di Aldo Gerbino
Io cerco il passo che mi porti indietro, E, quando cada nell’urna questa polvere, Ritornare allo stato donde mossi. [Henry Vaughan, da Il rifugio, 1655; trad. di Cristina Campo].
C’è una ruminante visionarietà che è fedele compagna dello sguardo. Esso, elettiva guida della pittura, svolge quel sostanziale esercizio utile alle dinamiche più eteroclite del guardare, del dipingere, dell’interpretare: sguardo che, in una certa misura, sta rannicchiato tra le pieghe di tali dinamiche e da esse va dipanando nuovi grumi colmi d’immagini, figure, volumi creando mutazioni proprio nello svolgersi del processo creativo. Poi, a poco a poco, da esso baluginano risoluzioni inaspettate, fino a rendersi visibile il concretarsi di un ‘tutto nascosto’ che urge. In questo mutar di strada si sostanzia una ricerca affinché, nel ciclico divaricarsi e rigenerarsi del percorso, che a volte evolve per anastilosi, ecco l’apparizione di nuove icone rivelatesi complementari all’oggetto esaminato fino a render manifesto quell’insostituibile sostanza vitale rinata dal denudamento del lavoro d’origine. E ancora, quando tale sguardo si deposita sul letto del mondo classico la risposta può d’improvviso trasformarsi in visione incanalata nella fluidità di un impeto, un vero e proprio impatto con le lateralità del vedere aperto a nuove morfologie, declinato per altre percezioni e integrato nella stessa materia retinica e, per soprammercato, nell’architettura d’una attesa nuova luce.
Le metavisioni di Jorge R. Pombo, artista barcellonese che vive ed opera a Firenze, sono consegnate alla visione palermitana con la cura analitica e critica di Sergio Intorre, in quel canale di fattiva promozione operata dalla Fondazione Sicilia e all’oggi visitabile. Esse sono offerte alla fruizione attraverso una fenditura intima e categoriale dei dipinti che, almeno in un primario tocco visivo, appaiono immersi nelle tinnanti sfere della suggestione ed anche lungo un cospicuo fluido sonoro generato dalla sfregante contattabilità con forme già precostituite e facendo emergere, quasi per sonore vibrazioni di bandure, avvolgenti corpi femminili tracciati nell’incanto di un perenne fuoco e in una sempre più amorosa tensione destinata alle fiamme non placate delle emozioni.
Ma, non ultimo, c’è la volontà di rendere visibile l’emersione di una istintiva necessità di rammemorazione di paesaggi, e in più di storie o botaniche presenze poste a contatto tra il tempo del passato e un presente vivo dove stendersi ed essere rigenerate sull’inusuale banco di tale piano, per essere rianimate da una tensione evolutiva vogliosamente aperta a future letture. Il tutto basculando dalla concretezza all’evanescenza, tra sogni e immagini percepiti nella loro insostituibile sostanza d’anima. Un velario ora squarciato per ogni dove, un gioco ricondotto al paesaggio, all’architettura, agli amori, al gioco identitario di un tempo sacro che fora il suo spazio, dilatandolo in modo incommensurabile alla poetica della mutevolezza, la quale rafforza il carattere della storia, del dramma, del documento, dell’erotismo trascinato per le vie della passione in icone mai consumate come accade nell’immaginifica austerità di ascolto d’un adagio di Bach mediato dal Pianoforte Siena.
Ogni cosa, in queste pagine visive di Pombo, corre verso il rafforzamento di un rito proiettato nell’oggi, divenendo così necessità emotiva di questo nostro tempo: una particolare ‘ripetizione’ come quella alimentata dall’intelligenza creativa e poetica di Ghiànnis Ritsos, poeta che ha riproposto il mito in una spiazzante contemporaneità ammantandolo di novelle voluttà del dire e affermate, nel volgersi dell’estetica, tra le articolate pieghe delle epoche affinché possa moltiplicarsi quel mantello sostenuto da una pervasiva dimensione dell’incantamento. Allora tali “Metavisioni” di Pombo e il lavoro di tracciamento dichiarato da Intorre, trovano la loro germinazione espositiva ‒ afferma in prefazione al catalogo della mostra Maria Concetta Di Natale ‒ proprio nel «desiderio della Fondazione Sicilia di riaffermare, attraverso il linguaggio dell’arte, il dialogo costante tra passato e presente, che anima la nostra missione culturale».
