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Italia e Tunisia: due Sud nel processo di accumulazione del capitale

Posted By Comitato di Redazione On 1 marzo 2019 @ 00:19 In Politica,Società | No Comments

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Giovani diplomati disoccupati a Gabes, a sud della Tunisia (ph. Venezia)

di Emanuele Venezia

Italia e Tunisia, nonostante siano Paesi completamente diversi sul piano economico (il primo ottava potenza mondiale se guardiamo al PIL e quindi considerato Paese “sviluppato”,  il secondo definito invece “in via di sviluppo” anche se tra i primi Paesi dell’area MENA per quanto riguarda molti indicatori socio-economici) nel loro diverso evolversi storico, economico e politico hanno in comune la questione ancora irrisolta dei rispettivi Sud, entrambi sottosviluppati dal punto di vista economico.

Questa situazione è rimasta pressoché immutata dalla nascita di entrambi i Paesi rispettivamente dopo quel processo politico-militare che va sotto il nome di Unità d’Italia (1861) e di quello prettamente (ma non esclusivamente) politico noto come “indipendenza” tunisina nel 1956.

Per quanto riguarda il caso italiano la borghesia piemontese si è assunta l’iniziativa storica [1] di unificare la penisola italiana frammentata in Stati e staterelli con l’obiettivo di rafforzarsi ed estendere la propria influenza sul piano internazionale tramite la costruzione di uno Stato moderno (democratico/liberale da un punto di vista politico e capitalistico/industriale da un punto di vista economico). Questo processo storico, come sappiamo, ha incontrato delle resistenze e, al suo compimento, è seguita una dura repressione contro quella parte delle popolazioni del sud del Paese che non volendo piegarsi al nuovo potere statale hanno dato vita ad ampie rivolte contadine e al complesso fenomeno del brigantaggio.

Quasi cento anni più tardi nasce la Tunisia “indipendente” durante il cosiddetto periodo della “decolonizzazione”. A differenza della vicina Algeria la conquista dell’indipendenza avverrà più o meno pacificamente e in forme “concordate” con la madrepatria; protagonista indiscusso di questo processo fu Habib Bourguiba che diventerà il primo presidente del Paese restando al potere per oltre trenta anni. Siamo agli inizi della “guerra fredda” (a certe latitudini caldissima come nel 63esimo parallelo in Corea), il mondo inizia a dividersi in due blocchi: l’Occidente capitalista e l’Oriente socialista. Due modi diametralmente opposti di intendere ed organizzare lo spazio politico, economico, ideologico e strategico nel mondo e nella società. Capitalismo ed economia di mercato, ricerca del profitto a Ovest; economia socialista pianificata e livellamento delle diseguaglianze sociali a Est.

Il padre fondatore della Tunisia decide insieme all’entourage del suo partito, il neo Destour, una collocazione internazionale nel blocco occidentale, in tal modo Bourguiba negozia l’indipendenza dalla Francia per tornare immediatamente tra le braccia della Francia. La Tunisia inizierà la propria costruzione nazionale seguendo il modello occidentale in economia e in materia di cosiddetti diritti civili darà forma al Codice dello Statuto Personale.

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Christine Lagarde (FMI) incontra il Presidente della Tunisia

La dicotomia Paese sviluppato/Paese in via di sviluppo (più recentemente alcuni accademici prediligono la definizione di Paesi “ad alto reddito” e “a basso reddito”) è un prodotto teorico dell’ideologia dominante (intesa marxianamente come falsa coscienza) che si è affermata dopo la Seconda Guerra Mondiale nel campo occidentale; di fatto giustifica i rapporti neo-coloniali sulla base dei quali i Paesi del Primo mondo (campo occidentale) e a partire dagli anni ’60 anche quelli del Secondo mondo (campo sovietico) [2] sfruttano le materie prime e le risorse del Terzo mondo (ex colonie) e instaurano dei rapporti commerciali niente affatto basati sull’eguaglianza e reciprocità, generando in tal modo la questione del “debito” estero e molto più in generale del sistema di dipendenza neocoloniale del Terzo mondo verso Paesi più sviluppati. Questa dinamica fa sì che sotto la teoria propugnata da alcuni economisti liberali ovvero di favorire prestiti monetari (o iniezione di capitale) per finanziare “lo sviluppo”, i “Paesi in via di sviluppo” continuano ad indebitarsi e a rimanere dipendenti, subalterni al Primo mondo o in altre parole perennemente “in via di sviluppo” (attualmente da circa 70 anni). Questo tipo di relazione tra Paesi a livello mondiale fu definita “imperialismo” da Lenin nel secolo [3].

