Stampa Articolo

Isole, arcipelaghi e mondi possibili: dialogo con Francesco Ottonello

di Veronica Medda61ktentojel 

In un’epoca dominata dalla rapidità, dove i messaggi si consumano in pochi secondi e le parole sembrano avere fretta di sparire, intervistare qualcuno diventa quasi un atto di attesa e lentezza, direi quasi, rivoluzionario. È un gesto di cura e di attenzione: fermarsi ad ascoltare, osservare e comprendere chi ci sta di fronte.

L’intervista, infatti, già nella sua etimologia, mette in risalto il concetto di reciprocità insito nello scambio che avviene tra l’intervistatore e il suo interlocutore. Ne deriva, dunque, – spiega lo storico Alessandro Portelli – che «la storia orale è un’arte, oltre che dell’ascolto, della relazione: la relazione fra persone intervistate e persone che intervistano (dialogo); la relazione fra il presente in cui si parla e il passato di cui si parla (memoria); la relazione fra il pubblico e il privato, l’autobiografia e la storia; la relazione fra oralità e scrittura» (Portelli, 2000).

A maggior ragione intervistare oggi un poeta significa aprire una porta che permette di accedere a uno spazio di profondità che il mondo spesso ignora. Significa entrare in dialogo non solo tramite le parole, ma con le immagini e con le sfumature di un pensiero che non si lascia ridurre a frasi fatte o a slogan. In tal senso, la poesia in generale e, in questo caso, quella di Francesco Ottonello appare come un ponte tra lentezza e modernità, capace di dimostrare che il dialogo e la parola poetica hanno ancora senso anche di fronte alla rapidità del nostro tempo.

L’idea di intervistare Francesco Ottonello nacque alcuni anni fa, durante una permanenza estiva sull’isola di Sant’Antioco. Ironia della sorte, sarà proprio il concetto di isola a diventare il filo conduttore che attraverserà tutta la nostra conversazione, un tema ricorrente che si intreccia con le parole, le immagini e le emozioni emerse durante l’incontro. Quando si parla di isole, però, il pensiero corre subito all’isolamento, alla lontananza, alla separazione dal resto del mondo. Quella dell’isolitudine (Bufalino, 1988) è una condizione esistenziale che accomuna chi vive circondato dal mare. Questo termine coglie simultaneamente due aspetti opposti: «da una parte ci sentiamo rassicurati dal mare che ci avvolge come un ventre materno, dall’altra amputati di ciò da cui siamo esclusi» (Bufalino, 1996). In questa tensione tra conforto e privazione, tra vicinanza e distacco, si nasconde la complessità dell’insularità.

Ciò che è emerso dal mare di idee di questa intervista ha saputo abbracciare e trasformare il concetto di isolatria (Anedda, 2013), per usare un felice termine coniato da Antonella Anedda, autrice che ha influenzato in modo significativo la poetica di Francesco Ottonello: dall’attaccamento-repulsione verso l’isola, percepito talvolta come sintomo di una malattia o come espressione di una devozione assoluta, fino a una rielaborazione poetica che ne amplia il significato. Questo approccio spalanca nuovi confini e orizzonti poetici e sensoriali che trascendono la fisicità dell’isola.

Le parole di Ottonello hanno tracciato percorsi inattesi, facendo emergere spazi di riflessione e di percezione nuova, in cui la solitudine non si configura più come limite, ma come possibilità di esplorazione e di creazione. Così, ciò che sembrava confinamento si trasforma in apertura, e l’isola diventa metafora di un viaggio interiore, capace di accogliere, stupire e generare nuove tracce di bellezza.

È in questo spazio sospeso tra chi domanda e chi risponde che risiede, spero, il vero valore di questa preziosa intervista: un momento di lentezza necessaria, un piccolo antidoto alla superficialità, un’occasione per ricordarci che la profondità esiste e merita di essere ascoltata. 

51m7wqmdcbl-_ac_uf10001000_ql80_La conversazione è un edificio al quale si lavora in comune: la voce del poeta 

Vorrei iniziare da una domanda che riguarda l’origine del suo percorso poetico. Qual è il primo ricordo che conserva di Francesco poeta? Quali letture o quali circostanze culturali hanno contribuito, in quegli anni, a orientare il suo immaginario proprio verso la scrittura in versi, quale sua principale forma di espressione? 