Su tale rapporto ‘classico/contemporaneo’ avvertivamo come alcuni esempi di contemporanea scrittura, dopo il lontanante secolo breve, appaia esteso tra le differenziate pagine della pittura, della scultura, della performance, dell’insistente ed ampio scorrere di reperti secreti dagli atti iconici propri delle visual art in cui la stessa compostezza di un ordine geometrico vien subito vaporizzata in strati molecolari, in una sorta di fusion, o per continue decostruzioni oppure in cammini non euclidei, frattalici, affinché possano esser tratte le fila di un agire, in continuum, con quanto appreso dalle ultime fluidità suggerite dall’élan postmoderno. Un pensiero che ritroviamo come antesignano sulle non tramontate pagine di Kenneth Clark volte al paesaggio nell’arte con l’endiadi creativo-intellettuale tra Turner e Frazer e che consente energicamente di asserire in che modo per «opere di questo genere il termine di passatismo sarebbe del tutto improprio». Non a caso, la «loro contemplazione rende sentimenti molto attuali molto più penetranti, per il ricordo di fatti appartenenti a un’altra età e che la sabbia leggendaria ha interminabilmente levigato». A questo va aggiunto quell’Eliot Effect che, – partendo proprio da Nietzsche con la sua «forza retroattiva del presente», ‒ permette di rilevare nell’opera, pur sotto altra luce, tutte le opere precedenti, ma anche come il passato si proietti nel futuro mostrando la sua capacità di precorrimento.
Di certo ciò che viene restituito dal lavoro, per alcuni motivi ‘ri-creativo’ di Pombo, sulla visione di opere del passato si colloca anche col rivalutare e riconsegnare, attraverso tali re-fusion d’impattante molecolarità, una dimensione e ancor più una spazialità di contatto tra opera e artista capace di rigenerare un nuovo assetto prossemico tra componenti visuali di ieri e visionarietà percettiva dall’artista nel suo contemporaneo viluppo. Si rielabora in tal maniera un rafforzato vettore di attenzione (un vero e proprio veicolo segnico alla ricerca del suo ‘decifrante’), in cui l’immagine si offre quale concretezza e ombra occulta di quell’endoscheletro che sorregge il dipinto primario, attraverso una tangibile consegna di reversibilità ‘segno/immagine’ la quale, per gli insondabili modi della speculazione critica, spinge verso quel dettato caro a Cesare Brandi ben ancorato al bulbo della Gestalt-Psychologie. Così Pombo esercita, con vivace decisione, lo scardinamento di una realtà artistica già consolidata, ma non cristallizzata al fine di riproiettarla (resa libera dall’annoiante banalità del déjà-vu), e riconsegnarla nel bagno delle sue emozionalità e visuali atmosfere.
Ordunque non è casuale quanto Sergio Intorre sottolinei in che modo e con quali esiti Jorge Pombo ‒ attraverso le undici opere d’una classicità compresa tra Cinquecento e Ottocento: da Mattia Preti a Luca Giordano, da Michelangelo a Caravaggio a Lojacono ‒ restituisca quelle tracce ottenute durante un processo decostruttivo veicolato per sottrazione e come da esse sia stato espunto fissando, in modo precipuo, la loro «presenza emotiva» e la loro «ombra luminosa». Due esempi italiani del contemporaneo relazionabili a tali esigenze spirituali di Pombo, pur nella diversità delle estetiche e della finalità del percorso, si affiancano a tale desiderio di salto temporale che l’artista della Catalogna esplicita con tanto veemente senso della luce e della materia rarefatta pronta ad amplificare il senso non sempre oscuro dell’ombra. Simili tensioni sono leggibili in tanti tremuli pastelli di Ennio Calabria, soprattutto in quella sua luce che riveste, in uno spaccato segnico e pigmentario, il preponderante ruolo di esaltazione dell’oscurità coniugata felicemente alla densità.