Ancora oggi viviamo in questa fase particolare del capitalismo mondiale, a riprova di ciò basti vedere come nel campo della finanza internazionale e di quello bancario sia confermato quanto descritto da Lenin.  Per questo motivo riteniamo sia più corretto ricorrere alla dicotomia Paese imperialista/Paese oppresso dall’imperialismo piuttosto che altre definizioni che a nostro avviso non descrivono scientificamente la natura del problema.

Il filosofo francese contemporaneo Alain Badiou dà la seguente definizione:

«Chiamiamo ‘occidentali’ quei Paesi che usano, facendosene vanto, questo termine per definirsi: Paesi che si collocano storicamente all’avanguardia dello sviluppo capitalista, che accettano una vigorosa tradizione imperialista e guerriera, e che sono ancora dotati di una forza d’urto tale da permettere loro, dal punto di vista economico e finanziario, di comprare governi corrotti un po’ dappertutto nel mondo, e, dal punto di vista militare, di intimidire tutti i potenziali nemici del proprio dominio» [4].

L’Italia da quando nasce come Stato-nazione inizia il processo di accumulazione di capitale tramite lo sfruttamento di una specie di colonia interna: il Sud. Prosegue con le “avventure” coloniali all’inizio del secolo scorso e con la partecipazione alle due guerre mondiali. Dopo la seconda diventa membro attivo della NATO e dell’ONU svolgendo il proprio ruolo nella spartizione del mercato mondiale sia per conto proprio sia in alleanza con altre potenze in particolare con gli USA.

Gli enormi profitti provenienti dall’attività industriale, da tutto il resto dell’economia e dallo sfruttamento dei mercati stranieri non sono equamente ripartiti o socializzati nel Paese, sia da un punto di vista sociale che da un punto di vista territoriale. La strategia della borghesia italiana è stata quella di privilegiare l’industrializzazione del nord-ovest (il triangolo industriale) e in seguito ha perseguito la via dei poli industriali, delle piccole e medie imprese in patria e della delocalizzazione all’estero (tra cui anche in Tunisia) nella cosiddetta età della globalizzazione.

Manifestazione-di-disoccupati-davanti-il-tribunale-di-Gabes-ph.-Venezia.

Manifestazione di disoccupati davanti il tribunale di Gabes (ph. Venezia)

La Tunisia invece si ascrive all’altro polo della dicotomia, i rapporti con l’ex madrepatria sono tutt’ora di tipo neo-coloniale, basti guardare alla presenza del capitale francese nel Paese e alla destinazione dell’esportazione delle materie prime tunisine (fosfati e suoi derivati su tutti, gas e petrolio) diretti in primis in Francia (circa il 30%) e a seguire in Italia, USA e Germania, e alla provenienza delle importazioni dei prodotti finiti nonché all’ingombrante presenza del capitale francese nel terzo settore (distribuzione, banche, finanza ecc.) [5]. In questo senso la borghesia tunisina, come quella di un qualsiasi Paese in cui sono presenti dei rapporti economici di tipo neo-coloniale, funge da “intermediario commerciale-finanziario”: garantisce gli affari dell’imperialismo in cambio di qualche briciola per sé al fine di restare al potere e godere di una parte della ricchezza del Paese.

L’accordo siglato tre anni fa tra Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Banca Centrale Tunisina ha confermato ancora una volta la tremenda attualità e veridicità della teoria leniniana dell’imperialismo [6] e del ruolo attivo delle banche e del capitale finanziario nell’attuale assetto economico mondiale: le due organizzazioni internazionali recentemente avevano annunciato un prestito alla Tunisia di 2,8 miliardi di dollari americani. Ai prestiti si accompagnano in tutta evidenza precise contropartite, non solo prettamente economiche: si chiede intatti al Paese “beneficiario” l’impegno di attuare certe riforme strutturali. Nell’accordo in questione le due organizzazioni internazionali chiedono al governo tunisino di approvare una legge riguardante la riorganizzazione della Banca Centrale Tunisina, puntualmente varata dopo pochi mesi. La legge prevede il divieto alla BCT di accordare qualsiasi prestito o scopertura allo Stato ma quest’ultimo dovrà rivolgersi a banche private o a istituti economici internazionali come la BM e il FMI, pagando quindi dei tassi d’interesse (che non pagherebbe alla propria banca centrale) e facendo quindi aumentare il debito pubblico del Paese e con esso la dipendenza del Paese dalle potenze straniere egemoniche all’interno del FMI e della BM [7].