«In prima battuta, devo dire che il mio rapporto con il sentirsi poeta non è lineare: solo a volte mi sento poeta nei momenti in cui scrivo o rielaboro i versi, altre volte semplicemente osservando la realtà, ma non si tratta di un’identità totale. Da adolescente iniziai a scrivere un diario, era un modo per entrare in dialogo con me stesso. Ho sentito però la necessità di trovare anche un’altra via espressiva, oltre alla scrittura diaristica, e che poi ha prevalso: la scrittura in versi. La poesia si differenzia dal diario perché non si limita a riportare e narrare avvenimenti, ma cerca di esprimere nella forma estetica, tra suono e senso, una verità profonda, di propria verità. Ho ritrovato vari fogli e quaderni risalenti all’inizio del liceo e alcuni anche antecedenti. In particolare, mi ha colpito rileggere una “poesiola” databile al periodo della scuola media che riflette sul senso dell’esistenza e sulla morte. In fondo, non sono state le letture in primis a ispirarmi, ma l’urgenza di comprendere e dare forma al mio sentirmi alieno rispetto alla realtà circostante». 

Nei suoi componimenti sembra esserci un’aura costante di memoria, come se il ricordo fosse la lente attraverso cui filtrare il presente. Questo movimento retrospettivo nasce più dalla sua infanzia o da una nostalgia intrinseca all’atto poetico? E, per capire meglio il rapporto tra ricordo e parola, qual è l’immagine più viva che conserva di Francesco bambino? 

«La prima immagine che mi viene in mente è quella di un bambino che costruisce, risolve puzzle, inventa giochi o mondi immaginari. Da bambino lo facevo spesso da solo o con gli amichetti dell’epoca. Poi, crescendo, ognuno ha preso la sua strada e quella creatività giocosa, per me, si è trasformata nella poesia. Il rapporto con la memoria, come ha osservato, è fondamentale. Il mio libro Isola aperta si apre proprio con una citazione di Hart Crane: «la memoria è stata rotta» (Crane, 2016). La memoria non è tanto un atto nostalgico di recupero, quanto un atto creativo. Oggi sappiamo che, quando ricordiamo, stiamo in realtà ricreando i ricordi: non li recuperiamo da un serbatoio fisso. Quel serbatoio è sempre difettoso, sempre rotto, e ogni memoria è, inevitabilmente, creativa. Il rapporto tra poesia e memoria, per me, sta tutto qui: è un gesto di ricreazione immaginativa. Accanto al momento di scavo del passato – quello che chiamo «archeoscavo di forza» (Ottonello, 2020) – c’è sempre anche il «trasmembramento del canto» (Ottonello 2020), che invece è la spinta verso nuovi orizzonti, la ricerca della futuribilità [1]. Non a caso un altro mio lavoro si intitola Futuro remoto [2]. In queste parole si riassume un altro nucleo centrale della mia poetica». 

Nei suoi esordi ha assunto un ruolo centrale la metafora dell’isola “aperta”, un luogo insieme concreto e simbolico. A distanza di anni e alla luce delle esperienze che ha maturato all’estero, come pensa che si siano ridefiniti i confini di questa isola interiore? Quali trasformazioni ha subito questo spazio poetico nel suo immaginario e in che modo esso dialoga oggi con altre geografie, reali o metaforiche? 

«È una domanda molto complessa e interessante. Isola aperta si può intendere in più sensi: in primo luogo nel senso geografico, come la Sardegna che si apre idealmente al ‘Continente’, con implicazioni anche politiche di matrice post-coloniale. In secondo luogo, in senso esistenziale: ciascuno di noi è un’isola che, per vivere in dialogo con l’altro senza invaderlo, deve aprirsi a quello che chiamo ‘sogno di arcipelaghi’ (Tommasini, 2023). La comunicazione è questo sogno, ed è ciò che cerco attraverso la poesia, la forma che permetterebbe di entrare davvero in un contatto più profondo. Nel mio nuovo libro, che anno dopo anno va sedimentandosi, intendo esplorare arcipelaghi lontani tra loro, sia reali sia metaforici, dal Giappone alla Sardegna. Con questi luoghi si intrecciano le varie mitologie: sarà un libro anche sulle fabulae che l’umano crea per raccontare qualcosa della sua specie e del suo rapporto con l’universo. Al tempo stesso, esplorerà isole e arcipelaghi alieni, di varie galassie, comprendendo il mondo virtuale e l’ibridazione tra umano e cyborg, temi che mi interessano profondamente». 

