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Isole, Oasi, Esili. Dialogo a distanza con Sergio Atzeni e Albert Camus

Sergio Atzeni

Sergio Atzeni

Alberto Camuis

Albert Camus

di Gianni Marilotti 

Ho incontrato Sergio Atzeni, non ricordo se nel 1984 o 1985, ma non avevo idea di chi fosse, né lui, credo, sapeva niente di me. Il luogo di quei brevi incontri il cortiletto antistante la CUEC, refugium peccatorum di quanti non si rassegnavano al riflusso dopo aver cercato di cambiare il mondo nel decennio precedente. Occasione di quegli incontri, due o tre in tutto, il tempo di una sigaretta che non si poteva consumare in libreria. Non ricordo una parola di quei momenti, ma mi rimane un senso di incomunicabilità, di non detto. Fu Mario Argiolas, presidente della CUEC, a parlarmi di lui e così appresi che era uno scrittore promettente in cui credeva e voleva aiutarlo ad affermarsi; qualche tempo dopo Mario mi disse raggiante che Elvira Sellerio aveva accolto così entusiasticamente un suo lavoro da invitarlo a Palermo per conoscerlo di persona. L’anno seguente uscì L’apologo del giudice bandito, edito da Sellerio. E così conobbi, almeno letterariamente, Sergio Atzeni.

Non l’ho mai più incontrato di persona e posso ascrivere questo fatto a una delle tante occasioni perdute della mia vita. Ora so che avrei voluto conoscerlo come uomo, sapere dalla sua voce il percorso compiuto e magari il progetto che gli frullava nella testa. Ammesso che ce l’avesse già chiaro.

2562224135510_0_0_536_0_75Seppi qualcosa da Umberto Cardia, figura di spicco del Partito Comunista, con il quale da qualche anno avevo iniziato a collaborare. Cardia l’avevo conosciuto nel corso dei convegni del movimento federalista europeo ai quali veniva invitato come relatore, e tra una chiacchierata e l’altra mi aveva proposto di organizzare l’ufficio di presidenza dell’ISPROM, l’Istituto di Studi e Programmi sul Mediterraneo, coinvolgendo giovani studiosi e ricercatori. Parlavamo di autonomismo, di federalismo europeo, di cooperazione mediterranea, di Gramsci, di Lussu, di letteratura.

Cardia mi raccontò che, negli anni Settanta, Sergio Atzeni era stato uno dei giovani più promettenti nella FGCI e uno dei suoi più stretti collaboratori; aggiunse che ultimamente si era un po’ perso, afflitto da una sorta di mal di vivere. 

Anni dopo, quando la fama di scrittore di Sergio Atzeni era agli albori e leggevo in un’intervista che egli si definiva “sardo, italiano, europeo”, mi venne fatto di pensare che quell’uomo malinconico e straniato, incontrato casualmente nel cortile di una libreria, aveva più di un tratto in comune con il mio percorso e il rimpianto di non essere riuscito ad intessere con lui un dialogo proficuo.

9788830102262_0_0_536_0_75La notizia della sua tragica scomparsa mi lasciò incredulo. Era appena stato pubblicato da Mondadori Il quinto passo è l’addio; poco prima della morte aveva avuto il tempo di consegnare allo stesso editore il dattiloscritto di Passavamo sulla terra leggeri, pubblicato l’anno successivo, che lo consacrò come scrittore emergente nel panorama nazionale. La mia incredulità è legata al fatto che in quei giorni stavo approfondendo la figura di Albert Camus e alcune coincidenze mi apparivano lampanti almeno per due ragioni: Camus era morto il 4 gennaio del 1960 in un tragico incidente automobilistico, appena due anni dopo l’assegnazione a Stoccolma del premio Nobel per la letteratura. Nella sua borsa furono trovati quaderni di appunti e un libro non concluso, Il primo uomo che insieme a Il rovescio e il dritto e a Un uomo in rivolta gettano una luce parzialmente nuova sul percorso culturale, difficile e contrastato, di uno scrittore che con i capolavori Lo straniero e La peste aveva raggiunto le vette della letteratura mondiale.

Mi sia consentito questo accostamento dei due scrittori, certamente diversi per cifra letteraria, per interessi e per provenienza. Atzeni, Ruggero Gunale nel romanzo autobiografico Il quinto passo è l’addio, esprime così il suo malessere, schiacciato e oppresso dal mondo nel quale era vissuto, e che aveva cercato di cambiare:

«Scoprendo di essere di stirpe ebrea marrana, oltre che sarda e genovese con sfumature arabe e catalane, ho immaginato che il sangue degli antichi erranti perseguitati vivesse in me facendomi apparire la diversità dagli altri come abituale e perciò non spaventandomi della solitudine che ne veniva, di rado mitigata da amici sempre esclusi dalla comunità perché diversi: scemi, figli di donne non sposate e di bagassa, istrangios e eversori».