Rivolta-di-Kasserine-gennaio-2016

Rivolta di Kasserine, gennaio 2016

In questo contesto il ruolo che i due Sud hanno in entrambi i Paesi fin dalla loro nascita è molto simile: entrambi inizialmente erano caratterizzati da attività economiche pressoché uguali afferenti al settore primario dell’economia. Agricoltura innanzitutto (curioso pensare che anche in tempi antichi sia Cartagine dopo la conquista che la Sicilia venivamo chiamati il “granaio di Roma”) unitamente all’allevamento e alla pesca di tipo tradizionale.  Inoltre nel centro-sud della Tunisia è particolarmente importante il bacino minerario di Gafsa (Gafsa, Redeyef, Metlaoui) sin dal periodo coloniale con la presenza delle miniere di fosfati; invece nel Sud Italia, in particolare in Sicilia, erano molto importanti le zolfatare (miniere di zolfo) e quelle di carbone.

In entrambi i Sud vengono creati dei poli industriali nello stesso periodo (tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 del secolo scorso) ma l’industrializzazione italiana si sviluppa in maniera differente rispetto a quella tunisina: e ciò è dovuto alla differente natura dei due Paesi. I due Sud prendono strade differenti: quello tunisino rimane sostanzialmente immutato da quel periodo (eccetto per la creazione del polo industriale di Gabes e dall’estrazione di petrolio a Tataouine), ancora oggi l’attività estrattiva dei fosfati è considerata un settore strategico per il Paese e, a parte la presenza di attività turistiche in qualche area, il sud si regge principalmente sul settore primario (a differenza che nel Sahel sono più sviluppati il settore terziario e secondario). Al contrario, in Italia il settore primario adesso è molto marginale (2% dell’economia nazionale) e al Sud è diventato predominante il terziario; ma sono ancora presenti alcuni grandi poli industriali (Ilva di Taranto, Pomigliano d’Arco vicino Napoli, Fiat Sata di Melfi, Petrolchimico di Gela ecc.) che incidono in maniera preponderante sul tessuto socio-economico locale e nazionale. Ciò che invece è simile in entrambi i Sud è il fatto che la produzione di ricchezza proveniente dai poli industriali, va solo a parziale beneficio delle popolazioni locali: in entrambi i Paesi il PIL non viene ridistribuito equamente su tutto il territorio nazionale [8].

All’indomani delle celebrazioni del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia e a 60 anni dall’Indipendenza politica tunisina, l’irrisolta “questione meridionale” e le rivolte del gennaio del 2016 e seguenti in Tunisia, confermano sostanzialmente che lo sviluppo economico capitalista si dispiega in maniera diseguale in entrambi i Paesi, mantenendo (quasi) immutate le condizioni di sottosviluppo in entrambi i Sud: a riprova di ciò basta consultare i numerosi indicatori di sviluppo come il Pil pro capite e l’ISU su base regionale.

Recentemente il geografo tunisino Amor Belehdi, analizzando l’organizzazione spaziale delle attività economiche in Tunisia (con l’aiuto di questi indicatori economici) e descrivendo la situazione in cui il Sahel, o asse litoranea, è più sviluppata dell’asse interna (ovest-centro-sud) ha parlato di “inerzia spaziale” e di “circolo vizioso”, concetto così riassunto: in un’economia di mercato basata sul capitalismo, un territorio in cui è già presente del capitale “fisso” attira altro capitale “mobile”; viceversa un territorio  in cui il primo non è presente (e che avrebbe bisogno di capitale e nuove infrastrutture ecc.) non attira il secondo [9].

Questo fenomeno non è nuovo. Antonio Gramsci nella sua analisi complessiva della società italiana e dei rapporti esistenti tra le classi sociali e partiti politici italiani, per quanto concerne la Questione Meridionale, aveva descritto questo fenomeno così:

«La politica estera degli ultimi 30 anni rese quasi sterili i benefici effetti dell’emigrazione. Le guerre eritree, quella di Libia, fecero emettere dei prestiti interni che assorbirono i risparmi degli emigrati. Si parla spesso di mancanza di iniziativa dei meridionali. È un’accusa ingiusta. Il fatto è che il capitale va a trovare sempre le forme più sicure e più redditizie di impiego» [10].