11Nel mese di giugno è uscita per Mondadori la nuova edizione di Lingua di falce di Gavino Ledda, da lei curata con attenzione filologica e sensibilità letteraria. Quale rapporto intrattiene con la letteratura sarda e con la lingua dell’isola, considerando la sua formazione nelle lingue classiche e il suo profilo da poliglotta? In che modo queste stratificazioni linguistiche influiscono sul suo modo di intendere la parola poetica? 

«Nel 2025 ho avuto l’onore di curare l’Oscar Mondadori di Lingua di Falce di Gavino Ledda Contiene un’introduzione critica che ricostruisce il processo di creazione del libro e analizza i nuclei tematici, e una postfazione in forma di dialogo con l’autore, Gavino Ledda cinquant’anni dopo, in cui discutiamo di letteratura e di Sardegna (Ottonello, 2025). È stato per me un ulteriore tassello nel rapporto con la letteratura sarda vivente. Personalmente ho conversato con Antonella Anedda, Milena Agus, Michela Murgia, Marcello Fois: una tradizione recente, già storicizzata ma ancora pulsante. È un privilegio avere avviato questo dialogo anche con Gaìnu, di un’altra generazione ma sempre contemporaneo, e che sto sentendo anche in questi giorni in vista di un altro progetto. Personalmente, considero il sardo una radice spezzata, e nel mio lavoro rifletto spesso in chiave post-coloniale sulla storia dell’isola e sulla mancata trasmissione “istituzionale” – mancanza che considero vergognosa – della sua lingua e della sua cultura, dalla civiltà nuragica fino al contemporaneo. Eppure la Sardegna ha espresso voci importanti: da Ledda a Grazia Deledda con il Nobel. Nella poesia, invece, la situazione è diversa: non abbiamo avuto storicamente figure di primo piano nazionale o internazionale, e la tradizione scritta a taulinu inizia con Gerolamo Araolla [3], mentre accanto a essa si sviluppa quella orale, la poesia a bolu, poesia d’improvvisazione, cantata, come ai tempi di Omero. Idealmente, la mia poesia cerca di fare sintesi di queste due vie: a taulinu e a bolu, unendo la viva sonorità (phoné) all’incisività della scrittura (graphia) [4]. Anche quando uso il sardo, lo metto in dialogo con l’italiano o con altre lingue: è un rapporto osmotico, aperto. Durante il Babel Festival del 2023 in Svizzera ho anche letto per la prima volta un poemetto in sardo-latino, lingua da me inventata. Dunque, il concetto di “isola aperta” influisce profondamente anche sulla mia lingua e sul mio stile». 

kwr2025_banner-1024x576-1A proposito di traiettorie linguistiche e culturali, vorrei chiederle di raccontare la sua recente residenza poetica in Giappone come ospite dell’Università di Kyoto. Quali incontri, paesaggi o atmosfere l’hanno colpita maggiormente? E quale crede possa essere l’impatto di questa esperienza sulla futura produzione poetica, considerando che nella sua scrittura è già rintracciabile una profonda e naturale curiosità per l’Oriente? 

