’analisi degli elementi costitutivi dell’identità nazionale e sovranazionale si deduce, quindi, che categorizzazioni troppo strette siano impossibilitate a descrivere il concetto di Occidente per come viene inteso oggi. Ci rimane, dunque, da compiere un ulteriore passo che muove dalla necessità di utilizzare categorie diverse, più ampie, moderne e di integrarle con quelle già esistenti.

712wdo2gtflUn confine non confinante

Il rapporto tra Occidente ed Oriente, raccontato e studiato in passato da un’ottica eurocentrica, come afferma Said, ha generato almeno un paio di storture: aver posto l’Oriente su di un piano di subalternità culturale e l’aver, di conseguenza, cristallizzato l’idea che noi stessi abbiamo dell’Occidente [6]. Le nazioni, o i concetti sovranazionali, sono, a guardar bene, delle comunità immaginate, proprio a causa delle loro dimensioni [7]. In questi contesti, infatti, il senso di appartenenza ad una comunità non può più basarsi sul semplice rapporto faccia a faccia, poiché è impossibile incontrare nella nostra vita l’intera popolazione appartenente a tale comunità. Sarà necessario, quindi, credere, immaginare, che tutti gli abitanti della nostra nazione abbiano in comune con noi determinate coordinate culturali, senza che questo presupposto possa mai essere provato nei fatti.

Siamo quindi costretti a credere in questa narrazione della quale sono autori le élites politiche e culturali, in quel meccanismo di accumulo di passato che riconduce ad un’epoca lontana, giustificandole in questo modo, le nostre comuni radici culturali. Le nazioni o i concetti sovranazionali come l’Occidente sono il prodotto della narrazione politica e culturale attuata dalle élites, sulla base di una presunta storia comune.

Ma se, allora, l’Occidente è frutto di una narrazione, è con testi e parole e non con le leggi o i confini geografici, che la frontiera tra Oriente ed Occidente può essere infinitamente ribadita, rappresentata, spostata. Ed è questo ciò che sta accadendo anche grazie a tutte quelle piattaforme digitali (dai social, ai servizi in streaming) che permettono di produrre un’immagine da veicolare nello spazio-mercato globale. Ed è così che, ad esempio, molti di noi ascoltano il k-pop, hanno visto Parasite del coreano Bong Joon ho, o si sono fatti catturare dalla spietatezza di Squid Game. Ogni nazione compete con le altre sul mercato globale della produzione culturale, cercando di penetrare in quei mercati in cui è ancora percepita come estranea.

L’Occidente, allora, perde l’unità di caratteristiche descritte da Renan e diventa una galassia eterogenea di nicchie culturali che, con il tempo, entrano a far parte del nostro immaginario condiviso, di quella storia comune con la quale il concetto di Occidente si è formato. Sorprendentemente rispetto ad alcuni pareri, il concetto di Occidente non solo non né in crisi né immutabile, ma anzi è in continuo mutamento e, sembrerebbe, di ineludibile allargamento. In fondo, siamo sicuri che i giovani occidentali di oggi siano più simili ai loro nonni di quanto non lo siano nei confronti dei loro coetanei orientali?

41jiioo-kpl-_sx347_bo1204203200_Tornando alla vicenda di Saman Abbas, allora, bisognerebbe chiedersi come l’Occidente sia percepito da coloro che in questa entità sovranazionale non trovano spazio e come, di conseguenza, lo percepiamo noi che, invece, ne facciamo parte. Ai migranti, specie quelli mediorientali, l’Occidente appare sì come un universo di possibilità ma irrealizzate, inespresse, un ricchissimo anziano signore che non sa come spendere la propria fortuna, nemmeno troppo velatamente aggressivo e conservatore. I migranti non si sentono sicuri in Europa, né lo sono mai stati a dir la verità. Ciò che spinge i migranti in Europa non è solo la ricerca di una collocazione materiale, ma anche culturale, che non riescono a trovare, soffrendo la mancanza di spazio simbolico e d’azione. Essi vedono l’Occidente, a loro danno, consumare rappresentazioni mediatiche senza che nessuno possa, apparentemente, salvare gli occidentali dalle mistificazioni, come l’islamofobia [8]. Di contro, molti di noi occidentali possono essere efficacemente riassunti da un articolo di Huntington [9]  secondo il quale sfortunatamente la fine della Guerra Fredda ha consentito a diversi Stati nazionali di schierarsi sullo scacchiere internazionale non più su base ideologico-economica, bensì culturale. In questo modo, tutte quelle civiltà dichiaratamente distanti dall’Occidente, come l’Islam, hanno potuto trovare spazio di manovra per perseguire una politica svincolata dall’influenza occidentale. L’autore, insomma, rievoca con dolore una nuova fine dell’Occidente poiché, se qualcosa di comune a noi occidentali sembra esserci, deve essere questa volontà di potenza e sottomissione, questa arrogante consapevolezza di essere migliori che è, in fondo, la più grande frontiera rimasta tra l’Occidente e l’Oriente.

Dialoghi Mediterranei, n. 52, novembre 2021
Note
[1] N. Elias, La società degli individui, trad. it. Il Mulino, Bologna, 1990: 177-271.
[2] E. J. Hobsbawm, T. Ranger, L’invenzione della tradizione, Einaudi, Torino, 2002
[3] E. Renan, Che cos’è una nazione?,  Donzelli, Roma, 2004
[4] Discrimination in the EU in 2012, in Special Eurobarometer, 383, European Union, European Commission, 2012: 233
[5] R. Coase, N. Wang, Come la Cina è diventata un Paese capitalista, IBLI Libri, Torino, 2016
[6] E. Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, trad. it., Feltrinelli, Milano, 2002
[7] B. Anderson, Comunità immaginate, Manifestolibri, Roma, 1996
[8] V. Pellegrino, L’Occidente e il Mediterraneo agli occhi dei migranti, Edizioni Unicopli, 2009
[9] S. P. Huntington, The clash of civilizations?, in Foreign Affairs, vol. 72, n. 3, estate 1993

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Davide Accardi, ha conseguito la laurea triennale in Storia presso l’Università di Palermo, discutendo una tesi dal titolo Lo stato d’eccezione. Ha, in seguito, conseguito la laurea specialistica in Studi storici, antropologici e geografici presso l’Università di Palermo discutendo una tesi dal titolo L’identità nazionale nei territori di confine. Scrive e si interessa di cinema, in particolare sulla relazione tra spazi e vuoti in Antonioni e sull’influenza della psicanalisi in Kaufman.

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