Il sistema di produzione capitalista combina sempre due elementi seppur in rapporto diverso: oltre al capitale è altrettanto importante il lavoro ovvero la manodopera, entrambi sono due facce della stessa medaglia, non vi può essere l’uno senza l’altro. Quindi potremmo dire che il capitale attira altro capitale ma attira anche lavoratori. Per questo motivo ogni nuova attività industriale genera migrazioni. La costruzione dell’Italia come Stato-nazione ha determinato una migrazione interna da sud verso nord, scrive Gramsci:

«L’accentramento bestiale [del neonato Stato italiano n.d.a.] ne confuse i bisogni e le necessità, e l’effetto fu l’immigrazione di ogni denaro liquido dal Mezzogiorno nel Settentrione per trovare maggiori e più immediati utili nell’industria, e l’emigrazione degli uomini all’estero per trovare quel lavoro che veniva a mancare nel proprio paese» [11].

4Quello che viene definito il “processo di accumulazione del capitale” nel sistema capitalistico avviene sempre creando degli squilibri territoriali, Alcune regioni si impoveriscono di risorse, capitale e lavoratori come abbiamo visto a favore delle nuove regioni industriali: «La borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole e le ha ridotte a colonie di sfruttamento».

In Tunisia avviene un fenomeno analogo. La borghesia tunisina che dirige il Paese proviene principalmente dall’asse litoranea e i suoi massimi rappresentanti sono storicamente originari dal Sahel (Bourguiba da Monastir e Ben Ali da Sousse). La politica bourguibista di favorire lo sviluppo economico principalmente nel Sahel ha provocato un trasferimento di ricchezza e di manodopera dal Sud e dall’Ovest del paese verso il Nord-Est litoraneo.

Questo fenomeno, che in entrambi i Paesi ha causato dei contraccolpi a livello geografico fino a provocare tensioni sociali, può essere ancora descritto con le parole di Gramsci:

«i problemi di classe tendono a diventare problemi “territoriali” perché il capitalismo si presenta come straniero alla regione e come straniero si presenta il governo che del capitalismo amministra gli interessi» [12].

Tra gli innumerevoli esempi in cui il governo viene percepito come “straniero” sul territorio basterà citarne brevemente tre: uno del sud Italia ovvero Bagnoli, sobborgo di Napoli e due del sud della Tunisia ovvero il bacino minerario di Gafsa e l’arcipelago delle isole Kerkennah al largo della città di Sfax.

A Bagnoli era presente un’industria siderurgica, l’azienda di Stato Italsider., Dopo la sua chiusura nel 1993, della vecchia area industriale è rimasto solo l’inquinamento su tutto il territorio del quartiere. Lo Stato italiano si era impegnato a bonificare il quartiere, ma questo impegno è rimasto lettera morta per decenni. Ultimamente la popolazione del quartiere, e in particolare molti giovani, si sono appropriati di alcuni spazi per svolgere delle attività politiche, culturali e sociali. In certe occasioni, riportate dalla cronaca, quali le visite dei rappresentanti del governo che ogni volta reiterano le promesse di bonifica e di “sviluppo”, sorgono tensioni con gli abitanti del quartiere.

-Rivolta-a-Kasserine-gennaio-2016.

Rivolta a Kasserine, gennaio 2016

Per il nostro secondo esempio spostiamoci invece nel bacino minerario di Gafsa. Una delle principali entrate dello Stato è rappresentata dall’attività di estrazione e lavorazione dei fosfati (e potrebbe essere molto più elevata se non vi fosse il rapporto neo-coloniale con le potenze straniere). Nonostante questo la regione di Gafsa è una delle più sottosviluppate del Paese, non vi sono servizi sociali né vita culturale per i minatori e le loro famiglie, a dispetto dell’enorme contributo che essi danno all’economia nazionale. Per questo periodicamente vi sono grossi scioperi e anche rivolte, tra le ultime e tra le più grandi ricordiamo quella del 2008 che, non a torto, molti indicano come il preludio della rivolta del 2010-2011.  Alcuni minatori esprimono così il loro disagio verso il governo e lo Stato centrale:

«Lavoriamo sodo e non abbiamo niente in cambio, neanche luoghi per svagarci in città come parchi, teatri, cinema né per noi né per le nostre famiglie. Metlaoui è la seconda città del governatorato di Gafsa e ha la principale miniera e in cambio non abbiamo niente. L’azienda fa 7 mila  dinari di profitti al giorno (circa 3 mila euro) di questi profitti solo il 4% va al governatorato di Gafsa per Metlaoui» [13].