«Nei mesi di ottobre-novembre, ho partecipato al programma Kyoto Writers Residency, vivendo nell’antica capitale imperiale, a Kyoto, e confrontandomi con scrittori provenienti da tutto il mondo. Questa esperienza è stata possibile grazie all’Istituto Italiano di Cultura di Osaka [5] e, in particolare, al suo direttore Andrea Raos, a cui non posso che essere enormemente grato. Sono onorato di avere rappresentato la Sardegna e l’Italia: in verità, per essere precisi, ero l’unico europeo, mentre gli altri autori provenivano dagli altri continenti. Parallelamente, come fellow dell’Istituto, ho preso parte a incontri presso l’Università di Kyoto e l’Università di Osaka, collaborando con i dipartimenti di Italianistica. In queste occasioni ho presentato la mia opera, approfondendo la cultura sarda e il mio rapporto con la letteratura, ringraziando ancora Masakazu Kikuchi, Kenichi Uchida, Ida Duretto e tutte le persone con cui ho dialogato. Ho inoltre avuto il piacere di conoscere Hideyuki Doi, professore a Tokyo esperto del rapporto tra letteratura italiana e giapponese; il suo dottorando Tomonori Ikeda ha tradotto le mie poesie in giapponese [6]. Il Giappone rappresenta per me una terra mitizzata dall’adolescenza, similmente alla Grecia antica. Intorno ai sedici anni chiesi a mia zia (Simona) come regalo una grammatica giapponese: così il giapponese e il greco sono diventati due universi lontani che ho esplorato autonomamente, quasi in segreto. La mia formazione è stata infatti al liceo scientifico Pacinotti di Cagliari. Parallelamente ho coltivato la passione per varie lingue e letterature, che mi ha poi condotto agli studi di Lettere Classiche. Vivere un periodo in Giappone mi ha permesso di immergermi nell’atmosfera dello shinto. I giapponesi hanno saputo preservare il rapporto tra templi e natura, il che richiama sorprendentemente le tradizioni antiche della Sardegna. Gregorio Magno criticò in passato i Sardi per la loro venerazione di alberi e pietre, ora abbandonata, mentre i giapponesi hanno mantenuto viva questa relazione con gli elementi naturali, assorbendo al contempo altre culture senza perdere la propria. Dei giapponesi mi colpisce sempre la cultura del rispetto, l’attenzione verso l’altro e la gentilezza; benché sappiano essere anche marziali e indomiti, come gli Shardana ricordati dalle fonti antiche. L’esperienza in Giappone ha avuto insomma un ruolo determinante nella mia scrittura: durante quel mese ho prodotto molti testi e continuerò a farlo. Si è trattato di un tassello fondamentale per completare il mio futuro libro, che ha iniziato a sedimentarsi proprio in quel contesto». 

Il rapporto tra parola e immagine sembra attraversare tanto la sua biografia quanto il lavoro attuale: penso alla figura di suo zio, il pittore Antonello Ottonello, ma anche alla nuova esposizione presso la Fondazione Pini, curata da Franco Buffoni, un maestro, dove la poesia viene letteralmente “messa in mostra”. Come vive questo dialogo tra arti visive e scrittura in un’epoca dominata dalla rapidità della fruizione e dalla prevalenza dell’immagine? 

«Certamente il rapporto con l’arte per me è fondamentale. Penso che la poesia, per molti aspetti, sia più vicina alle arti visive – dalla pittura, alla scultura, all’installazione – che alla narrativa. Il poeta è più vicino all’artista: non è uno scrittore che racconta storie, ma qualcuno che si rapporta alla realtà come farebbe un pittore, osservando il dettaglio, cercando di cogliere l’essenziale e di restituirlo. È un principio antico, già espresso dai Greci e dai Latini: ut pictura poësis. In questo senso è stato importante anche il rapporto con mio zio, Antonello Ottonello, artista di primo piano in Sardegna [7]. Con lui ho avuto un dialogo intenso, che purtroppo si è interrotto proprio quando ero tornato sull’isola e avevamo iniziato a pensare a un progetto comune. Ricordo però con affetto un lavoro che riuscimmo a realizzare insieme a Milena Agus nel 2013, quando ero molto giovane: lessi un racconto di Milena sui cavallini della giara durante una mostra di zio Nino (così lo chiamavamo) alla Fondazione Bartoli Felter [8]. Negli ultimi tempi ho avuto un’altra occasione significativa: sono stato selezionato tra i cinque autori della nuova scena poetica italiana per il Pini Art Prize [9]. È stata allestita, dunque, una mostra a Milano, visitabile per un mese, durante la quale ho presentato una performance e poi sono rimasti esposti dei poster con le mie poesie, che il pubblico poteva portare via. Quest’idea mi piace molto: la poesia non deve essere intrappolata in una teca, come in un museo, non deve essere rinchiusa. Deve circolare ed essere riprodotta per poi tornare a vivere attraverso le mani di chi la incontra. Non a caso, il mio primo lavoro – mai pubblicato, insieme a un secondo, e dunque precedente a Isola aperta – si intitolava Poesia riproduzione. In questa mostra interattiva, in qualche modo, i visitatori potevano ‘riprodurre’ la poesia, portandosela a casa: un gesto semplice che per me rappresenta perfettamente il senso della poesia». 