È l’immagine di un trentacinquenne disilluso, sconfitto nella lotta di sopravvivenza nella città di Cagliari, che infine abbandona, e che ricorda senza ripiegamenti intimistici né nostalgie nei “passi” della sua esistenza. Un rappresentante della generazione che ha creduto di cambiare il mondo e ne è stata invece cambiata.

51avddy80slIn un passo importante di Passavamo sulla terra leggeri, l’opera più apprezzata, scrive: «Passavamo sulla terra leggeri come acqua…A parte la follia di ucciderci l’un l’altro per motivi irrilevanti, eravamo felici». Nel descrivere la Sardegna in questo meraviglioso romanzo, Atzeni non pensa all’Isola solo in senso geo-fisico (di terra circondata dal mare), ma soprattutto in senso metaforico e culturale.

D’altronde l’isola è già di per sé una metafora. Di volta in volta, essa è stata proposta come immagine della lontananza (si pensi alla mitica isola di Atlantide), della purezza (l’Avalon delle saghe di re Artù), della libertà (l’isola di Utopia di Thomas More), della costrizione e dell’imprigionamento (da Alcatraz a Sant’Elena, da Ventotene all’Asinara), dello stato di natura (pensiamo alle suggestioni di tanti filosofi della politica del XVII e XVIII secolo), dell’impervietà (l’isola del Purgatorio dantesco), del laboratorio del possibile (le terre americane dei padri pellegrini), della fuga (ancora Alcatraz che ha alimentato un fortunato filone cinematografico), della felicità e bellezza realizzabili (le isole della Grecia ionica nel mito classico), del ritorno (la Itaca di Ulisse) e del non ritorno (l’isola di Zacinto per l’esule Foscolo).

Immagini in chiaroscuro, capaci di evocare forti sentimenti proprio perché la definizione di isola avviene sempre in base ad elementi fortemente contrastivi. Si potrebbe dire che un’isola è una realtà che non riesce mai a passare inosservata, in virtù del fatto che essa si definisce esattamente in rapporto a tutto quanto le sta intorno. In questo senso un’isola è costituita da una società che, per motivi etnici o culturali, linguistici o religiosi, si differenzia rispetto ad altri modi d’essere società di chi vive tutt’intorno.

La percezione del confine è un altro elemento essenziale, soprattutto quando l’elemento di divisione non è una linea immaginaria o un ostacolo fisico, ma si configura come il “vuoto”, elemento non abbracciabile per intero con i nostri sensi fisici o con il vissuto culturale. Il vuoto può essere rappresentato dal mare, da una catena di alte montagne inviolate, dal deserto; in senso figurato il vuoto può essere rappresentato dalle incomunicabilità sociali, etniche o politiche.

Le torri litoranee in difesa dai saraceni per il Mediterraneo cristiano o la grande muraglia per i cinesi sono la rappresentazione collettiva della paura dell’ignoto. L’incubo del vuoto e della minaccia che esso racchiude è ben rappresentato ne Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati.

Questi riferimenti, che fanno da sfondo in Passavamo sulla terra leggeri, ci dicono perché per Atzeni sia operazione artificiosa e culturalmente ambigua quella di voler definire l’identità, a prescindere dalla storia di un popolo, nei suoi rapporti con altri popoli, soprattutto per i popoli mediterranei, la cui storia è essenzialmente storia di contaminazioni.

I Sardi, acquiescenti con i continentali e feroci con sé stessi. Dalla millenaria storia di intrecci e mescolanze hanno finito per galleggiare in una rassegnata accettazione dello statu quo. Per questo l’identità dei Sardi non deve essere ricercata in una inesistente purezza, non nell’escludere ma nell’includere, ovvero nell’accettazione delle stratificazioni storiche, nell’incontro arricchente con le popolazioni del mare che da Oriente e Occidente hanno solcato l’Isola fin dalla proto-storia.

Isola e Mediterraneo, due luoghi che con i loro scorci, odori, stili di vita, linguaggi colorati richiamano costantemente la prosa poietica di Atzeni e hanno acceso la sua passione anche nei momenti più incerti e sbandati.