Infine vicino a Sfax (la porta del sud) nell’arcipelago delle isole Kerkennah periodicamente scoppiano delle rivolte in cui emerge in maniera preponderante l’elemento territoriale: gli abitanti dell’arcipelago si sentono emarginati dallo Stato centrale nonostante questi faccia affari miliardari con la Petrofac, azienda legata alla British Petroleum. Dopo l’ultimo disastro ambientale, tre anni fa, che ha colpito l’unica attività economica della regione oltre all’estrazione di petrolio, ovvero la pesca artigianale, gli abitanti sono esplosi di rabbia rivendicando il diritto a godere di una parte del profitto che l’azienda ricava dallo sfruttamento delle risorse naturali dell’arcipelago, chiedendo la bonifica delle acque inquinate da parte dell’impresa [14]. La risposta del governo è stata “l’invasione” delle isole con decine di mezzi di polizia anche blindati. Dopo che gli operatori dei traghetti hanno scioperato rifiutandosi di fare sbarcare forze di polizia sull’isola, le forse dell’ordine si sono ritirate e alcuni manifestanti agli arresti da settimane sono stati rilasciati [15].

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Mezzi della polizia sbarcano nelle isole, Kerkennah, 2016

Nelle regioni marginali come il Sud tunisino il distacco tra popolo e Stato è ancora più marcato, perché la rapina delle risorse avviene in maniera più spudorata. Anche le poche briciole che la borghesia tunisina distribuisce nel Sahel, nel Sud sono una chimera. E non sono solo i minatori di Gafsa a fornire capitale ma anche i governatorati di Tataouine e Kebili, dove sono presenti i giacimenti di gas e petrolio, e la classe operaia di Gabès costretta a vivere in un ambiente malsano con il resto della popolazione cittadina a causa dell’attività del Gruppo Chimico Tunisino. Tutte queste attività estrattive ed industriali hanno indubbie ricadute positive sugli indicatori macroeconomici e quindi sullo “sviluppo”. Quindi è sempre più evidente come questo concetto non sia “neutrale” ma di parte. Lungi dall’auspicare un salto indietro nella storia e/o di abbracciare alcune teorie come quella della decrescita, è necessario porsi degli interrogativi: quale tipo di sviluppo? A beneficio di chi? È veramente impossibile l’esistenza di un’attività industriale che non entri in contraddizione con l’ambiente e con la salute delle persone? Domande complesse che postulano riflessioni più ampie su questioni ancora aperte.

I due Sud si trovano ad affrontare sfide vecchie e nuove, sembra che le rispettive classi dirigenti non siano parte della soluzione ma piuttosto del problema. Basterà, per fare un solo esempio, ragionare sull’abbozzo di proposta dell’attuale ministro degli interni del Governo italiano che vorrebbe rendere il Meridione una sorta di area defiscalizzata per i pensionati che decidano di stabilirvisi: una “strategia” estemporanea e non strutturale che sa molto di populismo, di merce di propaganda [16].

Risuonano quanto mai attuali le intuizioni di Antonio Gramsci quando affermava che «Il Mezzogiorno non ha bisogno di leggi speciali e di trattamenti speciali» [17]. Allo stesso tempo in Tunisia molti giovani e meno giovani hanno l’amaro in bocca e vedono che le loro aspettative antecedenti la rivolta del 2010/2011 sono rimaste lettera morta; al contrario si è instaurato, per dirla alla Badiou, un governo di «vecchi che espropria la rivoluzione dei giovani». Ma, in ultima analisi, le speranze di cambiamento risiedono ancora una volta proprio nei giovani di entrambe le sponde del Mediterraneo.