La leggiamo in La luce taglia il buio o in Lievi passi della sera dove il solco segnato dal corpo femminile ne estende la forza dirompente di un confine, ne restituisce una fisiologica permanenza tra chiarore e oscurità, tra una realtà ed un’altra ad essa complementare per magnificarne, nel contrasto spugnoso dell’azzurro, il fluire del fuso di un organismo vitale. Per certi aspetti è, con modi più tangibili sul piano della concretezza pigmentaria, ciò che accade nell’opera della pinacoteca palermitana Giuditta e Oloferne di Luca Giordano in cui Pombo (avverte Intorre) «ne conserva l’impeto, ma sottrae la carne: la testa di Oloferne si dissolve in un vortice, il sangue in un riflesso» e la pittura, egli insiste, «si emancipa dal racconto». Essa, per altro vero e proprio «atto metapittorico» accumula e rilascia il suo gettito di “energia”, la «violenza del colore che genera la forma e la consuma».
Tale senso di disgregazione e riappropriazione di quella luce energetica del corpo qui è ritemprata in una sorta di vorticante delaminazione dei movimenti, e con essi vien trascinata la storia composita delle passioni, della violenza, delle estreme sensualità e dei gesti crudeli ad incarnare l’umano agire e, allo stesso tempo, segnalando quel senso di terrestrità coniugata all’organico vitalistico per una esaltazione tracciata dal momento crepuscolare e dal rincorrersi dei rossi straziati quasi in un effetto ‘frottage’. Assistiamo ad una sorta di metafora sulla transizione, sulla trasposizione e dislocazione delle cose, sulla loro stessa essenza e sul valore del loro esserci lungo la scia delle rovine accumulate dal tempo, sospinte dal progresso tecnologico e di frequente avviluppate (e la nostra minacciata quotidianità ne è palmare esempio) da quell’ ‘inverno dei sentimenti’ già a suo tempo denunciato dalla Yourcenar. La tensione chiaroscurale tangibile nel Cristo e la Samaritana di Mattia Preti si trasferisce nell’insieme di quella «vibrazione di luce e dissolvenza» in cui, sottolinea lo storico dell’arte, «l’ombra della donna si perde in un flusso liquido di colore».
Un simile progetto dispersivo, in cui la traccia si fa drammaticamente icastica, lo leggiamo proprio per la sua assunzione di poetica in tanta opera incisoria di un Piero Guccione; ne è consistente tessera L’angelo di Caravaggio in cui l’acquaforte/acquatinta del maestro di Scicli lascia le tragiche orme dello skyline corporeo, mentre il tutto si avvoltola in dispersioni cromatiche irraggiate di una nuova luce. Parallela idealità troviamo, con Pombo, nella Variazione della ‘Natività con i santi Lorenzo e Francesco di Assisi’ di Caravaggio in cui i lacerti luminosi si divaricano per ampia dimensione (260x190cm), fino ad affiorare in straziate corporee morfologie ove la cupezza dei fondali scuri, le striature dei rossi accesi ne esaltano l’attrito tra l’oscurità e una luminosità drammatica, coinvolgente. Pombo, scrive Intorre, consegna il suo «atto di restituzione simbolica, un omaggio alla forza dell’immagine perduta e al suo persistere nella coscienza collettiva, a oltre cinquant’anni dal furto».
E, proprio nell’esercizio costante del consegnare ombra non vanno certo disperse le acute parole di Paul Celan, espunte dal suo testo poetico del 1963 Sprich auch du, e che recitano: «Dà al tuo detto anche il senso: / dagli ombra»; ciò a sottolineare come la consegna dell’ombra, la sua ricerca di sostanza, la sua capacità interattiva non restituisce in modo esclusivo il senso del contrasto o della rilevanza di piani ora letterari ora pittorici, ma oltre all’effetto ottico o sonoro, segnano un punto di affermazione legato alla identificazione del sensus dell’umana espressione. E ciò, nei dipinti di forte impulso sacro, ci sembra che il lavorìo di una ricerca mediata da continue e ossessive distillazioni tra luce e oscurità valga, per il pittore catalano, la vicinanza emozionale a quella ragione alchemica e religiosa che animò Henry Vaughan, poeta metafisico del XVIII secolo, i cui versi della lassa finale di The Night si prestano a dare ulteriore significazione all’azione estetica di tale avventura colma di variazioni pervase da ‘abbaglianti oscurità’ proprio nel solco delle modalità espressive mostrate effusivamente da Jorge Pombo: e questo, lo si può valutare nel rischio assunto per la realizzazione della Variazione del Giudizio Universale di Michelangelo Buonarroti, opera esposta, nel 2025, alla Fabbrica del Vapore di Milano a cui i versi di Vaughan sembrano intimamente attagliarsi:
«Dicono che in Dio sia
oscurità profonda, che abbaglia, ma gli uomini
quaggiù, dicono che è tardi, che il buio esiste
quando non si vede con chiarezza.