Ancora dal Il quinto passo è l’addio, nel momento in cui lascia l’Isola alla ricerca di sé stesso, troviamo passi che ci dicono molto di questo duplice legame:

«La nave bianca si allontana e dietro un dente alto e bianco di calcare sparisce l’antica fortezza vedetta dei Fenici, l’avamposto al respiro dell’Africa e d’Oriente alle porte d’Occidente, popolato da una scura genia parente di Annibale, adocchiato da predoni scalzi, battuto da tutti i venti, abituato da tutti i profumi e fetori e da ogni genere d’ingegno e vizio e da qualche virtù, come ovunque siano uomini. Ruggero conosce i venti, i profumi, i predoni. Si crede principe di antica stirpe, è figlio di fabbro e di bruscia, è ignobile e folle come un muflone».

15835Non c’è traccia di un Mediterraneo aulico, culla di civiltà, né di una Sardegna di maniera descritta dai viaggiatori dell’Ottocento alla ricerca dell’esotico e dell’ancestrale che hanno contribuito a creare quegli stereotipi che poi sono stati interiorizzati e fatti propri da molti Sardi. Si tratta di riproporre la nostra storia senza infingimenti o autocelebrazioni, cogliendone i contrasti e le doppiezze che in ogni tempo si sono manifestati.

Sono gli stessi temi che da un’angolatura diversa Albert Camus si era proposto ne Il rovescio e il dritto e L’uomo in rivolta. Da un lato l’accettazione delle stratificazioni etniche come cifra del nostro ethnos, dell’incontro con altri popoli di cui abbiamo bisogno per crescere, del rifiuto della violenza; la felicità cercata nei luoghi della vita. La consapevolezza che solo scrivendo dei luoghi e di ciò che si conosce realmente si può essere scrittori onesti e universali.

immagine-10-10-21-alle-15-03Camus, figlio di madre spagnola e di padre francese, nato in un villaggio d’Algeria, cresciuto in povertà ad Algeri tra gli emigrati francesi, maltesi, italiani e arabi si definisce un francese d’Algeria come orgogliosamente dichiara nel discorso di Stoccolma nel ricevere il premio Nobel nel 1957. Non trova nessuna differenza tra la condizione di miseria dei “petitsblancs”, come allora venivano chiamati gli operai e i contadini francesi, e le angherie e i soprusi subiti dagli Arabi. In questo clima multietnico e cosmopolitico collabora giovanissimo alle lotte per i diritti degli ultimi, degli sfruttati. Si iscrive al partito comunista dal quale sarà espulso quattro anni dopo per la sua libertà di pensiero e le critiche al sistema staliniano. Nel 1939 sulle pagine di “Alger républicain”, giornale indipendente e anti-colonialistica, pubblica un’inchiesta sulla Miseria in Cabilia, impietosa e sofferta. 

camusSi sente straniero ed emarginato quando vive a Parigi accolto come un intruso. Rivendicherà con orgoglio di essere un pied noir, attirandosi le critiche dell’élite intellettuale parigina, di destra e di sinistra. Aveva lasciato l’amata Algeri per andare a vivere a Parigi per lavoro, perché, come annota nei suoi Quaderni, «il mio atteggiamento indipendente mi è valso, allora, ad essere ridotto alla disoccupazione». La sua posizione di difesa degli Arabi d’Algeria e la sua attività nella resistenza francese, attraverso il giornale “Combat”, lo avevano riavvicinato agli ambienti della sinistra che gli riconoscevano l’etichetta di intellettuale della gauce, sennonché con l’inasprirsi della lotta anticoloniale e con l’emergere sempre più chiaro dei crimini perpetrati dal regime sovietico, Camus fu portato ad esprimere atteggiamenti sempre più critici non graditi alla sinistra intellettuale francese. In particolare la sua posizione circa il conflitto franco-algerino fu ritenuta ambivalente ed incomprensibile: da un lato la difesa dei diritti degli Algerini, dall’altro il rifiuto di prendere in considerazione l’indipendenza dell’Algeria, cioè la separazione dei due popoli che da generazioni convivevano sulla stessa terra.

Anche quando la lotta di liberazione nazionale era giunta ad un punto di non ritorno e la separazione delle due comunità inevitabile, le sue origini coloniali, anche se miserabili, e il suo attaccamento ad una terra che sentiva profondamente sua, gli impediva di rassegnarsi ad un epilogo all’insegna dello slogan “la valigia o la bara” rivolto al milione di francesi d’Algeria destinati ad un ritorno in patria da esiliati.

L’autodefinizione di “francese d’Algeria” non è soltanto un dato biografico, ma una rivendicazione consapevole, una condizione esistenziale di un uomo che visse una vita interiormente contrastata ed esteriormente contestata alla ricerca dell’amore, del vero e della felicità in un mondo nel quale questi valori venivano vieppiù negati.