Vorrei concludere con una riflessione dal tono leggermente provocatorio. In un mondo attraversato e, in parte, governato dalle intelligenze artificiali, quale ruolo immagina possa ancora rivestire il poeta? Quali “isole”, reali o metaforiche, considera necessario creare o difendere per preservare l’arte e la sua capacità di generare complessità, profondità e senso? 

«Il rapporto con l’intelligenza artificiale non deve essere demonizzato, perché l’artista dovrebbe sempre entrare in dialogo aperto con nuove possibilità e tecniche. L’arte, di fatto, è prima di tutto tecnica, e per questo l’artista deve essere al passo con i tempi; anzi, il vero artista è visionario – direbbe Rimbaud, una delle letture fondamentali della mia adolescenza – e proprio per questo non può percepire la tecnologia come una minaccia, ma come una sfida. Oggi ci troviamo nel mezzo di una rivoluzione tecnologica enorme, forse pari o persino superiore a quella della stampa nel Quattrocento, che ha trasformato profondamente la storia della letteratura e della cultura; ignorarla o limitarsi a demonizzarla sarebbe un errore. Ciò che serve è interpretarla criticamente. Anche in questo senso, l’isola della poesia non deve chiudersi, ma aprirsi al dialogo con la scienza, la tecnologia e le altre arti, così da continuare a interrogarsi e a mettere in discussione il proprio linguaggio. Il gesto poetico è un moto intrinseco dell’essere umano, una connessione con sé e con l’altro, un rapporto vivo tra io e mondo. E oggi questo rapporto non può escludere l’alieno, né tanto meno l’intelligenza artificiale, ormai parte integrante del nostro paesaggio immaginativo e delle nostre possibilità espressive». 

opera-prima-1Ritorni e visioni dall’isola al mondo 

L’intervista consente di ricostruire la poetica autentica di Ottonello, coerente nel filo rosso dell’isola ma non lineare, come i confini delle sue isole, che si aprono e si ridefiniscono di volta in volta secondo le stagioni poetiche dell’autore.

Questo viaggio ideale nella sua poesia non può che partire da Capoterra, nel sud della Sardegna, il paese del poeta, e in particolare dalla poesia Alluvione a Capoterra, in cui i versi «ancora ferma, nell’isola, terra – / ma niente rimarrà piantato nei ricordi / quattro generazioni e poi via» (Ottonello, 2020: 75) restituiscono l’immagine di una terra solo apparentemente immobile, segnata nella sua infanzia da alcuni eventi catastrofici in grado di trasfigurare la morfologia di luoghi intimi e familiari. Dalla furia dell’acqua emerge una consapevolezza primordiale della fragilità e transitorietà della memoria: il legame con il luogo si consuma nel tempo e il senso di appartenenza è destinato a dissolversi nel giro di poche generazioni.

La Sardegna di Francesco Ottonello — afferma Milo De Angelis nella motivazione del Premio Città di Como 2022, Opera Prima, conferito per Isola aperta — è una forza centrifuga che si espande nei quattro punti cardinali fino a diventare un mondo e che, da un momento all’altro, può ridursi a un punto. Questo legame tra i luoghi, “isole” nella sua opera, sembra invece mutare: le parole “straripano”, per citare il poeta, e così facendo ridefiniscono il potere stesso della poesia. L’isola, dunque, non rimanda soltanto alla Sardegna, ma anche a una dimensione anatomica, a una specifica regione del cervello, come precisa una prosa di intersezione del libro: 

«L’insula è una piccola regione nella corteccia cerebrale, si situa all’interno del solco laterale. Per giungervi bisogna addentrarsi nella grande fessura che separa i lobi frontale e parietale da quello temporale. Gli scienziati dicono che proprio lì si prenderebbe coscienza della mente e del corpo e, se vi subissimo un grave danno, saremmo per sempre slegati da noi» (Ottonello, 2020: 37). 

Ad un certo punto, però, il movimento poetico sembrerebbe assestarsi in una «direttrice isola-terraferma» (Paiano, 2022), coincidente con il resoconto quasi ritrattistico di Milano, «ora, nel centro di una città/ sconosciuta quasi non nascondo più/ quel che ho fatto, rifarei, senza te» (Ottonello, 2020: 45).