Oh, cosa farei per quella notte! Dove io in Lui
potrei vivere invisibile e inerme!».
Alla forza del contrasto luce/ombra si affiancano anche le cinque Variazioni da Francesco Lojacono nelle quali la luce mediterranea d’una Palermo ottocentesca diventa canto elegiaco ricco di chimismo pulviscolare e d’una distesa cromatica che segue le sollecitazioni degli scrittori del tempo i quali alla luce coniugano, per sinestesia, fragranze riconducibili ora ai versi del Meli ora a quella ‘luce santa’ dispiegata su Palermo e sensibilmente raccolta da Andre Belji, il simbolista russo colmo di grande forza evocativa. Ora, per Lojacono, è il giallo strappato al bianco fondale come un’eruzione di fuoco architettonico nel Tempio di Castore e Polluce a dar segno di sé, ora è il corpo del Monte Pellegrino disgregato da ventose icone d’acqua e il rugginoso riflesso colto da un arrossato tramonto palermitano, ora la decorticata diafanizzazione pigmentaria riscontrabile nel Ficus Magnolia, albero acquisito da Pombo e che Intorre legge smaterializzato «in una nuvola di pigmenti».
C’è da osservare che il tutto della pittura di Pombo sembra dissolversi e ricompattarsi in una fluttuante e ricombinante materia, la quale continua a narrare, tra dislocati crossing, di soffi, di refoli imprecisi, di echi ed uccisioni e di cantabilità del creato pregni di un mobile e traducibile sistema visivo. Esso, nutrito nel suo taglio informale da abbandoni e rintracciamenti, accoglie, con decisione, ogni elemento nella sua densa tessitura di voci classiche irrorate di forza e, allo stesso tempo, dal tiepido tremore d’ineffabili luci latine.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Letture
Jorge R. Pombo, Metavisioni. Il contemporaneo come nuova percezione del classico, (a cura di Sergio Intorre), Mostra nella Pinacoteca di Villa Zito, Fondazione Sicilia, Palermo 2025/2026; Andre Belji, Viaggio da Venezia a Palermo, (a cura di Giacoma Strano), Castelvecchi, Roma 2016; Kenneth Clark, Il paesaggio nell’arte, Garzanti, Milano 1962; Roberto Sanesi (a cura di), Poeti metafisici inglesi, Guanda, Milano 1990.
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Aldo Gerbino, morfologo, è stato ordinario di Istologia ed Embriologia nella Università di Palermo ed è cultore di Antropologia culturale. Critico d’arte e di letteratura sin dagli anni ’70, esordisce in poesia con Sei poesie d’occasione (Sintesi, 1977); altre pubblicazioni: Le ore delle nubi (Euroeditor, 1989); L’Arciere (Ediprint, 1994); Il coleottero di Jünger (Novecento, 1995; Premio Marsa Siklah); Ingannando l’attesa (ivi, 1997; Premio Latina ‘il Tascabile’); Non farà rumore (Spirali, 1998); Gessi (Sciascia-Scheiwiller, 1999); Sull’asina, non sui cherubini (Spirali, 1999); Il nuotatore incerto (Sciascia, 2002); Attraversare il Gobi (Spirali, 2006); Il collettore di acari (Libro italiano, 2008); Alla lettera erre in: Almanacco dello Specchio 2010-2011 (Mondadori, 2011). Di saggistica: La corruzione e l’ombra (Sciascia, 1990); Del sole della luna dello sguardo (Novecento, 1994); Presepi di Sicilia (Scheiwiller, 1998); L’Isola dipinta (Palombi, 1998; Premio Fregene); Sicilia, poesia dei mille anni (Sciascia, 2001); Benvenuto Cellini e Michail K. Anikushin (Spirali, 2006); Quei dolori ideali (Sciascia, 2014); Fiori gettati al fuoco (Plumelia, 2014).
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