Non diversamente Sergio Atzeni, che definendosi “sardo, italiano ed europeo” rivendica gramscianamente le sue origini, «sono un sardo senza complessi psicologici» ebbe a dire Gramsci.Nel fluire della storia del Mediterraneo, un mare di incontri, di scontri, di traffici e scorribande, sembra essergli chiara la lezione di Fernand Braudel, eminente storico del Mediterraneo che così definisce il mare di mezzo: «Non un paesaggio, ma un ineffabile paesaggio: non un mare ma una successione di mari, non una civilizzazione, ma civilizzazioni stratificate le une alle altre…il Mediterraneo è un antico crocevia».

Franz Fanon

Franz Fanon

Ma Sergio Atzeni non è uno storico, né un politico; è uno scrittore che nel racconto mitico, epico e immaginario descrive in modo sublime una Sardegna possibile e la offre non solo ai Sardi ma all’universo mondo nella consapevolezza che ogni luogo è ricco di storie da raccontare che diventano universali in forza della parola.

E il racconto, sia in Albert Camus che in Sergio Atzeni, ha la capacità di trascendere la storia ufficiale perché parte dagli ultimi e dai vinti, dai senza patria ed esclusi, dai “dannati della terra” per citare l’opera di un altro grande uomo del Mediterraneo come Frantz Fanon. Entrambi ci invitano a guardare ai popoli del mare di mezzo non come storia di vinti, ma di genti che popolano città marine e retroterra montani capaci di raccontarci segreti profondissimi, legami tra civiltà che sono state e sono ancor oggi crogiuoli entro cui si fondono saperi e valori di popoli e nazioni dei tre continenti che si proiettano nel Mediterraneo.

Certo oggi non esiste ancora un consapevole progetto Mediterraneo, esiste però uno stare al mondo mediterraneo per molti versi alternativo al sistema di produzione quantitativo di beni. Un insieme di rapporti che hanno alla base la solidarietà, la collaborazione, lo scambio e il buon vicinato. Credo che in questo senso – sia per Arzeni che per Camus – recuperare il passato sia la base per migliorare il presente e guardare al futuro. Non con gli occhi con cui i burocrati di Bruxelles guardano al Mediterraneo, come di un’area in ritardo di sviluppo. O con il linguaggio tecnico e commerciale dei documenti della UE (area di libero scambio, partenariato economico, etc.) senza approfondire la discussione su cos’è il Mediterraneo oggi.

Se un tempo erano gli intellettuali europei a calarsi fra le esotiche rive del Mediterraneo per classificare, descrivere, osservare, sistemare la materia orientalia costruendo e modellando la rappresentazione dell’altro, oggi la situazione è alquanto diversa: di fronte ad un uomo nordeuropeo che sembra aver perduto la curiosità culturale di un tempo verso il Mediterraneo, salvo rovesciarsi sulle sue coste per turismo o svago, è una folta schiera di scrittori, poeti, artisti, arabi, maghrebini, israeliani, bosniaci, turchi, sardi che fanno sentire la loro voce, scrivono, elaborano una propria visione del mondo.  Mi pare che siano questi uomini, il più delle volte esiliati e perseguitati, che stanno combattendo una coraggiosa battaglia per la democrazia e la tolleranza, mediando spesso con la cultura e i valori europei, nel tentativo di guidare i propri Paesi fuori dalla miseria e dal fanatismo e tener viva la questione Mediterranea. Credo, infine, che un ruolo fondamentale affinché si affermi una diversa idea di Europa spetti proprio a quell’insieme di isole, parte dell’arcipelago Europa, da cui pure è nata una fetta importante della nostra civiltà. 

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026

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Gianni Marilotti, nato a Cagliari nel 1953, scrittore e organizzatore culturale. Nel 2004 il suo romanzo d’esordio, La quattordicesima commensale, ha vinto il premio Italo Calvino. Ha pubblicato altri tre romanzi: L’errore (2013), Il conte Saracino (2014) e Delitto alla Cattolica (2017). Ha fondato l’Associazione Culturale Mediterranea ed è organizzatore di eventi per la pace, il dialogo e la cooperazione nell’ambito del Mediterraneo. Ha pubblicato saggi di carattere storico-politico in riviste specializzate. È coautore dei volumi Eclissi di mezzaluna. Il dramma algerino (1997) e Il turismo nel Mediterraneo (1998). Candidato con il Movimento 5 Stelle in Sardegna alle elezioni politiche del 2018, è stato eletto al Senato. Nel 2021 è passato al gruppo Pd del Senato. È stato presidente dell’Archivio storico del Senato dal 10 ottobre 2018 al 12 ottobre 2022.

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