Per risemantizzare il potere evocativo e poetico dell’isola, il poeta deve innanzitutto perdere l’orientamento, attraversando le strade di una “città di mezzo”, collocata nel cuore del suo percorso di definizione come uomo e artista. Solo allora l’Isola può riemergere, non più come un corpo fluttuante su un piano immobile, ma come un organismo multiplo e dinamico. È questa la condizione espressa nei versi «isola prima di partire/ o restare, fuori di qui un grande mare/ il continente che sfuma e ci smarrisce» (Ottonello, 2021: 265).

Solo allora non risulta più necessario ancorarsi a un punto fisso: è sufficiente muoversi e dilatarsi, a simboleggiare la ricerca di molteplici punti di vista. Tale tensione trova ulteriore sviluppo in Futuro Remoto, in cui le dimensioni del passato e del presente si coniugano nell’idea di un metaverso che sia al contempo digitale, globale e poetico

xvi-quaderno-copL’isola si configura così come luogo fisico e geografico, ma al tempo stesso come spazio metafisico, sede della coscienza e della relazione tra mente e corpo. La ragione estrema di questa doppia tensione si ritrova anche nella spinta verso una dimensione oltre-umana della seconda opera, Futuro Remoto, in cui l’uomo è chiamato a spingersi oltre la propria anatomia e la propria forma, inventando nuovi spazi di connessione e nuovi spazi della parola. Del resto, in un mondo dominato dalle immagini, in cui il potere dell’ascolto sembra progressivamente ridimensionato come senso, nulla appare possibile se non questa radicale riconfigurazione del linguaggio poetico

Come già emerso nell’intervista, la poesia diventa dunque il terreno più idoneo per delineare un’«Era Transumana» (Ottonello, 2021: 279): oggi la poesia è chiamata a ridefinire i propri orizzonti e a segnare nuovi confini dell’umano. Ottonello dimostra infatti, di accogliere questa nuova forma di umano, un ibrido potenziato che, pur aprendosi a un mondo inedito, non dimentica la propria natura imperfetta, ipotizzando un nuovo paradigma di esistenza: «eden digitale, paradiso del nuvolo/ non potrai staccare la spina/ salvato nella vita nuova» (Ottonello, Futuro Remoto, 2021).  In questo modo nell’universo plasmato dall’autore, osserva Alessio Paiano nel suo contributo Isola Aperta per un Futuro Remoto: nel metaverso di Francesco Ottonello, tutto ciò che era prima necessita di essere ripensato (Paiano, 2022); questa visione d’insieme, in cui la presunta linearità iniziale distende il discorso poetico, non si limita più a muoversi tra presente e passato, ma conduce verso una nuova idea di umanità: «in lui amerò l’individuo mancato» (Ottonello, 2021: 282).

Francesco Ottonello

Francesco Ottonello

Del resto, La poesia non deve: così ha intitolato Ottonello un suo intervento di poetica, pubblicato in La radice dell’inchiostro nel 2021, con cui intende sottolineare che la poesia si situa al di là del mondo della legge: per l’autore, essa non è né legittima né illegittima. La sua poesia, nella formidabile evoluzione stilistica che la caratterizza, non dimentica mai il punto di partenza né il dialogo costante con l’isola, che da una si fa due, poi tre, fino a moltiplicarsi. La poesia nasce da un’isola, luogo in cui ogni poeta dimora e ogni artista genera; e, per essere autentica – cioè capace di reggersi da sé –, necessita di una lunga e intensa frequentazione del proprio “punto piccolo”. Solo a partire da questo nucleo è possibile condividere una visione: occorre stabilire un punto di osservazione, conquistare una prospettiva dopo aver esplorato nuovi confini, per poi convertirli e renderli, eventualmente, partecipi dell’altro, in un vero e proprio “sogno di arcipelago”, che è infine la comunicazione (Calanna, 2021).

In conclusione, nella poesia di Ottonello non ci sembra strano ritrovare un motivo già presente in una più ampia schiera di poeti sardi: una tradizione che prende avvio proprio da Grazia Deledda, la quale concepisce i suoi luoghi — le Barbagie, significativamente al plurale — come una costellazione di spazi vissuti, attraversati da miti e memorie che si intersecano, dando origine a una nuova trama del racconto dell’isola.