Dialoghi Mediterranei, n. 36, marzo 2019
Note

[1] Dopo oltre 1.000 anni in Antonio Gramsci, La questione meridionale, Editori Riuniti, Roma 1966: 56. Scritto apparso originariamente con il titolo di Il Mezzogiorno e la guerra ne “Il Grido del Popolo”, 1 aprile 1916.
[2] Esclusa la Cina socialista ma con il colpo di stato di Deng Xiao Ping nel 1976 anch’essa entrerà in questa dinamica.
[3] In realtà Lenin non è il primo ad usare il termine “imperialismo”, infatti egli apre l’opera Imperialismo fase suprema del capitalismo citando innanzitutto le sue fonti e, in particolare, l’opera pubblicata a Londra e a New York nel 1902 dell’economista inglese Hobson. Scrive infatti che Hobson, al di là delle sue posizioni teorico politiche socialriformiste borghesi e pacifiste «fa un’ottima e circostanziata esposizione delle fondamentali caratteristiche economiche e politiche dell’imperialismo». «Nel 1910 – scrive Lenin – compare a Vienna l’opera del marxista austriaco Hilferding intitolata Il capitale finanziario. Quest’opera, nonostante l’erroneità dei concetti dell’autore nella teoria della moneta e nonostante una certa tendenza a conciliare il marxismo con l’opportunismo, offre una preziosa analisi teorica sulla recentissima fase di sviluppo del capitalismo». Da questo parte Lenin per affermare che il suo libro è «il tentativo di esporre con la massima brevità e in forma quanto si possa accessibile a tutti la connessione e i rapporti reciproci tra le caratteristiche economiche fondamentali dell’imperialismo».
[4] Cit. Alain Badiou, Il risveglio della storia. Filosofia delle nuove rivolte mondiali, Adriano Salani Editore, Milano, 2012: 32.
[5] www.diplomatie.gouv.fr/en/country-files/tunisia/france-and-tunisia/article/france-and-tunisia
[6] I Paesi imperialisti sono, pertanto, le colonne – scrive Lenin – del capitale finanziario mondiale che «fungono da banchieri internazionali» di tutto il sistema. Cfr Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, Editori Riuniti, Roma 1964: 97.
[7] CFR. Slim Chaker, Nassim Brahim, “Loi de réorganisation de la BCT, ou la mise en faillite programmée de l’économie Tunisienne”, 13 aprile 2015, www.nawaat.org.
[8] Ma questo è un elemento comune in tutti i Paesi del mondo ed è dovuto agli squilibri tipicamente prodotti da un tipo di sviluppo capitalista.
[9] CFR. Amor Belhedi, La fracture territoriale. Dimension spatiale de la révolution tunisienne, Wassiti Edition, Tunisi 2012 : 94.
[10] Cit. Antonio Gramsci, op. cit.: 63
[11] ibidem.
[12] Ibid.: 84. Scritto apparso originariamente con il titolo di Il Mezzogiorno e il fascismo ne l’“Ordine Nuovo” quindicinale, 15 marzo 1924.
[13] Dichiarazione rilasciata al sottoscritto da un gruppo di minatori intervistati nella miniera di Kaffedour (Metlaoui) nel marzo 2014 per la ricerca della tesi nell’ambito della mia permanenza a Tunisi per il conseguimento del doppio titolo di laurea nell’Università degli Studi di Palermo e nell’Università di Tunisi El-Manar.
[14] www.huffpostmaghreb.com/2016/04/04/affrontements-petrofac-kerkennah_n_9608916.html.
[15]   www.webdo.tn/2016/06/12/kerkennah-petrofac-reprendra-activites-semaine-prochaine/.
[16] www.ilgiornale.it/news/politica/pensionati-piano-lega-paradiso-fiscale-nel-sud-italia-1567436.html.
[17] Cit. Antonio Gramsci, La questione meridionale, cit.: 57. Scritto apparso originariamente con il titolo di “Il Mezzogiorno e la guerra” ne Il Grido del Popolo, 1 aprile 1916.
Riferimenti bibliografici
Alain Badiou, Il risveglio della storia. Filosofia delle nuove rivolte mondiali, Adriano Salani Editore, Milano, 2012.
Amor Belhedi, La fracture territoriale. Dimension spatiale de la révolution tunisienne, Wassiti Edition, Tunisi 2012.
Antonio Gramsci, La questione meridionale, Editori Riuniti, Roma 1966.
Slim Chaker, Nassim Brahim, Loi de réorganisation de la BCT, ou la mise en faillite programmée de l’économie Tunisienne, 13 aprile 2015, www.nawaat.org
Vladimir Ilyich Ulyanov “Lenin”, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, Editori Riuniti, Roma 1964.
Sitografia
www.diplomatie.gouv.fr
www.huffpostmaghreb.com
www.ilgiornale.it
www.webdo.tn
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Emanuele Venezia, laureato nel Corso di Laurea Magistrale in Cooperazione e Sviluppo presso l’Università di Palermo, dottorando presso l’Università di Manouba (Tunisi) in Civiltà contemporanea con una ricerca comparativa diacronica inerente la comunità siciliana di Petite Sicile (La Goulette, Tunisi XIX e inizio XX sec.) e la comunità tunisina di Mazara del Vallo. Attualmente insegna italiano applicato all’economia in Tunisia.
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