Anche oggi, nel mondo digitale, l’isola non è più un’entità singolare: l’isola diviene isole, arcipelaghi di connessione. Le isole – intese non solo in senso geografico – avvertono la necessità di disegnare confini stretti per non smarrire la propria autenticità, ma al tempo stesso di elaborare nuove forme identitarie, capaci di evitare l’isolamento sterile di un’isola senza ponti, senza istmi di terra, senza possibilità di sentirsi parte di una comunità. È quanto accade, ad esempio, nell’esperienza — ancora isolana, se si vuole — del Giappone, che Ottonello attraversa e rielabora nelle sue più recenti produzioni, confermando una poetica dell’isola come spazio dinamico, relazionale e continuamente ridefinito.
Il poeta contemporaneo, così come l’uomo moderno, sembra suggerirci Ottonello, appare vacillante, privo di radici stabili, sospeso tra il desiderio di fermarsi per riconoscere e abitare i luoghi della propria nascita e l’impulso a esplorare spazi sempre nuovi. Si delinea così l’immagine di un Ulisse moderno, attratto dalla nostalgia di Itaca ma, al contempo, spinto a varcare le colonne d’Ercole della conoscenza. In questa prospettiva, il ritorno del poeta nell’isola assume il valore di una possibilità che non si chiude in se stessa, configurandosi come un gesto di ridefinizione identitaria e di dialogo tra origine e altrove, ma che si apre al mondo: 

Aprendo l’isola
 
Ogni volo torna dentro i miei occhi
si offusca, in tutta la luce che entrò
inspira, lascia, dischiudi la tua isola
torna agli uomini di oggi alla città,
casa tua due occhi in attesa
guardano te, non dicono di più. (Ottonello 2020: 61). 
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026 
Note
[1] Cfr. Dizionario Treccani: Futuribile: il futuro che potrebbe realizzarsi date certe circostanze, ma che rimane in un ambito di possibilità non necessariamente compiuta.
[2] Ottonello F., Futuro remoto, in F. Buffoni (a cura di), Poesia contemporanea. Quindicesimo quaderno italiano, Marcos y Marcos, Milano, 2021.
[3] Cfr. Araolla G., Rimas diversas spirituales, ed. a cura di Virdis M., Cagliari, CUEC, 2006. Gerolamo Araolla, sassarese del XVI secolo, è stato intellettuale e religioso, autore in limba sarda, italiano e spagnolo. Studiò lettere, filosofia e diritto a Pisa o Bologna, quindi prese i voti e divenne canonico a Bosa.
[4] Per ripercorrere le origini della tradizione poetica sarda si veda: Madau M., Le armonie de’ sardi, a cura di C. Lavinio, 1997.
[5] L’Istituto Italiano di Cultura di Osaka, nato nel 1978 come sezione di Kyoto e trasferito a Osaka nel 2010, ha l’obiettivo di promuovere la cultura italiana in tutto il Giappone Occidentale, in particolare nell’area del Kansai. L’Istituto organizza eventi culturali, corsi di lingua e collaborazioni con università, musei e Comuni locali, oltre a mantenere rapporti con istituzioni italiane. Dispone di biblioteca, mediateca e sala di lettura, e contribuisce ogni anno a incrementare il numero di giapponesi che scelgono di studiare lingua e cultura italiana. Cfr, https://iicosaka.esteri.it/it/.
[6] Hideyuki Doi (Tokyo 1973), dopo aver conseguito il titolo di dottore di ricerca in Italianistica all’Università di Bologna, insegna attualmente Letteratura italiana presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Tokyo. Negli ultimi anni le sue ricerche si sviluppano attorno alle varie espressioni delle avanguardie italiane e giapponesi del primo Novecento. Tra le sue opere: Interlinee: studi comparati e oltre (Cesati, 2021); La civiltà italiana in Giappone: un bilancio storico degli studi italiani in Giappone (Shorai, 2023); Guida alla storia italiana moderna e contemporanea (Minerva, 2017); L’esperienza friulana di Pasolini. Cinque studi. (Cesati, 2011). Le pubblicazioni in italiano sono liberamente consultabili al link: https://u-tokyo.academia.edu/HideyukiDoi.
[7] Antonello Ottonello (Cagliari, 1948–2021) è stato un artista profondamente legato alla materia e alla sua terra. Formatosi tra Cagliari e Roma, portò nel suo lavoro l’impronta del teatro e una ricerca espressiva che spaziava dalle tarlatane monumentali ai materiali del mondo minerario. Negli ultimi anni si dedicò a pigmenti naturali e temi ecologisti, riflettendo su cambiamento climatico e desertificazione.
[8] Cfr. http://www.fondazionebartolifelter.it/.
[9] Il Pini Art Prize, promosso dalla Fondazione Adolfo Pini, è un premio biennale su invito dedicato ad artisti under 35 che operano in Italia. Riflettendo lo spirito di mecenatismo di Renzo Bongiovanni Radice e Adolfo Pini, sostiene giovani talenti dell’arte contemporanea in ogni forma espressiva, contribuendo alla promozione e valorizzazione della scena emergente italiana. Cfr. https://fondazionepini.it/
Riferimenti bibliografici 
Anedda A., Isolatria. Viaggio nell’arcipelago della Maddalena, Laterza, Roma Bari, 2013.
Araolla G., Rimas diversas spirituales, ed. a cura di Virdis M., CUEC, Cagliari, 2006.
Bufalino G., Le menzogne della notte, Bompiani, Milano, 1988.
Bufalino G., Io contro Stupidania, in «Corriere della Sera», 16 giugno 1996.
Calanna G., Fare poesia è incidere una voce nei minerali del possibile. Francesco Ottonello e il suo “Isola aperta”, in «Poesia & Poeti», 2021, consultabile al link: https://www.lestroverso.it/fare-poesia-e-incidere-una-voce-nei-minerali-del-possibile-francesco-ottonello-e-il-suo-isola-aperta/.
Cornelio G (a cura di), La radice dell’inchiostro – dialoghi sulla poesia, Argolibri, Ancona, 2021.
Crane H., White Buildings, traduzione e introduzione di Pascarelli P., Granelle, Potenza, 2016.
Ledda G., Lingua di falce, con prefazione di Ottonello F.,Mondadori, Milano, 2025.
Ottonello F, Isola Aperta, con prefazione di Di Dio T., Interno Poesia, Latiano (Br), 2020.
Ottonello F., Futuro remoto, in F. Buffoni (a cura di), Poesia contemporanea. Quindicesimo quaderno italiano, Marcos y Marcos, Milano, 2021.
Paiano A.,  Isola Aperta per un Futuro Remoto: nel metaverso di Francesco Ottonello, in «Poesia del nostro tempo», 2022, consultabile al link: https://www.poesiadelnostrotempo.it/isola-aperta-per-un-futuro-remoto-nel-metaverso-di-francesco-ottonello/.
Portelli A., Un lavoro di relazione. Osservazioni sulla storia orale, in «Ricerche storiche salesiane», 19(1), 2000: 125-134.
Tommasini T., Geografia umana dell’alterità e migrazione del corpo. Su “Isola aperta” di Francesco Ottonello, in «Nazione Indiana», 2023, consultabile al link:
https://www.nazioneindiana.com/2023/06/05/geografia-umana-dellalterita-e-migrazione-del-corpo-su-isola-aperta-di-francesco-ottonello/ 

 _____________________________________________________________

Veronica Medda, laureata magistrale in Filologie e Letterature moderne, presso l’Università degli studi di Cagliari, con una tesi sull’intertesto mitologico delle Operette morali (un estratto dal titolo «L’ombra di Edipo: interferenze mitiche nel “Dialogo della Natura e di un Islandese” di G. Leopardi» è stato pubblicato nella rivista Medea, ha recentemente terminato un percorso biennale come assegnista presso l’Università della Valle D’Aosta con un progetto dal titolo Natura e paesaggio nello Zibaldone di Leopardi. Materiali documentari della Fondazione Natalino Sapegno. Al momento, in parallelo all’impegno come docente di materie letterarie nella scuola secondaria di secondo grado, sta lavorando alla stesura di una monografia, esito finale degli ultimi due anni di ricerca scientifica. Nel 2022 ha pubblicato per RISL un contributo da titolo «L’impianto mito-logico dei dialoghi “alla maniera di Luciano”: sistematicità, scomposizione e nuovi significati».

______________________________________________________________

 

 

 

 

 

 

 

Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly and PDF
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Interviste. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>